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Archive for marzo 2009

   La recente visita al MAO, il nuovo museo di arte orientale di Torino, mi ha portato a riflettere sul tema della bruttezza e di come la nostra idea di bello sia assolutamente inapplicabile a culture diverse. La cultura occidentale risulta dominata – se solo ci si presta attenzione – non solo dall’idea di “Bello” ma soprattutto dal retaggio della calogazia greca divenuta il fondamento visivo del nuovo ordine cristiano in cui la contrapposizione fra divino e demoniaco diventa quella fra assoluta bellezza e mostruosa bruttezza in un’idea della fisicità come espressione della natura interiore. Non è casuale che nell’arte cristiana non trovi spazio quel mostruoso benefico che era sopravvissuto nelle pieghe marginali della classicità ne tantomeno trovino seguito quei movimenti che rovesciano l’approccio: il Cristo mostruoso, in cui la bruttezza fisica viene ad esaltare la bellezza interiore non sopravvive a Cipriano e ai primo movimenti ereticali in terra d’Africa.

  Ma fuori dal mondo segnato dalle mille forme dell’ellenismo – in questo il cristianesimo è esso stesso prodotto e parte della cultura ellenistica – questo rapporto non funziona, si sgretola fino a giungere a ribaltarsi. Inoltrandosi nel cuore profondo dell’Asia, fra il biancore abbagliante delle vette himalayane le sorprese in tal senso non mancano.

  Splendido nella sua spaventosa bruttezza Mahakala, il Grande Nero, fissa il suo sguardo terrifico dalle case e dai templi. L’immagine è quella che l’occidente ha riservato alle più atroci personificazioni del male: un gigante nero dalle molte braccio, al collo e sul capo monili di teschi umani, il volto come deformato da una furia incontenibile posto al centro di una corona di fiamme. Ma dietro l’immagine terrifica si nasconde una figura ben diversa dai demoni occidentali, Mahakala è uno dei “Grandi Guardiani”, il protettore della sapienza trascendente, il guardiano della divina conoscenza. Il suo culto attraverso le terre lamahiste, dal Nepal alla Mongolia, figura fra le più venerate fra i mille Dei di questo buddismo sciamanico nato sul tetto del mondo.

  Ma non è il solo Mahakala ad assumere aspetto terrifico fra i Numi tibetani. Forse ancor più spaventoso è Yamantaka, personificazione irata di Manjushri. Si ritiene che il Vajrabhairavatantra sia stato trasmesso direttamente dalle dakini al pandita Lalitavajra che occupa un posto importante nella tradizione buddhista del Nepal. La pratica rituale è stata introdotta da Tson-kha-pa, fondatore della scuola dGe-lugs-pa. Nella sua forma più estrema e violenta Mahavajrabhairava, “la Grande Ira Adamantina”, è un dio che terrorizza anche le divinità terrifiche del pantheon tibetano e che va accostata nel massimo segreto e con la massima cautela, poiché la sua enorme potenza può avere effetti disastrosi quando non sia correttamente affrontata. Ma la terribilità non è dato negativo, è l’incarnazione delle forze più indomabili della Natura, forze che il saggio deve conoscere per dominare. La terribilità di Yamantaka è più simile a quella del Dio degli ebrei, così potente da non poterne pronunciare neppure il nome che alla malvagità distruttiva di un principe delle tenebre.

  Ma la divina bellezza del brutto non domina solo sul tetto del mondo, spesso compare molto più vicino a noi solo che non riusciamo a riconoscerla, obnubilati da preconcetti secolari. Fra tutte le civiltà del Mediterraneo quello più ricettiva nei confronti della cultura greca ma allo stesso tempo più capace di mantenere una propria specificità è quella dei etruschi.

  A partire dalla fine del V a.C. un esercito di essere bizzarri invade le tombe d’Etruria, demoni grotteschi e coloratissimi popolano un oltretomba di sfrenata fantasia. La scoperta di quegli essere a subito colpito la fantasia ma il pregiudizio calogazico ha impedito di comprenderne il senso. Nasce così l’idea di un aldilà terrifico e spaventoso, di un mondo di incubi atroci e di mostri, un’idea così radicata che ancora nel 1992 in occasione della grande mostra veneziana su “Gli etruschi e l’Europa” Horst Blanck poteva scrivere “Pur scaturendo da concetti religiosi diversi, sia i demoni etruschi sia quelli cristiani medioevali appartengono alla sfera del negativo” (p. 245).

  Eppure la realtà era diversa, la spiegazione sotto gli occhi di tutti, sarebbero bastati un poco di attenzione e buon senso per far piazza pulita di tante forzature, eppure nessuno sembrava riuscirci. Solo il genio di studioso unito al buon senso bergamasco di Francesco Roncalli ha rilevato quello che tutti avevano sotto i loro occhi e non riuscivano a vedere.

  La ricostruzione dei percorsi visivi della “Tomba dei Demoni Azzurri” indica chiaramente quale sia la lettura, entrati nella tomba i percorsi si snodano verso la parte di fondo dove domina un gioioso banchetto, su uno dei due lati una danno e accompagnata da due demoni verso una nave. Subito si parlo di defunta strappata dai propri cari e condotto in un inferno popolato di mostri ma se solo si segue il percorso logico la prospettiva si ribalta, la nave viene dalla parete di fondo, sono gli antenati che vengono ad accogliere la defunta per portarla nei festosi banchetti d’Elisio. I demoni accompagnano, seppure in modo scomposto e maldestro, la donna verso i propri cari proteggendone l’anima delle insidie del viaggio verso il regno dei morti.

  I percorsi visivi spiegavano tutto, solo che il velo dei pregiudizi impediva di vedere qualche cosa di evidente. E se i percorsi non fossero bastati sarebbe dovuto entrare in gioco il buon senso, che farebbe dipingere nella tomba dei propri famigliari un mondo di mostri e supplizi.

  Nella loro funzione di accompagnatori i demoni azzurri anticipano quello che sarà il ruolo di tutta la fantasmagorico demonologia tirrenica. I Demoni sono custodi, protettori della tomba, solo coloro che difendono i defunti dalle minacce che i vivi portano loro; l’aspetto terrifico e l’insolito armamento servono a rendere evidente questa funzione, il terribile martello di Charu serve solamente a serrare le porte degli inferi.

  In tutta l’arte etrusca solo un demone tormenta un umano, il Tuchulca ornitocefalo della “Tomba dell’Orco Secondo” ma l’iscrizione fa subito giustizia di troppo facili suggestioni. Il perseguitato è These (Teseo), un vivente che ha osato profanare il Regno Eterno di Ade, di mettere in discussione la pace dei morti. Ancora una volta i demoni custodi a proteggere i defunti dalla malvagità dei vivi.

  Fra le cose che l’incontro con culture altere ci può insegnare c’è forse anche il superamento dei preconcetti estetici, a volte l’assoluta bontà del divino può esprimersi nella più mostruosa delle forme.

 

 

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  I legami fra l’Italia e i paesi dell’Europa centro-orientale, specie quelli dell’area carpatico danubiana (Ungheria, Romania, Slovacchia, Ucraina occidentale) risalgono all’origine stessa delle culture delle rispettive aree che appaiono da sempre legate da rapporti strettissimi, tanto da risultare incomprensibili separatamente. La conoscenza – anche superficiale – di questo passato può contribuire a diradare i reciproci sospetti portando a riconoscere una tradizione di integrazione e non certo di opposizione fra i popoli interessati.

  Per ragioni documentarie mi soffermerò principalmente sulle testimonianze di area carpatico-danubiana in Italia ribaltando lo sguardo solo per le fasi più tarde dell’età del ferro, quando con più evidenza si riconosce la presenza italica nell’Europa orientale. Per le stesse ragioni ci si soffermerà solamente su alcune regioni italiane – il Piemonte per la pre-protostoria, l’Etruria per l’età arcaica e classica – ma va considerato sempre che il fenomeno è esteso ben oltre questi limiti imposti dalla documentazione in mio possesso.

  Le prime tracce di contatto risalgono al neolitico, in specie alle fasi del cosiddetto “Neolitico Antico Padano” (inizi V millennio a.C.) quando ossidiane di provenienza carpatica sono attestate in Piemonte (Alba) e Liguria (Arene Candide) testimoniando l’esistenza di contatti commerciali verso quella parte d’Europa all’interno dei percorsi di circolazione dell’ossidiana la cui produzione è limitata a poche aree (Sardegna, Lipari, isole Pontine, Carpazi).

  Questi primi contatti continueranno negli anni seguenti in specie durante l’eneolitico quanto l’Italia settentrionale parteciperà al grande fenomeno della “Cultura del Vaso campaniforme” diffusa in tutto il continente e forse da connettere all’arrivo dei primi gruppi indoeuropei.

  L’esistenza di questi contatti risulterà decisiva nelle profonde trasformazioni che caratterizzeranno l’età dei metalli. Le innovazione tecniche – metallurgia del bronzo, carro – e sociali – proto-urbanisivo, società di Chiefsdom – che vengono a svilupparsi nel Vicino Oriente e nel Mondo Egeo-Anatolico si diffondono lungo due linee differenti. Una marina attraverso il Mediterraneo e che sembra interessare principalmente le aree costiere centro-meridionali e che risale al nord solo per raggiungere gli emporia dell’alto adriatico; l’altra continentale che risale le coste del Mar Nero e il Danubio e che sembra prevalente per le regioni interne dell’area padana.

  Quest’area non si caratterizza solo per l’assenza di sicure presenza mediterranee – in primis ceramiche micenee o levantine – ma anche per la presenza di sicuri contatti con il mondo transalpino. Specie a partire dal bronzo medio l’area piemontese sarà interessata dal sopraggiungere di gruppi alloctoni di probabile provenienza centro-europea – quelli corrispondenti alle culture archeologiche di Viverone e Canegrate – appendice meridionale della “Cultura dei Tumuli” della Germania meridionale, strettamente legata alle esperienze dell’Europa Orientale.

   Per quanto riguarda l’antica età del Bronzo un ruolo decisivo sembra aver svolto la cultura di Utenice (1950 – 1750 a.C.) originaria della Polonia e della Germania orientale. Proprio i contatti con quest’area sembrano all’’origine della metallurgia del bronzo in sostituzione del rame arsenicato usato fino a quel momento in Italia. Numerose tracce indicano materiali provenienti da quell’area sia in ambito occidentale – Ledro, Castiglione dei Marchesi, Groppello Cairoli – sia nei contesi tardo-poladiani dell’area veneta come Canar presso Rovigo ove ai bronzi si aggiungono ceramiche carpatiche della Cultura di Weiselburg (Bassa Austria, Ungheria, Transilvania).

  Come detto la media età del bronzo segna una rottura profonda nelle dinamiche del popolamento padano: a ovest compaiono gruppi alloctoni di probabile natura proto-celtica da cui discenderanno le popolazioni italico-hallstattiane dell’età del ferro (Cultura di Golasecca) mentre a est si sviluppano le culture terramaricole e proto villanoviane di tradizione italica.

  Le culture occidentali appaiono come appendice meridionale di quanto avviene nell’Europa Continentale, se i rapporti più stretti sono con la Svizzera e la Germania Meridionale le testimonianze relative a relazioni con l’Europa dell’Est sono comunque molto frequenti. All’inizio del bronzo medio una tomba da Casale presenta un insolito corredo con associazione di ascia e pugnale, unico esempio in Italia di una tipologia ben nota al di la delle Alpi e che sembra rimontare – anche nelle forme della deposizione degli oggetti entro urna – alla “Cultura di Vatya” o della “Ceramica Incrostata Pannonica”. Ad ambito carpatico-danubiano rimandano anche molte tipologie metallurgiche tanto da rendere verosimile ipotizzare la presenza di artigiani itineranti originari di quelle aree nell’Italia del tempo.

   Con il bronzo recente e finale si assiste a quei fenomeni di etnogenesi che porteranno ai popoli storici. In area piemontese questo si accompagna in specie all’emergere della “Cultura di Canegrate” e poi di quella di “Proto-Golasecca” perfettamente inserite nella genesi del mondo hallstattiano europeo che a partire dalla prima età del ferro accumunerà le genti europee dalla Gallia al Dnepr. Fra le prove di contatti stretti con l’area orientale dell’Europa si possono ricordare almeno una punta di lancia da parata riccamente decorata ritrovata a Cuneo e sicuramente prodotta in ambito carpatico e la diffusione del carro da guerra probabilmente giunto in Italia per via danubiana.

  Contemporaneamente il versante adriatico vede l’emergere di Frattesina Polesine, una Wall Street del bronzo, punto di contatto fra le direttrici che portavano fino al Mediterraneo l’ambra baltica e i commercianti micenei e siro-palestinesi.

   Con il passaggio all’età del ferro diventa più difficile seguire l’arrivo di materiali danubiano-carpatici in Italia, soprattutto alla sempre maggior omologazione delle aree prima halstattiane o poi lateniane mentre appare sempre più chiara la portata delle esportazioni italiche verso quei territori che ha come principale protagonista la dinamicità del mondo etrusco.

  In realtà anche nel momento etrusco i rapporti continua a essere biunivoci e nelle fasi più antiche l’influsso del mondo carpatico-danubiano continua ad essere prevalente. In primo luogo la metallurgia etrusca deriva le proprie tipologie formali essenziali da modelli centro-europei (elmo pileato o crestato, spada ad antenne) tanto da far ipotizzare a Camporeale l’esistenza di significati nuclei di artigiani dell’Europa centro-orientale residenti in Etruria fra IX e VIII a.C. L’adozione da parte degli etruschi di modelli simbolici propri del mondo continentale – barca solare, decorazioni ad “anatrelle” – fornisce ulteriori indizi in tal senso.

  Il rapido emergere della potenza commerciale etrusca ribalta in breve tempo i rapporti a partire dall’VIII a.C. Rimane il fatto che la capacità di penetrazione dei prodotti etruschi sui mercati europei si spiega in gran parte con la loro derivazione da modelli comuni alle popolazioni richiedenti. E’ il caso degli elmi crestati tardo-villanoviani esportati fino all’Ucraina (Zavadintsy) o delle spade diffuse a nord fino al Brandeburgo (Steyr) e ad est fino alla Polonia orientale (Nieczajna).

   Altro prodotto tipico della metallurgia tardo-villanoviana, il cinerario biconico con decorazioni a barca solare trova anch’esso ampia diffusione, l’esemplare ritrovato più lontano dai luoghi di produzione è stato rinvenuto a Przeslawice nella Polonia settentrionale ma il tipo è noto anche in Ungheria (Budakalasz).

  La situazione non cambia nei secoli successivi anzi si assiste ad un intensificarsi dei rapporti specialmente grazia all’affermazione dei centri padani – in primis Felsina ed Este – naturali teste di ponte verso l’Europa centrale e orientale. Ad età orientalizzante (VII a.C.) si data il tripode bronzeo ritrovato a Novo Mesto (Slovenia) di probabile fattura vetuloniese.

  A partire dal V a.C. sarà soprattutto il vino – e i prodotti ad esso collegati – a monopolizzare il commercio etrusco verso l’Europa. Le testimonianze di questo commercio accomunano tutto lo spazio continentale. Fossile guida di questo commercio la “brocca a becco” (“Schnabelkanne”), diffusa ovunque con percentuali significative. Limitandosi alle regioni dell’Europa Orientale essa è frequente in Ungheria (Saghegy,Velem), Slovacchia (Zolyom) e Polonia (Stettino, Koslielec, Gorszewice, Wroclaw). L’assenza di testimonianze nelle regioni intermedie va spiegata con limiti documentari – il caso è componente molto significativa della ricerca archeologica – piuttosto che come assenza di contatti.

  L’età della grande espansione celtica pone fine alla penetrazione del commercio etrusco ma non hai contatti fra l’Italia e le aree danubiane, tanto più in un momento in cui entrambe rispondono ad un medesimo sistema culturale, quello del celtismo lateniano. In oltre alcuni dei gruppi gallici presenti in Italia mostrano rapporti privilegiati proprio con il mondo celtico orientale di cui erano verosimilmente originali. E’ certamente il caso dei Boi e molto probabilmente dei Taurini, per i quali è immediata l’associazione con i Taurisci della Serbia.

  La conquista romana delle province danubiane e poi della Dacia verrà di fatto ha istituzionalizzare una realtà di contatti e integrazioni che da sempre avevano unito queste regioni all’Italia e che continuerà ben oltre la fine del mondo antico.

  

 

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