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Archive for novembre 2007

Il Papa si tranquillizzi: gli atei non si sentono senza speranza. Anzi, vivono benissimo così, nell’orizzonte attuale della loro vita terrena, senza doversi cullare nella speranza di un sereno aldilà. Questa la risposta della Uaar all’ultima enciclica papale, Spe Salvi, firmata e pubblicata dal Vaticano oggi stesso. «L’esistenza di un miliardo di non credenti al mondo – spiega il segretario dell’Uaar Raffaele Carcano – dovrebbe essere sufficiente per far capire al Papa che l’uomo può vivere benissimo senza Dio, ma con la ragione».

Il Papa, infatti, se la prende in particolare con l’ateismo, che avrebbe provocato «le più grandi crudeltà e violazioni della giustizia». Ma forse si è dimenticato di aprire un manuale di storia: «vogliamo parlare del nazismo, con cui il Vaticano stipulò un concordato poche settimane dopo la sua ascesa al potere? Delle Crociate? Della Santa Inquisizione?», si chiede Carcano.

Per non parlare dell’idea che la scienza sia diventata irrilevante per il progresso dell’umanità, a causa del suo distacco dalla religione. E di quella per cui, a fondamento dell’idea di libertà, debba per forza starci la fede. «Ma come si fa a parlare di fallimento dell’Illuminismo? È all’Illuminismo che dobbiamo la democrazia, la libertà, l’uguaglianza. E poi, sentire parlare di libertà il sovrano di uno stato illiberale, francamente, sembra una contraddizione».Insomma, conclude Carcano, è chiaro che il nemico numero uno di questo Papa siamo noi, gli atei. Ed è comprensibile: «il numero di non credenti sta aumentando. Anche grazie all’attuale Papa e a encicliche come questa».

Comunicato Stampa UAAR del 30/11/2007

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  Ho assistito alla rappresentazione Genovese de "Il Cappello di paglia di Firenze"  la deliziosa operina che Nino Rota ha tratto dall’omonima commedia di Labiche e che rimane una delle migliori macchine del teatro comico (non solo musicale) del novecento.  
  L’impianto scenico di Paolo Fantin prevede un piano rotante che di volta in volta svela gli ambienti della vicenda; scena sobria, con pochi elementi caratterizanti. All’apertura del sipario ho provato un inquitante senso di deja vu, quella parete traforata di porte ha riportato alla mente l’"Otello" pesarese. Fortunatamente qui avevano una loro funzionalità . Rimane il fatto che le possibilità del palcoscenico del Carlo Felice fossero sfruttate solo in minima parte, forse l’allestimento sarebbe stato più adatto ad un teatro di dimensioni minori. Piacevoli i costumi stile anni 40-50 del novecento cn qualche tocco (le invitate della baronessa) di esplicito sapore felliniano. In tale contesto la regia di Micheletto muove alla perfezione l’insieme, esalta il senso di perpetuum mobile proprio del libretto e sfrutta al massimo le possibilità dei cantanti.
  Bartoletti non dirige male; della partitura coglie soprattutto la spietata dinamica ritmica ma manca della leggerezza che rendeva unica la lettura di Campanella. In oltre nelle prime file tende a coprire i cantanti che risultavano meglio in posizioni più arretrate. Ringrazio gli amici presenti (specie Tosca e Cherubina) delle preziose informazioni in merito.
  Il cast era dominato da Pietro Spagnoli, nelle doppie vesti di Beapertuis ed Emilio, marito ed amante di Anaide, dove faceva valere le sue strepitose doti di attore, oltre che di cantante. Discorso analogo per il Nonancourt di Carlo Lepore (però la regia poteva farlo più "porcospino" anche visivamente).
  Siragusa è scenicamente brillante, appare in abito da nozze ed acconciatura nature  tanto da far pensare che il cappello possa servire a nascondere le calvizie, e subito chiarisce il carattere di Faninard Qualche acuto è un pò forzato, ma la voce bella e il personaggio perfettamente schizzato. Impagabili i due cammei di Bruno Lazzeretti come Achille di Rolsalba e guardia.
  Meno efficaci per una volta le donne. Alessandra Marianelli canta splendidamente , la voce a la malia che si conosce, ma mi è sembrata un filo appannata, un filo meno brillante rispetto alle ultime uscite (forse un pò di stanchezza o una giornata non perfetta), in oltre credo sia stata la più danneggiata dalla direzione. Ho attendibili pareri sul fatto risultasse decisamente meglio allontanandosi dal boccascena. Piccole critiche che nulla tolgono al fatto di trovarsi di fronte ad uno dei migliori talenti aaparsi negli ultimi anni sulla scena lirica (Se mi leggi in bocca al lupo per i prossimi, importanti impegni, ti meriti il successo che cominci a raccogliere). Scenicamente splendida nel delineare una timida (???) e appassionata sposina. Il costume particolarmente ardito (ampia scollatura e gonne pieghettata sopra il ginocchio) esalta la grazia e l’avvenenza della giovane cantante.
  La Franci non è perfetta  vocalmente ma in scena designa una baronessa di strepitosa cominicativa. Deludono invece il modesto Vezinet di Morris e la pessima Anaide della Cherici, voce mediocre e linea di canto opinabile, come possa cantare Haendel e Vivaldi per me rimane un arcano.
  Volevo ringraziare gli amici di OC che ho cnosciuto personalmente e che spero di incontrare nuovmente. Chiudo ricordando la disponibilità e la simpatia dimostrata da tutti gli interpreti con il pubblico che li aspettava all’uscita e mandando un saluto speciale a  Pietro Spagnoli e Alessndra Marianelli.

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Ipse dixit

  Riflettevo sull’intervista rilasciata ieri a "Che tempo che fa" da Freccero, intervista per molti versi illuminante di una situazione che non colpisce solamente la televisione di stato ma tutta la società contemporanea. Come giustamente notava il professor Freccero viviamo in un mondo dominato dalla ricerca di consenso, dal mito dell’audience che stà devastanto il sistema radio-televisivo con una forsennato corsa a suscitare i più bassi istinti del pubblico per guadagnare qualche punto di share. Una "dittatura della maggioranza" in cui la verità si fà con i sondaggi, non più la verità in quanto tale, ma la verità percepita dai più.
  Tutto ciò mi sembra la negazione stessa dell’idea di modernità che il mondo occidentale ha perseguito almeno dal XVII secolo. La modernità nasce con la rivoluzione scientifica, con l’idea che una verità è tale in quanto dimotrabile in modo certo, con prove di natura sperimentale e non perché l’ha sostenuta qualche intellettuale, pur grandissimo, del passato.
  L’idea della verità stabilita con i sondaggi è la negazione stessa di tutto ciò, la negazione della verità oggettiva della scienza in nome di una verità soggettiva. Di fatto è un ritorno all’IPSE DIXIT medioevale. Rispetto al Medioevo però questa nuova verità soggettiva presenta una differenza fondamentale; la concezione medioevale si basava sull’esistenza di autorità riconosciute per il loro valore straordinario umano e culturale, persone il cui livello eccezzionale le poneva al di sopra della media e proprio per questo più facilmente depositari di una conoscenza del mondo che sfuggiva alle persone comuni. Fossere le opere dei filosofi antichi (a cominciare da Aristotele, l’ipse per antonomasia), quelle dei i padri della Chiesa  o i Vangeli si trattava in ogni caso di documenti straordinari, che per la loro eccezionalità erano ritenuti fonte di superiore conoscenza.
  Oggi siamo andati oltre, il nuovo ipse è diventata la massa, la maggioranza, l’idea dominante. Un’apparente democraticizzazine della cultura che di fatto annulla il ruolo stesso dell’intellettuale come guida della società (fosse il filosofo antico, il teologo medioevale, lo scienziato post-galileiano) e lo sostituisce con un prensiero dominante, ovvero con il prodotto della propaganda condotta sulle anime semplice da quegli stessi poteri economico-politici che poi giustificano il loro diritto al potere sull’appoggio delle masse da loro stessi condizionate. Di fronte ad uno scenario di questo tipo rimpiango l’ingenua fiducia in Aristotele dei nostri padri.

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  E’ sempre triste dare l ‘addio ad un grande, specie dopo un anno tanto terribile in cui troppi grandi ci hanno lasciato, hanno lasciato più povero il mondo, da Bergmann a Pavarotti passando per Beverly Sills, Regine Crespin e tanti altri che idealmente ricordo.
  Ancora più triste è dare oggi l’addio ad Enzo Biagi in quest’Italia dove la sua voce lucida ma sempre pacata sarebbe stata per tutti una guida importante. Enzo Biagi è stato per tutti un modello, un modello di coerenza e onestà intellettuale perseguito con rigore e semplicità. Come spesso i  grandi è stato una vittima di un sistema in cui un uomo libero e sempre meno gradito nel conformismo generale. Negli ultimi, difficili anni, le parole di Biagi ci sono mancate moltissimo, proprio in un momento in cui  ve ne sarebbe stato più bisogno (e proprio per questo gli è stata tolta la libertà di parlare  in una televisione di stato trasformata in televisione di governo, parafrasando le parole di una delle sue ultime interviste).
  Mi piace ricordarlo infine come Partigiano, tale era  sempre rimasto. Un partigiano sempre pronto a combattere contro le tentazioni fasciste che troppo spesso animano, in modo più o meno esplicito, la società italiana.
  Voglio salutarlo così, con l’omaggio più sincero che io, nipote di partigiani, possò porgere ad un vecchio combattente per la libertà, che fino all’ultimo istante ha combattuto, con pacatezza e ironia, questa battaglia che tutti dovremmo far nostra.  
 
                                     

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