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Archive for febbraio 2009

 La storia dell’Italia antica, in quel lungo e delicato momento che sta fra l’entrata della penisola nelle grandi dinamiche sovranazionali del mondo mediterraneo e l’affermazione egemonica di Roma si caratterizza come continuo andirivieni di influenze e contatti, che procedendo in direzioni diverse ma sempre biunivoche vengono a definire un’identità culturale dai numerosi tratti comuni.

  Anche superando schemi preconcetti e non più corrispondenti alla realtà archeologica rimane l’innegabile fatto che una fra tutte le gentes della penisola una svolga un ruolo centrale nell’acquisizione delle esperienze storiche e nella trasmissione delle stesse in quegli ambiti, specie settentrionali, meno permeabili dai contatti diretti con il mondo greco e levantino: gli etruschi.

  Il rapporto fra le genti tirreniche e il variegato mosaico di popoli stanziati a nord della dorsale appenninica ha sempre attirato l’attenzione degli studiosi apparendo evidente come la mediazione cultura etrusca sia stata essenziale per lo sviluppo degli ambienti settentrionali fossero essi liguri, celtici, retici o paleo-veneti. Le vie della penetrazione dell’etruscità nel Nord Italia sono state molteplici e differenziate come differenti sono stati i centri da cui queste influenze sono partite e che sono stati diversi nel tempo (al predominio tarquiniese nella fasi tardo-villanoviane segue l’egemonia di Vetulonia nel momento orientalizzante), negli areali di ricezioni e semplicemente per specializzazione artigianale. Fra tutte le vie una sembra però prevalere sulle altre in quanto autentico focolaio culturale etrusco in valle padana, Felsina/Bologna, la grande metropoli degli etruschi del nord.

  Per quanto le fonti la vogliano di fondazione coloniale tarquiniese (Aulo Cecina, Valeria Flacco) o perugina (Silio Italico) la formazione della città sembra partire da una dimensione locale, punto di compimento di dinamiche locali analoghe a quelle dell’Etruria propria e conseguenti ad una unità di popolamento le cui origini si perdono nelle nebbie dell’età del bronzo. A partire dal IX a.C. il centro proto urbano di quella che diverrà Felsina nasce come processo sincretisco partente dalla fitta rete di popolamento che caratterizzava la piana bolognese già nel bronzo recente e finale e in cui il contributo di genti esterna sembra essere stato decisamente limitato.

   L’emergere di uno di questi villaggi (quello di Villa Cassarini-Villa Bosi) segnerà la piena affermazione dell’assetto proto urbano. Fenomeno quindi analogo e contemporaneo a quello che porta alla formazione delle metropoli tirreniche – etrusche e laziali – da cui si differenzia solo per le dimensioni. I 300 ettari fra l’Aposa e il Ravone occupati dalla primitiva Felsina sono di gran lunga superiori ad ogni altra coeva esperienza e vanno probabilmente spiegati con un tessuto più ampio dell’abitato, con aree coltive alternate ai gruppi residenziali impossibile sugli scoscesi pianori dell’Italia centrale ma non per questo rispondente a un diverso schema culturale. Gli appezzamenti di terreno adiacenti alle abitazioni che dobbiamo immaginare frequenti in questa Bologna primitiva evocano immediatamente gli heredia di due iugeri concessi da Romolo a ciascun capo famiglia unitamente al diritto di lasciarli in eredità.

  Fin dalla fondazione Felsina appare città etrusca sotto ogni aspetto, frutto delle stesso fenomeno culturale che porta alla formazione del tutal Rasnal (nomen Tusciae) e non riflesso coloniale del medesimo.

  Le dinamiche urbane e sociali fra orientalizzante e alto arcaismo confermano questa linea mostrando Bologna al fianco dei grandi centri dell’Etruria propria – e non al traino di essi – nell’evoluzione delle strutture socio-economiche e di conseguenza artistiche e culturali. Rapida è l’affermazione di élites aristocratiche detentrici di grandi ricchezza e portate ad autorappresentarsi in modo analogo a quello delle città tirreniche. In specie emerge il ruolo rituale del carro funerario, espressione di un’ideologia omerica ormai diffusa anche a nord dell’Appennino.

   Affermazione aristocratica che da subito si accompagna a quelli che sono i segni più evidenti di autodefinizione delle elites tirreniche. In primo luogo la precoce adozione della scrittura sia in città – alla fine del VII a.C. si data la complessa iscrizione dell’anforetta del sepolcreto Melenzani attestazione di un processo notevolmente avanzato – sia nelle campagne da cui proviene la straordinaria testimonianza dei cippi di Rubiera (fine VII a.C.) in cui compare la prima attestazione del termine zilath, la maggior carica dell’Etruria post-principesca corrispondente al praetor latino.

  L’altro aspetto è l’adesione alle forme dell’orientalizzante internazionale che proprio a Felsina trova una delle più interessanti aree di elaborazione occidentale e che sembra originarsi da contatti diretti con il Levante – forse con la stessa presenza in loco di maestranze siro-levantine – senza la mediazione del mondo tirrenico.

   Il prepotente emergere di Felsina rappresentò un fenomeno senza precedenti nel mondo Cisalpino, ancora legate a forme insediative e sociali propriamente protostoriche. Esso non solo fornì un preciso modello di sviluppo per i centri di tradizione villanoviana della regione – come Verucchio – ma soprattutto contribuì in modo determinante alla diffusione verso nord della cultura mediterranea.

   Strettamente legata al mondo felsineo appare fin da subito la nascente civiltà atestina. Le necropoli di Este mostrano fin dal pieno orientalizzante l’adesione dei ceti dirigenti venetici al mondo di vita etrusco e se le testimonianze materiali mostrano un ampio raggio (che coinvolge in specie Tarquinia e Veio) e verosimile pensare che sia stata proprio Felsina potenza dominante di quel sistema fluviale Adige-Mincio-Po su cui si innestano gli interessi atestini a diffondere i modelli culturali – e forse anche gli oggetti – di riferimento.

   Emblematiche di questa nuova mentalità principesca e omerica sono le Tombe del Ricovero 326 di Este, datato alla fine dell’VIII a.C. e destinate ad una coppia aristocratico. I corredi mostrano per lei rocchetti e pesi da telaio, richiamo al telaio come simbolo di contrattazione dinastico-familiare analogamente a quanto attesta la Penelope omerica mentre lo sposo è accompagnato da utensili da carpentiere, e di nuovo il modello è odissaico, all’Ulisse principe falegname che ricava il talamo nuziale nel tronco di un albero.

   Una profonda trasformazione investe tutta l’Etruria padana a partire dagli inizi del VI a.C., la necessità di aprirsi nuove rotte commerciali spinge le metropoli della madrepatria ad un autentico slancio verso la valle del Po, cui gli etruschi qui stanziati sembrano aderire con entusiasmo. Nasce una complessa rete di città, punti di snodo di un reticolo commerciale accuratamente pianificato, strettamente interdipendenti fra loro in quanto gangli di un sistema che può sopravvivere solo con la compartecipazione di tutti gli elementi – in questo molto diverso dalle rissose città dell’Etruria propria.

  La riorganizzazione segna in primo luogo la nascita di nuove città, le fonti antiche parlano di una dodecapoli, nei punti nevralgici della pianificazione: Mantova, Spina, Adria, Marzabotto, l’ancor ignota Melpum. Al centro di questa sistema, capitale riconosciuta del nuovo mondo etrusco-padano, Felsina si trasforma venendo in contro alle nuove esigenze ma senza tradire la sua vocazione.

  Il tessuto abitativo si evolve in forme pienamente urbane mentre sugli ultimi contrafforti montuosi che scendono verso la pianura – area di Villa Cassarini – si organizza un’autentica arx, cittadella sacra sul modello tirrenico, dominata dal grande tempio poliade. Contemporaneamente il territorio periurbano si monumentalizza, la strada che risale verso la valle del Reno si trasforma sui modelli delle grandi vie di comunicazione mediterranee – come quella da Atene al Pireo, monumentalità ulteriormente evidenziata dalle imponenti stele a ferro di cavallo, tratto caratteristico delle necropoli felsinee di età tardo-arcaica.

   Centro di un complesso sistema territoriale che controlla i passaggi appenninici con Marzabotto e che si apre attraverso Spina sul mondo greco e orientale, Felsina continua ad essere il riferimento imprescindibile per il mondo transpadano. Molto probabilmente è per mediazione felsinea che i modelli dei santuari etruschi – e con essi pratiche rituali e schemi mito-sacrali – giungono nel Veneto atestino che nel corso del V a.C. comincia a dotarsi di strutture analoghe. Più a ovest lo spostamento del cuore pulsante del mondo golasecchiano dal Ticino al Lario esalta ulteriormente il ruolo di Bologna, sempre più interlocutore privilegiato nei rapporti fra il mondo mediterraneo e l’Europa celtica.

   Contemporaneamente Felsina sembra il principale centro nella diffusione della cultura etrusca verso il meridione adriatico – prima tramite Verucchio e poi attraverso l’emporion di Spina – come sembra confermare la diffusione delle ciste cordonate  – uno dei prodotti più peculiari dell’artigianato felsineo – nel Piceno e soprattutto in Puglia.

  Solo con il IV a.C. questa situazione di cose cambia rapidamente e in modo traumatico. Le invasioni galliche scardinano il sistema dell’Etruria padana e occupano le principali città – solo Spina e Mantova sembrano salvarsi. Felsina diventa Bononia, la polis etrusca si trasforma in centro gallico, le tracce di degrado sono significative. Soprattutto la dimensione urbana – sia fisica sia soprattutto istituzionale – decade rapidamente. Ma Felsina in qualche modo supera la crisi, in breve tempo i nuovi invasori vengono conquistati dalla città vinta e in poche generazioni le aristocrazie galliche non si distingueranno più per il modo di vivere (simposio, giochi atletici) da quelle etrusche. Se il degrado dell’idea urbana non permetterà più a Bologna di essere il “modello della città” per i popoli nord-italici – e infatti il processo urbano viene ad interrompersi fino alla definitiva affermazione di Roma – continuerà a fornire le coordinate di un modo di vivere che continuerà per secoli a caratterizzare tutte le classi egemoni nord-italiche tanto venetiche quanto galliche. Ancora Este fornisce la conferma più evidente a riguardo con i sontuosi gioielli che accompagnavo l’ultimo viaggio di Nerka Trostiaia (III a.C.) ancora modellati su modelli etruschi mediati attraverso Bononia.

   La storia ha da allora continuato il suo corso mentre il modello di Roma uniformava le mille Italie che incontrava sul suo cammino ma appare difficile negare che la rapida affermazione del modello romano – e quindi urbano – in Cisalpina non sia stata preparata dal modello urbano degli etruschi. Nel ruolo di cuore del mondo etrusco transappennico Bologna ha in questo senso segnato l’evoluzione del nord Italia per tutta la sua storia successiva attendendo di tornare ad essere – in quel mondo di piccole patrie che fu il medioevo comunale, in questo così simile al mondo poliade etrusco – un faro di civiltà per tutto l’Occidente europeo.

 
 
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 Parlare di “Les contes d’Hoffmann” impone sempre una premessa filologica in quanto la storia editoria dell’opera rimane a tutt’oggi uno dei più intricati gineprai della storia della filologia, non solo musicale. Praticamente ogni edizione dell’opera appare differente dalle altre viste le possibilità praticamente illimitate di associare le varie versioni, in pastiche più o meno coerenti.

  La ripresa del capolavoro offenbachiano a Torino (a trentasei anni dall’ultima rappresentazione) non sfugge a questa regola. Nell’occasione non si è optato per nessuna delle edizioni critiche esistenti preferendo una soluzione di compromesso che salvasse l’impianto tradizionale dell’opera comprese le pagine apocrife ormai acquisite nell’immaginario collettivo ma integrandole di quegli elementi reintrodotti più o meno recentemente e che contribuiscono – almeno parzialmente – ad una maggior coerenza dell’insieme.

  Nella pratica questo comportava il ritorno al corretto ordine degli atti – quindi con l’atto di Antonia precedente a quello di Giulietta; la riapertura della scena della Musa nel prologo e quindi la sua identificazione con Nicklausse, fondamentale per lo sviluppo drammaturgico della vicenda e l’aria della stessa “Vois sous l’archet frémissant” nell’atto di Antonia. Rimaneva invece nella forme tradizionale l’atto di Coppelius con l’aria “J’ai des yeux” creata da Gounsburg sulla musica originariamente pensata per la Chanson di Dappertutto che quindi continua ad essere l’apocrifa – ma pur sempre bella – “Scintille, diamant”. Seguono l’andamento tradizionale anche l’atto di Giulietta, privo dell’aria “L’amour lui dit: la belle” e della morte di Pitichinaccio e l’epilogo, con i personaggio di Stella ridotto a semplice comparsa.

  Finita la premessa filologica si può cominciare ad analizzare lo spettacolo, partendo dalla notevolissima componente visiva. La regia di Nicolas Joel sfrutta al pieno sia l’apparato scenico, essenziale ma elegantissimo di Ezio Frigerio sia le straordinaria doti attoriali di alcuni interpreti creando uno spettacolo estremamente godibile, in cui brio operettistico e ombre romantiche convivono in compiuto amalgama.

  Frigerio ha realizzato un unico impianto scenico, un’architettura in vetro e acciaio in perfetto stile secondo impero in cui gli elementi di arredo, limitati ma suggestivi, e il gioco delle luci creano di volta in volta i diversi ambienti: alambicchi fumanti per la birreria di Mastro Luther; un treno con cui arrivo Coppelius – il cui trucco lo faceva sembrare al note eroe dei cartoni animati Dick Dastardly – per l’atto di Olympia; inquietanti strumenti meccanici per Antonia; due grandi gondole giocattolo – con tanto di gondolieri di piombo – per Giulietta. Il tutto perfettamente godibile. La parte visiva era completata dagli splendidi costumi di Francia Squarciapino fra cui emergevano quello elegantissimo di Antonia e quello splendidamente folle di Olympia.

  La parte musicale presentava sicuramente maggiori problemi ma se le singole prove possono essere discutibili bisogna riconoscere che nel complesso lo spettacolo risultava più che godibile.

  Su questo fronte i punti di forza sono stati sicuramente due giovanissime cantanti: Desirée Rancatore (Olympia) e la georgiana Nino Surguladze (Musa-Nicklausse). La prima canta non solo magnificamente la sua aria ma è semplicemente straordinaria nel tratteggiare scenicamente la bambola meccanica mostrando non comuni doti di attrice. La seconda presta una voce bella e sonora al personaggio di Nicklausse-Musa reggendo perfettamente una parte che – con la riapertura dei tagli – acquista il ruolo di autentica prima donna dell’opera.

  Antoniozzi è artista straordinario. Nonostante la voce non fosse al meglio a seguito dei postumi di una faringite il risultato e stato comunque assolutamente coinvolgente l’artista supplendo pienamente ai limiti del cantante. Ecco quindi un Coppelius iperattivo e in fondo simpatico ciarlatano dulcamaresco in occhialoni da ferroviere e mantello-espositore con appesa oggetti ottici di ogni sorta; un Dottor Miracle giustamente sulfureo e inquietante, la cui sprezzante ironia rivela lampi di assoluta malvagità; un Dappertutto scettico e blasé; un Lindorf ad un tempo violento e mellifluo domatore. Di fronte ad una tale prova d’interprete poco mi importano le – per altro limitate – mende vocali.

  Altro grandissimo artista Carlo Bosi ha tratteggiato i quattro servi con non comune talento comico e inappuntabile resa vocale. Un grande artista capace di rivelare il suo talento in piccole parti, degno erede della grande scuola italiani di comprimari il cui sommo interprete fu Piero De Palma.

  Le altre “amorose” erano l’Antonia di Raffaella Angeletti, di bella voce ma di limitata personalità e con qualche tendenza a sforzare troppo in acuto e la Giulietta di Monica Bacelli, forse un po’ troppo caricata – compreso il vizio tipico di molti cantanti italiani di rotacizzare più del dovuto – ma per il resto splendidamente cantata. Rimane il fatto che in teatro ci si renda pienamente conto del fatto che Giulietta debba essere soprano in quanto sia nella celeberrima barcarola sia nel concertato viene altrimenti a mancare quella differenziazione fra le voci di Nicklausse e Giulietta che sarebbe essenziale.

  Le note più dolenti giungevano – come spesso capita – dal tenore protagonista anche se in questo caso bisogna dar atto al messicano Arturo Chacon-Cruz di aver preso in mano una situazione non facile dopo il forfait di Roberto Aronica. Il giovane tenore presenta un timbro non particolarmente bello, molto personale – il che non è necessariamente un fatto negativo – buono squillo sugli acuti. Rimangono però problemi nella zona di passaggio medio-acuta ed una certa genericità d’interprete. Nel corso della recita ha mostrato evidenti segni di stanchezza nell’atto di Antonia mentre è parso in ripresa in quello di Giulietta e nell’epilogo.

  Fra le numerose parti di fianco vanno ricordati almeno Emanuele Giannino (Spallanzani), Alessandro Guerzoni (Crespel), Giovanna Lanzi (La madre di Antonia).   La direzione di Villaume sembra puntare maggiormente sugli abbandoni lirici ma riesce comunque a tenere un passo teatrale sufficientemente serrato. Qualche problema di tenuta alla fine del secondo atto, con l’orchestra che sembrava andare un po’ troppo per proprio conto. Ottima la prova del coro

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