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Archive for aprile 2009

*       Non c’è, oggi, nulla da festeggiare. Né tantomeno da condividere. Sarebbe ipocrisia non dirlo. Dobbiamo ammetterlo. Con angoscia. Ma anche con quel po’ di rispetto che merita ancora la verità: il 25 aprile è diventato una “terra di nessuno”. Un luogo della nostra coscienza collettiva vuoto, se ognuno può invitarvi chi gli pare, anche i peggiori nemici della nostra democrazia e i più incalliti disprezzatori della nostra resistenza. E se ognuno può farvi e dirvi ciò che gli pare: usarlo come tribuna per proclamare l’equivalenza tra i partigiani che combatterono per la libertà e quelli della Repubblica di Salò che si battevano con i tedeschi per soffocarla, come va ripetendo l’attuale ministro della difesa. O per denunciarne – dopo averlo disertato per anni – l’ ”usurpazione” da parte delle sinistre che se ne sarebbero indebitamente appropriate, come l’attuale grottesco e tragico presidente del Consiglio. O ancora – in apparenza l’atteggiamento più nobile, in realtà il più ambiguo ma anche il più diffuso – per riproporre l’eterna retorica della “memoria condivisa”: quella che in nome di un’ Unità della Nazione spinta fino ai precordi dell’anima, all’interiore sentire, vorrebbe cancellare – anzi “rimuovere”, come accade nelle peggiori patologie psichiche – il fatto, “scandaloso”, che allora, in quel 25 aprile, ma anche nei durissimi decenni che lo precedettero e prepararono, si scontrarono due Italie, segnate da interessi e passioni contrastanti, da valori e disvalori contrapposti. Due modi radicalmente in conflitto tra loro, di considerarsi italiani. Un’Italia, da una parte, in origine spaventosamente minoritaria, sopravvissuta nei reparti di qualche fabbrica, nei quartieri operai delle grandi città, lungo i percorsi sofferti dell’esilio, nelle carceri e nelle isole del confino (quelle di cui il “premier” parla come di luoghi di vacanza): un’Italia quasi invisibile, fatta di inguaribili eretici, di testardi critici ad ogni costo, anche quando le folle plaudenti sembravano dar loro torto, di gente intenzionata a “non mollare” anche quando il “popolo” stava dalla parte del despota, di “disfattisti” contro la retorica di regime, anche quando le legioni marciavano sulle vie dell’Impero… L’Italia, insomma, dei “pochi pazzi” che, come disse Francesco Ruffini, uno dei pochissimi professori che non giurarono, deve in modo ricorrente rimediare agli errori fatali dei “troppi savi”… E dall’altra parte l’Italia, sempre plaudente dietro qualche padrone, delle folle oceaniche, degli inebriati dal mito della forza e del successo, dei fedeli del culto del capo. L’Italia “vecchissima, e sempre nuova dei furbi e dei servi contenti”, come scrisse Norberto Bobbio: quelli che considerano la critica un peccato contro lo spirito della Nazione, e la discussione un lusso superfluo. Vinse la prima: il 25 aprile sanziona appunto quella insperata, impossibile vittoria. E vincendo finì per riscattare tutti, permettendo persino, con quella sua sofferta vittoria, all’altra Italia di mascherarsi e di non fare i conti con se stessa. Sicuramente di non pagare, come avrebbe meritato, i propri crimini ed errori. Ma con ciò il dualismo non scomparve: rimase comunque un’Italia che si identificò con la Resistenza, e una che mal la sopportò e l’osteggiò. Una che si sforzò di continuare l’opera di bonifica contro quell’espressione dell’”autobiografia della nazione” che è stato il fascismo, e un’altra che, sotto traccia, in quell’autobiografia ha continuato a riconoscersi. Un’Italia che stava (fino a ieri pubblicamente) con i suoi partigiani, e un’altra che continuava (fino a ieri privatamente, o quasi) a diffidarne, se non addirittura a rimpiangere il proprio impresentabile passato. Ora quella “seconda Italia” (fino a ieri forzatamente in disparte, per lo meno nel giorno dell’anniversario) ha rialzato la testa. Si è dilatata nello spazio pubblico fino a occuparlo maggioritariamente. E ha rovesciato il rapporto. L’autobiografia della nazione è ritornata al potere. Non solo ha ripreso pubblicamente la parola, ma ha ricominciato a dettare l’ordine del discorso. A rifare il racconto pubblico sul nostro “noi”. Tutto il frusto dibattito di questi giorni sul nuovo significato del 25 aprile si svolge all’insegna di quella domanda di “ricomposizione” delle fratture, che nel fingere di “celebrare” le scelte di allora in realtà le neutralizza e offende. Di più: ne rovescia radicalmente il segno. Ci sta alle spalle un mese in cui abbiamo assistito a un clamoroso tentativo d’imporre, con la logica dell’emergenza, un clima asfissiante di rifiuto della critica e di esaltazione del culto del capo; in cui il sistema dell’informazione ha raggiunto vette di servilismo imbarazzanti; in cui l’opposizione, ridotta a fantasma, ha balbettato o si è adeguata. Come non vedere quanto l’appello alla “memoria condivisa”, in questo contesto, suoni sostegno a quella stessa domanda di unanimismo che sta dietro ogni logica di regime? Quanto essa risponda a quella sorda domanda di far tacere le differenze e le dissonanze che costituì il vero “male oscuro” delle nostre peggiori vicende nazionali? Per questo – per tutto questo – per la prima volta, nei sessantaquattro anni che ci separano dall’evento che si dovrebbe festeggiare, le piazze ci appaiono perdute. In esse non ci troviamo più a casa nostra, non tanto e non solo perché i nostri avversari hanno prevalso (questo accadde anche nel 1994, e il 25 aprile in piazza ci fummo, eccome!). Ma perché una delle due Italie, quella che aveva riempite quelle piazze come luoghi di una democrazia faticosamente presidiata, non c’è più. La sua voce si è affievolita, fin quasi al silenzio, per oblio delle proprie radici, incertezza sulle proprie ragioni, pigrizia mentale… Per insipienza degli uomini e fragilità del pensiero. Non andremo al mare, in questo giorno. Questo no. Ma in montagna forse sì, lì idealmente si dovrebbe ritornare, dove l’aria è più fine e favorisce la riflessione e il pensiero. Sul mondo nuovo che stentiamo a capire. E su di noi, che ci siamo smarriti. Ne abbiamo un impellente bisogno.

*       Marco Revelli

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  La ripresa al Regio di Torino dell’ormai storico allestimento di “Don Pasquale”  firmata da Ugo Gregoretti con scene e costumi di Eugenio Guglielminetti ha pienamente confermato il valore dello spettacolo ed indicato una possibile strada in questi tempi difficili per la cultura italiana in cui la ripresa di vecchie produzioni può rappresentare una importante via di risparmio e garantire al contempo l’ottenimento di ottimi risultati.

  Lo spettacolo di Gregoretti è in questo senso un piccolo capolavoro di brio e intelligenza. Il regista scardina totalmente l’idea acquisita di “Don Pasquale” come opera di interni borghesi e di spazi chiusi trasportandolo nel mondo vitale e frenetico che si svolge nella città circostante, intorno alle case dei protagonisti viste questa volta dall’esterno.

  La vicenda si cala quindi nel mondo esterno, quella della Roma vitale e bambocciesca tanta cara ai viaggiatori del Gran Tour, una Roma popolata di tutto quanto risultava obbligatorio della città eterna per i viaggiatori europei fra XVIII e XIX secolo: i fori cadenti, le rovine muscose, le antichità rimontate nelle case, i contadini dei castelli che vengono a vendere le loro merci in città, i pescatori di Ripetta e i gendarmi pontifici, le processioni delle confraternite e quelle che accompagnano i condannati al supplizio. Una Roma totalmente irreale nel suo bozzettismo, una Roma idealizzata e sognata in cui le architetture perdono consistenza acquisendo l’aspetto di incisioni per turisti trasposte in tre dimensioni e dove il mito del Gran Tour si declina nelle mille forme dell’ironia gregorettiana, fra turisti inglesi in impeccabile tenuta alla Turner e acquisiti stilemi di un artificioso ideale romantico che domina su tutti, compresi i principali personaggi, non casualmente Ernesto canta la prima aria in pose perfettamente wertheriane ma non prima di essersi assicurato i servigi di un pittore che lo ritragga.

  La parte musicale si caratterizza per un preciso indirizzo, dovuto anche alle caratteristiche dei cantanti presenti. Questo “Don Pasquale” è stato il trionfo della giovinezza, l’irrompere di un vento leggero e inebriante, come se il ponentino romano scompigliasse un mondo sedimentato facendo irrompere con tutta la sua forza la primavera inarrestabile della gioventù e dell’amore. Perfettamente calata in quest’ottica la direzione del giovane Michele Mariotti, talento emergente della direzione italiana, che punta su una lettura della partitura teatrale e vitalistica anche a prezzo di sacrificare la componente più melanconica pur presente nel lavoro donizettiano. Una scelta che può essere discussa – come tutte le scelte per altro – ma che risultava ideale per esaltare i tratti migliori della compagnia di canto. L’unico appunto fattibile è forse un eccessivo impeto che a tratti portava l’orchestra in posizione troppo preminente rispetto alle voci.

  La parte vocale era dominata dalla coppia Ernesto – Norina, affidata a due interpreti semplicemente ideali.

  Francesco Meli (Ernesto) è ormai una delle più belle realtà della scena lirica italiana. La voce – di rara bellezza – si inserisce nella grande scuola dei tenori lirici italiani di cui Meli pare il naturale erede. Il suo Ernesto si pone al di fuori di una tradizione che legge il ruolo in chiave prettamente lirica, tutta di grazia per scegliere una lettura più vigorosa, più virile, che vede Ernesto quasi come un eroe romantico dagli accenti wertheriani nell’aria del II atto – opportunamente contrastati dalle scelte registiche sopra descritte –  e che raggiunge il sua apice in una “serenata” da manuale, capace di annichilire qualunque rivale – non solo l’arzillo settantenne di Corneto. Se si aggiungono le notevoli doti attoriali e l’innata comunicativa quello che risulta è forse l’Ernesto ideale dei nostri giorni.

  Caratteristiche per certi versi simili presentava la Norina di Serena Gamberoni al suo ritorno sulle scene dopo la recente maternità. Il soprano è apparso in splendida forma e per di più alla prese con un personaggio che gli calza come un guanto sotto ogni punto di vista. La voce è di soprano lirico leggero, squillante e duttile in acuto ma dotata anche di una morbidezza e di una pastosità che spesso latitano in questa tipologia vocale e che gli permettono di rendere al meglio tutte le caratteristiche del personaggio.

  Inoltre la Gamberoni unisce le doti vocali ad un non comune talento di attrice e ad uno straordinario carisma scenica che qui trovavano ulteriore conferma permettendogli di tratteggiare una Norina semplicemente deliziosa. La possibile uscita di una registrazione in DVD dello spettacolo sarebbe alquanto auspicabile per testimoniare le straordinarie prove di questi due cantanti-attori.

   Gli altri personaggi risultavano meno esemplari, ma comunque tutti contribuivano alla felicissima resa finale. Roberto Scandiuzzi debuttava nel rôle-titre e più generalmente nel repertorio buffo. La sua è una prova a due facce, rispetto agli specialisti mostrava una minor famigliarità con gli elementi propri del canto buffo a cominciare dai sillabati non così sgranati come si vorrebbe ma d’altro canto il personaggio risultava delineato con grande sensibilità e gli va riconosciuta la capacità di sfruttare in chiave espressiva un peso vocale non certo solito per questi ruoli. In oltre per una volta si sono sentite tutte le noto gravi che costellano la parte di Don Pasquale troppo spesso sacrificate. Incomprensibili alcune isolate contestazioni nei suoi confronti.

  Gabriele Viviani (Dottor Malatesta) è forse il più anonimo sia come cantante sia come interprete ma fornisce ugualmente una prova di grande dignità sotto entrambi i punti di vista inserendosi con efficacia nella macchina dello spettacolo. Come sempre ottima la prova del coro diretto da Claudio Fenoglio.

   Nell’insieme una produzione riuscitissima, perfettamente godibile sotto ogni punto di vista, un pomeriggio di sincero divertimento come sempre più rado capita e di cui tanto si avrebbe bisogno in questi tempi così difficili.

 

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