Le immagini del fondatore del regno goto d’Italia dovevano essere assai diffuse, specie a Ravenna, ma non resta praticamente nulla delle opere descritte dalle fonti, spesso sono invece rintracciabili le tracce della cancellazione volontaria delle immagini del sovrano, conseguenza della confisca dei beni degli ariani e dalla rifunzionalizzazione degli edifici teodoriciani voluta da Giustiniano dopo la riconquista dell’Italia
Le immagini scultoree di Teodorico sono completamente perdute, rimane a riguardo solo la documentazione letteraria.
Una statua equestre in bronzo dorato era collocata davanti all’entrata monumentale del palazzo reale a Ravenna, originariamente realizzata per Zenone Isaurico e fatta propria da Teodorico; risparmiata dalla dannatio memoriae che colpì le immagini del re goto, forse proprio per l’originaria dedica ad un imperatore bizantino, venne trasportata ad Aquisgrana da Carlo Magno in occasione della sua visita a Ravenna nell’801. Un’eco è rintracciabile nel celebre bronzetto del Louvre, copia ridotta di un monumento equestre raffigurante Carlo Magno quasi certamente ispirato al prototipo ravennate.
Un’altra statua equestre era stata fatta erigere da Zenone davanti al colonnato del palazzo imperiale di Costantinopoli in occasione di una visita di Teodorico; sappiamo inoltre di numerose statue ufficiali erette a Roma.
Le immagini musive erano altrettanto diffuse di quelle scultoree, se la gran parte dei materiali è oggi perduta, e però possibile rintracciare, per questa classe di materiali, alcuni interessanti indizi.
Le fonti sono ricche di informazioni sui ritratti musivi del sovrano goto, presenti nel mercato di Napoli, nel tribunal del palazzo di Pavia e specialmente a Ravenna.
Il primo complesso era quello del palazzo reale, oggi completamente perduto. Il complesso, probabilmente di età onoriana, ampliato da Valentiniano III (Palatium ad Lauretum), venne restaurato e riorganizzato da Teodorico. Andrea Agnello ricorda due immagini equestri del sovrano, uno sulla facciata del palazzo stesso e uno sulla porta del triclinio a mare. Sulla facciata, alle spalle della statua bronzea del sovrano, era la raffigurazione di Teodorico armato, affiancato dalle personificazioni di Roma e Ravenna.
Il secondo complesso è data dai mosaici di S. Apollinare nuovo, che pur profondamente trasformati a seguito dei rifacimenti realizzati dal vescovo Agnello dopo il 561, anno in cui la chiesa fu restituita al culto cattolico, permettono di farsi un idea della decorazione di età teodoriciana.
La raffigurazione del Palatium pone numerosi problemi, i restauri agnelliani si riducono all’inserimento di velaria che chiudono gli intercolumni dei portici sostituendo le originarie figure acclamanti , di cui sono ancora visibili le mani e i profili delle teste, nell’arcata centrale, ora interamente a fondo d’oro, sono riconoscibili le tracce di un trono. Il complesso richiama direttamente il modello della Chalké, il monumentale vestibolo fatto costruire da Costantino per il palazzo imperiale di Costantinopoli, e che Teodorico aveva visto durante il suo soggiorno nella città. Distrutta nel 532 e ricostruita da Giustiniano, la Chalké costantiniana ci è sconosciuta nella struttura architettonica, sappiamo però che era ornata in facciata da numerose statue. Secondo Chiara Frugoni, le figure degli intercolumni del Palatium di S. Apollinare raffigurerebbero statue e non dignitari, offrendo un’ulteriore e significativa prova dei richiami costantinopolitani dell’immaginario teodoriciano.
Altri rifacimenti sono attestati in corrispondenza del frontone, dove è possibile ipotizzare una versione semplificata del ritratto di Teodorico fra le personificazioni di Roma e Ravenna che decorava la facciata del palazzo stesso. Dal Palatium sarebbe partito, verso Cristo in trono, il corteo dei dignitari guidato dallo stesso Teodorico, sostituito da Agnello con la teoria di santi e sante oggi visibile.
Una sola immagine di Teodorico parrebbe essersi conservata, nonostante le pesanti trasformazioni di età agnelliana, quella riconosciuta nel presunto “Giustiniano” raffigurato in un pannello musivo oggi infisso in facciata e pertinente alla decorazione musiva originale del complesso. I restauri condotti nel 1951 hanno confermato la presenza di restauri antichi, la parte originale limitandosi al volto del sovrano, mentre il diadema con pendilia, la clamide purpurea, il fondo oro e il nimbo appartengono all’età di Agnello, mentre l’iscrizione sarebbe addirittura un restauro moderno di Kibel.
Nel ritratto originario mancavano tutti i segni distintivi del potere imperiale, confermando quanto sappiamo da Procopio, che Teodorico uso gli attributi della regalità nei confronti del suo popolo, ma mantenne un atteggiamento di inferiorità nei confronti del Basileus dal quale sapeva discendere il proprio potere.
In ogni caso non si può parlare di un ritratto ma di un’immagine standardizzata , che se può aver tenuto conto di elementi fisiognomici esprimeva principalmente un valore simbolico, tanto che fu sufficiente cambiare gli attributi, e non il volto, per trasformare l’immagine in quella di Giustiniano.
L’unico ritratto noto, attribuibile con certezza a Teodorico, è quello che compare su multiplo da tre solidi, in oro, probabilmente di zecca romana, raffigurante sul dritto il busto del sovrano, e sul rovesciola Vittoria, avanzante verso destra e recante una ghirlanda (che la identifica come Vittoria Pacificatrice), emesso per celebrare la vittoria su Odoacre del 493. L’unico esemplare trovato, oggi conservato al medagliere capitolino, proviene dalla necropoli di Movio d’Alba (Senigallia) e risulta trasformato in spilla già in antico.
Il pezzo presenta numerosi problemi, ponendosi come unico caso di aperto contrasto con la tradizionale politica monetaria di Teodorico, che sempre utilizza l’immagine dell’imperatore regnante ad Oriente, ciò può forse spiegarsi con la natura pseudomonetaria del pezzo, il suo essere medaglione destinato ai donativi all’interno della élite gota piuttosto che alla circolazione potrebbe spiegare questa anomalia.
L’immagine che vi compare è convenzionale, simbolica, non realistica, il re è rappresentato frontalmente, il busto con corazza e clamide, la mano destra nel gesto dell’adlocutio, sulla sinistra è il globo sormontato da vittoria con palma e corona. Il volto presenta tratti molto marcati ma non individualizzati, caratteristici sono la pesante acconciatura che ricade sulla fronte con una folta frangia e i corti baffi, elementi che vanno visti come segni di distinzione etnica piuttosto che individuale.
Il sovrano non porta la corona, considerata attributo imperiale. Il modello del sovrano armato può forse suggerire come doveva comparire sul perduto mosaico del palazzo reale, dove Teodorico armato era affiancato dalle personificazioni di Roma e Ravenna. L’immagine conferma la volontà di Teodorico di adottare un immagine ufficiale che non urtasse in alcun modo la suscettibilità dell’Imperatore bizantino, di fronte ad un esercizio del potere che nella realtà faceva proprie le specificità imperiali, ma che formalmente riconosceva la propria dipendenza da Bisanzio.
La medesima iconografia presenta una gemma da Berna, oggi in una collezione privata americana, a lungo attribuita al sovrano amalo anche per la presenza di un monogramma sciolto come Teodorico, recentemente visto le profonde differenze fisiognomiche dei due volti, anche tenendo conto della dimensione più simbolica che naturalistica di queste immagini, nonché stilistiche, si preferisce attribuire la gemma al visigoto Teodorico III, pur non mancando sostenitori della tradizionale attribuzione.
