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Archive for aprile 2008

Giornata mondiale contro l’omofobia

Nata su iniziativa di Louis-Georges Tin curatore del Dictionnaire de l’homophobie (Presses Universitaires de France, 2003), si celebra il 17 maggio di quest’anno la II Giornata mondiale contro l’omofobia.
Sono più di 40 le nazioni che aderiscono con varie iniziative alla giornata contro l’omofobia, e lo scorso anno il supporto è arrivato anche dal Parlamento europeo con una Risoluzione sull’omofobia in Europa.
Anche quest’anno prosegue la campagna di sensibilizzazione delle istituzioni (Comuni, Province e Regioni) affinché approvino un ordine del giorno contro l’omofobia.

Quali sono gli scopi pratici di questa Giornata?

Il nostro primo scopo pratico è suscitare iniziative. Potranno assumere forme molto diverse: un dibattitto a scuola, una mostra in un caffè, un’animazione di strada, una trasmissione radiofonica, una proiezione in un circolo di quartiere, una tavola rotonda organizzata da un partito politico, un concorso letterario lanciato da un giornale, una campagna di sensibilizzazione condotta da un sindacato, eccetera. Queste iniziative potranno essere promosse da associazioni LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e trans), da organizzazioni di difesa dei diritti umani, ma anche da cittadine e cittadini di ogni provenienza. In effetti, molte persone che non si interessavano particolarmente all’omosessualità si sentono oggi sempre più coinvolte dal problema dell’omofobia.

Il secondo scopo della Giornata è coordinare e rendere visibili le iniziative. Se hanno luogo lo stesso giorno, saranno più visibili ed efficaci. E se questo giorno diventa un appuntamento annuale, i media e l’opinione pubblica saranno molto più attenti ai problemi sollevati, e potranno osservare meglio i progressi compiuti o il deteriorarsi della situazione. D’altra parte, i coordinatori della Giornata potranno fare un resoconto delle varie iniziative, informare i giornalisti e favorire la collaborazione tra le persone che operano nel campo.

Questo progetto ha un terzo obiettivo: iscrivere la Giornata nel calendario nazionale del maggior numero di paesi e poi, perché no, farla adottare a livello internazionale. Evidentemente è un obiettivo remoto, forse utopistico. Ma il riconoscimento ufficiale non è solo un simbolo – senza contare che i simboli sono, come sappiamo, una cosa essenziale. Esso contribuirà a far durare questa battaglia nel tempo. Permetterà inoltre di mostrare che la lotta all’omofobia non riguarda solo le persone omo-, bi- o trans, ma interessa l’autorità pubblica e la volontà collettiva della società.

Fonte: www.omofobia.it

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  Riporto quanto scrisse qualche mese fa (Kronstad, novembre 2007) Matteo Canevari, giovane antropologo dell’ateneo pavese, parole profetiche alla luce della realtà odierna.
" In Italia una opinione pubblica di destra e anche di estrema destra esiste. Dopo decenni in cui covava sotto la cenere ed era tenuta a freno da tutte le forze sociale è bastato si (ri-)presentassero le condizioni favorevoli perché risorgesse, ed ecco è tornata a far parte dei discorsi accettabili persino condivisibili da larga parte del paese.
  Ora quel’opinione è rivendicata apertamente e pubblicamente da forze politiche presenti in parlamento e attive nella società, ma la sua vera forza è che essa è divenuta forte nel paese, rischia di divenire egemone. Il vero capolavoro del partito azienda è proprio questo, ha inventato i propri elettori, li ha cresciuti e moltiplicati, e ora essi esistono come massa – sono l’individuo massa per eccellenza – e molti altri sono pronti ad entrare nelle loro schiere. …..
  Dunque complimenti. Hanno riesumato dalla notte più nera l’elettore che non c’era più nella società italiana"
 
  Parole profetiche che hanno avuto la più inquitante realizzazione nell’ultima tornata elettorale. La vittoria schiacciante delle forze del più retrivo oscurantismo, imbevuto di xenofobia violenta e becero populismo testimonia come questa siano divenute forma mentis di ampi strati della popolazione italiana. Dalle urne esce un quadro inquitante dove al dominio dell’asse che unisce la plutocrazia populista e lo sciovinismo razzista e fanatico si contrappone la totale disfatta delle uniche forze veramente laiche, progressiste e moderne ancora presenti sullo scenario politico nazionale – Il partito socialista di Boselli e la Sinistra Arcobaleno – addirittura estromesse dal Parlamento mentre l’opposizione si riduce ad una cittadella neo-democristiana (PD e UDC) assediata dalla forze della destra populista.
  Molti si sono stupiti dei risultati, io – dopo lo sbigottimento iniziale – forse no. Gli italiani hanno espresso se stessi, dopo cinquant’anni di democrazia coatta mantenuta dall’asse DC-PCI-PSI hanno finalmente ridato libero sfogo alle proprie tendenze. E dal paese delle tirannidi – gia Tucidide si chiedeva come mai le città d’Occidente non sapessero reggersi in forme democratiche, di Silla, dei Principi senza scrupoli, delle porte aperte a Napoleone, della nascita dell’idea stessa della moderna dittatura con l’esperienza fascista, non ci si poteva aspettare altro. Gli italiani hanno gettato la maschera della "brava gente" esaltata da tanta retorica e si sono rivelati per quello che sono, un popolo gretto, debole con i forti e forte con i deboli, capace solo di chinare la schiema al tiranno di turno ma al contempo omofobo, razzista, maschilista, incapace di vivere pienamente la democrazia e di accettare la modernità (quest’ultimo aspetto tragico retaggio dell’oscurantismo cattolico).
  Ora qualcuno si goda l’ebrezza della vittoria, presto dovremo piangere tutti. Io almeno lo farò con la coscienza pulita.

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   Assente da quasi novant’anni (l’ultima edizione del 1919, protagonisti Ester Mazzoleni ed un giovanissimo Beniamino Gigli) "Lucrezia Borgia" è tornata al Regio di Torino in modo non certo sereno. Gli abbandoni di Laura Polverelli prima e di Fiorenza Cedolins poi – per altro volevo esprimere la partecipazione mia e credo di tutti gli appassionati alla signora Cedolins in questi difficili momenti – non lasciavano certo presagire il meglio. Il risultato è stato migliore anche delle più rosee aspettative.

   Merito fondamentale di Bruno Campanella capace di reggere con mano ferma l’intero spettacolo, imporre un deciso controllo alle possibili intemperanze caratteriali di alcuni interpreti e allo stesso tempo di far cantare orchestra e solisti come oggi è forse il solo a saper fare in questo repertorio. Proprio in queste particolari circostanze è emerso in modo assoluto il merito di un grandissimo direttore non giustamente valuto proprio per un sistematico impegno in un repertorio – quello del Bel canto ottocenteco italiano – in cui troppo spesso si trascurano i meriti della parte direttoriale.

  Sul versante vocale dominatore assoluto è stato – come per altro prevedibile – Michele Pertusi. Alfonso d’Este è parte posseduta totalmente dal basso parmense che del ruolo ha dato – a mio parere – l’interpretazione di assoluto riferimento. Ieri non ha fatto altro che confermare questa realtà risultando inferiore solo al se stesso delle recite scaligere di qualche anno or sono – ma in quel caso il contesto generale era di ben altro livello. Di fronte alla grandezza di Pertusi in questi ruoli vi è poco da dire, si rimane semplicemente ammirati. Per una volta l’opera avrebbe dovuto intitolarsi "Alfonso d’Este" tanto la figura del Duca risultava dominante.

  Piacevole scoperta il tenore catalano José Bros, ormai depositario del ruolo di Gennaro a livello internazionale – veniva dalle recite barcellonesi della stessa opera al fianco di Edita Gruberova. Voce sana, squillante, di bel colore e ottima tecnica, non priva di suggestioni kraussiane. Risultava al limite nella spaventosa tessitura di "T’amo qual s’ama un angelo" l’aria facoltativa scritta nel 1938 per Nikolaji Ivanov e generalmente tagliata a causa dell’impervia difficoltà. Già solo la scelta di reintrodurla stabilmente fa onore a questo tenore che mi auguro sinceramente di poter riascoltare presto in questo repertorio.

  Convincente la prova della giovane americana Kate Aldrich, sostituente Laura Polverelli. Bellissima ragazza – e tale risultava anche nel raccapricciante costume, voce bella e piena, ottimo controllo delle agilità. L’impressione è che si tratti di un mezzosoprano piuttosto che di un contralto autentico, risultando decisamente  suo agio nella tessitura più acuta della "Chansons a boir" del duetto con Gennaro rispetto alle profonde discese di "Nella fatal di Rimini". In ogni caso una prova degna di nota.

  Giungiamo infine al punto più atteso – e temuto – il ritorno nelle vesti di Lucrezia di Dimitra Theodossiou dopo le disastrose recite bergamasche. Il risultato e stato positivamente impressionante, quasi fosse un’altra cantante – e qui i meriti di Campanella sono infiniti. Certo i difetti ci sono e molti – fiati corti, acuti metallici e sempre al limite (comunque rose e fiori per i suoi standard), tendenza a sbiancare troppo i suoni – ma nell’insieme la prova è stata convincente. Splendida nel prologo è andata calando nel corso della serata ma è giunta validamente al fondo. Contenuti da Campanella gli eccessi espressivi che avevano reso grottesca la prova bergamasca la cantante greca si è concentrata sul canto ottenendone buoni risultati. Giustamente sono stati semplificati i passaggi più virtuosistici – ma a parte la Devia oggi chi è in grado di eseguire completamente la parte? – e tolto l’acuto al termine del rondò finale (scelta legittima e in passato fatta da molte grandi, Caballé in primis). Ne risultava una Lucrezia forse meno belcantista del dovuto ma di grande peso drammatico, secondo una concezione prossima a quella della Gencer.

  Uno spettacolo musicalmente molto valida anche se sbilanciato a favore della parte maschile. Discreti i comprimari.

  Sullo spettacolo ci sarebbe troppo o troppo poco da dire. Se le scene fin troppo semplici possono giustificarsi con la natura itinerante dello spettacolo nulla può rendere accettabili gli orrendi costumi di Cristina Aceti, guardarobato teatrale della peggior specie privo di ogni logica cronologica – vi era di tutto dall’alto medioevo al settecento – con alcune autentiche perle nere: Maffio Orsini con una parrucca biondo platino a metà strada fra Andy Warrol e Sbirulino Gubetta vestito da Re Sole in palandrana ed ermellino; Rustighello appena sceso dalla nave dir Sir Drake (o era uno dei bravi di Don Rodrigo?); la guardia di Alfonso composta da fanciulle con spadone a due mani, lancia, ed elmi del tipo "light sassanian" della fanteria leggera tardo romana o gota; parti di corazze di stagnola per Gennaro e compagni.

  La regia ( di Francesco Bellotto) quasi nulla, poche idee e per di più incomprensibili. Mi piacerebbe capire chi erano le strane figure che accompagnavano Lucrezia (a mio parere proiezioni mentali della protagonista che rivede se stessa bambina e giovinetta nonché Cesare ed il padre di Gennaro, ma si tratta di una personalissima ipotesi priva di ogni fondamento) il cui unico scopo sembrava solo ingombrare la scena; recitazione affidata ai cantanti senza nessun progetto d’insieme riconoscibile; errori nei tempi indicati dal libretto. Una parte visiva di rara sciatteria in metto contrasto con il livello sostanzialmente molto buono di quella musicale.

 

A. Guerzoni (Astolfo) e coroKate AldrichM. Pertusi - D. Theodossiou 
 

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Insolito, piacevole, divertente il "Così fan tutte" mozartiano andato in scena al Regio di Parma con la regia di Adrian Noble ed un cast di giovani talenti, fra i migliori sulla scena lirica italiana.

  Il regista inglese trasporta la vicenda su una spiaggia dei nostri giorni, con sullo sfondo il profilo di una città illuminata. Un luogo qualsiasi, ho forse proprio Napoli se qualcuno vi ha riconosciuto la spiaggia di Bagnoli. Spettacolo semplice ma efficace nello sfruttare al massimo le doti degli interpreti, giovani, belli e spigliatissimi nella recitazione. Ecco quindi Fiordili e Dorabella in bikini che scherzano fra loro sulla spiaggia; i finti turchi – in realtà due motociclisti con giubbotto e pantaloni in pelle nera – che entrano con aria strafottente (irresistibile la scena in cui Meli tenta di calarsi i pantaloni alla prima occasione subito fermata da una scandalizzata Fiordiligi, l’attacco di asma per troppa foga che colpisce Dorabella al termine di "smanie implacabili") ma subito dopo sono come bloccati da una incontrollata timidezza di fondo. Regia spigliata e divertente ma anche capace di trovare momenti di autentica tenerezza – il duetto fra Ferrando e Fiordiligi che diviene un autentico duetto d’amore – o di grande amarezza come nel finale dove al cinico gioco di Don Alfonso sopravvive solo la nuova coppia Ferrando-Fiordiligi mentre gli altri restano come annientati: da Dorabella che abbandona la spiaggia accompagnata da Despina – forse a cercar altrove miglior fortuna – a Guglielmo ormai deluso dal mondo e pronto a divenir un filosofo cinico come il maestro.

  Ovvio che una regia di questo tipo richieda una particolare credibilità scenica dei singoli cantanti che si affianca alle non certo esigue richieste della vocalità mozartiana. Il risultato è stato in tal senso molto convincente.

  Autentica dominatrice della serata la Dorabella di Serena Gamberoni. Il giovane soprano non solo ha dominato con impressionante facilità un ruolo di certo non adattissimo alla sua vocalità ma ha ritratto un personaggio indimenticabile. Attrice strepitosa, dotata di un non comune fascino scenico e di una capacità di comunicare al pubblico con disarmante facilità. Ne esce una Dorabella spumeggiate, vitalissima, di strepitosa simpatia e di straordinario fascino – semplicemente irresistibile il gioco di sguardi, di accenni – e all’occorrenza dotata di una notevolissima carica erotica – il duetto in cui di fatto seduce Guglielmo da in tal senso non pochi brividi.

  Alex Esposito, vocalmente impressionante, delinea un Guglielmo cupo e scostante, forse un filo esagerato in certi esternazioni di rabbia – ma questo credo dipenda da scelte registiche. Di certo una delle voci più belle apparse negli ultimi anni e per la quale mi sento di prevedere un luminoso futuro. Francesco Meli – Ferrando – è semplicemente un fenomeno, la tecnica sarà eterodossa – almeno stando ai puristi – ma la voce è di uno splendore abbagliante e l’accento di rara partecipazione. Se a queso si aggiunge l’innata simpatia che lo caratterizza ne risulta un’interpretazione di grandissima presa. Per quanto possa sembrare eccessivo Meli mi ricorda – proprio in virtù della bellezza timbrica e delle capacità di comunicazione al di la del purismo tecnico – il giovane Di Stefano.

  Qualche problema in più per gli altri interpreti. Fiordiligi è parte micidiale, l’amplissima tessitura mette gran parte delle interpreti a rischio di scoprirsi in qualche punto della tessitura. E’ quello che capita con Irina Lungu, splendida ragazza – sia nel bikini della prima scena che nelle ardite minigonne della festa faceva una notevole figura – sicura e squillante in alto ma con una certa tendenza a svuotarsi nell’ottava inferiore. Prova nell’insieme convincente anche se la tessitura di Fiordiligi è un po troppo per lei. Scenicamente risultava efficace il contrasto fra la sua Fiordiligi seria e impettita e la scatenata vitalità di Dorabella anche se è innegabile che risultasse un  poco smunta a confronto con  il carisma della Gamberoni.

  Concetti cade spesso nel parlato – Don Alfonso lo permette – ma lo fa con classe e mestiere delineando un personaggio bonario ed ironico, giustamente non pontificante. La meno efficace risultava essere la Despina di Stephanie Iranyi, giovane tedesca sicuramente avvenente – e molto simpatica da quanto mi è stato detto da chi l’ha personalmente conosciuta, ma con voce anonima, mediocre pronuncia ed una certa tendenza alla gutturalità.

  Direzione un filino pesante, vagamente mutiana di Marco Zambelli – non lo si direbbe un allievo di Gardiner ma gli va riconosciuto il merito di essere subentrato in extremis – per altro limitato da un’orchestra che certo non ha nello stile mozartiano le carte migliori.

  In ogni caso spettacolo godibilissimo in cui era evidente come i primi a divertirsi fossere gli interpreti i primi a divertirsi e a trasmettere questa gioia al pubblico.

 
 
Serena GamberoniFrancesco MeliIrina LunguAlex Esposito

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