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Archive for gennaio 2009

Requiem per Kush

  La terza cateratta del Nilo ha sempre segnato una profonda frattura: a nord l’Egitto, avamposto del mondo mediterraneo verso l’Africa; a sud la terra di Kush, i regni di nubiani di Meroe e Napata, l’avanguardia africana verso il Mediterraneo. Due mondi vicini e diversi segnati da un unico destino che ha toccato il suo apice con la XXV dinastia egiziana, quanto il re di Napata Piankhy (745-713 a.C.) giunse ad unificare Nubia ed Egitto sotto il suo potere.

  Isolata e lontana la terra di Kush ha vissuto il succedersi della storia quasi da spettatrice senza che i cambiamenti del mondo riuscissero a scendere nelle profondità di un mondo arcaico ed ancestrale capace di sopravvivere ai romani, al cristianesimo, all’Islam. Mantenendo la propria natura profonda solo arricchita dagli apporti esterni senza che questi giungessero a comprometterne l’essenza.

  Anche l’archeologia si è accorta tardi di Kush, solo gli ultimi decenni hanno portato quelle terre al centro dell’attenzione del mondo scientifico mondiale, appena in tempo per testimoniarne la fine.

  Il governo sudanese ha infatti intrapreso la costruzione di una gigantesca diga destinata a sbarrare il Nilo a Suweigi, appena a sud di Meroe, condannando a morte quel mondo. Non sta a noi sindacare le ragioni della scelta, probabilmente necessaria per le esigenze energetiche del paese, ma allo stesso tempo non si può tacere di fronte alle devastazioni che essa comporterà.

  Archeologicamente quel mondo è perso per sempre. Poco può di fronte alla catastrofe lo sforzo congiunto degli archeologi sudanesi e occidentali – specie italiani – per salvare in salvabile, documentare il possibile, preservare una briciola di memoria. Gli sforzi compiuti sono enormi, 54 blocchi di pietra decorati a graffiti, pesanti anche decine di tonnellate, sono stati trasportati a Merwoe, dove la comunità scientifica internazionale vuole creare un nuovo, grande museo, per documentare la grande storia dell’Africa, troppo spesso negata. Insieme a loro l’intero basamento di una piramide kuscita del VIII a.C. è stata spostato blocco per blocco, in attesa di rinascere nel nuovo museo. Ma nonostante tutto quello che si salva è una goccia nel mare, e per di più privati del loro contesto gli stessi reperti salvati saranno quasi muti.

  Ancora più grave la situazione a Debba, dove altre dighe si vanno costruendo, qui l’acqua ricoprirà intere montagne basaltiche su cui l’uomo ha lasciato traccia del proprio passaggio per migliaia di anni, dove a pochi decine di centimetri convivono giraffe ed elefanti graffiti nei floridi tempi in cui il deserto era lontano, liturgie cristiane e simboli islamici. Di ciò nulla si salverà, solo la documentazione fotografica raccolta dagli studiosi eviterà che si perda totalmente la memoria di questi luoghi.

  Ma Kush non muore solo per la perdita del patrimonio archeologico, almeno in parte salvabile, muore soprattutto perché la parte viva di quel mondo andrà perduta per sempre. Solo la diga di Suweigi ha comportato la deportazione di almeno cinquantamila persona delle tribù Manasir, Rubatab e Shaygia, sradicate dalle propria terre e dalla propria cultura. Concentrati in villaggi prefabbricati, senza anima ed identità, i contadini nubiani perderanno se stessi mentre le acque cancelleranno per sempre i tin, i villaggi fortificati costruiti col fango del Nilo, che già puntellavano quelle terre quanto vi giunsero la prima volte le armate dei faraoni.

  Con i tin morirà una cultura millenaria, scompariranno le tradizioni ancestrali che le tribù di pastori e agricoltori hanno preservato nel corso dei millenni. In pochi anni il “progresso” distruggerà ciò che è sopravvissuto alla storia creando nuovi sradicati, nuova incertezza; non si vede luce per il futuro delle genti di Kush, private della propria identità, destinate ad annichilirsi nel degrado come tanti, troppi popoli prima di loro.

  Ma non è solo l’uomo a soffrire, tutta quella terra verrà stravolta. Il limo benefico del Nilo non giungerà più a fertilizzare quelle terre, il deserto conquisterà le rive inaridite dove ancora oggi verdeggiano foreste di palme, visione di paradiso per i viaggiatori venuti dal deserto. Il lago che verrà a formarsi modificherà la realtà climatica. Un intero, fragile, ecosistema verrà sconvolto senza che nessuno possa nemmeno prevedere come. Troppe volte in nome del “progresso” e della “modernità” si è creata solo distruzione. Non resta che pregare gli Dei di risparmiare al popolo dei faraoni neri le sofferenze che analoghe imprese hanno riservato a troppi popoli. Nubi neri si addensano sulle piramidi el Kurru.

 

 
 

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   Il 2008 è stato è stato l’anno di un tragico anniversario totalmente ignorato dalla stampa ufficiale a causa della spinosa attualità che esso continua a rivestire. Quello della Nakba, la spaventosa pulizia etnica condotta dal nascente stato di Israele contro le comunità arabe di Palestina, senza distinzione di religione e rivolta con la stessa ferocia contro sunniti, sciiti e cristiani, accomunati dal fatto di essere arabi e non ebrei.

  A partire dal 15 maggio 1948 le milizie sioniste, espressione di quel mondo ebraico appena uscito dall’immane catastrofe della Shoa perpetrata in nome della follia nazista, trasformate da perseguitate in persecutrici attuarono il più sistematico progetto di espulsione di un popolo dalla propria terra che la storia recente ricordi. Prima della fine del 1948 ben 750.000 arabi palestinesi vengono espulsi dalle loro case, i loro beni requisiti, i lori villaggi distrutti (si calcola che almeno 530 insediamenti siano stati rasi al suolo), al termine di quell’anno circa il 60% della popolazione palestinese era stata espulsa dalla propria terra. L’espulsione di massa fu accompagnata da autentici pogrom come a Deir Yasim dove i circa 250 abitanti furono massacrati fino all’ultimo, compresi vecchi, donne e bambini.

 La Nakba non è stata solo una tragedia, ma l’inizio di un’ulteriore, interminabile tragedia, di cui ancor oggi è vittima il popolo palestinese. Gli anni seguenti hanno visto succedersi continue espulsioni (altri 350.000 solo nel 1967) e soprattutto il totale annullamento della stessa nazione palestinese la cui popolazione risulta in gran parte confinata in campi profughi di fatto posti sotto il controllo israeliano.

  Nel frattempo all’interno di Israele veniva pianificandosi una politica segregazionista, sostanzialmente analoga a quella praticata in Sud Africa durante l’Apartheid, nei confronti dei cittadini israeliani di origine araba.

  Tutto questo e molto altro è avvenuto (sistematiche violazioni delle risoluzioni delle Nazioni Unite; uso del terrorismo come arma politica nei confronti di leader stranieri ritenuti ostili; saccheggio sistematico del patrimonio storico culturale palestinese o distruzione delle testimonianze ritenute contrarie all’identità ebraica di Israele, ovvero quelle cristiane e islamiche; occupazione ripetuta di territori affidati in pieno diritto all’autorità palestinese, da ultimo con la costruzione del muro, totalmente edificato in territorio arabo; violazione sistematica dei più elementari diritti umani dall’uso della tortura agli attacchi contro istituti scolastici e ospedalieri) con il silenzio, se non con l’appoggio del resto del mondo. L’Europa incapace di superare le sue divisioni e suoi sensi di colpa fino al punto di permettere tragedie presenti per non ricordare quelle passate; gli stati arabi troppi interessati a mantenere buoni rapporti con l’occidente e a non danneggiare le proprie relazioni commerciali per compromettersi al fianco dei fratelli palestinesi; gli Stati Uniti schierati senza se e senza ma con Tel Aviv, a prescindere dal colore politico dell’inquilino della Casa Bianca, in ogni caso legato alle lobby finanziarie ebraiche il cui appoggio e fondamentale oltre oceano.

  L’esplodere delle violenze a Gaza a riportato l’attenzione sulla tragedia palestinese, anche se pur troppo ancora una volta la realtà appare piegata al condizionamento ideologico a cominciare dalla presunto violazione della tregua da parte di Hamas, violazione che non c’è mai stata in quanto la tregue scadeva il 15 dicembre ed è stata rispettata dal movimento palestinese fino a quel giorno nonostante le sistematiche violazioni da parte israeliana. Ancora una voltasi è deciso di voltare le spalle alla Palestina.

  Tragicamente la situazione attuale non sembra vedere una possibile soluzione. Considerando che l’immobilismo dell’Europa e del mondo arabo sembra difficilmente superabile le uniche possibilità potrebbero venire da un mutato atteggiamento di Washington, forse l’unico interlocutore capace di fare autentica pressione su Tel Aviv. Ma da quel fronte non sembrano giungere notizie confortanti per il prossimo futuro, la nomina da parte di Barack Obama di Emmanuel Rahm a capo di gabinetto non promette nulla di buono. Figlio di uno dei fondatori dell’IRGUM, la milizia terrorista ebraica fra le principali responsabili della pulizia etnica degli anni ’40 e noto per essere un falco pro Israele.

  La pace sulla martoriata terra di Canaan sembra ancora molto, troppo lontana.  

 

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