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Archive for Mag 2008

  

Ha volte ritornano alla mente pensieri, situazione, che hanno segnato un momento della nostra vita. Tornare per un attimo a riflettere sul Augusto, sull’ambiguità di un princeps che guarda ad Alessandro e al contempo finge di restaurare una Repubblica definitivamente sepolta con la crisi delle oligarchie senatorie, e stato per me come ritornare ad anni – per tante ragioni – più felici.

  Ritornare per ragioni didattiche ad Arles e alla grande statua che ornava la porta regia del teatro è stata l’occasione per ripensare all’ambiguità dell’autorapresentazione augustea. Ad Arles il Pater Patriae appare nelle vesti codificate dell’Huftmanteltypus, il vecchio schema dei generali defunti di età repubblicana ascesa ad immagine della divinizazzione post-mortem di Cesare ormai divus. Uno sguardo distratto facilmente vi vedrebbee Ottaviano asceso dopo la morte allo stato divino al fianco del padre adottivo, ma a ben guardare qualcosa non torna, cosa centra la schietta vivacità, la carnale vitalità dell’Augusto di Arles con le gelide forme del classicismo tiberiano. Quella statua non può che essere stata eseguito che nel cuore del principato augusteo, quell’Augusto in Huftmanteltypus, quell’Augusto ormai Dio è stato scolpito con il princeps ancora vivente. 

   Come siamo lontani in questo perfetto laboratorio di propaganda dall’ipocrisia della restaurazione repubblicana. Augusto è gia divino ancora in vita, discendente di Venere e di Cesare ormai Dio – cui alludono le stelle di alcuni capitelli del foro arelatense arelatense – egli è un tempo nuovo Alessandro ma al contempo superiore al macedone in quanto apportatore di un ordine nuove capace di riportare in terra il Regnum Apollinis e con esso l’Aurea Aestas.

  Troppo a lungo si è data per scontata l’accettazione del culto dinastico in Oriente negandolo invece nelle province d’Occidente, in cui sembrava affermarsi solo in forme larvate e sfuggenti, troppo il "miracoloso" altare di Tarragona è sembrato giustificare una volontà da parte di Augusto di mantenere la consacrazione divina sotto il basso profilo della continuità repubblicana, almeno nelle province latine.

  Eppure l’Augusto di Arles sembra dirci il contrario, sembra volerci parlare di un culto personale del sovrano ancora vivente, probabilmente mediato da quel mondo tolemaico che più di ogni altro aveva ribadito la natura divina della monarchia fondendo la tradizione faraonica con l’imitatio Alexandri. Basta guardarsi attorno – anche superficialmente – e lasciare da parte stratificati pregiudizi per riconoscere le tracce di questo processo. La stessa Arles offre preziose testimonianze: la Thymele del Teatro con Apollo Delfico, probabilmente recante i tratti di Augusto, ed i capitelli con delfino e stella, simboli dell’unità storica e astrologica del catasterismo di Cesare e della nascita di Ottavio come parti di un unico disegno necessario al rinnovamento dell’ordine cosmico.

   Ma sono molti i centri a restituire indizi preziosi, la Narbonensis fa la parte del leone, forse per il suo ruolo privilegiato in rapporto alle stanze del potere: Il tempio di Roma e Augusto fu dedicato a Vienne prima del 12 a.C.; a Glanum il culto imperiale è sicuramente attestato in età augustrea. Ma quello che sorprende è come avvicinandosi a Roma la situazione non sembra cambiare. Il Cesareo di Benevento si data intorno al 15 a.C., il tempio di Augusto a Pola a partire dal 2 a.C., persino quello di Ostia sembra datarsi al 5-10 d.C.

  Forse l’ambigua restaurazione repubblicano non ha mai superato il pomerio dell’Urbe.

 

Augusto Arles

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  L’edizione della “Clemenza di Tito” mozartiana attualmente in scena al Teatro Regio di Torino risulta pesantemente gravata dalla regia dell’inglese Graham Vick, fra le sue prove peggiori.
  Registra a mio parere generalmente sopravvalutato dalla critica, autore di un numero estremamente limitato di prove decisamente buone come l’iperomantica “Lucia di Lammermmor” genovese di fronte a numerosi spettacoli interlocutori (“Otello”, Scala) se non decisamente opinabili (“Macbeth” Scala, “La traviata” Verona), con la “Clemenza di Tito” è riuscito a fondere mirabilmente gli ultimi due aspetti.
  Vick vede l’opera mozartiana come immagine di un potere feroce ed ipocrita che sotto un aspetto clemente e bonario nasconde una incontenibile ferocia. La vicende viene spostata nella Roma degli anni 30 del novecento facendo di Tito un gerarca fascista intento a passare il tempo fra feste e rappresaglie, un uomo sostanzialmente cinico, malvagio, ma capace di nascondere ipocritamente la sua vera natura sotto un falso velame di clemenza (esemplare in tal senso il tono di scherno con cui viene intonata “Se all’impero”). Scelta questa linea Vick la persegue con coerenza ed con alcune soluzioni riuscite che è inutile negare, come la scena della congiura con Publio che occupa lo scranno di Tito ad incarnare l’implacabilità di un potere da cui è impossibile fuggire o nel totale annullamento del popolo sostituito da squadristi inneggianti al loro capo mentre il mondo civile manca totalmente, immaginiamo schiacciato sotto il peso della tirannide.
 Rimane il fatto che tutto questo – come i brutali arresti che avvengono durante la festa a casa dell’imperatore-gerarca o i pestaggi di oppositori che si vedono dalle finestre della villa mentre Tito canto “Ah se fosse intorno al trono” – non vedo cosa possa avere in comune con il sogno illuminista di un potere assoluto ma che solo nel sapersi mettere al servizio dei sottoposti ottiene la legittimazione di se stesso. Ideologia cara a tutta la cultura tardo-settecentesca e che trova in quest’opera manifesto assoluto divenendo Tito il simbolo stesso di una filantropia illuminata che rivede in chiave politica la stessa tensione etica che emana da “Die Zauberflote”.
  L’incongrua lettura si sposava poi come una realizzazione di rara staticità. Tutta la vicenda chiusa in un interno di cilindro raffigurante un salone razionalista con pareti in legno decorate ad intarsio da soggetti romani, aperto con grandi finestre da cui si riconoscevano le architetture mussoliniane dell’EUR o dei quartieri intorno all’ara pacis. Scena unica per tutta l’opera, con effetti di evidente illogicità in molti punti – incendio, finale -,  ed effetto di gia visto molto diffuso – lo schema architettonico di fondo era sostanzialmente lo stesso dell’”Otello” milanese . Costumi in linea e non privi di eleganza anche se l’onnipresenza di camicie nere faceva tornare alla mente – come ha giustamente notata una mia amica – la mitica serie televisiva “Fascisti su Marte”.
  Le cose andavano decisamente meglio sul versante musicale, non privo di pecche ma almeno convincente. Su questo fronte il punto più debole mi è sembrata la direzione pesante e priva tensione di Roberto Abbado, i cui meriti oltre a quello di essere nipote di cotanto zio mi sono sempre sfuggiti.
   Localmente la migliore mi è parsa Carmela Remigio (Vitellia), voce di colore molto bello e buona linea di canto, crea una protagonista di grande spessore teatrale (in questo aiutata anche dall’ottima presenza scenica) e di ottima resa vocale cui si può perdonare qualche patteggiamento (comunque molti meno di tante illustri colleghe) con l’improba scrittura di “Non più di fiori”. Monica Bacelli è un Sesto di colore quasi sopranile, come sempre la cantante abruzzese ottima la linea di canto e come sempre un  risulta sottotono nei passaggi più scopertamente virtuosistici, canta comunque in modo più che apprezzabile ed interpreta in modo convincente (a mio sfavore gioca solo il confronto con l’interpretazione di portato storica data  la scorsa estate a Stresa da Laura Polverelli nel medesimo ruolo).
  Filianoti resta un fenomeno di difficile lettura. Nonostante i gravi problemi di salute la voce c’è ancora, e si sente, ma si ha sempre l’impressione di qualcosa di ingolato, di bloccato, che non riesce ad espandersi liberamente. Questo sembra portarlo a forzare  l’emissione rendendo il canto abbastanza monocorde e limitandone le possibilità espressive. Una prova in ogni caso migliore delle ultime uscite ascoltate radiofonicamente e che dovrebbe spingerlo ad insistere maggiormente con questo tipo di vocalità in cui può forse ritrovare più facilmente una condizione vocale che ancora appare problematica. La piccola stecca nel finale “ rientra nella nota incostanza del tenore, quasi uno specialista nell’inceppare in pericolose scivolate in punti assolutamente piatti.
  Molto ben cantata ma alquanto anonima la Servilia di Rachel Harnisch (ma anche qui mi gioca contro il ricordo di Stresa e di quell’autentica meraviglia che nel ruolo è stata Alessandra Marianelli), funzionale il Publio di Simon Orfica e molto convincente Daniela Pini come Annio.
 
Carmela Remigio - Monica BacelliCarmela RemigioGiuseppe Filianoti

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   E’ scomparso oggi a Milano uno dei pochi – autentici – miti della lirica ancora fra noi: Leyla Gencer. Soprano turco di origini polacche allieva ad Ankara di Giannina Aranghi Lombardi ed Elvira de Hidalgo debutta nella capitale turca nel 1950. A partire dal 1953 comincia una luminosa carriera internazionale con i debutti a Losanna ("Tosca") e Palermo ("La traviata"). La consacrazione avviene nel 1957 quando interpreta Leonora in una prestigiosa edizione RAI de "Il trovatore" al fianco di Mario del Monaco ed Ettore Bastianini.
  A partire dagli anni sessanta si afferma come la più concreta erede di Maria Callas di cui eredita sostanzialmente il repertorio (compresi titoli desueti quali "Medea" e "La Vestale") ma riuscendo a mantenere una spiccata autonomia. Tratto caratterizzante della cantante turca fu certamente la fortissima personalità capace di dare autentica vita ai personaggi affrontati anche di fronte ad innegabili limiti vocali: timbro metallico, tecnica a dir poco eterodossa ,che tendevano a passare in secondo piano di fronte alla carica emotiva che era capace di trasmettere.  
  All’interno di un vastissimo repertorio esteso dall’opera settecentesca a Puccini e al Verismo è sicuramente al nome di Donizetti che si lega inscindibilmente quella della Gencer. Quella straordinaria esperienza che fu la "Donizetti renaissance" – forse una delle più esaltanti avventure culturali del secolo passato – iniziata con la storica "Anna Bolena " scaligera del 1957 (Callas, Gavazzeni, Visconti) trovo in lei l’assoluta protagonista.
  La Gencer ha infatti saputo ridar vita ad una indimenticabile galleria di personaggi togliendo all’oblio che ingiustamente li aveva avvolti autentici capolavori. La gia ricordata Anna Bolena – affrontata con una sistematicità priva di confronti – Lucrezia Borgia (Napoli 1964), Maria Stuarda (Firenze 1967 in quello che rimane uno degli spettacoli più celebrati di ogni tempo), Antonina nel "Belisario" (Bergamo 1970), Elisabetta nel "Roberto Devereux" (Napoli 1964), Caterina Cornaro (Napoli 1972). Personaggi nobili, forti, temperamentosi cui la Gencer ha prestato il suo incontenibile carisma in letture forse non pienamente centrate sul versante stilistico ma capaci di trasmettere emozioni uniche.
  La notizia della sua scomparsa – per altro totalmente inattesa – ha lasciato tutti come attoniti. Il mondo è sempre più povero quando ci lasciano coloro che hanno distribuito arte, bellezza, cultura. Questo oggi è particolarmente vero. Lascio alla sua voce e al suo impeto l’ultimo ricordo della "Gran Sultana" della lirica.
 
 

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  Il fenomeno Padre Pio sembra rappresentare una cartina di tornasole dello sviluppo democratico italiano, apparente assurdità che sembra acquisire un senso solo nell’incubo ruzantiano di una finta cuccagna di pance piene (?) e teste vuote qual’è l’Italia contemporanea. L’intera esperienza del frate di Pietralcina sembra scandire la storia italiana con inquietante puntalità.
  Negli anni di affermazione del fascismo il frate si distinse per il suo contributo a favore del più feroce squadrismo che tocco l’apice il 14 ottobre 1920 quando gli "Arditi di Cristo", masnada clerico-fascista organizzata e comandata dallo stesso Fra Pio apri il fuoco contro una manifestazione socialista lasciando a terra tredici vittime (per quanto non presente in piazza al momento dei fatti e innagabile la piena respnsabilità del futuro santo nella strage). Gli anni seguenti confermarono l’equazione fra la crescente popolarità del frate e il mortale legame fra fascismo e mondo cattolico. Dalla prima presa di distanza di Pio XI negli anni in cui Papa Ratti si rendeva infine conto della situazione e tentava – inutilmente – di togliersi dal controllo mussoliniano alla esaltazione di Pio XII –  il restauratore dell’asse fra la Santa Sede e le dittature di destra incrinato dalle ultime scelte del predecessore – che defini il frate "salvezza dell’Italia".
  Il dopoguerra si caratterizzo per la netta rottura con le gerarchie vaticane, da Giovanni XXIII che defini Fra Pio un ipostore a Paolo VI che giunse a vietarle la celebrazione della messe. Il frate puglise – fanatico e fascista – era divenuto un pesate fardello per la Chiesa riformista del Vaticano II. Poi gli anni passarono, le grandi speranze conciliari si spensero con il tempo e a prevalere fu l’ambigua linea di Giovanni Paolo II, machiavellico lupo travestito da agnello, con il quale le più retrive tendenze conservatrici tornarono a riprendere il potere nella Chiesa dietro il finto modernismo dei concertoni rock e dei paramenti policromi. Wojtyla non affronta apertamente il tema ma cessa di opporsi, lascia che l’idolatria popolare faccia proprio il ricordo del frate – cancellato nel frattempo ogni eco dei fatti del 1920 che erano alla base dell’interdetto così come degli scandali finanziari che nel 1957 gli costarono una condanna per truffa. La fine delle ostilità segno il nuovo, trionfale, ingresso del frate nell’immaginari cattolico, perfetto patrono per il riottoso conservatorismo che diveniva imperante nel clero italiano sotto la spinta del Cardinal Ruini.
  Con l’ascesa di Benedetto XVI la facciata del buonismo wojtiliano croll mostrando il vero volto della chiesa di oggi dominata nel mondo dall’ex nazista Razinger ed in Italia da una Conferenze episcopale sembra più dominata – con rare eccezzioni – dal postpacellismo fascistizzante di Ruini e Bagnasco.
  Giungiamo infine a questi giorni. La nuova esposizione delle spoglie del frate squadrista in tanto asceso agli onori degli altari ha portato a S. Giovanni Rotondo una folla oceanica. Il mondo ha assistito a scene da paese premoderno con un’indescrivibile ressa disposta a tutto pur di vedere l’orribile maschera di silicone che ricopriva il volto del frate, immagini in diretta da un medioevo mai superato.
  Quei giorni sono stati gli stessi in cui la più retriva destra politica europea con il suo bagaglio culturale (?) di populismo alla sudamericana e nostalgia fascista otteneva alle elezioni politiche uno schiacciante successo. Negli stessi giorni l’Italia mostrava a se stessa e al mondo il vuolto più retrivo, fatto di autoritarismo e superstizione, fanatismo politico e religioso ad un tempo. S. Giovanni Rotondo è tornata ad essere il termometro della modernità di questa paese. Se queste sono le avvisaglie vi è poco da stare allegri.
 

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