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Archive for dicembre 2008

  Un recente articolo di Paolo Moreno sui Dioscuri del Quirinale mi porta a riflettere sull’atteggiamento di noi moderni sulle testimonianze antiche, spesso screditandole in modo acritico.

  Senza volermi dilungare sull’articolo dello studioso friulano, che nell’occasione conferma la sua immensa cultura e la sua insuperabile sensibilità visiva, pare comunque interessante riassumere la questione.

  Le due statue equestri dei Dioscuri, realizzate in età severiana per la decorazione del Tempio di Ercole e Bacco in Campo Marzio sono state fra le poche antichità romane sempre rimaste alla pubblica ammirazione, suscitando lo stupore dei visitatori fin dal medioevo. Il loro prestigio fu così alto che per secoli l’antico Quirinale venne chiamato Monte Cavallo, in ricordo dei due monumenti equestri che tanto incuriosivano i visitatori della città eterna.

  Le statue sono oggi visibile nella sistemazione realizzata da Flaminio Vacca per Sisto V, integrata dalle modifiche apportate nel 1783 da Carlo Antinori per Pio VI, trasformazioni che hanno giocato un ruolo non secondario sulla storia interpretativa del monumento.

  Le due statue sono accompagnate da un’iscrizione che le identifica come OPVS PHIDIAE e OPVS PRAXITELIS. La differenza cronologica fra i due maestri appariva tanto ampia da escludere ogni possibile collaborazione e la tradizione venne bollata dagli studiosi come puro sfoggio degli eruditi di Sisto V, intenzionati a nobilitare l’opera con i nomi dei maggiori artisti greci tramandati dalle fonti. La presunta infondatezza dell’iscrizione sistina e nel frattempo l’accertata cronologia severiana dei due marmi portarono a ritenere l’opera totalmente romana, anche per quanto riguarda l’ideazione iconografica.

  Come invece giustamente ricostruisce Moreno, il tipo utilizzato è documentato con frequenza già in ambito tardo-classica ed ellenistico, oltre a conoscere frequenti attestazioni di età romane di gran lunga precedenti il 198 d.C. (anno intorno al quale va datato il gruppo del Quirinale). Ma forse il dato più interessante è la ricostruzione delle vicende storiche del monumento, testimonianza preziosa della leggerezza con cui il problema è stato trattato.

  In primo luogo l’iscrizione sistina riproduce un testo precedente, documentato da immagini anteriori ai restauri in cui compare con un’interessante variante nella formula OPVS FIDIAE, regolarizzata nel testo sistino. L’iscrizione è quindi precedente e dobbiamo crederla originale come l’analisi documentaria sembra testimoniare. La prima menzione è nell’”Itinerario di Einsielden” del VII secolo cui segue l’ampia descrizione del Magister Gregorius, intorno al 1200. Entrambe riportano l’iscrizione ma ne fraintendono il senso, attestando non certo un voluto abbellimento ma il semplice riferimento di un elemento visto. Tutto sembra indicare che l’iscrizione risalga ad epoca antica.

  Una proposta per risolvere l’enigma era già stata avanzata da Furtwangler che era giunto a dimostrare l’esistenza di un Prassitele il vecchio, padre di Cefisotodo e nonno del più illustre omonimo, la cui attività andava considerata coeva a quella di Fidia.

  Per quanto nulla di preciso possa essere detto a riguardo l’ipotesi attribuire i modelli originari dei Dioscuri del Quirinale ad un originale realizzato in collaborazione da Prassitele il Vecchio e Fidia non appare per nulla infondata, tanto più che indizi in tal senso sembrano potersi cogliere nella trattazione pliniana. In ogni caso sembra essere esistita una tradizione che attribuiva ai due scultori la realizzazione degli originali cui si ispiravano le sculture severiane che a quei modelli volevano rendere esplicito omaggio. Di per se l’elemento degno di considerazione.

  La tradizione storiografica sembra invece essere sviluppata sulle proprie posizioni preconcette, ignorando le voci che indicavano possibili alternative, nella presunta convinzione di una nostra superiorità di moderni sugli antichi più o meno remoti (gli artefici severiani come Adolf Furtwangler) anche a scapito della documentazione disponibile. L’attenta analisi di Paolo Moreno è un monito verso questa tendenza, una lezione di umiltà ed uno sprono a guardare con senso critico, ma anche con sommo rispetto, coloro che ci hanno preceduti sulla difficile strada della scienza dell’antichità.

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All’alba del X secolo, le vaste terre sistemate ad oriente e a settentrione del corso del Prut, oltre il confine dell’Impero bulgaro e al di fuori dell’area di irradiazione culturale di Bisanzio, stavano incamminandosi sul percorso, che si rivelerà sorprendentemente rapido, che dalla protostoria porta alla creazione di un’originale cultura storica e conseguentemente artistica.

Momento decisivo per questa profonda trasformazione dell’identità degli slavi orientali è il 989 con la conversione di Vladimir di Kjiev al cristianesimo di rito bizantino; l’alleanza tra la basileia di Costantinopoli e il principato kievita era nata l’anno precedente quando l’imperatore Basilio II chiese aiuto ai russi per stroncare l’insurrezione di Barda Foca. La decisiva vittoria dei rušici nella battaglia di Crisopoli rinsaldò l’alleanza, non solo con la creazione della družina variago-russa, che si sarebbe coperta di gloria nelle successive operazioni militari contro i normanni di Sicilia, ma soprattutto con la conversione del principe Vladimir e con il suo matrimonio con la porfiriogenita Anna, sorella del basileus.

I fatti del 989 portarono la Rus’ kievita, e conseguentemente le altre città formalmente vassalle del Gran Principe, all’interno della sfera di influenza bizantina, che ne avrebbe segnato in modo indelebile i successivi sviluppi. La conversione all’ortodossia, il termine è improprio a questo orizzonte cronologico ma aiuta a comprendersi, favorì un rapidissimo sviluppo culturale delle terre russe, la grande cultura bizantina passò facilmente ai nuovi convertiti tramite la Bulgaria, le lingue anticorussa ed anticobulgara differivano di poco e la Bulgaria imperiale di Simeone aveva già tradotto nella propria lingua gran parte della letteratura bizantina, questo favori una rapida acculturazione delle Rus’ con il precoce sorgere di una letteratura nazionale in una propria lingua letteraria (almeno dal X secolo).

L’incontro fra Bisanzio è la Rus’ avvenne in un momento particolare per lo sviluppo della cultura bizantina, quello della “Rinascenza macedone” caratterizzato da una vocazione classicistica assolutamente dominante. L’Impero viveva un momento aureo, le vittorie di Basilio II, novello Traiano, avevano ridato via al sogno universalistico di Giustiniano, mentre la cultura di corte aveva vissuto sotto Costantino Porfiriogenito un momento di estremo fulgore, rivolto ad una consapevole e nostalgica rievocazione della civiltà classica. Questo è il bagaglio culturale che Bisanzio trasmette agli slavi orientali, ancora legati ad una concezione naturalistica ed aniconica della divinità, praticamente privi di forme autonome di arte figurativa.

Le prime testimonianze plastiche nei territori della Rus’ mostrano pienamente l’influenza del classismo bizantino, declinato secondo modi popolari, questo non tanto in un rilievo in pietra calcarea con Odrigitria, a lungo ritenuto appartenente alla decorazione scultorea della facciata della chiesa della Decima (X secolo) e recentemente ridatata al XII secolo, quanto in quattro lastre di provenienza ignota datati agli anni 60-70 dell’XI secolo.     

La prima coppia è la più interessante, vi sono raffigurati Eracle che combatte il leone Nemeo (tav. 1a) e Dioniso che guida il thyasos. Le due immagini reinterpretano motivi classici secondo un gusto locale, popolare, che esaspera in chiave simbolica le proporzioni e le espressioni, ricercando una lettura espressiva più che organica, secondo un gusto proprio dell’arte popolare di ogni tempo. Così la figura di Eracle è esaltata nella sua fisicità dalla muscolatura ipertrofica, specie degli arti superiori, cui contrasta l’immagine esangue di Dioniso. Anche prescindendo dall’affascinante lettura politica che dei rilievi da Vagner, che li legge in relazione allo scontro dinastico fra Svjatoslav (simbolizzato da Eracle) e Vsevolod contro l’”Ipocrita” Izjaslav (l’esangue Dioniso), ciò che colpisce e da un lato come la plastica russa nasca all’insegna di citazioni classiche, dall’altro il riutilizzo delle lastre nel monastero delle grotte, probabilmente connesso ad una nobilitazione dell’edificio stesso tramite i rilievi, secondo una pratica ben nota, ad esempio, nel romanico italiano, con la variante che a Kjiev l’assenza di vere antichità porta a utilizzare l’antico evocato dagli artigiani locali.  

La seconda coppia di rilievi presenta due coppie affrontate di santi cavalieri, rispettivamente Giorgio e Teodoro Stratilate su un rilievo e Nestore e Demetrio sull’altro. I soggetti rientrano nella tradizione dell’arte cristiana di Bisanzio, e nonostante la resa stilistica di gusto popolare e locale, tradiscono la derivazione da modelli classicheggianti. Le armature indossate dai cavalieri sono di tipo tardoromano, confrontabili ad esempio con quelle che compaiono su uno scrigno eburneo conservato nel tesoro della cattedrale di Troyes, di produzione bizantina, probabilmente costantinopolitana. I volti glabri, le acconciature, i mantelli fermati sulla spalla sinistra da una fibula circolare sono tutti elementi estranei al costume protorusso e si rifanno a modelli bizantini di tradizione classicheggiante. Si noti a riguardo la figura del maligno, abbattuta dalla lancia di S. Demetrio, caratterizzata da tratti più decisamente barbarici, apparentemente slavo-variaghi; elmo conico, lunga barba, baffi fluenti, scudo a goccia, evidentemente un’interpolazione dell’artigiano kievita. 

Il rapido sviluppo del mondo russo subisce una terribile battuta di arresto alla metà del XIII secolo, quando le orde di khan Batyi dopo aver devastato la steppa cumana nel 1223 irrompono nel 1236 nel principato bulgaro del Volga e dall’anno seguente mettono a ferro e fuoco le città russe, a cominciare da Ryazan. Nel 1240 cadde Kjiev, a quel punto le ricche città russe erano ridotte ad ammassi di rovine, e il destino storico dell’Ucraina segnato per sempre. Solo le città del nord: Novgorod, Pskov, Mosca, Nižnji Novgorod erano sfuggite alle devastazioni, e nonostante le difficoltà in cui anch’esse incorsero, in particolar modo la lotta contro i cavalieri teutonici, sarà da queste regioni che partirà la reazione nazionale che porterà alla liberazione della Russia del giogo tartaro e all’inizio di una nuova era. 

     Il centro della Russia rinata dopo le vittorie dei tartari divenne Mosca, fino ad allora un centro secondario nello scacchiere politico russo, e che proprio di questa situazione aveva approfittato per porre le basi della sua potenza. L’affermazione moscovita coincide con il secondo momento fondamentale per la formazione dell’identità culturale russa, momento nuovamente segnato dalla tradizione classicista, proveniente non più solo da Bisanzio ma anche dalle corti umanistiche italiane.

Il protagonista di questo riavvicinamento fu il Cardinal Bessarione, che riuscì ad organizzare il matrimonio fra il Gran Principe Ivan III di Moscovia e Sofia/Zoe, figlia di Tommaso, despota di Morea, ed ultima erede dei Paleologhi. In tal modo veniva sancita nella Moscovia la continuità dell’Impero bizantino, caduto in mano turca nel 1453.

      La Moscovia da quel momento fece proprio il mito della romanità, Mosca divenne la “Terza Roma”, intorno alla quale venne costruito un complesso sistema ideologico che presentava la Russia come diretta erede dell’Impero universale ortodosso di Bisanzio e in seconda battuta dei Cesari, il Gran principe adotta il titolo di Czar, slavizzazione del latino Caesar, nonché gli attributi di samoderžec (autocrate) e groznyi (terribile), attributi reverenziali propri dell’autocrazia bizantina, l’insegna dello stato diventa l’aquila bicipite. 

   La creazione dell’ideologia imperiale si accompagna ad una profonda riorganizzazione della capitale, che in pochi anni si trasforma da un grosso villaggio di case di legno in una città degna di quel nome. Il modello di riferimento diviene l’Italia rinascimentale, capace di proporre in chiave moderna i grandi modelli ideali di Roma e di Bisanzio, dal cui retaggio la Russia non può prescindere; per l’arte russa è la cosiddetta “età dei frjazin” (gli italiani), che segna profondamente l’immagine che il nuovo stato russo da di se all’interno e nei confronti dell’Europa.

    Il primo protagonista è Aristotele Fioravanti, la cattedrale della “Dormizione” segna il primo esempio di fusione fra la tradizione russo-bizantina e quella occidentale, il cui risultato più significativo sarà la cattedrale “dell’Arcangelo”, costruita fra il 1505 e il 1508 su progetto del veneziano Alvise il nuovo. Questo mantenne la planimetria tradizionale delle chiese russe a cinque cupole, ma elaborò gli alzati secondo moduli dell’architettura palazziale italiana, mentre la decorazione architettonica si presentava decisamente all’antica, con le facciate scandite da un doppio ordine di lesene corinzie sorreggenti trabeazioni sormontate da arcate a conchiglia; negli stessi anni Marco Bono costruisce il “campanile di Ivan il grande”, rilettura in forme locali di modelli romanico-gotici padani. La stessa temperie culturale investe l’architettura civile, Marco Bono e il milanese Pietro Antonio Solari realizzano le fortificazioni del Cremlino e soprattutto il “Palazzo delle faccette”, diretta emanazione del ferrarese “Palazzo dei diamanti”

  Alla fine del XVI secolo la Russia sembrava avviata decisamente sulla strada del Rinascimento e della modernità, quanto e più molte altre nazioni europee, quando la morte di Ivan IV la gettò in uno dei periodi più bui della sua storia, noto come “periodo dei torbidi”, dal quale riuscirà uno stato profondamente trasformato.    

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  “Thais” torna al Regio di Torino dove mancava ormai da alcuni anni (per l’esattezza dal 1983) con una produzione di sicuro interesse anche se non priva di pecche specialmente nella componente spettacolare che però venivano a riversarsi anche sugli aspetti di interpretazione vocale.

  Lo spettacolo era firmato nel suo complesso dal giovane Stefano Poda (regia, scene e costumi) e al regista vanno riconosciute una cifra stilistica precisa, un’evidente impegno e alcune soluzioni molto suggestive, specie nell’uso delle luci ma lo spettacolo nel suo complesso non risultava convincente.

   In primo luogo “Thais” è un’opera permeata di sensualità e di erotismo, aspetti totalmente assenti nel’allestimento torinese. La regia ha infatti puntato su una gestualità ieratica, simbolica, forse a voler evocare certe fissità dell’arte tardo-antica, limitando al minimo i contatti fisici fra i protagonisti – eliminati anche quando sarebbero necessari – e raggelando le relazioni, spesso morbose, che fra loro intercorrono. Inoltre anche l’evoluzione psicologica dei personaggi, specie della protagonista uguale a se stessa come cortigiana o suora risultava praticamente ignorata. Culmine di questo disinteresse la grande clessidra che si apriva rovesciando sul palcoscenico una cascata di sabbia durante gli ultimi accordi della Meditation. 

  Ne è sortita una delle produzioni meno erotiche che mi sia capitato di vedere, mancanza di erotismo cui contribuivano in modo determinante le schiere di giovinetti seminudi d’ambo i sessi che perennemente si muovevano sul palcoscenico. Peccato che nulla è meno sensuale della nudità mal usate e il tutto si riduceva ad un’esibizione ginnica sostanzialmente priva di stimoli evocante più i giochi dei giovinetti spartani – le giovinette impongono la Laconia- che la decadente aristocrazia tardo-antica.

  Scena scarna, una stanza di mattoni bianchi con accatastate antichità e rovine, più simile al magazzino di uno Museo Archeologico che ad un palazzo aristocratico o ad un monastero, all’interno del quale calano pareti parete formate da frammenti di sculture antiche montate alla rinfusa e da cui fuoriescono mani tese non si sa verso cosa. Costumi a loro modo sfarzosi, solo un po’ ripetitivo l’eccesso di bianco e nero, ma anch’essi privi di atmosfera. Così le vesti deco-bizantineggianti di Thais cortigiana e della charmeuse – le uniche vivacemente colorate – trasformano le figure in ieratiche icone prive di ogni carica erotica (per quanto riguarda Thais molto più sensuale e scollato l’abito come monaca rispetto a quello da cortigiana) mentre le vesti sontuose e le ricche acconciature delle monache ricordano spose neogotiche di un incubo post-opiaceo.

  L’altro aspetto alla lunga stancante risultava il totale disinteresse del regista per la vicenda, ignorata anche nei suoi snodi centrali. L’assenza degli elementi necessari per la comprensione (lo specchio, la statuetta di Eros, gli strumenti musicali, le vesti che Nicias offre ad Athanael, le monete per placare la folla inferocita, l’incendio) sono sostituiti da un continuo proliferare di simboli probabilmente chiari al regista ma a me totalmente incomprensibili. La grotta infernale che ogni tanto compare sotto il palcoscenico senza mai interagire con la vicenda; i monaci ginnasti arrampicati sulle corde; le statue appese a testa in giù; le spade pioventi dall’alto; i giovinetti discinti che agitano bastoni nella scena del deserto; la veste grondante di sangue – tipo Lucia nel III atto – che Thais indossa al momento della conversione; le Nikai disposte lungo le pareti mi sono risultati totalmente incomprensibili.

  Se lo spettacolo lascia parecchie perplessità convince invece pienamente la direzione di Noseda perfettamente accompagnato dall’orchestra del Regio (unisco anche il plauso al coro, il cui altissimo livello è ogni volta splendida conferma). Il maestro Noseda punta ad una direzione tesissima, vibrante, di grandissimo impatto emotivo sia nell’evocare un Oriente brutale ed affascinante ad un tempo – in alcuni tratti Massenet pareva letta attraverso la lente dell’opulenza sonora di un Rimskji-Korsakov – sia nella struggente poesia del finale. Un plauso anche al primo violino Stefano Vagnarelli per l’assolo della Meditation.

   Positiva nell’insieme anche la prova del cast vocale, specie considerando l’abnorme difficoltà della partitura. Barbara Frittoli affronta un ruolo al limite delle sue possibilità ma ne viene a capo con grande maestria, la cantante milanese evita intelligentemente rischi inutili – i sopracuti opzionali nel finale – e gioca al meglio le sue armi migliori: la bellezza del timbro, caldo e pastoso, e della linea di canto, giungendo a risultati pienamente apprezzabili. Qualche dubbio in più sul versante interpretativo ma in questo senso la principale responsabilità va attribuita alle scelte registiche che ne hanno limitato di molto le possibilità espressive.

  Il baritono Lado Atanaeli alle prese con il quasi omonimo Athanael fa valere una voce possente e timbrata anche se non bellissima. Anche lui alquanto generico come interprete ma a riguardo valgono le considerazioni fatte sopra, in oltre il personaggio è già di suo alquanto monolitico. Alessandro Liberatore risolve bene la breve ma insidiosissima parte di Nicias (peccato solo il tunicone nero con collo di piume in cui lo sacrifica la regia).

   Fra le parti di fianco molto buono il trio delle giovani donne: Eleonora Buratto e Ketevan Kemoklidz, nei panni delle schiave Crobyle e Myrtale (anche loro non poco danneggiate dalle scelte registiche) e Daniela Schillaci che conferma come Charmeuse la buona impressione fatta lo scorso anno come Ygraine. Meno convincenti l’anonima Albine di Nadezhda Serdyuk e il Palémon di Maurizio lo Picciolo, forse l’elemento più debole del cast.

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   Una serie di insolite coincidenze portano l’attenzione sul rapporto fra religione e discriminazione, per una volta la cronaca quotidiana e i risultati di recenti scoperte archeologiche sembrano confluire in un quadro unitario, testimoniando l’esistenza di resistenze di base che si accompagnano alle realtà di potere delle religioni monoteiste.

   Lontano incubo, la lebbra, è la protagonista della prima parte del nostro discorso. Malattia originaria del subcontinente indiano, quasi sconosciuta nell’antichità sembra diffondersi nel Mediterraneo con l’intensificarsi di contatti fra questo e l’India. Le testimonianze rimangono molto rare, l’attribuzione ad un lebbroso di una mummia di Giza di età tolemaica (II a.C.) resta incerta mentre le prime testimonianze sicure provengono ancora dall’Egitto ma si datano ormai ad età tardo antica (alcune mummie del Fayum).

   Il dato che appare evidente in queste testimonianze e che nulla sembra separare i malati dal resto della società, i loro corpi sono mummificati secondo l’uso corrente e le sepolture presentano i corredi canonici. Solo l’analisi medica dei corpi ha indicato le tracce della malattia.

   La stessa realtà sembra attestata per le prime – e molto incerte – testimonianze occidentali. Si è proposto di vedere tracce di lebbra sui resti rinvenuti in alcune sepolture a Casalecchio sul Reno (BO), datate al IV d.C. e attribuibili a popolazioni rurali di cultura gallo-romana e di religione pagana. I corredi sono molto poveri ma nulla li distingue rispetto a quelli delle normali sepolture, la loro povertà è l’eco di una comunità rurale di montagna, non di particolari discriminazioni.

   Appare evidente come i lebbrosi non fossero oggetto di isolamento e segregazione, la malattia sembra essere accettata da queste comunità e la cosa non deve sorprendere se si considera la bassissima virulenza del morbo.

   Totalmente diverso appare il quadro di un piccolo cimitero databile alla fine del V d.C. e ritrovato nei pressi di Palombara Sabina, collegato ad un povero villaggio istallatosi alla fine dell’antichità sulle rovine di una villa romana. Lo studio dello ossa ha  rivelato una sconvolgente verità, si trattava di un villaggio di mostri, evidentemente isolati dal vivere civile per la loro deformità e condannati ad una grama esistenza di stenti e miserie. Molti dei defunti presentano evidenti tracce di lebbra ma vi sono anche un nano non acondroplastico, quindi un uomo proporzionato ma in miniatura, un gigante di oltre due metri rimasto sciancato per una frattura alle gambe ed uno sfregiato da un dardo che gli aveva cavato un occhio e deformato la gota destra.

   Una comunità di diversi, isolati e segregati per la loro diversità. Cosa era avvenuto nel corso di un secolo per condannare questi infelici? Il cambio del paradigma religioso, l’affermazione del cristianesimo. Con la nuova fede il diverso viene segnato, identificato come anormale, i malati e i deformi sono i “segnati da Dio”, coloro che il Signore aveva voluto punire e allo stesso tempo segnare come monito per gli altri. Il caso di Palombara Sabina è l’incunabolo di quella pratica di emarginazione sistematica che saranno i lebbrosari, apparentemente atti di carità ma in realtà destinati ad isolare i “segnati” dal corpo civile che andava purificato dalla loro stessa esistenza.

   Che la religione sia la causa principale di questo atteggiamento è confermato da un’altra recente scoperta. Questa volta siamo a Campochiaro (BC) nel cimitero di un corpo di guardia di guerrieri avaro-longobardi qui distaccati per controllare il confine con le terre bizantine del sud (VII-VIII d.C.). Una comunità di guerriero ancora pagani o in ogni caso ancora profondamente ancorati alle tradizioni del paganesimo germanico – i corredi lo confermano.

La lebbra si era diffusa anche in questa comunità di soldati, molte sepolture ne portano tracce ma qui non c’è alcune traccia di segregazione. Le sepolture dei malati si alternano a quelle dei sani, stessa la tecnica di sepoltura, stessi i corredi, stessa la definizione del rango senza distinzione per lo stato di salute. Alcuni lebbrosi sono sepolti con le proprie armi secondo l’antico rituale dei guerrieri germanici il cui rango non era stato evidentemente intaccato dalla malattia.

   Tutto questo sembra appartenere ad un mondo lontano ma gli ultimi giorni hanno mostrato come certe tendenze di fondo non siano minimamente cambiate nel corso dei secoli. I recenti interventi delle autorità vaticane confermano che per una parte almeno del mondo cattolico, quella dotata di potere e autorità i “segnati da Dio” restano un problema. I “diversi” sono ancora visti come qualche cosa da isolare ed esorcizzare, da espellere dal corpo civile per la loro pretesa diversità. L’inquitante schierarsi della Santa Sede al fianco di alcune delle più feroci teocrazie islamiche non deve sorprendere, in entrambi i casi si tratta della medesima concezione del mondo. Sono cambiate le vittime, la discriminazione e il rifiuto che colpivano i lebbrosi si riversano oggi sugli omosessuali ma a per il resto nulla sembra cambiato all’ombra della croce.

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