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Archive for dicembre 2007

  Lo scorso 20 novembre lo stesso ministro dei beni culturali Francesco Rutelli annunciava in una gremita conferenza stampa la scoperta del Lupercale, la mitica grotta ai piedi del Palatino dove Evandro avrebbe istituito il culto al Dio-Re Fauno-Luperco e dove sarebbero stati allattati Romolo e Remo.
 Scoperta a dir poco clamorosa ma che fin da subito a lasciato molto perplessi, l’archeologia a tempi spesso molto lunghi di ricerca e studio e annunciare una scoperta di questo prestigio con a disposizione solo qualche fotografia (nessuno è potuto entrare fin ad ora nella struttura) lasciava parecchi dubbi. Persino Andrea Carandini, in genere molto propenso a farsi prendere dall’entusiasmo quando in gioco ci sono le origini dell’Urbe, ha subito smorzato i toni trionfalistici.
  La più accurata analisi fatta dall’ex-sovrintendente Adriano La Regina, pur con la scarsa documentazione disponibile, ha gettato una doccia fredda sui primi entusiasmi. La collocazione della struttura non coincide con quello che sappiamo del Lupercale (posto sotto il tempio di Vittoria e non di quello di Apollo, come ci informa Dionigi di Alicarnasso) ne con le vicende storiche del sito (in uso fino ad età tardoantica mentre la struttura trovata sembra sigillata dalla costruzione della Domus Augustana in età Flavia).
  Cosa si è trovato, è presto per dirlo, quello che vi vede è una volta ricoperta da un sontuoso mosaico in tessere lapidee, vitree e conchiglie probabilmente pertinente ad un ninfeo. Lo stile ricorda quello di alcune volte della Domus Aurea e questo sembrerebbe indicare verso una datazione ad età neroniana. La Regina ipotizza un ninfeo del primo palazzo di Nerone, la Domus Transitoria, i cui resti sono stati identificati sotto i palazzi flavi. Solo lo scavo potrà chiarire gli infiniti problemi aperti dalla scoperta.
  Le strutture scoperte appaiono di livello eccezionale, non fosse altro per lo strepitoso livello artistico anche se il trionfalismo degli annunci iniziali potrebbe lasciare un po’ di delusione nell’opinione pubblica, troppo sensibile al fascino della scoperta sensazionale. Il presunto “lupercale” potrebbe servire da lezione per il futuro, specie nei confronti delle autorità, insegnandole ad attendere le conferme della ricerca prima di lasciarsi trascinare in annunci sensazionali con il rischio di incorre in non invidiabili figure.

Ninfeo Palatino

 

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Come ogni hanno sono cominciate le festività di fine anno con il loro seguito di insopportabile melassa, buonismo di maniera, invasione mediatica delle gerarchie vaticane ed esasperato consumismo.

  Ma è anche l’occasione per riflettere sulle ragioni per cui queste festività continuino ad essere così radicate nell’immaginario collettivo. La ragione mi pare spiegabile alla luce di una tradizione antropologica profondamente radicata in tutto l’emisfero boreale. Questi sono fondamentalementi i giorni del solstizio d’inverno con tutto il carico di inquietudine che questo momento dell’anno ispirava alle popolazioni primitive. Nei giorni più corti dell’anno quando le tenebre della notte sembravano vincere sulla luminosità del sole e si temeva che l’astro potesse soccombere per sempre, i confini fra il mondo dei vivi e dei morti sembravano più labili e il mondo tenebroso della notte sembrava poter prevalere, gli uomini crearono una serie di riti finalizzati ad esorcizzare questo momento di passaggio  il cui ricordo sopravvive ancora nel folklore locale, nelle vallate alpine come nei Carpazi o in Scandinavia.

  Le religioni antiche avevano in queste date un momento essenziale della propria ritualità. Momento in cui convivevano le pratiche di esorcismo sciamanico  (come nei Saturnalia) o l’esaltazione del potere invincibile del sole (il 25 dicembre DIES NATALIS SOLIS INVICTVS in cui romanizzava l’eredità iranica del culto di Mithra e quella siriaca di El Gabal).

 Questo paganesimo naturalistico, ad un tempo timoroso nell’attesa e gioioso nel festeggiare la vittoria della luce è continuato ben oltre la fine del mondo antico, specie in quelle terre rimaste ai margini dell’occidente cristiano. Nel medioevo i rituali vichinghi della Yule e dell’esaltazione di Freja/Frigg signora della primavera, della vita e dell’amore )e quindi della fecondità naturale), ed in tempi più  recenti le koljadki, le canzoni che i contadini russi e ucraini intonavano la notte di Natale, peregrinando di Izba in Izba (o di Chata in Chata) in cui si continuavano ad invocare le antiche divinità solari del paganesimo slavo cui ancora Puskhin e Gogol poterono assistere.  Una tradizione così profondamente radicata nel subconscio delle genti europee non è mai stata sradicata. Il cristianesimo se me semplicemente appropriato rivestendone le formei. In fondo nulla di più facile per una religione che in quel subconscio affonda le sue radici e che di fatto rinnova con un processo di pseudostoricizzazione la grandi tradizione mediterranea della morte e rinascita di Dio, metafora di cicli stagionali e poi agricoli (Osiride, Tammuz, Adon, Baal ed appunto Mithra-Sol).

  La fortuna nel Natale sta proprio in questo profondo radicamento alle origini della civiltà europea che non è cristiana ma profondamente ancorata al suo retaggio pagano solo ricoperto di una (leggera) verniciatura cristiana che non riesce a sopprimerne l’originaria forza vitale.

Mithra
 
 
 

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Delenda Carthago

  Qualche considerazione su un tema che mi è molto caro, la romanizzazione, specie quella dell’Africa romana. Riflettere sull’imperialismo romano e sulla sua fortuna, unica nella storia, è  riflettere su un idea di Impero che ha avuto infiniti epigoni e nessun successore.

  Il caso africano è emblematico. La fine della guerra annibalica (il 146 a.C. è per molti aspetti una mera conseguenza) segna per l’Africa un autentica boccata d’aria fresca. L’eparchia cartaginese, come tutti gli Imperi mercantilistici, si esplicava con un monopolio economico al limite dello strangolamento, con gli alleati-sudditi totalmente dipendenti dalla metropoli; un modello che nella storia ha avuto numerosi esempi – da Atene a Venezia agli odierni Stati Uniti- e che nel caso cartaginese si configura con particolare durezza.

   Per le città africane il dominio di Roma si configura come una ventata di libertà, i mercati si aprono, la cultura si può esprimere liberamente. Quale cultura? Qui sta forse l’elemento essenziale, non la cultura romana – che in Africa richiederà secoli per affermarsi e non lo farà mai totalmente – ma quella punica. Tolta la cappa del monopolio mercantilistico cartaginese la questa si afferma e diffonde, crea le suo opere più significative, conquista nuovi spazi, impregna di se le comunità indigene; gran parte delle testimonianze di arte monumentale punica si datana a partire da questo momento.

  Romanizzazione e punicizzazione proseguono insieme, due facce della stessa medaglia. Il fenomeno è in qualche modo il manifesto della fortuna di Roma, un imperialismo che non si afferma imponendo se stessi sui vinti, ma integrando le culture indigene, favorendone lo sviluppo, acquisendone gli aspetti migliori. Rispetto ai regni ellenistici caratterizzati da una sostanziale spaccatura fra corte e paese, fra greci e indigeni; Roma integra i locali che vedono nel nuovo regime un’occasione di affermazione. Aveva ragione Elio Aristide sul fatto che la grecità giunge al suo massimo sotto il dominio romano, quando nell’impossibilità di ogni azione militare, la rivalità poliade venne ad esprimersi con la volontà di superarsi in bellezza e cultura. Il discorso riguarda il mondo greco ma è facilmente ampliabile a tutte quelle realtà, come appunto l’Africa, in cui un sistema urbano avanzato permetteva lo sviluppo di fenomeni simili.

  La fortuna di Roma è soprattutto questa capacità di creare sincera partecipazione, nel proporre un modello adattabile alle diverse realtà socio-culturali e lasciare che siano gli indigeni a farlo proprio anziché imporlo sulla forza. I tragici fatti del 146 a.C. non cambiano il quadro, le città africane poste di fronte alla decisiva scelta di campo fra Roma e Cartagine scelgono la prima, marinai e (forse) soldati punici combattono al fianco dei romani contro i cartaginesi. Roma vince la propria sfida ponendo una sceltà fra l’identità, ancorata al passato, e la speranza nel futuro. Gli africani rispondono scegliendo la seconda. Roma a potuto dominare il mondo soprattutto per questo, perché ai popoli conquistati ha saputo donare la speranza senza chiedere il sacrificio dell’identità. E questo non è più riuscito a nessuno nel corso della storia.   

 
Dougga. Mausoleo numidicoTanit leontocefala
 
Due esempi di arte punica eseguiti durante il dominio romano. Mausoleo principesco numida a Dougga e statua di Dea leontocefala (Tanit) da Thinnissut.
 
 
 

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Addio ad una grande dimenticata

Anno orribile quello che si chiude, scandito da una interminabile sequenza di lutti. La scomparsa di Luciano Pavarotti ha profondamente colpito tutti ma per chi ama l’opera – ed in generale la musica – non sono stati meno tristi gli addii di Regine Crespin, Beverly Sills, Nicola Zaccaria, Jerry Hadley.

    Dedico questo spazio al ricordo di una grandissima che ci ha lasciato, e che mi preme particolarmente ricordare perchè ingiustamente dimenticata nelle sue straordinarie doti artistiche e per il suo ruolo nella riscoperta di un repertorio dimenticato.

  Il 4 dicembre è scomparsa ad 83 anni Zara Dolukhanova, mezzosoprano russo di origine armene purtroppo quasi sconosciuta in occidente.

  A partire dagli anni 40 la Dolukhanova fu la principale protagonista della riscoperta del canto rossiniano, specie di quello serio, ben prima che in occidente si assistesse a fenomeni analoghi. Tecnica perfetta, ottima dizione italiana (anche se spesso le opere sono eseguite in russo), pertinenza stilistica non comune in quegli anni ne fanno una rossiniana di riferimento. Superiore alla Barbieri e alla Simionato in questo repertorio è stata sicuramente l’interprete più prestigiosa avanti l’era Horne.

  Certe variazioni, certi passaggi di coloratura possono sembrare strani al nostro gusto di moderni ma non si può ignorare che essi non sono frutto di un arbitrio ma l’eco diretta di una prassi esecutivo risalente alla metà del XIX secolo che l’isolamento della cultura russa ha miracolosamente preservato intatta fino a tempi relativamente recenti, comunque sufficienti ha garantirne una testimonianza discografica.

  Certe soluzioni non saranno quelle originarie ma sono molto prossime, se non analoghe, a quelle in uso a partire dalla metà del secolo e che Rossini ha sicuramente ascoltato. Se il primo ascolto può destare sorpresa bisogna rendersi conto del valore documentario di queste prove.

  Mi premeva ricordare la scomparsa della Dolukhanova e spero sia, per chi leggere queste poche righe, l’occasione per scoprire, o riscoprire, un’artista straodinaria ed ingiustamente dimenticata.

 
"Donna del lago" in russo
 
 
Zara Dolukhanova
 
PS Gli ascolti sono tratti da http://ilcorrieredellagrisi.blogspot.com/
 
 

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Mild und leise

Mi ero ripromesso di non commentare il "Tristan und Isolde" scaligero, per il motivo che non ho potuto assistervi di persona ma il "bidello del Walhalla" che alberga in me mi inpedisce di trattanermi di commentare almeno alcune soluzione dell’allestimento, che ho trovato molto discutibele.

  Se l’intera regia non mi è piaciuta (tremendi i costumi stile peggior brechtismo anni 70) e sul finale che voglio concentrarmi in quanto Chereau ha compiuto un capolavoro di kitsch operistico destinato a passare agli annali.
   Isotto muore d’amore, "de tendeur" per usare l’espressione dei romans medioevali. Wagner trasforma questa morte nel più luminoso lieto fine della storia dell’opera. La morte di Isotta è la vittoria dell’Amore perfetto sul mondo e sulla materia, è un’autentica teofania in cui il divino mostra la sua sconvolgente e salvifica potenza agli umani. Isotta non muore, si trasfigura nel senso religioso del termine (il "Tristan" è la celebrazione di una religione erotica e pagana ma non per questo meno sacra) e nel trasfigurasi redime l’umanità dai suoi limiti, la fonde al divino, innalzandola al livello di questo.  
  Appare immadiato il paragone con Arianna, "la pura", la "signora dei morti", che supera la sua stessa natura a contatto con la scintille vitale di Dioniso, il signore della vita per antonomasia. Scintilla vitale che si esprime nella forza dell’Amore.
  Isotta non muore, si trasforma, si trasfigura superando i limiti del tempo e dello spazio. In scena è praticamente impossibile rappresentare tanta sublimità. A mio parere Isotta non può che scomparire nelle tenebre o nella luce (in entrambi casi simbolo del passaggio di stato).
  Cosa centri tutto ciò con la sanguinante Isotta scaligera, più prossima a Dario Argento che a Wagner personalmente non sono riuscito a capirlo. Forse voleva essere un effetto realistico, un voler dare corporeità alla morte della protagonista (solo morte, in quanto nulla sembra esserci della componente sacrale) ma l’effetto è stato fra le cose più infelici che mi sia capitato di vedere su un palcoscenico, specie a confronto con la straordinaria tensione emotiva trasmessa da Baremboin e nobilmente retta, nonostante innegabili limiti  dalla Maier.  Allego il filmato della rappresentazione scaligera.
 
 
 
 
    
 

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   Il teatro Regio di Torino ha allestito, con molta intelligenza, un insolito titolo di Paul Dukas, compositore francese noto solo per il poema sinfonico "L’apprendista stregone" immortalato in un celebre lavoro disneyano, "Ariane et Barbe-Bleue" su libretto del simbolista belga Maeterlink.
  Nella mani del drammaturgo belga l’originaria favola di Perrault si trasformo in una cupa leggenda neogotica non priva di  suggestini psicanalitiche. Dukas riveste l’incomprensibile, e per molti versi assurdo ,libretto di una musica di grande impatto. Splendida nell’orchestrazione di wagneriana memoria e solo un pò troppo statica nel canto, un declamato continuo prossimo a quello di Debussy.
  L’intero peso dell’opera è sulle spalle della  protagonista, eroina di un’ideale di libertà destinato ad infrangersi di fronte all’ostinata determinazione delle mogli di Barba Blu incapaci di sfuggire alla prigionia che le è, o si sono, imposte. La parte è di folle difficoltà, estremamente lunga (di fatto è in scena tutta l’opera) e alle prese con un’orchestra di rara potenza sonora. Dopo il ritiro di Sonia Ganassi, che ha intelligentemente rinunciato alla parte, il Teatro Regio si è rivolto a Kristine Ciesinski , soprano drammatico francese sorella di Katrine Ciesinski che incise l’opera negli anni novanta. La cantante ha numerosi problemi: la voce è usurata, il registro acuto manca di squillo, l’intonazione non è impeccabile; gli va però riconosciuto il merito di aver portato a termine, in modo più che dignitoso, l’impevio compito.
  Il protagonista maschile ha, di fatto, poche frasi alla fine del primo atto, Marcel Vanaud non ha l’imponenza fisica richiesta dal ruolo (specie di fronte alla giunonica figura della Ciesinski) e la parte è troppo breve per poterlo valutare. Nadine Denize, gloria dela canto francese, affrontava la parte della Nutrice ma ormai non è nemeno più l’ombra di se stessa. Buono l’insieme delle mogli di Barba Blu con una punto in alto, la squillante Ygraine di Daniela Schillaci (per altro molto avvenente) ed una in basso, la modesta Sélysette di Sophie Pondjiclis.
  Di buona routine la direzione di Villaume e splendida la prova del coro.
  Delude invece la regia della Ory che dell’opera non coglie ne l’aspetto neogotico-decadente ne quello psicanalitico. Scene modernizzanti alquanto inespressive, qualche bell’effetto (preludio, finale secondo), ma tante occasioni mancate (che tristezza le luci fisse all’apertura delle porte del primo atto), specie di fronte alle enormi possibilità che l’opera consente al regista. Splendidi i costumi femminili di gusto fra il classico e l’orientale rivisto in chiave liberty, di contro  quelli maschili apparivano particolamente scipiti(orribile quello vagamente maoista di Barba Blu).
  Un’edizione sicuramente con molti difetti ma comunque importante per riportare sulle scene italiane un titolo che mancava da ben 32 anni (Trieste 1975) e che presenta numerosi elementi di interesse.
 
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