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Archive for agosto 2008

Con qualche giorno di ritardo dovuto a problemi tecnici indipendenti dalla mia volontà torno su quanto promesso.

   Ci sono coincidenze che suscitano riflessioni, l’aver assistito alla ripresa di “Ermione” al Rossini Opera Festival e la contemporanea lettura del bel saggio di F. H. Pairault Massa su iconologia e politica in Etruria mi ha fatto venire un’idea per una possibile regia del capolavoro rossiniano, visto che quella pesarese mi ha alquanto deluso. Credo possano essere riflessioni interessanti per il proporre un approccio totalmente nuovo a questo titolo capace di unire una effettiva originalità – cosa che troppo spesso manca nei cosiddetti “allestimenti moderni”, di fatto riproposizione continua di ormai logori stilemi – ma all’interno di un sostanziale rispetto delle coordinate spazio-temporali.

  L’idea di fondo parte dall’enorme fortuna che i cicli troiani – in particolari quelli connessi alla caduta di Troia e alla distruzione del nome troiano – godono in Etruria specie durante il IV a.C. in esplicita funzione di polemica antiromana. Le immagine epiche divengono trasposizione simbolica delle realtà per celebrare l’eroismo degli achei (etruschi) destinato a prevalere e a portare alla distruzione di Troia (Roma).

   Emblematico fra tutti il caso della tomba di Vel Saties a Vulci, i due grandi cicli di affreschi mostrano il sacrificio dei prigionieri troiani sulla tomba di Patroclo e il massacro dei romani e dei loro alleati da parte di Macstarna e dei fratelli Vibenna stabilendo una perfetta corrispondenza fra storia etrusca e mito greco. Gli altri soggetti integrano il gruppo principale esaltando la polemica antiromana. Nestore e Fenice sono gli indovini che predissero la caduta di Troia ma richiamano anche le origini mitiche di Vulci e forse un trattato con i cartaginesi (cui possono alludere il nome di Fenice e il malum punicum che compare sulla parete opposta). La violenza subita da Cassandra ad opera di Aiace Oileo corrisponde alla fine delle profetessa inascoltata e al compimento finale dei fata troiana/romana non solo la morte del nemico ma con la sua totale cancellazione fino all’estinzione delle parole che ne avevano predetto la fine.

  La tomba vulcente non è un’eccezione e immagini analoghe compaiono i numerosi centri dell’Etruria e del Latium Vetus (Preneste) accomunati nella lotta antiromana. La mia proposta di regia parte da questa suggestione.

  All’aprirsi del sipario si vedono alcuni gradini di un teatro in pietra di fronte ai quali è un palco ligneo di semplice struttura, legno e tessuti, definente tre porte, aperte le laterali, sbarrata da pesanti cardini quella centrale. Durante l’ouverture il coro entra e si sistema sulle gradinate, sono i notabili di una città etrusca nei loro sontuosi abiti cerimoniali – si veda proprio quello di Saties – che si aspettano ad assistere alla rappresentazione. Il coro apparirà quindi estraneo alla scena, elemento esterno di commento alle vicende.

  Con l’inizio dell’opera i personaggi entrano in scena dalle porte laterali, i costumi riprendono quelli che compaiono nelle pitture a soggetto teatrale della ceramica italiota mentre ad ambito etrusco rimandano figure di contorno, figuranti che introducono note di colore locale. I troiani hanno vesti orientali con berretti frigi e pantaloni, i greci tuniche e corazze, Pirro – intermedio fra  due gruppi – comincia vestito alla greca e progressivamente si orientalizza, l’amore per Andromaca lo metamorfosa in un troiano e come tale appare nella scena delle nozze. Fenicio – giocando sul nome – appare come un cartaginese.

  Le singole figure sono accompagnate da altri figuranti rappresentanti figure divine o personificazioni che ne definiscono la funzione, esattamente com’era prassi nell’arte etrusca. La recitazione è statica, simbolica, volutamente ieratica in modo da rendere subito presente l’arcaicità della scena raffigurata.

  Tutto questo fino alla culminante scena dell’uccisione di Pirro. Nel momento in cui l’atride riceve l’ordine da Ermione alla sue spalle appare una Vanth, indicando l’inesorabilità del destino di morte sta per compiersi. Durante il monologo di Ermione assistiamo in via simbolica alla tragedia. Pirro e Astianatte – o meglio le loro anime – compaiono in scena accompagnati da demoni ispirati a quelli della tomba tarquiniese dei “demoni azzurri”. A quel punto si apre la grande porta centrale all’interno della quale compare la prora di una nave da cui scendono tre personaggi che si fanno incontro ai defunti. Un vecchio in veste regale ed un guerriero vanno incontro ad Astianatte, il guerriero lo prende in braccio e lo porta con se sulla nave. Un altro guerriero si muove incontro a Pirro e lo abbraccia. Sono le anima degli antenati – Priamo, Enea ed Achille – che vengono ad accogliere in nuovi venuti e si imbarcano con loro verso le Isole Fortunate. A quel punto la porta si chiude di colpo mentre due Caronti serrano i cardini con i loro pesanti mantelli.

  Rientra intanto Oreste accompagnato da Vanth e stringente in pugno la testa di Pirro – l’immagine viene da uno specchio volsiniese con Achille che regge la testa di Troilo – che subito dopo getta ai piedi di Ermione. Il seme di Troia e disperso, i fata troiana sono compiuti, Pirro che si è opposto a questa volontà superiore ha pagato la sua scelta con la vita.

  Alle grida del coro il giovane guerriero fugge mentre Ermione cade a terra come fulminata. Alcuni guerrieri achei entrano in scena, forse cercano la principessa ma una Vanth si inginocchia davanti a lei nascondendola con le ali. Il volere dei Numi si è compito. Cala il sipario.

 

 

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  Un posto d’onore fra i capolavori sfortunati spetta ad “Ermione” opera fra le più ardite ed affascinanti di Rossini e proprio per questo rimasta incompresa ai contemporanei e condannata ad un oblio che ancor oggi si fatica a dissipare. Giusta in tal senso la scelta del Rossini Opera Festival di riproporre il titolo dopo la storica – ma per molti aspetti deludente – edizione del 1987; i risultati hanno premiato il coraggio con un’edizione non perfetta ma di ottima fattura, risultato non disprezzabile di fronte ad uno dei maggiori cimenti vocali della storia del melodramma.

  Purtroppo sulla resa dello spettacolo ha pesantemente giocato la non regia di Daniele Abbado all’interno del brutto impianto scenico di Graziano Gregori. Secondo una prassi ormai imperante le vicende epiche sono attualizzate ad un novecento generico ed astratto, privo di qualunque riferimento preciso storico. All’interno di questa scelta l’opera parte bene: la scena del carcere – un sotterraneo infernale di vapori e bagliori rossastri – presenta una notevole suggestione. Con il passaggio alla reggia di Pirro, nudo spazio scenico biancastro dominato da una porta girevole da cui entrano i personaggi, l’effetto scompare di colpo. Da quel momento la scena rimane sostanzialmente invariata se si escludono alcune aperture delle inferiate che si immagina rechino al carcere sotterraneo e qualche cambio cromatico della parete girevole. La noia regna sovrana.

  I costumi genericamente novecenteschi mischiano tutto il possibile: divise di sapore nazi-fascista, altre rievocanti il patto di Varsavia – quella color cachi di Attalo ricordava l’Ungheria comunista – abiti da sera, tuniche di sapere classico modernizzato, sahariane da truppe coloniali, guardie con divise di pelle nera più adatte più adatte ad un night club omosessuale che alla reggia di tiranno.

  Di regia neanche a parlarne, quello che di buono si vedeva appariva come il frutto del talento dei cantanti; l’efficace caratterizzazione dei personaggi – specie Ermione, Pirro e Oreste – appariva decisamente più frutto delle ottime doti attoriali dei singoli che conseguenza di una scelta registica i cui interventi apparivano di contro poco efficaci: veramente brutto il momento in cui Ermione si getta a terrà per trattenere Oreste con un gesto degno di una Santuzza in provincia negli anni cinquanta.

 Momento culminante della regia l’apparire nella reggia di figure deformi e grottesche, cortigiani mostruosi la cui ragione mi sfugge totalmente. Se i nerboruti culturisti con testa di cane potevano evocare i molossi simbolo dell’Epiro cosa significassero gli storpi, le soldatesse calve, la maschera d’uccello dei medici medioevali, tutto questo resta un mistero. Posso ipotizzare volesse rappresentare la corruzione del potere ma qualunque dittatore serio – da Hitler a Pinochet – non si circonda nelle pubbliche cerimonie di nani e ballerine e non si vede il perché inserirli in questo contesto (la corte di Pirro non è il governo italiano!).

  Fortunatamente la parte musicale compensava ampiamente i limiti scenici. Daniele Abbado non è mai stato un genio della bacchetta ma dopo Khun è stato un balsamo ascoltare un direzione puntuale, precisa, coerente, forse priva di leggerezza in alcuni punti ma di efficace tensione drammatica nell’insieme. Una prova decisamente migliore rispetto all’ultimo volta in cui lo ascoltai in teatro (“Clemenza di Tito” a Torino).

  Vera mattatrice della serata Sonia Ganassi è stata protagonista di una prestazione superba – credo di essere stato fortunato ma stando ai commenti ho avuto la fortuna di assistere alla sua miglior serata. L’ambigua tessitura di Ermione – ruolo scritto per Isabella Colbran – gli si addice alla perfezione, la voce si proietta con sicurezza su tutta la gamma, le colorature risultano semplificate ma eseguite con la forza necessaria. L’ottima cantante è sostenuta da un’interprete ancor superiore capace di delineare alla perfezione la natura sostanzialmente isterica del personaggio. Ai puristi del bel canto certi accenti potranno sembrar troppo caricati ma se sul Giornale del Regno delle Due Sicilie (14 marzo 1818) si leggeva “qualche svenevole amatore ha trovato troppo laceranti le grida che accompagnano le parole: è spento il caro bene” fanno pensare che la strada scelta dalla Ganassi sia tutt’altro che sbagliata. In sintesi una prova di prim’ordine che spazza via altisonanti ma fallimentari precedenti (la Caballé nel 1987) e firma un’interpretazione destinata a restare nella storia del ruolo.

  Sul piano vocale il migliore dopo la Ganassi risultava l’Oreste di Antonino Siragusa il cui ritorno al ROF va salutato con somma gioia. Il tenore si presente con una vibrante esecuzione di “Reggia abborrita” ed esce vincitore di una parte impervia qual poche. Forse gli si può rimproverare una certa tendenza ad aprire le vocali con effetti non sempre pertinenti ma bisogna riconoscergli che nel ruolo ha fatto meglio solo il sommo Blake.

  Di fronte al Pirro di Gregory Kunde le reazioni sono due, specie considerando i gravissimi problemi di salute che l’hanno afflitto: il rimpianto per l’immenso tenore che avrebbe potuto essere e lo stupore per ciò che ancora è. Pirro è parte che non perdona e non permette di barare, capace di mettere alla frusta il cantante in tutta la tessitura – si pensi agli spaventosi salti richiesti in “Balena in man del figlio”. Kunde risulta afono nell’ottava inferiore ma più la linea sale più la voce acquista consistenza e nel settore medio-acuto e acuto trova un smalto che oggi conosce pochi confronti al mondo. Un nota, Kunde è un cantante da sentire dal vivo, la sua è una voce non fonogenica e registrata i difetti si amplificano, in teatro è capace di regalare momenti di autentica emozione cui non sono estranee le sue doti di attore, qui perfettamente capace di delineare un despota la cui violenza nasconde una sostanziale insicurezza.

  Marianna Pizzolato è un’Andromaca giustamente femminile – rendendo credibile l’innamoramento di Pirro – e ottimamente cantata ma rispetto agli altri personaggi risultava più generica, meno approfondita.

  Quasi sprecato Nicola Ulivieri come Fenicio; deludentissimo il Pilade di Ferdinand von Bothmer, voce piccola e priva di attrattive; anonimi gli altri: Irina Samoylova (Cleone), Cristina Faus (Cefisa), Riccardo Botta (Attalo).

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   Grandioso affresco storico e cimento vocale di prim’ordine “Maometto II” è tornato quest’anno al Rossini Opera Festival con una nuova produzione di notevole interesse tanto sul versante musicale quanto su quello scenico.

  Per quest’ultimo il merito è del regista tedesco Michael Hampe pur alle prese con un titolo lontano da quell’universo buffo cui immediatamente si lega la sua attività registica non ha deluso le aspettative. Spettacolo tradizionalissimo, di grande eleganza nella composizione di tableaux vivante giustamente sfarzosi capaci di trasmettere pienamente l’epico scontro fra il conquistatore di Costantinopoli e le forze veneziane nella Grecia del XV secolo. Scene semplici – il futuro dello spettacolo appare itinerante con la trasferta in Giappone e la ripresa a Brema – ma suggestive, con alcune punte di straordinaria efficacia come l’alba che dolcemente illumina l’acropoli di Negroponte cinta di mura evocante al mio cuore di filelleno scenari peloponnesiaci di cui serbo caro ricordo – la vicende si svolgerebbe in Eubea ma è evidente che Della Valle pensi al Peloponneso associando Negroponte con Argo e Corinto, o la cripta con la tombe degli Erisso. Altrove si sarebbe desiderata una maggior ricchezza – la sala del consiglio di guerra – ma comunque l’effetto d’insieme appariva sempre raggiunto anche in virtù dei costumi – semplicemente magnifici – di Chiara Donato.

  L’unico appunto fattibile sullo spettacolo è relativo a qualche ingenuità prettamente registica, specie per quanto riguarda i movimenti del coro – veramente bruttarella la coreografia delle donne all’apertura del III quadro del primo atto – comunque nulla di compromesso e probabilmente risolvibile in future riprese. Rivedere oggi uno spettacolo di questa natura, così fedele alle indicazioni del libretto riporta di colpo alla magia di un tempo passato e apre il cuore di gioia, magari più spesso si potessero vedere spettacoli simili.

  La parte musicale era dominata da un altro Michele, il basso parmense Michele Pertusi che tornava ad impersonare i panni del Fatih con i quali si era rivelato nel 1993 (proprio a Pesaro). La voce può essere appesantita, il gioco delle colorature leggermente semplificato, ma il personaggio che emerge è di straordinaria efficacia testimoniando come il cantante ne conosca ogni minima sfumatura. Imperioso ed eroico quando richiesto: “Sorgete in si bel giorno”, “All’invito generoso”; ad un tempo nobile e autorevole nel dialogo con Erisso, amante affettuoso in quello con Anna, in un gioco interpretativo perfettamente compiuto e sempre sorretto da una qualità di canto che oggi conosce ben pochi rivali. Di fronte a questo la leggera stimbratura sull’acuto della cavatina è invero poca cosa.

  Terzo punto di forza dello spettacolo risultava certamente il tenore Francesco Meli nei panni del governatore veneziano Paolo Erisso. Il ruolo a prima vista non apparirebbe congeniale alla baldanzosa giovinezza che permea il canto del tenore genovese apparentemente più portata a parti di amoroso. I risultati smentiscono però le previsioni e ci si trova ad assistere ad una delle migliori caratterizzazioni che il personaggio abbia mai conosciuto. Voce splendida, squillante, di straordinaria comunicativa ma capace di piegarsi alle esigenze espressive con totale aderenza anche nei momenti sulla carta meno congeniali, anzi ottenendo forse in questi i risultati migliori come nel nobile declamato di “Retaggio paterno a te fia questo”, il momento più toccante della rappresentazione.

  L’interpretazione di Paolo Erisso segno per Meli un deciso progresso sia vocale sia interpretativo rispetto al precedente Contareno facendo del giovane tenore un interprete ormai quasi insostituibili per numerosi parti rossiniane in cui speriamo di poterlo risentire presto.

  Meno efficaci le donne. Daniela Barcellona porta i segni dei problemi di salute vissuti nell’ultimo periodo e la voce sembra spezzata in due: ancora perfettamente impostata e squillante nel registro medio-grave più problematica in acuti, con frequenti ricorsi al falsettone – se non ad autentici falsetti. La conoscenza del repertorio e il temperamento gli permettono di supplire parzialmente ai limiti vocali garantendogli un autentico trionfo personale al termine di “Non temer, d’un basso affetto”.

   Scommessa ardita affidare Anna Erisso – ruolo scritto per Isabella Colbran – ad una debuttante quasi assoluta come la ventiduenne lettone Marina Rebeka. La cantante baltica ne esce con indubbio onore, certo l’inesperienza – specie sul versante interpretativo – si sente così come una sostanziale estraneità a questo tipo di repertorio decisamente più congeniale ad un mezzosoprano acuto o ad un soprano corto che ad un soprano pure quale mi sembra esser la Rebeka. Si riconoscono però anche notevoli qualità: una voce bella, timbrata, piena ed ottima tecnica specie nelle colorature sgranate con precisione fino all’ultima nota sembrano indicare un roseo futuro per questa giovane cantante che dalla sua può puntare su una presenza scenica di notevole effetto. Forse  non è professionale come riflessione ma occhi tanto belli capita invero di rado di vederli.

  Parti di fianco fra il modesto: il Condulmiero di Enrico Iviglia; ed il pessimo il Selimo di Cosimo Panozzo. Infine le dolenti note relative alla direzione d’orchestra di Gustav Khun giunto alle rappresentazioni totalmente impreparato e autore di una prova assolutamente mediocre: suono pesante, spesso senza smalto; mancanza di logica nella scelta dei tempi con improvvise accelerazioni che più volte hanno portato quasi allo scollamento fra palcoscenico e orchestra evitato – ne sono convinto – più dalla bravura degli strumentisti dell’Orchestra Haydn di Trento e Bolzano che da intervento direttoriale.

   Dello spettacolo verrà realizzato un DVD, giusto riconoscimento per una produzione assolutamente meritevole e giunta felicemente in porto nonostante le non lievi pecche direttoriali.

 
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Grazie Signora Dessì

  Tradizionale concerto vercellese per il primo agosto questa volta con una protagonista di valore assoluto: Daniela Dessì.
 Il concerto è stato aperto con l’ouverture per l’arrivo della Regina di Saba del "Solomon" di Haendel eseguita dalla Camerata Ducale di Vercelli che si è confermata orchestra di notevolissimo livello specie nella prima parte mentre nella seconda appariva una certa inabitudine con il repertorio operistico tardo-ottocentesco e novecentesco. In ogni caso plausi sia al direttore violinista Rimonda solista nella Meditation di "Thais" sia all’oboista (mi scuso se non ricordo il nome) nell’Adagio di Albinoni.
La prima parte del cast è servita alla signora Dessì per scaldare la voce. Parte in sordina con l’aria di Almirena, va in crescendo nei brani vivaldiani ma è evidente che sta ancora preparando lo strumento. Si sente che oggi la Dessì ha poca dimestichezza con questo repertorio. Il suo è un barocco vecchio maniera cui non si è forse più abituati e la voce appare quasi costretta in un spazio troppo streppo.
In questa prima parte si sono concentrate le  prove del mezzosoprano Alessandro Cammarano – discendente dell”illustre librettista verdiano nonché Legolas di Operaclick – che pur non in piena forma – come ci ha confermato dopo il concerto  non era certo al massimo della condizione – ha cantato con gusto ed eleganza e soprattutto con una voce piena e naturale decisamente migliore rispetto a tanti interpreti ben più conclamati.
Nella seconda parte la Dessì cala le armi migliori, dopo un buon "O mio babbino caro" cantato in modo inappuntabile anche se forse con troppo voce si arriva ai momenti migliori della serata:"Vissi d’arte" e soprattutto  un "Pace mio Dio" da antologia, degno di figurare insieme a quelli delle interpreti storiche del ruolo.
Seguondo come bis "Vissi d’arte", forse ancor più riuscito della prima volta ed una intensissima interpretazione dell’"Ave Maria" di Schubert. 
 Un po di mondanità , non secondaria in queste occasioni: La Signora in abito nero senza maniche con stola nella prima parte, in grigio nel seconda. Impeccabile Cammarano in abito nero e camicia bianca. Nel pubblico presenza di Fabi Armiliato in completo bianco e camicia nera accompagnato dalla figlia. Dopo la recita tutti si sono dimostrati disponibilissimi
Peccato solo per la scarsa civiltà del pubblico vercellese fra ventilatorini elettrici e signore che parlavano al cellulare – una era dietro di me, quindi si tratta di testimonianza diretta e non del solito sentito dire.
 Faccio un saluto speciale a tutti gli operacliccki presenti. e chiudo  con grazie alla Signora Dessì, se mai le capiterà di leggere queste righe volevo ringraziarla con tutto me stesso per avermi donato due ore di serenità in un momento tanto difficile.

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