Possiamo immaginare il cielo in una mattina di primavera sulle prime pendici montuose della Campania meridionale, dove il Sele si scava la via fra le creste rocciose dei Monti Picentini prima di vedersi aprire di fronte la fertile pianura pestana. Possiamo immaginare l’aria riempirsi dei profumi contrastanti dei monti e del mare che il vento faceva incrociare fra loro; eppure ben pochi fra le decine di migliaia di uomini che affollavano quei prati nei giorni di un lontano aprile del71 a.C. avranno posto attenzione alle dolcezze che Kore faceva sbocciare intorno a loro.
Quella che si andava compiendo in quei giorni era la parabola finale di una storia eroica e sanguinaria che nei due anni precedenti aveva attraversato da un capo all’altro l’Italia. Lo scontro disperato di un manipolo di schiavi contro la più grande potenza militare di tutti i tempi; l’impresa di un uomo che con la razionalità di uno stratega e il carisma di un mistico aveva fatto tremare i padroni del mondo.
In quel giorno si sarebbe deciso il destino di questo scontro epico e impossibile ormai divenuto un duello mortale fra due uomini. Per Spartaco e Crasso quel giorno rappresentava tutto, forse non per Roma pronta ad inviare un nuovo comandante ma tanto per i ribelli quanto per il comandante delle forze romane da quel campo tutto doveva venire: vita o morte per i primi; gloria o infamia per il secondo.
Spartaco aveva a lungo tenuto in scacco le legioni romane, aveva imposto la “sua guerra” ai pretori mandati ad affrontarlo; con Crasso le cose erano cambiate ma il trace era comunque riuscito a mettere alle strette anche il nuovo comandante è la forzatura del blocco romano sul Dossone della Melia lo dimostrava. Ma ora Crasso cercava la sua rivincita e non poteva attendere ancora, l’arrivo dei rinforzi guidati da Pompeo rischiava di oscurare i suoi risultati, doveva vincere e vincere subito. Messo con le spalle al muro Spartaco non ha alternative, anche per lui non c’è più tempo da perdere perché l’unione delle forze di Crasso, Pompeo e Lucullo (che risaliva da Brundisium) significavano disfatta certa. Per quanto avesse sempre cercato di portare il confronto su forme di guerra non convenzionale ora era il momento di accettare battaglia e se bisognava farlo meglio le strette gole dell’alto Sele dove le manovre di aggiramento della fanteria romana – superiore per numero oltre che per armamento e addestramento – sarebbero risultate impraticabili.
Crasso fedele alla sua strategia – e all’idea romana che le guerre si vincono la pala e l’ascia da carpentiere prima che con la spada – mise subito i suoi uomini all’opera per scavare trincee ed erigere terrapieni in modo da contenere la superiorità dei cavalieri traci e celti di Spartaco e per garantire una protezione ai propri schermagliatori. Cogliendo immediatamente il pericolo della manovra Spartaco lancia i suoi cavalieri contro i fossori nemici probabilmente sfondando la prima linea romana ma senza ottenere risultati definitivi, i veterani di Crasso non erano le reclute affrontata nei primi scontri e non bastava certo così poco a creare il panico fra i legionari.
Ora la battaglia era iniziata. I due eserciti dovevano dare uno spettacolo alquanto diverso. I legionari romani appena tolte le armi dalle guaine protettive dovevano apparire al solo come un muro d’argento mentre le file ribelli risultavano certo meno omogenee con le armi tolte ai nemici in precedenti battaglie e quelle di fortuna fabbricate nel tempo. Ad accomunare i due schieramenti era il frastuono terribile che si levava da essi: da un lato l’assordante squillare delle trombe, dall’altro le grida ingiuriose che i celti riversavano sul nemico e il titanismos dei traci cui sarebbe presto seguito il furioso cozzare degli scudi.
Spartaco ebbe il tempo per un ultimo atto, ad un tempo teatrale e profondamente religioso, scese da cavallo e abbatte l’animale con un colpo di spada sacrificandolo; secondo la tradizione trace ricordata anche da Floro era la forma più solenne di sacrificio e sottintendeva il voto sacrificale della propria vita in quanto comportava il caso di vittoria il sacrificio del comandante nemico e in caso di sconfitta il voto di combattere fino alla morte. Il gesto sicuramente contribuì non poco a rafforzare il morale degli uomini.
Entrata nel vivo la pugna Spartaco mise in atto il suo piano disperato ma necessario, sapeva che vincere la battaglia in condizioni normali era impossibile e l’unica possibilità era decapitare l’esercito romano uccidendo Crasso e sperare nel crollo psicologico dei legionari. Il trace accompagnato da una scolta di fedelissimo si getto “nel folto della mischia, ove cadevano più numerosi i feriti, in cerca di Crasso” (Plutarco, Vita di Crasso, 11 9). Spartaco e i suoi uomini combatterono con eroico valore, Plutarco racconta come due centurioni cercarono di sbarrargli la strada cadendo sotto i colpi della sua spada. Ma il destino era in agguato e un giavellotto lo colpì ad una gamba. I peggiori incubi si realizzarono, nonostante l’iniziale carica la fanteria leggera romana non era stata totalmente scompaginata e la micidiale efficacia di quei tiratori decideva in quel momento anni di guerra. Circondato dai nemici e protetto dai fedeli compagni Spartaco lottò ancora come un leone ma alla fine venne sopraffatto (Appiano, I 120).
La battaglia continuò ancora ma nonostante l’eroica resistenza – si calcola che lo scontro costò oltre 1000 vittime fra i legionari – il destino dei ribelli era segnato. Privi del loro capo vennero progressivamente sopraffatti. Non sappiamo in quanti trovarono la morte, i 60000 caduti indicati da Orosio sono inverosimili e stime più prudenti ipotizzano intorno alle 10000 vittime su 30-40000 uomini. Verosimilmente molti si tolsero la vita piuttosto che cadere prigionieri, altri riuscirono a salvarsi e a continuare una guerriglia sempre più prossima al brigantaggio sulle montagne del Bruzio dove sarebbero stati sbaragliati solo nel60 a.C. i più sventurati furono i prigionieri serbati al macabro e spettacolare trionfo di Crasso, destinati a venir crocefissi in massa sulle vie che collegano Capua a Roma. Se il numero di 6000 crocefissioni va preso con il beneficio di inventario comunque è innegabile che migliaia di sventurati trovarono la morte su quelle croci in cui è evidente il gusto per l’eccesso ad ogni costo che accompagnò Crasso in ogni situazione della sua vita.
Il corpo di Spartaco non venne mai ritrovato, verosimilmente gettato in una fosse comune insieme a centinaia di corpi senza nome. Ma se l’uomo era morto il mito stava nascendo. Già Sallustio – coevo ai fatti – vede in Spartaco un eroe, una figura nobile e tragica degna della massima ammirazione aprendo un percorso di mitizzazione della figura del ribelle trace destinata a perdurare nei secoli.
