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Archive for marzo 2008

Primo Vere

   Equinozio di primavera, un giorno speciale che tutte le culture hanno evidenziato, momento centrale di tutte le liturgie, di tutti i rituali. Giorno consacrato alla rinacita, proiezione mitologico-religiosa del rinnovamento della natura, culto agrario ancestrale ovunque diffuso. Quest’anno la quasi concomitanza fra questa giornata così particolare e la Pasqua cristiana impone una riflessione.
  Se infatti la Pasqua ebraica, tutta storica e umana, momento fondante di un’identità storico-culturale, appare come fenomeno unico e originale, di straordinaria pregnanza simbolica, quella cristiana si limita a fornire di un nuovo racconto mitico all’eterno culto del rinnovamento naturale.
  Se in Egitto a morire e risorgere e Osiride nelle culture semitiche del Levante questo ruolo sarà destinato ad una particolare figura divina, un Dio giovane, un Dio figlio, rappresentazione delle forze agenti della divinità contrapposte alla realtà immanente, quasi astratta della divinità paterna. In Oriente come in Egitto rimarrà centrale il ruolo della deità feminile, necessaria tanto alla rinascita-rinnovamento del Dio quanto alla successiva morte e resurrezione di questi. Il mito si codifica in Mesopotamia con il tema della rinascita di Tammuz e del viaggio uiltramondano di Isthar, ma si diffonde ovunque, in area semitica come indoeuropea (il culto luvio di Attis e Kubala-Cybele).
  L’area siro-palestinese è ricca di queste tematiche. Il tema della morte di Baal, del suo viaggio ultramondano e della vittoria sulla stessa Morte compare già nei poemi di Ugarith e si ritrova – variato più nei dettagli che nella sostanza – nella Parousia infernale di Cristo, secondaria per i cattolici ma di centrale importanza nel mondo ortodosso dove i riti del sabato hanno una forza sconosciuta in occidente. Il Baal di Sidone Adon vive un’analoga esperienza e anche qui è centrale il ruolo fenminile incarnato da Astarte. Nel mondo punico d’occidente la morte e resurrezione di Baal sarà garantita da Tanith, vergine e madre, ctonia e urania ad un tempo. Il racconto cristiano riduce il ruolo femminile (come per altro più marginale era ad Ugarith) ma non lo annulla, al fianco della Croce è Maria, ad un tempo vergine e madre, come Tanith, e come originariamente anche Inanna-Isthar-Astarte, ultima proiezione delle grandi Dee d’Oriente.
  L’Europa conosce da sempre riti analoghi, non solo i culti d’Oriente si diffondono al di qua del mare e i giardini d’Adone coprivano di effimero splendore la case di Cipro e di Grecia, ma nelle più profonde radici della cultura europea troviamo analoghi miti. La Grecia ci dona forse il più nella sua sincera umanità, nel suo trasmettere la commozione più profonda e la gioia più irrefrenabile, nel far palpitare l’intero creato con l’animo di una madre. Il mito delle ratto di Persefone, della disperata ricerca della figlia da parte di Demetra fina al ritorno di Kore, che nella sua ciclicità riassume nell’amore materno l’intero ciclo del creato. Persefone è la sintesi più bella di tutti i miti di morte e rinascità, capace di unire in se tutte le istanze, Vergine eterna (come indica il nome di Kore che spesso la indica) e sposa regale, regina dei morti e forza irrefrenabile da cui scaturisce la vita.
  Possa chi leggerà queste righe vivere in letizia questi giorni, i più belli dell’anno, con qualunque nome li voglia indicare e sempre la celebrazione dell’irrefrenabile forza della vita che tutti ci avvolge.
  Vi lascio con gli splendidi versi che chiudono l’Inno Omerico a Demetra.
  Orsù, voi che regnate sulla terra di Eleusi, odorosa
                d’incenso
  su Paro circondata dal mare, e su Antrone rocciosa,
  o Demetra, dea veneranda, apportatrice di magnifici
                doni
  tu con tua figlia, la stupenda Persefone,
  benigne premiate il mio canto con la prosperità che rallegra
                il cuore.     
 
C. Orff. "Carmina Burana". Primo vere. Direttore S. Ozawa, baritono T. Allen.
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   Ha ancora un senso celebrare l’8 marzo? O almeno, lo ha ancora nei nostri paesi occidentali? Questa domanda sorge spontanea in occasione di queste celebrazioni ma in questo caso la risposta non può che essere una: Si, più che mai si.
  Questi anni sono stati caratterizzati da una sistematica offensiva contro le libertà civili di cui le donne sono state le prime vittime. Questo non solo in paesi di cultura altera rispetto alla nostra, le cui realtà sono difficilmente giudicabili con i nostri parametri socio-culturali anche se sembra evidenti come in molto casi si assista ad un profondo scollamento fra l’autorapresentazione che queste società vogliono darsi – spesso legate a concezioni religiose fortemente maschiliste – e la fortissima spinta di progresso che viene dalla società civile di cui le donne sono generalmente le maggiori protagoniste (emblematico in tal senso il caso iraniano); quanto nel nostro stesso mondo occidentale e – purtroppo – soprattutto nel nostro paese.
  Appaiono sempre con maggior decisione tendenze finalizzate ad un progressivo assoggettamento delle classi subalterne, ad un appiattimento culturale che vuole annullare il libero pensiero in una totale passività che annulla l’individualità nel nome di un individuo-massa dominato dai poteri forti che controllano la società. Particolarmente inquietante la saldatura fra le forze più retrive del mondo cattolico e le frange iperliberiste di quello economico-imprenditoriale accomunate da questa volontà di dominio. Dominio sulle menti e sui corpi che si esprime con fortissime pressioni specie su quella parti della società ritenute meno atte a difendersi: i giovani (con forme di sfruttamento semi-servile attraverso il precariato), i migranti, gli omosessuali (é sotto gli occhi di tutte l’affermarsi di ideologie razziste ed omofobe estremamente violente), ed appunto le donne.
  Negli ultimi anni in Italia si è assistito ad una indegna offensiva contro la libertà delle persone e contro i diritti delle donne: prima l’infame legge sulla fecondazione asistita, ora gli ancor più indegni tentativi contro la legge 194, espressione di un’unica volontà da parti di poteri terzi – la Chiesa cattolica e una classe politica totalmente prona ai voleri d’oltretevere – di negare alle donne persino la libertà di gestire il proprio corpo, persino l’essenza stessa del loro essere donna, il miracolo della maternità.
  L’attacco dei diritti ai donne, il disprezzo della dignità femminile offesa e calpestata ogni giorno, è la prima fase di un’offensiva oscurantista che vuole dominare l’intera società. La battaglia per i diritti delle donne e la battaglia di tutti, è la trincea più avanzata su cui si combatte il destino del mondo. Destino che è in mano alle donne, le sole che possano creare seriamente un mondo nuovo, migliore, più libero. La ricorrenza dell”otto marzo serve a questo, a richiamare l’attenzione su queste problematiche così decisive per il futuro di tutti. Quanto sarà felice il mondo quando non avrà più bisogno di queste ricorrenze.
 

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   I testi evangelici, caratterizzati da una sistematica degradazione della dinastia asmorea, presentano la danza di Salome come un’accondiscenza della principessa alla lussuria del patrigno. In realtà ci si trova di fronte ad un complesso rituale le cui tracce sono attestate in tutto il Vicino Oriente antico (e per questo ancor più inviso agli scrittori biblici in quanto ulteriore elemento di contaminazione della purezza religiosa ebraica).
  L’origine del mito va probabilmente ricercata in Mesopotamia e si lega al mito della discesa agli inferi di Ishtar, in cui la dea si spoglia dei suoi sette indumenti per varcare le sette porte del regno dei morti per riportare in vita Tammuz. Il mito doveva essere oggetto di un’evocazione rituale, una sorta di dramma sacro in cui una sacerdotessa incarnava la parte della Dea mentre il ruolo di Tammuz, il giovane Dio che risorgendo dopo la morte garantiva l’eterno rinnovamento dei cicli naturali, era incarnato dal re.
  Il mito, e gli annessi rituali, devono essersi diffusi nel Levante, profondamente influenzato dalla cultura mesopotamica. Strette appaiono le concordanze con il mito sidonio di Adone risorto ad opera di Ashtarte – spesso identificata con Ishtar – o con il rituale della morte e resurrezzione (Ergesis) di Melqart (Milk qart – il Re della città) di Tiro, momento centrale del calendario liturgico della metropoli fenicia finalizzato a ribadire – allo stesso tempo – l’autorità regale e la fecondità della natura. Inoltre il mito veniva a caricarsi di valenze astrali, con i sette vali chiamati a raffigurare le sette sfere celesti ; in tal senso appare attestato nei rituali egiziani in onore di Iside.
  Secondo Barbara Walker rituali analoghi erano penetrati in Israele. La Dea, raffigurata da una sacerotessa chiamata Salome (Shalom-El, pace di Dio), discendeva agli inferi superando le sette porte iniziatiche – spogliandosi ad ognuna di un velo simbolo delle illusioni fallaci della persuasione umana – fino a svelarsi definitivamente nel Tempio di Jeru-Salem (La casa della pace).
  Lungi dall’essere un volgare spogliarello la "danza dei sette veli" si configura come una profonda esperienza mistica, un complesso rituale destinato a trasmettere, attraverso un rigido e rigoroso simbolismo, esperienze di tipo iniziatico.
  La duplice natura di questa tradizione, fra profondo misticismo orientale e degradazione bliblica, sembra inconsciamente ricomparire nell’opera straussiana dove, il dramma di Wilde – pur con tutti i suoi sublimi preziosismi linguistici – sembra rimanere ancorato alla tradizione biblica mentre la musica di Strauss con il suo iponotico vitalismo sembra aprire alla nostra anima i profondi misteri degli antici culti orientali.

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   Nonostante fossero ben note le gravi condizioni di salute in cui versava a seguito di un agguato subito ad opera di briganti nel 2004 in Kenya, la scomparsa di Giuseppe Di Stefano addolora profondamente, con lui scompare l’ultimo testimone di un’epoca unica ed irripetibile dell’interpretazione lirica.
  Nato a S. Anastasia nel 1921 debutta come Des Griex nella "Manon" di Massent a Reggio Emilia nel 1946, l’anno successiva é alla Scala con lo stesso ruolo. Seguono alcune stagioni in cui affronta si afferma come il maggior tenore lirico della sua generazione.
  Fondamentale per la sua carriera una tourne brasiliana del 1951, in quell’occasione è Alfredo in "Traviata" al fianco di Maria Callas, è l’inizio di una collaborazione destinata a segnare il decennio successivo e a dar luogo ad alcuni degli spettacoli più memorabili del dopoguerra, dalla "Tosca" scaligera del 1952 sotto la bacchetta di Victor de Sabata alla leggendaria "Traviata" del 1955 firmata da Luchino Visconti e diretta da Carlo Maria Giulini, passando per la "Lucia di Lammermmor" che segnò il debutto scaligero di Karajan come direttore di opera italiana.
  Voce tenorile di colore lirico, caldo e ammaliante, sorretta da un temperamento incontenibile capace di compensare anche alcuni limiti tecnici, da una pronuncia semplicemente perfetta, forse unica nella storia del canto lirico e da una assoluta modernità di fraseggio che le ha permesso, specie nel repertorio di "grazia", di superare definitivamente una certa zuccherosa stucchevolezza  degli interpreti precedenti (anche grandissimi quali Schipa e Gigli) e di mostrare pienamente le possibilità espressive di molti ruoli.
 Di Stefano ha saputo affrontare ruoli fra loro diversissimi, da quelli lirico lirico-spinti del repertorio francese e della giovane scuola in cui resta forse inimitabile (Faust, Des Grieux, Cavaradossi, Pinkerton, Turiddu), al repertorio verdiano, al belcanto del primo ottocento ("Elisir d’amore", "Lucia di Lammermoor", "Puritani") fino a parti dramatiche quali Canio, Don Alvaro, Calaf, affrontati sull’onda di uno slancio emozionale capace di suplire i limiti che questo repertorio poteva evidenziare specie in confronto con la vocalità, naturalmente drammatica, di Mario del Monaco, allora depositario assoluto di questo repertorio.
  Temperamente che superava le tavole del palcoscenico per plasmare l’intera figura dell’uomo-artista Di Stefano, sempre pieno di slancio e di passione, trascinato da una irresistibile vitalità che lo ha incessantemente accompagnato fino ai tragici fatti del 2004. Vitalità senpre espressa in ogni aspetto della sua vita, dalla inesausta ricerca di nuove possibilità artistiche (che lo vide protagonista ancora negli anni 80 in importanti parti di fianco quali Altoum nella "Turandot"), alla strepitosa comunicativa che trasmetteva ad ogni intervista fino all’amore per le auto sportive (impagabili gli aneddoti in tal senso che lo vedono protagonista con un altro grande appassionato di motorismo sportivo quale era Herbert von Karajan)
  Di Stefano ci ha lasciati per ascendere al paradiso degli artisti, all’elisio concesso ai dispensatori di bellezza dove, ne sono certo, vi sarà ad accoglierlo Maria Callas, collega ed amica di una vita, per far risuonare fra le sfere celesti l’inimitabile armonia delle loro voci.
 
  
  

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  E’ inutile negare che il principale interesse del nuovo allestimento della "Salome" di Richard Strauss allestita al Teatro Regio di Torino fosse dato dalla regia di Robert Carsen, il geniale e provocatorio regista canadese che tornava nel teatro subalpino dopo i successi raccolti gli scorsi anni. Attese che non sono andate deluse.
  L’aproccio del regista canadese all’opera straussiana presenta numerosi punti di interesse, non tanto nella posticipazione della vicende in un casinò contemporaneo (e nel quale si riconosceva con facilità il Cesar Palace di Las Vegas con gli inservienti in abiti egizi e romani), quanto nella costruzione stessa dello spettacolo, secondo un tratto caratteristico di Carsen.
    A fare da scenario all’opera era infatti un claustrofobico caveau, una prigione metallica nella quale il mondo esterno filtra solo attraverso alcuni monitor, una lussuosa oppressione di una società senza valori, schiava delle proprie ricchezze. In questo carcere eterno l’unico libero è Jokanaan, il portatore di un messaggio diverso. Al suo apparire le pareti metalliche si aprono su un deserto orientale, la natura, la vita, la storia entrano in questo pozzo chiuso in cui il nulla genera i peggiori mostri. I costumi ribadiscono l’alterità di Jokanaan al mondo circostante, ai pacchiami vestiti di Erode e dei suo cortigiani si oppone l’austero abito orientale del profeta, quasi uscito da un dipinto medioevale.
  Oltre al profeta esiste solo un’altro elemento di positività: quello rappresentato da Salome. La principessa è un’adolescente ribelle, viziata e infelice, cresciuta in un mondo corrotto che ha respirato fin da bambina ma alla quale non si sente appartenere e attratta da Jokannan non per semplice capriccio ma per una sostanziale comunanza di fondo nell’odio verso la coppia Erode-Erodiade e nella ricerca di qualcosa di diverso. Per una volta il loro duetto è un autentico duetto d’amore, è la scoperta per Salome che esiste qualcosa di diverso dall’abbiezione in cui è cresciuta.
  E’ praticamente impossibile raccontare uno spettacolo così ricco di idee, spunti, sollecitazioni, pare quindi preferibile concentrarsi su alcuni momenti topici. La "danza dei sette veli" è forse il momento centrale dello spettacolo  risolta da Carsem in modo scioccante capace di rendere lo scandalo della prima. Spinta da Erode a danzare la principessa entra in scena vestita, pettinata e truccata esattamente come la madre, nel momento in cui devo ricorre ad una seduzione squallida – ben diversa da quella spontanea, ingenua, più da bambina piagnucolosa che da donna fatele usata nei confronti di Narraboth – imitata automaticamente la madre ma allo stesso tempo le grida tutto il suo disprezzo. Intorno alla sua danza lasciva, colma di esplicite provocazioni ma di scarse nudita, si scatena un orgia senile che Erode riprende morbosamente con una telecamera – le cui immagini sono proiettate sui monitor di controllo.  Un gruppo di sette vecchia si denuda – in qualche caso integralmente – incapace di contenersi di fronte alle provocazioni della fanciulla. Un orgia inquitante e macabra che ricorda certe pagine di Svetonio, immagine di un’imanità abbruttita e senza dignità (ironicamente potremmo dire rappresentazione della gerontofilia che alberga in tanti melomani, ma qui stò scherzando,ben più pregnanti gli obiettivi del regista)
 Altro momento di straordinario suggestioni il finale, Salome bacia la testa di Giovanni in un autentico momento d’amore, quasi ne assume la forza morale, quel bacio crea una nuova Salome. A quel punto le pareti si aprono, ricompare il deserto di Giovanni in cui Salome – vestita solo di una sottoveste-tunica, totalmente altera rispetto agli altri e in qualche modo prossima alla semplicità di Jokanaa) si addentra, libera dalla prigione in cui è vissuta mentre al grido di Erode "Man tote dieses Weib" i convitati si avventano su Erodiade (per altro il libretto non indica quale donna).
  Uno spettacolo di tale complessità non è facile da portare in porto, a volte viene a mancare una conseguenza logica fra le varie parti del palcoscenico (se durante la danza quello che compare sui monitor è ciò che filma Erode come si spiegano i seni nudi che a tratti compaiono quando Salome rimane in sottoveste e non mostra mai maggiori nudità). In altri momenti il regista si fa prendere la mano e si lascia andare a soluzioni du gusto molto dubbio (due travesti nel quintetto dei giudei che disputano di teologia, gli invitati che palleggiano con la testa del Battista), che non arrivano però a compromettere la forza dell’insieme.
  Ho trovato straordinaria la direzione di Noseda che rinuncia alle esplosioni telluriche ed esalta la rarefatta atmosfera di molti passi, una "Salome" dolcissima ed ipnotica, perfettamente in linea con l’idea che Carsen ha della protagonista. Cast di ottimo livello. Nicola Beller Carbone dona a Salome una voce molto bella, una prescenza scenica ideale ed un notevole talento di attrice, semplicemente perfetta nel delineare una ragazza viziata, sostanzialmente ingenua e infantile nell’uso del suo micidiale potere di seduzione. Vocalmente tende a schiacciare sugli estremi acuti ma in queste repertorio qualche nota non pulita non inficia la riuscita del personaggio.
  Mark M. Doss è uno Jokhanaan nero, vocalmente e scenicamente imponente, dotato di un’innata autorità sacerdotale. Peter Broder delinea un Erode ansiogeno e nevrotico, incapace di reggere le sue responsabilità. La Peckova è un Erodiade volutamente grossolana e sguaiata (personalmente preferisco una lettura diversa del personaggio) ma di grande carisma. Inoltre entrambi cantano molto bene le rispettive parti, cosa non comune.
  Ben delineati – e soprattutto molto ben cantati – lo stupito Narraboth di Jorg Durmuller e il paggio (in questo caso agente di sicurezza) di Manuela Custer, per una volta giustamente virile così che l’affetto che lo lega a Narraboth appare più compagnonage militare che gelosia di un’amante respinta, come troppo spesso capita.
  Spettacolo di grande forza, capace di colpire cuore e mente. Consiglio  a chi avesse la possibilità di andarlo a vedere, ne vale la pena.
 
 
Doss. JokanaanDanza dei sette veli.Carbone. Salome

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