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Archive for giugno 2009

    “Lei non toccava cibo con le mani, ma quando i suoi eunuchi lo ebbero tagliato in piccoli pezzetti, li portò delicatamente alla bocca con una piccola forchetta a due punte”, così Pier Damiani ricorda, più di un secolo dopo i fatti narrati, un episodio a prima vista banale ma destinato a provocare profonde trasformazioni nella storia occidentale.

 L’arrivo a Venezia di Maria Argyropoulaina nel 1004 rivelo all’occidente barbarico una più alta civiltà che l’oriente greco aveva direttamente ereditato dal mondo ellenistico-romano e che invece era andata totalmente perduta sotto i colpi dell’affermazione barbarica in Europa. L’uso della forchetta è il simbolo di questa superiore civiltà che tornava in Europa grazie ai privilegiati rapporti fra Venezia e la Roma del Bosforo.

  Il racconto del legato pontificio è più articolato, colmo di un odio profondo per quel modo di vivere orientale che Maria avrebbe introdotto in Italia e che ai suoi occhi rappresentava il segno di una profonda corruzione. A ben vedere le infamie della despoina orientale sono semplicemente la conseguenza di una precisa volontà di un vivere civile, di un circondarsi di una comodità e di una salubrità sentite come necessarie per un’esponente dell’alta società bizantina: Maria pretendeva di lavarsi con acqua piovana appositamente raccolta e si rifiutava di usare quella dei canali della città lagunare e profumava le proprie stanze con timo e altri odori, “un puzzo malvagio e vergognoso” secondo Pier Damiani.

  La storia di Maria è esemplare nei rapporti fra Bisanzio e occidente. Da un lato il profondo debito dell’Europa verso quella figlia orientale di Roma, dall’altro l’incapacità di ammettere questo debito. Pier Damiani scrivo dopo la crisi del 1054, punto essenziale di questa incomprensione. Per quanto le reciproche scomuniche fra il legato pontificio Umberto da Silva Candita e il patriarca Michele Cerulario fossero state rapidamente superate l’eco di quello scontro avrebbe compromesso per sempre i rapporti fra le due parti dell’oikoumenes cristiano. Emblematico negli stessi anni il violento attacco portato da Otlone di Sant’Emmerman contro la memoria dell’imperatrice Teofano, responsabile di aver introdotto corruzione e mollezza nella corte imperiale d’Occidente.

  Le crociate costrinsero ad incontrarsi i due mondi, ma quella conoscenza forzata non farà che compromettere ulteriormente i rapporti. Le crociate erano partite nel peggiore dei modi, specie per Bisanzio, ed erano proseguite in una totale incomunicabilità fra le parti. I bizantini avevano imparato da secoli a gestire la complessa diplomazia medio-orientale, a giocare su una scacchiera istabile di accordi e alleanze in cui ogni casella era giocabile e ogni porta aperta.  Agli occhi degli occidentali l’ambivalente diplomazia bizantina era qualche cosa di prossimo al tradimento ed in alcuni caso i greci erano visti come ostili o apertamente traditori come in occasione dell’accordo anti-turco fra Andronico Comnemo e Saladino.

  La reciproca incomprensione raggiunse il colmo con i fatti del 1204 e con le loro insanabili conseguenze. La brama di potere della Serenissima aveva totalmente pervertito l’idea della crociata Di fronte allo scempio compito l’Occidente fu costretto a giustificarsi e per farlo ricorse a tutti gli stilemi della propaganda antibizantina in uso fin dal 1054, la giustificazione divenne la demonizzazione dell’altro, l’infamia della quarta crociata giustificata dalla presunta doppiezza e vigliaccheria dei greci, eretici e traditori. L’eco di quella propaganda è giunto fino a noi, l’uso dispregiativo del termine “bizantino” è ancora lo strascico delle giustificazione del 1204.

  Eppure proprio di fronte alla crisi del 1204 il mondo bizantino dimostrò la sua forza, colpito al cuore con una violenza che avrebbe distrutto qualunque sistema statale il vecchio, “decadente”, Impero mostro una impensabile capacità di reazione. Sotto le apparenze di un’eternità senza tempo lo stato bizantino era sempre stato capace di adattarsi alle circostanze, di modificare se stesso di fronte ai cambiamenti del mondo. Nelle nuove capitali di provincia l’Impero continuava se stesso in forma ridotta e nel 1261 l’imperatore di Nicea Michele VIII Paleologo rientrava nella vecchia capitale.

 I fatti del 1204 non verranno però mai più superati, nemmeno di fronte alla montante minaccia turca le due anime del mondo cristiano troveranno un accordo, leggenda o meno la frase attribuita al grande ammiraglio Luca Notaras: “meglio il turbante turco che la tiara papale” rispondeva al sentire di una parte preponderante della società bizantina per la quale i latini erano decisamente più ostili ed estranei dei mussulmani, con i quali secoli di vicinanza avevano creato una cultura per molti aspetti condivisa.

  Il legame fra Bisanzio e l’Europa è stato essenziale, senza Bisanzio l’Europa come la conosciamo non esisterebbe – solo la vittoria greca sugli arabi ha impedito a questi di dilagare in Europa . o comunque sarebbe diversa da come la conosciamo. A Bisanzio si era compiuta l’irripetibile integrazione di cultura greca, stato romano e religiosità cristiana; la seconda Roma sul Bosforo ha salvato per millenni il retaggio della classicità, lo ha fatto restare qualche cosa di vivo – come nell’utopistica restaurazione pagane di Pletone ma anche nell’estremo, commosso, richiamo alla romanità di Costantino XI Paleologo – per poi trasmetterlo all’umanesimo italiano che ne avrebbe fatto il fondamento della modernità. Dietro alla forchetta di Maria Argyropoulaina c’è un debito immenso che l’occidente ancora stenta a riconoscere.

 
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  La stagione del Teatro Regio di Torino si è distinta quest’anno per l’originalità delle proposte, non ha fatto eccezione l’ultimo titolo rappresentato: la serenata a tre voci “Aci, Galatea e Polifemo” composta da Händel in occasione del soggiorno napoletano del 1708. Lavoro certo minore del ricco catalogo händeliana la serenata – composta per le nozze di Tolomeo III, duca d’Alvito con Beatrice Tocco Sanseverino, nipote di Aurora Sanseverino, grande mentore dell’Arcadia napoletana; casione ma certo interessante per scoprire un Händel giovane, precedente ai grandi trionfi operistici che avranno inizio nel 1711 con il “Rinaldo” ma già in possesso di altissimo magistero e di notevole estro inventivo.

  Da questo punto di vista l’iniziativa torinese presentava un notevole interesse a cui si aggiungeva quello derivante dalla rappresentazione in uno spazio ideale come il Teatro Carignano, tornato agli antichi splendori dopo lunghi restauri, e decisamente più consono alla sonorità barocca rispetto alla sala principale del Regio. Le attese non sono state però pienamente mantenute.

  Personalmente mi è parsa convincente la prova orchestrale offerta dalla “Cappella della Pietà dei Turchini” diretta da Antonio Florio; l’orchestra partenopea tende a leggere la musica del caro sassone secondo il gusto napoletano del tempo – soluzione non impropria considerando la genesi della serenata – con risultati più convincenti nei momenti elegiaci mentre nelle pagine più furenti sembrava mancare lo slancio di altre formazioni.

  L’insolita compagine vocale, con la parte di Aci per soprano en travesti e quella di Galatea per contralto, scelta evidente dovuta alle disponibilità vocali al servizio dei d’Avito, presentava nel suo complesso eccessiva disorganicità. Assolutamente dominante la Galatea di Sara Mingardo, la cantante veneziana – uno dei pochi contralti naturali oggi in attività e depositaria di fatto del ruolo nella versione italiana – conferma la sua classe superiore specie nei momenti di più intensa commozione come la struggente “Se m’ami oh caro, se mi sei fido”. Peccato che gli altri elementi del cast non fossero in grado di muoversi su un livello se non analogo quantomeno simili.

  La parte en-travesti di Aci era affidata al giovane soprano spagnolo Ruth Rosique, voce piacevole ma ancora immatura. Dopo una partenza stentata ma va riprendendosi nel corso della recita fino alla buona prova offerta nella lunga aria “Qui l’augel di pianta in pianta”, sicuramente il punto più alto della sua prestazione.

  Ma se la Rosique, pur con i suoi limiti risultava comunque apprezzabili non altrettanto si può dire per il basso Antonio Abete, alla prese con l’impervia parte di Polifemo. Il ruolo del ciclope è costruito, in antitesi alla dimensione elegiaca dei due innamorati, su un canto estremamente teso, dominato da arie di furore impostate su colorature di forza disposte su una tessitura estremamente estesa. Abete semplicemente non ha nulla di quanto richiesto, la voce è decisamente poco attraente di timbro, aspra in acuto e vuota in basso, le coloratura in genere poco pulite, mai sgranate con nitidezza. Polifemo entra subito con un cimento da grandi virtuosi, l’impervia “Sibilar gli angui d’Aletto” che fa qui la prima comparsa prima di trovare la sua collocazione finale nel successivo “Rinaldo”; la pagine è decisamente troppo impervia per i mezzi di Abete che vi naufraga senza speranza. In seguito le cose vanno parzialmente meglio solo per le minor difficoltà richiesta ma la prova resta di gran lunga insufficiente e non può essere compensata dalle innegabili doti di attore.  

  Resta la regia di Davide Livermore, anch’essa duplice nell’alternare un impianto scenico di notevole suggestione a cadute di stile abbastanza incomprensibili. Impianto scenico moderno ma dotato di un suo fascino; una villa settecentesca in rovina in cui la natura sta riprendendo il suo possesso – la sabbia del vicino arenile ormai ricopre i pavimenti – animata da continue proiezioni che vogliono indicare la forte presenza della natura. Ogni personaggio è indicato da un animale totemico, ricavato dalle metafore presenti nel libretto stesso – l’aquila per Aci, la farfalla per Galatea, il serpente per Polifemo (i riferimenti sono alle arie di Aci “Dell’aquila gli artigli se non paventa l’angue” e di Polifemo “Fra l’ombre e gli orrori farfalla confusa”). Le soluzioni non sono originalissime ma bisogna riconoscere che molti momenti non mancavano di efficacia: dalla tempesta che accompagna l’aria di Galatea “Benché tuoni e l’etra avvampi” alle spire di un immenso serpente che sembravano stritolare ogni cosa durante gli impeti d’ira di Polifemo.

 Se l’impianto scenico presentava una proprio suggestione meno convincenti risultavano alcune trovate registiche, in specie quella di affiancare ad ogni personaggio un mimo che ne doppiava i gesti. Verosimilmente l’idea era quella di rendere l’atemporalità della vicenda specie se si considera che l’abito dei mimi reinterpretava in modo più moderno quello dei cantanti di foggia sostanzialmente settecentesca seppur in forme fantastiche. Qualunque fosse l’idea di fondo il risultano era poco convincente e contribuiva solo ad appesantire l’insieme tanto più che la recitazione dei mimi era decisamente inferiore a quella dei cantanti, specie per il personaggio di Polifemo.

  Momenti poco indovinati per altro si riscontravano in tutto lo spettacolo come l’uccisione di Aci con un colpo di pistola, scelta veramente poco felice. Diverso è il caso dell’esplicita scena erotica fra le comparse interpretanti Aci e Galatea, trattata con buon gusto nonostante lasciasse assai poco all’immaginazione e che aveva il principale difetto del virare tutta la vicenda in chiave omosessuale – per le versioni mimo si è scelto di affidare le parti di Aci e Galatea a due ragazze come nella divisione vocale che nude risultavano ovviamente riconoscibili come tali facendo crollare l’ambiguo gioco della parte en-travesti – senza che per questo si vedano particolari ragioni specie se si vuole vedere nei due giovani le proiezioni mitiche degli sposi cui l’opera era dedicata.

  Occasione parzialmente mancata questa proposta torinese di “Aci, Galatea e Polifemo”, ma bisogna dar adito al teatro torinese di aver allestito nuovamente un titolo di notevole interesse e di averlo fatto in modo comunque apprezzabile pur con i limiti suddetti.

 

 

 

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   I melomani sono personaggi strani, bizzarri, spesso caratterizzati da manie difficilmente spiegabili. Una delle più radicate è sicuramente l’eterno rimpianto per un’età dell’oro del canto definitivamente tramontata per colpa di più o meno scoperte congiure internazionali: le case discografiche, il DVD, la pubblicità; finalizzate a distruggere la nobile arte. La diffusione del disco ha creato una crescita esponenziale di questa mania, non più limitata a ricordi opinabili ma apparentemente documentata in modo definitivo. Mi pare ovvio dire apparentemente, in primo luogo il disco documenta una parte molto limitata dell’effettiva vita musicale di un momento, le stesse incisioni dal vivo non sono di per se provanti in quanto conservano il ricordo di poche produzioni di livello straordinario che non sono mai state la realtà della vita teatrale. In oltre l’approccio al disco è comunque un fatto personale e spesso si ascolta quello che si vuole e non quello che realmente è inciso, in alcuni casi ribaltando totalmente la realtà presente alla luce di “miti” preconcetti che condiziona l’ascolto rendendo tutto meraviglioso il passato e tutto orribile il presente. Così la voce di Blake diventa meravigliosa, si riconosce in Merritt un portento di intonazione mentre Florez è una zanzara stonata (commenti da me effettivamente sentiti e in termini spesso non riportabili).

  La prova di trovarsi di fronte ad una mania innata nei musicofili è forse nella storia stessa di questo passatismo ad oltranza ricostruibile dai primordi della documentazione. Per l’antichità e il medioevo nulla sappiamo di critica musicale ma il neoatticismo pliniano – filtrato dalle sue fonti tardo ellenistiche – è esemplare di una forma mentis che rimpiange sempre un mondo perduto tanto da far coniare l’espressione “morte dell’arte” per i momenti più straordinariamente creativi dell’ellenismo.

  Per quanto riguarda la musica dobbiamo attendere il 1606 quando viene pubblicato un feroce pamplet dal titolo “Musicomastrix” a firma di Helia Herlitz (quasi certamente uno pseudonimo); il tema è il declino della musica sacra dovuto specialmente ai cantanti incapaci di rispettare le auree norme della polifonia fiamminga di tradizione quattrocentesca.

  Da quel momento è un continuo rimpiangere i bei tempi andati. Nel 1723 Pier Francesco Tosi recrimina sulla crisi del canto e sulla scomparsa delle grandi voci proprio negli anni dei trionfi dei grandi castrati e delle prime donne del teatro barocco. Le parole dell’erudito bolognese non sono molto diverse da quelle di molti appassionati di oggi “Signori maestri, l’Italia non sente più le voci ottime de’ tempi andati, particolarmente nelle femmine, e a confusione de’ colpevoli ne dirò il perché. L’ignoranza non fa sentire a’ genitori la voce pessima delle loro figlie, come la miseria lor fa credere che cantare e arricchire sia lo stesso, e che per imparar la musica basti un pò di bel viso."

  Pochi anni dopo, siamo nel 1770, Lord Burney attacca la cattiva gestione dei conservatori napoletani, gestiti da incompetenti di musica (nel caso Niccolò Porpora). All’epoca di Rossini si ricordavano le meraviglie del tardo settecento, a quella di Verdi l’età d’oro della Malibran e di Rubini (ovvero quella di Rossini e Donizetti). Nel 1842 il maestro di canto Giacomo Guglielmi definiva il modo di cantare dei suoi tempi: “una successione di urli che rovinano la gola e i polmoni”.

  La recensione de “Il Corriere della Sera” per la prima rappresentazione del “Nerone” di Boito (Milano 1924) è in tal senso esemplare: “Boito aveva concepito l’opera quando i grandi cantanti non erano diventati rarissimi, avendo in vista fors’anco questo o quell’interprete di cui oggi la scena lirica non può più disporre”. I protagonisti di quella recita erano Aureliano Pertile, Gina Cigna, Carlo Galeffi ed Ezio Pinza (non credo sia necessario aggiungere altro).

  Nel 1955 (quindi nel pieno di quegli ani 50 considerati generalmente il momento di maggior concentrazione di talenti della storia del canto lirico documentato) Giacomo Lauri Volpi stronca di fatto tutti i cantanti in attività ribadendo la superiorità dei bei tempi andati e attribuendo le cause della crisi alla televisione, al cinema, alla vita dissennata dei giovani e alla brama di guadagno.

  Come si vede nulla cambia.

  PS Ringrazio per le informazioni il dottor Enrico Stinchelli cui sono totalmente debitore per questo intervento.

 

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