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Archive for ottobre 2008

   La visita al “Salone del gusto” organizzato a Torino da Slow Food è un’occasione per riflettere, una continua raccolta di stimoli, di suggestioni, di emozioni da cogliere. Quello che colpisce e l’orgoglio e l’amore con cui viene vissuto il rapporto con la terra, l’impegno a difendere identità che non sono solamente gastronomiche ma rappresentano fossili di civiltà millenarie, tradizioni che evocano l’essenza stessa di popoli e terre, in una diversità continua e cangiante ma rispondente sempre ad un comune rapporto con la natura. L’unicità e la diversità come parte imprescindibili dell’essere umano nella sua essenza più profonda che i prodotti, i cibi e i volti trasmetto come fotogrammi sparsi che solo nella ricomposizione complessiva trovano il loro più profondo significato.

  La sincerità del mondo contadino conquista dietro gli eccessi fieristici della manifestazione, commuove la lotta impari di tanti piccoli produttori che ai quattro angoli del mondo difendono in situazioni spesso molto problematiche i valori tradizionali della civiltà rurale aggredita ogni giorno con maggior violenza dalla globalizzazione capitalista che con il suo avanzare cancella tradizioni e identità millenaria.

  Tanti sono gli spunti, le suggestioni, gli affetti, che impossibile è descriverli, forse anche solo ricordarli tutti. Alcuni prodotti ci portano direttamente sulle vie della storia, l’uvetta passita Abjosh che ancora si coltiva nella martoriata terra afgana, sulle aspre pendici delle valli di Herat e Kandahar. La sola presenza dell’uva in quelle remote contrade ci parla di contatti con le civiltà mediterranee, evoca alla fantasia la spedizione Indica di Dioniso e forse più concretamente quella di Alessandro. E il macedone torna alla mente – con tutta le infinite vite trascorse sulla via della seta – con i dolci di mandorle e fichi dell’oasi di Bostanlyk nel cuore dell’antica Battriana.

   Commuove la Tsaramella cipriota, povera carne di pecora essiccata al sole e coperta di sale e rosmarino, rude sapore di un mondo arcaico e pastorale colmo di suggestioni omeriche ed argonautiche, un sapore che già doveva essere comune sui gusci di noce che portarono fenici e greci a diffondere la civiltà sulle rive del Mare Nostrum.

  Ma ogni prodotto, ogni sapore, ogni profumo testimonia di radici profonde, di epoche antiche, di miti e di storia, ed insieme dell’amore per la madre terra, per la fatica e la dedizione che essa richiede. Un comune sentire che tutti unisce gli allevatori tibetani di yak e i porcai maremmani; i pastori armeni e balcanici – ad un tempo greci, bulgari, slavi, rumeni – e gli indios della foresta amazzonica; i coltivatori di patate andini e quelli di cipolle sui Monti Iblei; gli apicultori delle ambe tigrine, i raccoglitori di erbe delle foreste del Rosson (Bielorussia) o  le donne di Imraugen che lavorano la bottarga di muggine sulle coste mauritane.

  Immagini di amore, di passione, di rispetto, di forza e sacrificio che supera le genti, i popoli e le nazioni, immagini di un’umanità più vera che per un giorno ci riappacifica con noi stessi, ci trasmetta quell’orgoglio di essere uomini che troppo spesso abbiamo perso con la perdita di un rapporto sincero e diretto con la natura e i suoi misteri.

 

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Si è spento il 22 del presente mese un’altra grande figura della lirica italiana, forse troppo sottovalutata nel suo miglior periodo: il tenore Gianni Raimondi.

   Nato a Bologna nel 1923, allievo di Gennaro Barra-Caracciolo e Antonio Melandri debutta nel 1947 a Budio (BO) come Duca di Mantova nel “Rigoletto” e l’anno successivo al Comunale di Bologna come Ernesto nel “Don Pasquale” iniziando una fulgida carriera che in breve lo porterà sui maggiori palcoscenici del mondo.

  Pur considerato spesso un tenore di seconda scelta in un panorama dominato dalle immense figure di Di Stefano, Del Monaco, Bjorling, Corelli, il tenore bolognese ha saputo ricavarsi un proprio significativo spazio sulla scena lirica del tempo.

  Una voce bella, schietta, di classica tempra italiana, unita ad una notevolissima facilità sugli acuti e ad un fraseggio attento e moderno gli anno garantito la partecipazione a spettacoli di primaria importanza. Il debutto alla Scala è del 1955, quando sostituisce Giuseppe Di Stefano nelle leggendarie recite di “La traviata” al fianco di Maria Callas e sempre al fianco della Callas tornerà negli anni seguenti sul palcoscenico milanese come Edgardo nella “Lucia di Lammermoor” e soprattutto come Percy nella storica riscoperta dell’”Anna Bolena” donizettiana.

  Il grande pubblico lo ricorda principalmente per la sua partecipazione all’edizione cinematografica di “La bohème” con la regia di Zeffirelli e la direzione di von Karajan dove delineò un Rodolfo giovanile e vibrante al fianco di una giovanissima Mirella Freni.

  Negli anni Sessanta e Settanta fu presenza di spicco della scena internazionale nonostante l’irrefrenabile ascesa – nel suo stesso repertorio d’elezione – del giovane Pavarotti. Tra le sue prove di significative va ricordata almeno la “Lucia di Lammermoor” scaligera del 1967 sotto la bacchetta di Claudio Abbado che segno una svolta storica nell’approccio a Donizetti. Si era ritirato dalle scene nel 1979.

  Nel 1990 aveva ricevuto il Premio Caruso alla carriera e negli ultimi anni si era ritirato a vivere nelle vicinanze di Parma.

 
 

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   L’apertura della nuova stagione del Regio di Torino con la “Medea” cherubiniana è l’occasione per proporre qualche riflessione sulla tragica figura, specie in relazione a quegli aspetti che nella regia proposta a Torino risultavano sostanzialmente ignorati ma che in realtà sarebbero essenziali per la comprensione del personaggio.

   Quello che veniva a perdersi era in primo luogo quella dimensione di alterità che è un tratto decisivo nella realtà di questa figura. Non è casuale che Medea sia straniera, estranea alla civiltà greca intesa come modello egemonizzante del vivere, espressione di un mondo visto come antitetico a quello della quotidianità cui gli altri personaggi sostanzialmente appartengono. Non semplicemente straniera ma figlia di una terra sentita come particolarmente prossima all’inquietante realtà del mondo infero. Già Omero collocava le porta dell’Ade nel paese dei Cimmeri ed Euripide introduce apertamente l’equazione fra barbaricità e magia quando nell’Ifigenia Taurica si ricorda che la protagonista ha “urlato barbare parole, come una vera maga”. Se l’episodio ha sicuramente un tono sarcastico – la frase è pronunciata da un soldato taurico, quindi barbaro – e di un popolo barbaro non troppo lontano dalla Colchide – in riferimento ad una principessa greca, fornisce comunque un indizio rivelatore.

   Tratto essenziale della Magia è proprio il rovesciamento della realtà, la creazione di un mondo altero in cui la quotidianità è completamente rovesciata. Con la preghiera il mago impone con la minaccia la propria volontà agli Dei non supplica la loro benevolenza; si rivolge alle divinità infere anziché a quelle celesti; compie sacrifici mostruosi; utilizza strane parole, incomprensibili ai profani. Giamblico chiarisce che non si tratta di espressioni insensate (ásema onómata) ma di nomi divini assiri e soprattutto egiziani. Sono i più antichi nomi divini che si sono conservati non corrotti dal tempo e la loro immutabilità risulta gradita agli Dei in quanto corrisponde alla loro natura. Il filosofo – influenzato in questo dal radicamento della cultura magica nella religiosità del suo tempo – ritiene che gli Dei esistano in quanto tali a prescindere dal modo in cui vengono interpretati dai vari popoli e che la loro lingua sia una lingua non umana di cui gli onómata barbariká rappresentano una proiezione terrena.

   Medea incarna pienamente questo rovesciamento. Come straniera estranea al mondo ordinato della polis; come maga espressione di un rovesciamento della religione; come donna in un mondo in cui il potere tende a concentrarsi in mano maschile anche in chiave simbolica con la sostituzione del patriarcato ariano al matriarcato mediterraneo che per la Grecia si compie con l’affermazione del mondo continentale maschile dopo il collasso dell’egemonia insulare e femminile del mondo cretese e cicladico. Il culmine della tragedia è il naturale punto di arrivo di questo processo in quanto ultimo ed estremo rovesciamento del sistema costituito: l’uccisione dei figli ad opera della madre come inversione della componente più profonda della stessa natura non solo umana-

   Se tutto questo veniva a perdersi nello spettacolo visto a Torino un dettaglio di regia mi ha particolarmente colpito. Purtroppo non saprò mai se si sia trattato di una scelta voluta o di una semplice casualità, probabilmente sfuggita allo stesso regista ma estremamente pregnante dal punto di vista simbolico.

   Durante il primo atto Glauce accompagnata dalle ancelle gioca con una conchiglia per l’esattezza con un Pecten Jacobus. Questi ritorna con una certa frequenza nell’immaginario simbolico antico. In alcune immagini Venere usa questa conchiglia per coprirsi i genitali; come notato da Camps il gesto è più di offerta che di protezione ed allude al gioco insito nel termine greco kth/ij che indica sia la conchiglia che il pube femminile. In quella scena si poteva vedere – questa è stata la mia impressione – un esplicito richiamo di natura sessuale. L’innocente gioco di Glauce sembra nascondere la pulsione verso il matrimonio e verso l’offerta di se stessa allo sposo, anche e soprattutto in chiave erotica.

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Oggi sarà una giornata nazionale di mobilitazione dell’università e della scuola in generale. Anche l’Università di Torino si mobilita e… trasloca in strada! L’ Assemblea No-Gelmini, riunitasi ieri a Palazzo Nuovo e che ha visto la partecipazione propositiva e determinata di almeno cinquecento studenti, ha pensato in occasione di questa scadenza, in collaborazione con i docenti, di spostare alcune lezioni all’esterno delle solite aule dell’università, scegliendo di organizzarle in strada. Questo è solo uno dei modi scelti per esprimere la nostra contrarietà alla contro-riforma Gelmini, che coinvolge per intero il mondo dell’istruzione pubblica, dalle elementari alle scuole medie inferiori e superiori, all’università e al mondo della ricerca.
In particolare, per quanto riguarda l’università, ci opponiamo fermamente al taglio del fondo di finanziamento ordinario previsto all’articolo 66, comma 13 (1 miliardo e 441, 5 milioni di euro in meno di 5 anni) e alla limitazione del turn over al 20% per il personale docente e tecnico-amministrativo (ovvero, un nuovo assunto ogni cinque pensionamenti) sancita all’articolo 66 comma 7, limitazione che non consentirebbe il necessario ricambio del personale, la continuità di corsi di studio, di interi percorsi formativi e di branche dell’amministrazione, negando di fatto a molti lavoratori (precari) la possibilità di vedere il loro contratto rinnovato e negando l’ accesso per i ricercatori (anch’essi precari) alla carriera universitaria.
Con altrettanta determinazione ci opponiamo poi al contenuto dell’articolo 16 della legge 133 (Facoltà di trasformazione in fondazione delle università), il quale sancisce in maniera chiara e definitiva la distruzione dell’università pubblica, prevedendo la possibilità per il Senato Accademico di decidere, con semplice votazione a maggioranza assoluta, di trasformare ogni singolo Ateneo in una fondazione di diritto privato.
Noi non ci riconosciamo nel modello di università che questa legge (che è il risultato di una tendenza che da anni investe il mondo dell’università e dell’istruzione in generale) vuole cucirci addosso. Continuiamo a credere nella libertà e pubblicità della didattica e della ricerca. Dietro questi provvedimenti è infatti palese il tentativo di adeguare il nostro sistema universitario e di ricerca a quello anglo-sassone (e americano) dell’università-impresa. Sistema in cui sono gli sponsor a decretare il valore e le potenzialità di ogni università in base alle loro esigenze di produrre profitto (non certo formazione…) e a decidere nel contempo se e quali rami della ricerca finanziare; sistema in cui regna un principio di concorrenza tra gli stessi poli universitari e in cui le rette sono talmente alte da impedirne a moltissimi l’accesso. Noi questo sistema non lo vogliamo!
Le lezioni all’aperto rappresentano solo un primo momento di mobilitazione utile soprattutto alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica per la loro immediata visibilità e acquistano importanza anche per il significato forte di ri-appropriazione degli spazi cittadini.
Numerose iniziative si succederanno nei prossimi giorni, per culminare in una giornata di mobilitazione generale di tutto il mondo della scuola pubblica della nostra città il 28 ottobre, data in cui è prevista la presenza della Gelmini a Torino e poi nello sciopero generale della scuola convocato per il 30 ottobre. 
 
 

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  Il Teatro Regio di Torino ha inaugurato la nuova stagione lirica con “Medea”, colmando un vuoto storico alquanto evidente in quanto il capolavoro di Cherubini non era mai stato eseguito nella città subalpina. Per l’occasione si è scelta la tradizionale versione italiana nella traduzione di Carlo Zangarini (1909) con i recitativi musicati da Franz Lachner nel 1854 in luogo dei parlati originali.

  La parte visiva è stata affidata ad Hugo de Ana autore di regia, scene e costumi. Pur non trattandosi di una delle più felici realizzazioni del regista argentino non sono mancati alcuni momenti di notevole coinvolgimento. La vicende è cronologicamente spostata alla prima metà del Novecento, probabilmente intorno agli anni 20; e la scena e dominata da grossa barca a vela che viene a costituire l’elemento essenziale. La nave ricordava quelle in uso nell’Adriatico – si pensi alle feste in barca ancora diffuse sul litorale romagnolo come il presepe di Cesanatico – dando allo spettacolo un tocco di sapore felliniano (ovviamente il Fellini di “Amarcord”). I miti sul passaggio degli Argonauti alla foce dell’Eridano sono numerosi ma in ogni caso avrei trovato più adatta un’ambientazione antica.

  Fatti questi appunti non si può negare una attentissima cura dei dettagli sia scenici sia di interpretazione che sono il segno del grande regista e che sempre distinguono positivamente De Ana rispetto ad altri pur blasonatissimi colleghi. Lo spettacolo presenta una notevole efficace sia nei momenti più scopertamente spettacolari come la tempesta che apre il terzo atto – un plauso alle luci di Pascual Merat , la nave che nel finale si leva in aria fra lingue di fuochi e nugoli nerastri; sia in quelli più fortemente drammatici: l’apparizione di Medea nel finale, praticamente a petto nudo – il reggiseno bianco si notava solo dalle prime file – con il seno materno lordato dal sangue dei figli e fra quelle che si impongono nella memoria.

  Di notevole valore la parte musicale dominata da una protagonista di valore assoluto: Anna Caterina Antonacci. La cantante bolognese – anche lei emiliana ad accrescere le suggestioni felliniane – firma un’interpretazione da lasciar inchiodati alla sedia. A fare i pignoli si possono trovare numerose pecche vocali, specie nel registro acuto – per altro notoriamente il punto più debole della cantante – ma personalmente ritengo che qualche nota sporcata, qualche acuto non propriamente squillante nulla contino di fronte alla straordinaria prova d’artista cui abbiamo assistito.

  L’Antonacci evita intelligentemente qualunque callasseggiamento per cercare una lettura assolutamente personale della tragica figura. Medea non è per lei la potente maga, la figlia del sole, l’implacabile Erinni che solo la Callas poteva rendere in modo compiuto. Tratteggia invece figura fragile, estremamente femminile, persino sensuale in alcuni passaggi – le suppliche a Creonte – donna e madre doppiamente tradita, travolta da un dolore inesorabile che attimo dopo attimo la fa sprofondare nel gorgo della più cupa follia. Il canto si piega dunque ad una più generale costruzione interpretativa in cui tutti gli elementi contribuiscono in egual modo alla costruzione di uno straordinario momento di teatro.

  Si può criticare in una simile lettura del personaggio il sostanziale tradimento di alcuni tratti essenziali della figura mitica, va però riconosciuto che una volta definita la scelta interpretativa questa è stata compiuta nel miglior modo possibile. Per altro bisogna considerare che nel contesto modernizzato della regia questa chiave di lettura risulta decisamente più plausibile.

 Il resto del cast appariva come di contorno alla straordinaria protagonista. Decisamente migliore la parte femminile. Sara Mingardo è una Neris di grande rilievo, caratterizzata da un’ottima linea di canto e da una notevole pertinenza stilistica culminante in una bellissima esecuzione dell’aria del secondo atto.  Peccato solo per l’orrendo costume che la faceva sembrare alla Frugola de “Il tabarro”.

  Cinzia Forte (Glauce) tratteggia un personaggio poco più che infantile, di coinvolgente comunicativa ma appare abbastanza in difficoltà nei passaggi più acuti dell’aria di sortita.

  Decisamente meno convincenti gli interpreti maschili. Giovan Battista Parodi di Creonte ha tutte le note ma null’altro. La voce è troppo leggera per la parte, mancano totalmente il carisma e l’autorità che il Re di Corinto dovrebbe possedere. Un cantante sicuramente interessante ma che ancora deve maturare per molti aspetti.

  Parlare di Giuseppe Filianoti (Giasone) è semplice difficile. Il tenore calabrese è innegabilmente dotato di una splendida voce ma è altrettanto certo che non si sia mai totalmente riprese dai problemi di salute degli scorsi anni. Rispetto alle ultime uscite – a cominciare dal Tito dello scorsa stagione torinese – mi è parso alquanto migliorato, se non altro non era più avvertibile quel senso di fatica che si era notato la scorsa estate. Rimane il fatto che se nel medio-forte la voce mantiene una sua consistenza il resto della gamma risulta alquanto compromesso: i tentativi di mezza voce sono ridotti a suoni spoggiati, stimbrati, inconsistenza; gli acuti sono sempre stentati, privi di smalto, come chiusi in gola al momento dell’espansione. L’idea che De Ana ha del personaggio – un vanesio e antieroico scalatore sociale sulla scia di Apollonio Rodio – gli evita la ricerca di un fraseggio eroico e stentoreo che lo avrebbe messo ad ancor peggior partito e l’attore segue con diligenza le direttive registiche ma questo non basta a nascondere gli ancor gravi problemi vocali che spesso mettono a rischio la stessa quadratura musicale.

  Funzionale la direzione di Pidò, attenta e precisa, sostanzialmente posta all’accompagnamento dei cantanti con qualche opportuna accensione in quei momenti più scopertamente preromantici che la partitura presenta. Sceglie tempi in genere alquanto tesi, volti ad esaltare gli aspetti drammatici e teatrali della vicenda in linea con l’idea generale dello spettacolo raggiungendo un effetto decisamente convincente.

 

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La ricerca e l’Università italiana sono da sempre notevolmente sottofinanziate e carenti di personale rispetto alla media dei paesi OCSE. Eppure, la legge 133 del 6 agosto 2008, senza alcuna valutazione dell’efficienza e della qualità degli atenei, prevede che:
– nei prossimi anni venga assunto un solo dipendente ogni 5 che vanno in pensione,
– il finanziamento pubblico venga ridotto di circa un miliardo e mezzo di euro in cinque anni,
– le Università possano deliberare la loro trasformazione in fondazioni private, alle quali vengono ceduti gratuitamente tutti i beni (mobili ed immobili) degli atenei.
E’ evidente che questi provvedimenti non risolveranno nessuno dei problemi che affliggono le Università: in compenso, assesteranno un colpo mortale a coloro che al loro interno riescono (nonostante tutto) a fare ricerca di eccellenza e a fornire agli studenti una preparazione all’altezza dei migliori atenei internazionali. Infatti: 
– solo pochissimi giovani potranno entrare a lavorare nell’Università, con ulteriore aggravamento della precarietà già molto diffusa;
– professori, ricercatori, tecnici e amministrativi diminuiranno ulteriormente di numero. A causa di questo, sarà impossibile mantenere gli attuali livelli di ricerca, didattica e dei servizi con conseguenze a lungo termine disastrose per l’innovazione e la crescita del Paese; 
– con l’abbassamento della qualità didattica e l’impossibilità di assegnare tesi di ricerca, la preparazione degli studenti scenderà al di sotto degli standard degli altri Paesi e li renderà meno competitivi sul mercato del lavoro;
– la privatizzazione (tramite un provvedimento senza precedenti nel mondo) comporterà pesanti condizionamenti sia della didattica che della ricerca e naturalmente determinerà un forte aumento delle tasse universitarie.
Per questi motivi, tutte le componenti dell’Università di Torino sono in agitazione contro i provvedimenti governativi contenuti nella legge 133, e hanno deciso di intraprendere una serie di iniziative tese a informare e sensibilizzare sulla questione tutti coloro che hanno a cuore il futuro del nostro Paese.
Studenti, dottorandi, precari, esternalizzati,
tecnici/amministrativi, professori, ricercatori dell’Università di Torino
 

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