Verdi e Parma rappresentano un binomio quasi inscindibile e l’amore che la città emiliana riversa al Maestro resta forse senza eguali. Nonostante queste premesse il Festival Verdiano organizzato nella città emiliana stenta a decollare e spesso i risultati sono stati fin troppo interlocutori. Pur senza giungere all’ambita quadratura del cerchio la produzione di “Un ballo in maschera” allestita per l’edizione 2011 si è rivelato comunque uno spettacolo assolutamente godibile e non privo di interesse.
Inutile dire che le attenzioni si concentravano principalmente sul debutto di Francesco Meli nel ruolo del Conte Riccardo di Warwich, sicuramente il maggior cimento verdiano affrontato per ora dal giovane tenore ligure. Debutto che non ha deluso le tante attese che lo circondavano. In primo luogo la voce di Meli è di bellissimo colore- ricordante a tratti Di Stefano, luminosa, squillante, pienamente omogenea in tutti i registri e dotata di una naturale comunicativa che conquista immediatamente il pubblico; ineccepibile la linea di canto e ottimo il controllo sul fiato con momenti di autentica magia nel sapiente controllo della mezza voce e delle smorzature.
L’interprete inoltre è di cara comunicativa. Quello tratteggiato da Meli è un Riccardo giovanile e appassionato ma sempre nobilissimo in tutte le sue espressioni che trovava i momenti più coinvolgenti nel terzo atto dove superato qualche segno di stanchezza che sembrava trapelare durante il grande duetto del secondo – stanchezza più che giustificata avendo Meli sostituito poco più di dodici ore prima l’indisposto Roberto Aronica nel “Requiem” verdiano eseguito sempre all’interno del Festival – ha dato non solo una magnifica lettura della sublime “Ma se m’è forza perderti” chiuso con una sfolgorante puntatura su “d’amor mi brillerà” ed ha trovato accenti di nobilissima commozione nelle frasi del finale capaci di trasmettere autentici brividi di emozione. Se proprio si vuol trovare qualche pecca alla prestazione di Meli gli si può forse rimproverare una certa mancanza di corpo nelle note gravi della ballata ma si tratta al più di semplici appunti all’interno di una prestazione non solo di notevolissimo livello ma foriera di un futuro radioso in cui il repertorio verdiano sembra destinato ad avere un sempre maggior spazio.
Purtroppo non altrettanto convincente Amelia, affidata al giovane soprano americano Kristin Lewis ragazza di potenzialità infinite ma ancora limitata da troppi difetti che andrebbero rapidamente corretti. Il materiale vocale è di prim’ordine e nei tempi attuali così poveri di voci drammatiche al limite dell’impressionante.La Lewisdispone infatti di una voce di non comune potenza e proiezione, estremamente estesa, di sontuosa corposità nei centri e con il classico colore caldo e vellutato delle grandi voci di colore. Restano però i notevoli problemi di un registro acuto in cui i suoi tendono a diventare eccessivamente fissi e in cui la potenza non perfettamente controllata tende frequentemente a sfociare nell’urlo. Altro problema non secondario è l’evidente difficoltà nel controllo della prosodia italiana e nell’articolazione della frase – evidentemente dovuta ad una scarsa famigliarità con la lingua – che unita ad un eccessivo riserbo tendono a renderla decisamente inespressiva.
Partita malissimo – gli interventi nel terzetto del I atto sono risultati estremamente problematici per controllo dell’emissione e della stessa intonazione – e andata migliorando nel corso della recita trovando alcuni buoni momenti nel III atto (forse dovuti al superamento di un’eccessiva tensione iniziale) resta il fatto chela Lewisha tutti i mezzi per diventare una splendida farfalla ma deve sforzarsi di superare i limiti che ancora le impediscono di spiegare le ali costringendola a restare un bruco ancora incapace di innalzarsi verso un luminoso futuro.
Il baritono Vladimir Stoyanov tratteggia un Renato di profonda umanità, quasi paterno nel suo atteggiamento protettivo verso l’esuberanza di Riccardo, con un fondo di profonda commozione anche nei momenti di maggior furore. Sul piano vocale Stoyanov sfoggia una voce di bel colore, un accetto di grande nobiltà e una linea di canto sempre controllatissima. Un certo sforzo nel settore acuto è innegabile ma a mio parere non ha particolare importanza di fronte ad un personaggio tanto ben caratterizzato.
Nessun appunto può essere fatto invece all’Oscar di Serena Gamberoni, semplicemente perfetta da ogni punto di vista. Bella la voce, sicuro e squillante il registro acuto, assolutamente scatenata l’interprete. Se si aggiunge chela Gamberonirisultava incantevole in abiti maschili il gioco è fatto non solo per tratteggiare un grande Oscar ma anche per fare di lei l’autentica trionfatrice dello spettacolo come da tutti riconosciuto.
Maggiori dubbi suscitava l’Ulrica di Elisabetta Fiorillo sicuramente di voce imponente ma alquanto scomposta con evidenti fratture fra un registro medio-grave ancora decisamente corposo – seppur con un abuso decisamente volgare del registro di petto – e un settore acuto alquanto esile e spesso stimbrato.
Fra le parti di fianco merita una segnalazione l’ottimo Silvano di Filippo Polinelli; buone le prove di Antonio Barbagallo ed Enrico Rinaldo nei ruoli dei congiurati mentre semplicemente atroce il Giudice di Cosimo Vassallo.
Gianluigi Gelmetti alla guida dell’Orchestro del Teatro Regio mostra sicuramente mestiere ma anche una scarsa attenzione ai dettagli e più in generale un approccio decisamente troppo bandistico per un’opera come questa (e in genere per tutto Verdi nonostante certa mitologia al riguardo).
La parte visiva era affidata a Massimo Gasparon Contarini che per l’occasione ha riutilizzato l’impianto scenico – di raro fascino – realizzato da Pierluigi Samaritani nel 1988.
Il primo atto si divide fra il palazzo del Conte con la grande scalinata in puro stile classicismo inglese illuminata da un’ampia vetrata su cui si dispongono le vivaci macchie cromatiche dei cortigiani e degli armigeri recanti monumentali bandiere britanniche; se possibile ancor più d’effetto la seconda scena, l’antro di Ulrica è una caverna fra i boschi illuminato da una luce radente che penetra da un’apertura della volta e giunge ad illuminare il pentamero disegnato sul pavimento. Il secondo atto è l’essenza stessa dell’ideale romantico con un cimitero nebbioso che si sviluppa ai piedi delle rovine di una cattedrale gotica perfetta citazione de “Il cimitero nella neve” dipinto da Caspar Friedrich nel 1819; è se la ragione contesta l’illogica presenza di rovine medioevali nella Nuova Inghilterra il cuore si lascia trasportare dalla più assoluta raffigurazione dell’ideale romantico.
Nel III atto si adottano soluzioni differenti. La casa di Renato con il grande ammasso di oggetti e strumenti musicali rimanda direttamente al miglior naturismo olandese del seicento mentre l’attento gioco di luci rievoca atmosfere rembrantiane. La seconda scena è invece volutamente artificiosa come si addice all’apparato effimero di una festa barocca con le sue quinte e i suoi fondalini di cartone dipinto. Bellissimi i costumi, specie quelli maschili, colmi di citazioni dalla pittura inglese e neerlandese del tempo e in un contesto tanto sontuoso e accurato forse solo troppo stilizzati quelli di Amelia.
In tale ambito la regia di Gasparon si muove con logica e coerenza, seguendo in dettaglio e con attenzione gli snodi drammatici della vicenda e senza mai forzare la mano con sovra interpretazioni più o meno personali e risultando proprio per questo particolarmente convincente.


concordo in pieno! ottima recensione Giordano!!!!
Povero Meli… (il tenore, non il farabutto) paragonato a Di Stefano, che la voce omogenea in tutti i registri non sapeva nemmeno cosa fosse.