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Archive for ottobre 2007

Va, vecchio John

  Settimana dedicata all’apertura della stagione torinese e a "Falstaff" l’estremo capolavoro verdiano chiamato quest’anno ad essere titolo innaugurale.
  Ho assistito a due recite con diverso cast, cosa dire. Di estrema piacevolezza lo spettacolo di Pizzi, nato qualche anno fà (credo a Bologna) e sempre di straordinaria piacevolezza. Lo spostamento della vicende nell’Inghilterra della fine XIX secolo non solo non disturba, ma esalta la dimensione di commedia borghese dell’ultimo lavoro verdiano in cui non vi è più traccia degli ultimi echi della guerra del cent’anni, originario sfondo shakesperiano.
  Il primo cast è di riferimento, Noseda dirige in modo trascinante, irruente, ma musicalissimo, mettendo in moto un perfetto macchinario ad orologeria. I cantanti rispondono di loro. Barbara Frittoli è Alice, la voce è lo splendore che ben si conosce , l’attrice è straordinaria, l’interprete scatenata, un Alice che domina la scena in ogni momento, perfetto contraltare di Falstaff.
  Natale De Carolis, marito in scena e nella vita di Alice, è un Ford gran signore, ottimo cantante e splendido attore; Meli è il miglior Fenton possibile, forse anche di Florez, la voce è più calda, più verdiana rispetto a Juan Diego; la Giordano non solo è una splendida ragazza ma canta con gusto e stile (solo la voce un pò piccola); la Fiorillo è una Quickly ben cantata e splendidamente interpretata; la Custer (se mi leggi in bocca al lupo per i prossimi impegnbi)una Meg di squisita ironia. Rimane Raimondi, il babau è sempre il babau, gli anni passano, la voce, ancora splendida nei centri, sale a fatica e si svuota sotto, ma l’artista è immenso, il personaggio ha una forza, una comunicativa infinite, senza concedersi a eccessi caricaturali il Falstaff di Raimondi ha tutto l’istrionismo, ma anche la nobiltà del personaggio. Grazie di quanto ancora ci dai maestro, per quanto mi riguarda cosa mi importa di qualche nota sporca di fronte a tanta carica emotiva.
  Second cast, poco da dire, la meravigliosa macchina si incrina, persino Noseda non riesce a brillare, troppo attento a tenere unito un palcoscenico che tende a disperdersi. Antoniozzi è troppo bonario, canta tutto e canta bene, anche molto bene, recita, interpreta ma non mi convince fino in fondo, un Falstaff vecchio fin dall’inizio, come sfiduciato, privo del furore dionisiaco che domina quello di Raimondi.. Meli bissa il suo splendido Fenton, Alessandra Marianelli è forse la miglior Nannetta sulla piazza, timbro purissimo, voce splendidamente proiettata (domina in modo assoluto il quartetto delle comari), innato talento attoriale ed un’aspetto da angelo ne fanno una Nannetta da antologia e confermano il ruolo di miglior promessa della scena lirica vista negli ultimi anni. IL resto pura routine.
 
Falstaff Torino 2007 FrittoliFalstaff Torino 2007 RaimondiFalstaff Torino 2007 atto I
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Nani e giganti

   Bacone scriveva che i moderni sono “nani sulle spalle dei giganti” capaci di vedere più lontano di coloro che li portano. E’ verò, vediamo più lontano ma siamo sempre nani in confronto alla grandezza degli antichi. O forse non vediamo neanché più , non solo siamo nani ma siamo diventati anche ciechi, incapaci di seguire le strade che i nostri padri ci hanno indicato.

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  Riflettevo sul teatro come struttura architettonica, prendendo spunto da alcune considerazioni fatte dagli amici di opera click in relazione al teatro di corte di Drottingholm . Riflettendoci devo ammettere che il teatro all’italiana è fra le strutture meno adatte ad una serena fruizione di uno spettacolo, teatrale o musicale che sia. In fondo ciò è logico essendo una strttura progettata con tutt’altre funzionalità, luogo di ritrovo piuttosto che di fruizione artistica in cui la musica (perché il teatro in Italia é stata e, forse, é ancora lopera lirica) era sostanzialmente un piacevole sottofondo.
  Poi è arrivato l’ottocento, i gandi operisti da Rossini a Wagner che si sono piccati, strano pensiero, che la loro musica contasse qualcosa  e che il teatro fosse il luogo per axoltare le loro composizioni e gli interpreti che le eseguivano e non una sala di ritrovo in cui chiaccherare, mangiare pasticcini e usare i palchi come "garconiere" (addirittura si rendevano inutili le tendine dei palchi!).
  In questa situazione il teatro all’italiana mostra i suoi limiti:: acustica spesso mediocre, difficoltà nella fruizione del palcoscenico persino dalla platea non parliamo di loggioni e piccionaie. In fondo  era l’ordine delle cose nelle rigide gerarchie dell’antico regime ma apparve inadeguato alla duplice rivoluzione culturale e sociale che ad un tempo crea il melodramma e la società borghese.
  Partendo da questo sono giunto a riflettere sui teatri moderni e a riconoscervi un dato. Come si poteva creare una struttura da spettacolo funzionale che correggesse i difetti del teatro all’italiana salvandone le funzioni (quelle assunte a partire dal XIX secolo, non certo quelle originarie)? La risposta in fondo è stata quella più scontata, solamente ritornando all’antico e riprendendo a modello il teatro romano.
  Il teatro greco è troppo complesso, troppo condizionato alla realtà naturale. Quello romano è dinamico, elastico, pronto ad adattarsi a molteplici situazione nel suo prescindere dall’elemento naturale. Pensato per adattarsi alla più diverse situazioni, pronto per essere trasportato nelle pianure cisalpine come sui monti della Numidia  ha mostrato di essere perfettamente adattabile  anche alle nostre città moderne.
Solo la lezione degli antichi permette di superare i problemi della modernità.

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