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Archive for luglio 2008

 

 Raramente nella storia gli sconfitti salgono agli onori della gloria più dei vincitori, in alcuni casi non sarebbe però errato celebrare il genio, la grandezza di un vinto più della fortuna di un vincitore. Un caso è in tal senso emblematico su tutti: Zama.

  Quella campale giornata sul riarso suolo africano fu uno scontro di titani, un confronti di disperati eroismi e dedizioni assolute, l’ultima e più alta dimostrazione del genio annibalico. Bloccato su un colle privo di risorse, impossibilitato a bloccare l’unione delle forze di Scipione con quelle di Massinissa, Annibale si trovò costretto ad accettare una battaglia fino a quel tempo accuratamente evitata, conscio dei limiti della sua armata. Limiti non tanto numerici, le forze in campo erano simili a riguardo, quanto tattici – per una volta l’arma montata così decisiva per la sua strategia è decisamente sbilanciata a favore del nemico – sia soprattutto di preparazione.

  L’esercito di Scipione non era nato sotto benigna stella ma il generale romano lo aveva plasmato, trasformato fin nella fibra più recondita. Gli anni della guerra in Spagna gli hanno permesso di mettere in pratico lo studio di una vita condotto sullo stesso Animale, modello quasi ossessivo per il giovane romane, mentre la permanenza in Sicilia e la prima fase della guerra in Africa gli hanno permesso di trasformare gli sbandati delle Legioni Cannensi e dei Volones di Gracco nella miglior macchina da guerra mai avuta dalla Repubblica. Sconfitti da Annibale ma ancor di più umiliati dal proprio paese quei disperati hanno ritrovato dignità e orgoglio nel seguire Scipione e per lui sono pronti ad ogni cosa. Ai Campi Magni la loro spaventosa determinazione ha dimostrato in pieno le proprie capacità.  

  Annibale è conscio di questo e ancor di più del fatto che in pochi mesi non ha potuto forgiare come avrebbe voluto il suo esercito ancora troppo composito. I mercenari Liguri e Celti che Magone è riuscito ad inviare a costo del sacrificio supremo sono guerrieri straordinari individualmente ma la loro furia può risultare autodistruttiva. Le leve di Cartagine e dei centri africani, arruolate sull’impeto della disperazione non sono ancora addestrate nemmeno ai fondamentali della guerra. Gli restano ottanta elefanti – in cui il generale mai ha fidato troppo – e quindicimila veterani d’Italia; questi non sono più le fidate truppe iberiche con cui molti anni prima era partito nel suo folle tentativo ne tanto meno la falange sacra cartaginese che lo aveva accompagnato dall’Africa ma una composita accozzaglia di disertori e fuoriusciti italici ed italioti, all’inizio uniti solo dall’odio contro l’oppressore romano ma trasformati da lui nella miglior falange apparsa sui campi di battaglia dai tempi di Alessandro.

  Annibale può contare solo su di loro e sul suo talento. Scipione ha studiato una vita la tenaglia di Canne, la perfezionata, la resa autosufficiente dalla cavalleria, Annibale ha avuto pochi mesi per studiare la nuova morsa di Scipione e deve tentare di annullarla ma per far questo deve prendere in mano fin dal primo istante le redini della battaglia.

  Dopo giorni di studio in quell’ottobre dell’anno 552 dalla fondazione di Roma (616 da quella di Cartagine), l’allievo e il maestro giungono a confronto e Annibale contro ogni logica riesce nella sua azione di imporre a Scipione la strategia voluta. Per prima cosa lancia gli elefanti alla carica, questi travolgono le linee dei veliti ma non infliggono perdite alle legioni che si aprono per farli passare; Scipione respira ma Annibale gli ha imposto la sua linea, l’esercito romano non ha ancora la duttilità per cambiare strategia sul campo e la carica degli elefanti ha imposto ai romani una formazione a colonna, più stretta di quella a scacchiere e più adatta per l’idea che il Barcide si è fatto della battaglia. Ora va annullata la superiorità delle truppe montate romane, Annibale confida che Scipione si senta al sicuro e lasci liberi i suoi cavalieri come a fatto ai Campi Magni, le provocazioni hanno successo e le ali di Lelio e Massinissa caricano le forze montate puniche che al momento prestabilito si lanciano in ritirata facendosi inseguire e allontanando la cavalleria romana dal campo.

  A quel punto i celti assaltano le linee degli hastati che rapidamente hanno la meglio e li inseguono, seppur confusamente i galli si ritirano come voleva il cartaginese e gli hastati stanno per frangersi sul muro di lance dei veterani, Scipione con rapido gesta ferma i suoi uomini sventando il tranello di Annibale ma aprendo le linee. A quel punto sotto gli occhi sbigottiti del romano le forze cartaginesi si aprano a ventaglio e avanzano ad arco convesso verso i romani. Di colpo il tentativo di aggiramento delle legioni è stato annullato e Scipione rischia a sua volta di venir accerchiato; in pochi mesi il Barcide non solo ha capita la logica della manovra di Publio ma la rivoltata contro di lui.

  Scipione è costretto ad allargare al massimo le forze sacrificando la tenuta centrale per evitare l’aggiramento ed attendere che qualcosa succeda, che cali la notte ancora lontana o che Lelio e Massinissa rinuncino al folle inseguimento e rientrino in battaglia. Nella disperazione Publio è sostenuto dai suoi uomini, accerchiati e sotto continua pressione i legionari tengono le posizioni, si fanno massacrare minuto dopo minuto ma resistono. I reprobi delle Legiones Cannenses ricompensano con il proprio sacrificio la dignità che Scipione gli ha ridonato.

  Alla fine il miracolo si compie, proprio nel momento in cui il centro dello schieramento romano stava per cedere Lelio e Massinissa riappaiono all’orizzonte e lanciati alla carica travolgono i libici e i galli alle ali dello schieramento cartaginese. L’apparire della cavalleria da nuovo slancio alle legioni che travogono l’esercito punico costretto ad una rotta incontrollata.

  Solo al centro la pugna continuava ad infuriare, circondati da tutto l’esercito romano i veterani della falange resistono. Quell’accozzaglia di disertori lucani e locresi, sanniti e tarantini, osci e crotoniati, unito dall’odio contro Roma e dall’amore infinito verso per quel generale straniero, per quell’africano che gli aveva donato un sogno impossibile di libertà per loro e per i loro popoli, si votavano ad un sacrificio comune.

  Fermi come alberi scossi dal venti i veterani italici resistettero finche l’ultimo cade trafitto, il loro sacrificio sigla con il più puro eroismo quella giornata tragica e incredibile dove il genio del vinto aveva oscurato – e per Scipione questo fu rovello perenne – la stessa gloria del vincitore.

 
 
Annibale
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  Il mito dionisiaco, specie incontrandosi con analoghi culti orientali, porta allo sviluppo di una teologia della salvezza sostanzialmente unica nella cultura classica che anticipa in molti aspetti il cristianesimo tanto da poter vedere molte componenti di quest’ultimo come la continuazione con diversa nomenclatura delle tradizioni dionisiache.

  Le immagini di numerosi sarcofagi aprono a questo mondo affascinante in cui il culto bacchico, trasformato dalla speculazione orfica, si fa teosofia ultramondana carica di speranze salvifiche.

  In questi rilievi la figura del Dio appare scissa in due distinte personalità, una anziana, barbata ed una giovanile. Plutarco era ben conscio dell’esistenza di un Dioniso padre (identificato con Sabazios o meglio con Zeus-Sabazios) e di un Dioniso figlio espressioni della duplicità della figura divina.

  Genio della morte e della vita, morto e risorto, splendente in cielo al fianco del Padre e Signore del mondo sotterraneo, Zeus infero al fianco di Kore – Arianna esso esprime una duplice incarnazione divina. Preposto alla nascita come alla distruzione personifica il ciclo del divenire essendo ad un tempo “il più giovane e il più vecchio degli Dei (Pluarco, Ei apud Delphos, XXI).

  Il recupero in epoca imperiale dell’immagine “matura” del Dio non è quindi solo un arcaicizzante intellettualismo ma la necessaria esplicazione di un concetto teologico. Zeus e Dioniso sono un unico Dio, ad un tempo Padre e Figlio consustanziale al primo. Dioniso non è solo il figlio di Dio è anche il Διός νους, l’intelligenza di Zeus, il Logos creatore (in qualche modo quello che per i cristiani diverrà lo Spirito Santo).

  Unità totale fra le due figure che annulla la stessa componente materna e che trasforma Zeus-Sabazios in un androgino, lo “Zeus maschile, Zeus femminile” ricordato da Diogene di Babilonia. Zeus è ad un tempo maschile e femminile come le Monadi pitagoriche, padre e madre di Dioniso identificato con il Logos.

  Per gli orfici e poi per i neo-platonici la teurgia appartiene a Dioniso e lo smembramento –ogni anno evocato simbolicamente dalla vendemmia – rappresenta la perdita dell’unità originaria dell’anima discesa nella materia ma come il succo disperso degli acini ritrova unità nel cratere così l’anima dispersa degli uomini si ricongiunge alla sua componente divine nel “cratere mistico” che è Dioniso risorto. Non ha caso la scelta terminologica cadde sulla forma ionica οίνος corrispondente al latino unus chiamata a ricordare il fatto che il vino è l’immagine dell’unità cui Dioniso riconduce i suoi iniziati e prima ancora l’unità che lo lega a Zeus.

  Il vino si fa sangue del Dio smembrato dai Titani ma la cui morte e solo il preambolo alla Resurrezione attraverso cui si compie di nuovo il miracolo della vita e si dischiudono per gli uomini – la cui anima conserva l’originaria essenza divina – le porte di una salvezza ultramondana che il cupo mito omerico totalmente ignorava.

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Strano paese l’Italia – specie quella di oggi – capace di trasformare in mostruosità realtà normali nel resto del mondo civile ma che assumono tratti inquietanti appena vengono calate in quel mondo alla rovescia che oggi è il nostro paese.

  Le polemiche che stanno investendo il cosiddetto “Lodo Alfano” ne sono un esempio preclaro. In se la legge non ha nulla di scandaloso e corrisponde a quanto è vigente in gran parte dei paesi europei – non però nel mondo anglosassone sempre evocato a modello dalla destra italiana dove il presidente Clinton rischiò la carica per una fellatio, non per aver corrotto giudici o violato sentenze della corte europea, ma questo è un tratto del “mito americano” che in Italia sembra interessare poco.

 La difesa della governabilità del paese è fatto assolutamente legittimo così come la divisione dei poteri non dovrebbe permettere alla magistratura di sovvertire le norme democratiche – per altro neanche alla classe politica di umiliare e vilipendere quotidianamente la magistratura ma questa è un’altra storia. Ben venga allora una legge in tal senso.

  Perché allora qualche cosa non convince? Perché la puzza di bruciata che viene da queste proposte rende l’aria irrespirabile? Perché è l’anormalità italiana a far sembrare anormale una legge semplicemente logica.

  La legge dovrebbe infatti garantire le prime cariche della Stato da atti giudiziari avvenuti nel corso del mandato e terminare con la fine di esso, dovrebbe essere accompagnata da una norma che vieti rigorosamente la candidatura in politica – non solo a cariche istituzionali – a tutti coloro che hanno pendenze giudiziarie e non abbiano saldato i propri conti con la legge. Senza queste garanzie il rischio è di trasformare quelle cariche in una sorta di eterna scappatoia per imputati illustri per cui l’elezione istituzionale si trasformerebbe in un modo per sfuggire eternamente alle proprie responsabilità penali (nel paese delle prescrizioni tutto è possibile) e per porsi di fatto in una posizione di distinguo giuridico di fronte ai normali cittadini in quanto superiori alla stessa legge.

  Questo è quello che si vuole oggi in Italia, una legge che tuteli anche retroattivamente le cariche, senza sospensione dei tempi di prescrizioni e senza clausola di ineleggibilità per gli imputati. Perché questo? Per evitare ad UNA SOLA persone di dover rispondere in tribunale delle proprie responsabilità, per porre QUELLA PERSONA al di sopra della legge, per garantirgli un ulteriore potere come se la perversa fusione di potere politico e informazione nelle sue mani non fosse sufficientemente abnorme.

  Si dirà, l’attuale Presidente del Consiglio – si parla di lui, avevate intuito? – è vittima di una persecuzione giudiziaria in quanto la Magistratura politicizzata – ormai un luogo comune come quello dei comunisti mangia-bambini – vuole sovvertire il risultato elettorale e rovesciare la volontà degli elettori. Questa tesi si mostra in realtà priva di fondamento, in primo luogo l’elezione popolare non mette al di sopra della legge e della giustizia, poi le vicissitudini giudiziarie del nostro cominciano ben prima della “discesa in campo” testimoniando una certa propensione all’illegalità in momenti in cui risulta difficile pensare ad una persecuzione politica almeno nel caso in cui non si vogliano attribuire alle nostre procure capacità previsionali degne di Nostradamus.

  Il primo incontro con la giustizia risale infatti al 1979 – quando non solo l’attività politica ma persino l’Impero televisivo era ancora lungi dal venire – per controlli della Guardia di Finanza nella Edilnord Centri Residenziali (la madre di tutte le Fininvest allora gestita da Umberto Previti, padre di Cesare). A questo seguì nel 1983 l’accusa – poi lasciata cadere in prescrizione da giudici amici come il confratello di loggia Giorgio Della Lucia, forse all’epoca i giudici non era tutti pericolosi sovversivi – di traffico internazionale di droga dalla Sicilia verso il nord Italia e la Francia. Da allora un’interminabile serie di incontri ravvicinati con la giustizia che rendono quanto meno poco credibile l’idea della persecuzione politica[1].

  In nome della stabilità si cerca la totale impunita per pochi – o meglio per un solo privilegiato. Un’impunita che mettendolo definitivamente al di sopra della legge porrebbe le basi per la piena affermazione di un regime dai tratti assai poco democratici. Oggi più che mai tutti dobbiamo tenere gli occhi aperti ed essere pronti ad agire per difendere la libertà e la democrazia nel nostro paese che lungi dall’essere pienamente acquisita si trova a correre i maggiori rischi da quando l’Italia Repubblicana e sorta dalle ceneri del fascismo, di quel fascismo che troppo spesso si tenta di far risorge dalle proprie macerie. 


[1] I riferimenti giudiziari sono regolarmente pubblicati in M. TRAVAGLIO – P. GOMEZ, “Onorevoli Wanted”, Editori Riuniti, Roma 2006 e sono quindi fruibili alla consultazione di tutti.

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