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Archive for gennaio 2008

  A riguardo di quanto successo la scorsa settimana alla Sapienza riporto le parole del Professor Odifreddi che esprimono pienamente il mio pensiero in modo molto più chiaro ed efficace di quanto sarei in grado di fare io. Mi sento molto onorato di far parte dello stesso Ateneo – seppur diversa facoltà – di una delle menti più lucide e brillanti dell’Italia di oggi.
 

Piergiorgio Odifreddi sulla vicenda della Sapienza

Tutta questa vicenda ha il sapore di una gran furbata». Piergiorgio Odifreddi non è solo un matematico impertinente. È anche un polemista amante del paradosso, degno membro dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, irriducibile laicista autore di un libro dal titolo anticrociano e provocatorio: Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici). Odifreddi, ci spieghi meglio la sua idea. «Semplice: il Papa, che si rivela molto furbo, è riuscito a rigirare la frittata. Ha trasformato il dissenso di 67 professori e poche centinaia di studenti nel tentativo di censurarlo. E i media lo hanno seguito a spron battuto. Ma io penso che il caso La Sapienza non sia che un seguito di ciò che è avvenuto con il referendum sulla procreazione assistita: trasformare una posizione di debolezza in forza, e una situazione avversa a proprio vantaggio». Resta però il fatto che il Papa non ha potuto parlare di persona alla Sapienza… «Già, ma è stata una sua rinuncia. Non mi si venga a dire che qualche studente e professore, che avranno pure il diritto di dissentire e manifestare, fossero pericolosi: la situazione era sotto controllo, non c’erano rischi per il Pontefice. La verità è che al di là del suo tratto umano questo è un Papa reazionario, polemico, che cerca la rissa con tutti: prima gli islamici a Ratisbona, poi gli amministratori locali a Roma…». […] E come interpreta allora le manifestazioni di solidarietà espresse in piazza San Pietro? «Un’adunata oceanica, per un Papa fascista come Pio XII. Comunque, il Vaticano è uno Stato estero, e in quei confini possono fare ciò che vogliono; è fuori che mi dà fastidio quando vogliono imporre la loro presenza. E trovo scorretto che ieri in piazza ci fossero anche esponenti istituzionali come il vicepremier Rutelli: il suo ruolo pubblico glielo impediva, come ben sa Prodi che è un cattolico adulto. Basti pensare che persino De Gaulle si rifiutava di fare la comunione in pubblico, per non rappresentare solo una parte dello Stato: questo è essere laico. Senza commistioni sgradevoli». Ma come può definire fascista chi proprio ieri ha ribadito i princìpi di libertà, tolleranza e fraternità che l’ispirano, ivitando a «essere sempre rispettosi delle opinioni altrui»? «C’è un equivoco di fondo: il Papa si presenta come un accademico, ma la teologia non è materia di studio nelle università laiche, non ha statuto scientifico. C’è un fossato tra la teologia e la scienza, che è l’unico sapere assoluto, nello spazio e nel tempo, con un linguaggio e un metodo matematico universalmente riconosciuto (si pensi a Pitagora), che procede per dimostrazioni e verifiche sperimentali». Ma la teologia è limitrofa alla filosofia, insegnata ovunque… «Già, ma questo papa ha riferimenti un po’ confusi: quando a proposito di Galileo ha citato Feyerabend, campione del relativismo assoluto, mi è venuto un colpo. Ma come, proprio lui, che si scaglia contro il relativismo male del secolo? Ma ormai, anche i più importanti filosofi laici, da Cacciari a Severino, son diventati tutti papisti, e pontificano troppo, soprattutto di scienza, senza competenze. Il problema è la battaglia tra scienza e religione, saperi che si presentano come assoluti. Ma mentre tutti usano la scienza, il cattolicesimo è una minoranza nel mondo».

 

Fonte www.uaar.it

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  Il nuovo anno si apre con un altra dipartita, particolarmente dolorosa trattandosi di un giovane tragicamente scomparso. Dopo una grave malattia ci ha infatti lasciato ad appenqa 55 anni Sergeji Larjin, tenore lettone fra le voci più importanti di questi ultimi anni rimasto attivo fino alla fine nonostante le precarie condizioni di salute (stava per iniziare a Bruxelles una nuova produzione di "Fedora").

  Larjn è stato in questi anni tanto difficili per la vocalità tenorile un punto di riferimento, una sicurezza per tante produzioni. Una carriera fatta di presenze importanti nei maggiori teatri del mondo in un repertorio: Verdi, la giovane scuola italiana, l’opera russa, certi titoli più spinti del repertorio francese, dove la penuria di voci si è fatta negli anni sempre più evidente: Calaf, Don Alvaro, Don Carlo, Don José, Loris, Cavaradossi, Maurizio di Sassonia, ma anche il falso Dmitrji, il principe della "Rusalka" di Dvorak, Andreji, Lenskji

  Privo di una voce di per se importante, Larjn compensava questo limito con un’innata musicalità, una grande raffinatezza nel porgere, un attento studio dei personaggi. Abbastanza trascurato dalle case discografiche – mi ricordo solo una strepitosa incisione di "Mazeppa" sotto la guida di Neeme Jarvi – e stato in compenso grande protagonista sui palcoscenici di tutto il mondo con una innegabile preferenza per quelli italiani. Dalla Scala dove salvo il "Don Carlo" innaugurale di qualche anno fa subentrando al disastroso Pavarotti della prima a Genova, Torino, Parma, Roma.   La scomparsa di Larjn mi commuove particolarmente,  e non solo per la tragicità delle circostanze. Ho avuto la fortuna di ascoltarlo diverse volte – per l’esattezza in "Fedora" con Mirella Freni, "Don Carlo", "Evgenji Onegin" e "Boris Godunov" -, e ne serbo piacevole ricordo, è stato il primo tenore importante ascoltato dal vivo, il protagonista di splendide serate che ricordano alcuni dei – pochi – momenti felici da me vissuti per ragioni sia musicali che personali. Una scomparsa che mi addolora profondamente per ragioni sia artistiche che umane

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   La recente crisi dello smaltimento rifuiti deve farci riflettere  non tanto sui problemi strutturali della Campania, che speriamo vengano presto risolti il prima possibile ma generalmente sulla causa principale dii questi problemi, l’organizzazione stessa della nostra società.
  Mi ricordo una battuta (mi sfuggono il nome dell’autore e le esatte parole e me ne scuso) il cui senso era sostanzialmente: il mondo e le sue risorse sono limitati chi crede in una crescita infinita in un mondo finito o é folle o é un economista. Purtroppo l’idea di progresso costruita negli ultimi decenni porta ad uno sviluppo economico costruito sul consumo forzoso delle risorse naturali ponendo le basi del suo stesso fallimento.
  Pensate a quali sono i simboli della nostra epoca: gli egiziani hanno lasciato le piramidi, i greci templi e teatri, Roma si autorappresentava in fori e anfiteatri, l’Europa medioevale si coprì di cattedrali e quella moderna di regge e palazzi. Il mondo contemporaneo si autorapresenta nei centri commerciali. Simbolo di una società che ha fatto dell’economia la sua stessa ragione di esistere cui la politica, il sacro, la cultura, sono sistematicamente sottomesse.
  I centri commerciali incarnano questo perverso modello di sviluppo – spesso devastante per lo stesso tessuto socio-economico che li ospita ma su questo ritornerò un altra volta – basato sul consumo portato all’estremo, allo spreco sistematico. Non sorprendiamoci se poi le nostre città si riempiono di rifiuti, questi sono l’inevitabile conseguenza dell’attuale modello dominante. Napoli è solo il prologo di quello che nei prossimi anni potrebbe essere tutto il mondo occidentale.
  Cosa fare? Sarebbe facile rispondere modificare il nostro modello socio-economico, ma questo richiede trasformazioni di lungo corso per le quali – forse- non vi è più tempo. Non resta che impegnarci tutti per limitare gli sprechi eccessivi, non basta ma può essere molto. Se l’iniziativa deve partire dalla classe dirigente con manovre a favore dell’utilizzo di materiali biodegradabili e riciclabili, fermando l’evoluzione esponenziale degli incartati ormai giunta a livelli parossistici, così come il proliferare dei grandi centri commerciali responsabili di tanto degrado economico, naturale e sociale. Solo la disponibilità dei cittadini a qualche piccolo sacrificio per il bene comune può contribuire a migliorare veramente la situazione.
  Cosa intendo con piccoli sacrifici: il rinunciare a qualche comodità frivola per evitare l’aumento eccessivo dei consumi. Piccole cose come andare a fare la spesa portandosi uno sporta da casa anziché ricorrere alle borse di plastica (autentica piaga ambientale), preferire prodotti che utilizzano contenitori riciclabili, rivolgersi – se possibile – a piccioli negozianti o a produttori saltando i ripetuti passaggi della grande distribuzione. Con il tempo sarebbe opportuno ritornare alle bottiglie in vetro per l’acqua minerale con la rendita dei vuoti (io me lo ricordo ancora quand’ero piccolo, non è un sacrificio insostenibile), ai prodotti sfusi o almeno con un unico incarto, ad una più efficace distribuzione dei prodotti a livello locale riducendo i trasporti e con essi inquinamento e lievitazione dei costi.
  Solo l’impegno di tutti può evitare di trasformare il mondo in un’immensa discarica dove, come oasi nel deserto, compariranno le rovine dei centri commerciali, vestigia della cattedrali di un mondo di spreco capace solo di produrre rifiuti.

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Rivedere la legge sull’aborto? Certo, ma per renderla più efficiente
Hanno ragione Ferrara e Bagnasco: la legge 194 non è intoccabile e, anzi, andrebbe corretta. Ma solo per aggiornarla. Gli atei italiani, ribadendo il loro pieno disaccordo a ogni politica proibizionista sull’aborto, invitano a un dibattito sereno per rivedere i termini della legge 194: «è una legge di trenta anni fa – ricorda Raffaele Carcano, segretario della Uaar – e non si può non tenere conto che da allora sono cambiate diverse cose».
Quando la legge fu scritta, prosegue Carcano, non esisteva la pillola abortiva Ru 486 e non esistevano alternative all’intervento chirurgico. E poi non si poneva in modo drammatico il problema delle donne immigrate, spesso prive di un’informazione e di un sostegno adeguato. L’Uaar chiede che si tenga conto di tutto questo e chiede anche che si abolisca l’obiezione di coscienza per i medici che rifiutano: «l’obiezione aveva un senso nel 1978 per garantire i medici cattolici che erano in ruolo al momento dell’introduzione della legge – precisa Adele Orioli, responsabile delle iniziative giuridiche della Uaar. – Ma oggi è assurda quanto la protezione di un pacifista che volesse essere assunto dall’esercito». Senza contare che, dove abbondano gli obiettori, gli ospedali hanno difficoltà ad assicurare il servizio.
L’Uaar chiede altresì la piena attuazione del «diritto alla procreazione cosciente e responsabile», riconosciuto dalla legge, per cui occorre garantire la presenza capillare di consultori pubblici sul territorio italiano, assicurando un accesso sicuro alle giovanissime e alle donne straniere. Infine, chiede di rafforzare la prevenzione: «le politiche governative a favore della contraccezione sono insufficienti» – conclude Carcano – «e le ripetute segnalazioni di ospedali e farmacie che rifiutano la somministrazione della pillola del giorno dopo, senza che il ministero intervenga in alcun modo, sono indegne di un paese civile».

Fonte: www.uaar.it 

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  E’ triste aprire il nuovo anno con un nuovo lutto, l’ultimo della lunga serie che ha colpito nel 2007 il mondo musicale. Come già fatto per Zara Dolukhanova mi sembra giusto dare almeno un ricordo ad un grande artisti, molto poco ricordato nonostante la sua importanza storica.
  Il 30 dicembre scorso ci ha lasciato il tenore Lajos Kozma, ungherese di nascita, italiano per scelta e carriera. Allievo di Tito Schipa, ultimo erede di una grande tradizione di tenori leggeri magiari (su tutto Kolomon von Pataky) Kozma si è distinto per l’innata eleganza del canto e l’intelligenza delle scelte musicali che hanno caratterizzato la sua carriera carriera dove al fianco del repertorio tradizionale – fu Edgardo in una nota versione cinematografica della "Lucia di Lammermoor" al fianco di Anna Moffo – vi è sempre stato ampio spazio per il repertorio contemporaneo (grandissimo interprete dell’"Oedipus Rex" di Stravinskji sotto la bacchetta di Claudio Abbado) e soprattutto per quello barocco.
  Proprio in quest’ultimo appare appieno l’importanza di Kozma, fra i maggiori protagonisti di quella stagione, a cavallo fra anni sessanta e settanta, che vide la nascita di un nuovo modo di accostarsi al repertorio antico; fra le altre rimane indimenticabile la sua partecipazione alla ripresa dell"Orlando Furioso" di Vivaldi con la direzione di Scimone al fianco di colleghi quali M. Horne, L. Valentini-Terrani, S. Bruscantini , V. de los Angeles.
  Fra tutti i ruoli affrontati è sicuramente il personaggio di Orfeo quello che si lega inscindibilmente al nome di Kozma, sia nell’opera gluckiana di cui affronto la versione tenorile sia – e soprattutto – in quella di Monteverdi  di cui è stato il primo interprete attendibile. Prima con l”esecuzione romana (alla RAI nel  1967) e poi con la celebre incisione in studio sotto la guida di Nikolaus Harnoncourt, il tenore ungherese ha saputo offrire una lettura di grande musicalità e di notevole rigore stilistico, ancor oggi attuale, e soprattutto capace di cancellare di colmo gli sperimentali tentativi delle riprese precedenti rivelando pienamente l’affascinante natura del canto monteverdiano.
   Basterebbero quelle prove per ritagliare per Kozma un posto di rilievo nella storia del canto  e per farne uno dei maggiori protagonisti di quella rinascita barocca cui tanto devono molti fra i maggiori interpreti di oggi.
  Spero nei prossimi giorni di poter inserire qualche ascolto.

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