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Archive for luglio 2009

Buon appetito.

  L’estate è tempo di vacanze e di viaggi, di occasioni per incontrare nuove culture. Questo elemento, insieme ad un’interessante serie di documentari sui cibi più strani dei vari paese, mi porta a riflettere sul temo del cibo, della ricchezza e della varietà di prodotti sfruttati dalle varie culture umane e ad unirvi un invito a conoscere quella ricchezza, a superare i troppi pregiudizi che condizionano in questo senso.

  Pregiudizi alimentari che hanno sostanzialmente due diverse origini, una più profonda, legata alla stessa identità culturale – e spesso con forti influenze religiose – del mondo europeo; l’altra più recente, sostanzialmente legata al benessere attuale che ha portato a dimenticare, se non a disprezzare apertamente, l’inventiva dei nostri antenati. Cominciano da quest’ultima.

  Oggi la società dei consumi mette a disposizioni di tutti praticamente tutto quanto si desideri, in un passato nemmeno troppo lontano questa non era certo la realtà quotidiana e il mondo contadino aveva imparato a sfruttare ogni mezzo per arricchire la propria dieta di proteine nobili altrimenti difficili da reperire. Questa necessità aveva aguzzato la fantasia permettendo di utilizzare qualunque parte degli animali macellati, specie quelle meno nobili essendo i tagli migliori destinati alle tavole signorili. Le cosiddette frattaglie sono state la base per infinite sperimentazioni, giungendo a divenire il simbolo stesso di certe culture alimentari, dal fegato alla veneziana alla trippa romana, dal pane con la milza palermitano alle interiora di capra arrostite dell’Appennino abruzzese non c’è parte d’Italia – e del mondo – che non abbia cercato di sfruttare al meglio anche le parti apparentemente più immangiabili di un animale. Una ricchezza culturale enorme, che il benessere contemporaneo sta facendo scomparire.

   L’altro aspetto di questo far di necessità virtù è dato dal consumo di tutte le specie animali disponibile, specie se si considera che la grande selvaggina e stata a lungo privilegio delle tavole aristocratiche. Piccola selvaggina, peschi d’acqua dolce, molluschi di mare e di terra, uccellagione minuta, rane hanno contribuito in modo essenziale alla sopravvivenza della popolazione, eppure oggi certi cibi suscitano ribrezzo al solo nominarli, persino nelle pianure risicole dell’Italia nord-orientale c’è che sbianca all’idea di mangiare una rana, per me legata ai più cari ricordi d’infanzia.

  Ma il discorso può ampliarsi ai mammiferi, che di primo acchito sembrerebbero meno problematici. In questo caso va però considerato un diverso approccio ad alcune specie animali, in qualche modo idealmente separate della altre. I cani sono sempre stati mangiati ma in Europa non si è mai sviluppata una tradizione analoga a quella orientale dove si è giunti a selezionare apposite razza da carne come il Chow Chow mentre i gatti sono una storica prelibatezza anche da noi, e nelle vallate alpine la pratica sopravvive più o meno clandestinamente. Il rifiuto a consumare questi tipi di carne e conseguenza evidente dell’atteggiamento verso questi animali.

  Più simile a quanto detto delle rane è il caso dei roditori, quasi spariti dalle nostre tavole con l’esclusione dei lagomorfi. Non sempre è stato così, pensiamo ai ghiri arrostiti adorati dai romani e ancor oggi in molte parti del mondo la situazione è molto diverse, in Equador la cavia alla griglia è una sorta di piatto nazionale.

   Il consumo di animali insoliti – per i vegetali il fenomeno è meno evidente – ci collega al secondo aspetto, quello puramente culturale. Non sempre il consumo di un animale per noi strano è causa di miseria, ma può rientrare in una precisa scelta, si mangia una determinata carne perché fa parte della propria cultura o semplicemente perché piace. Il cobra in India, i grandi ratti selvatici nelle savane africane, l’armadillo in Centro America, non sono piatti da tutti i giorni, ma prelibatezza per occasioni speciali, cosa non così insolita se si considerano i rischi che si corre per procurarseli.

  Unione di questi due fenomeni l’entomofagia rappresenta al meglio questa realtà, pratica alimentare comune a tutto il mondo e simbolo stesso del disgusto per la cultura occidentale. Il consumo di insetti è la norma per la gran parte delle popolazioni terrestri, in passato era un realtà anche in Europa. Gli insetti rappresentavano ancora una importante fonte proteica per i nostri antenati; etruschi, italici o celtici che fossero e alcune varietà erano considerate autentiche prelibatezze tanto da non mancare sulle più sontuose tavole patrizie della Roma imperiale. Il divieto di mangiare insetti è una conseguenza della diffusione del cristianesimo e con esso dei dogmi alimentari ebraici. Questo aspetto, unito alla rarità di insetti di grandi dimensioni, più adatti al consumo alimentare, portarono all’abbandono totale della pratica e con l’abbandono il sorgere della repulsione. Solo in aree periferiche ne sono sopravvissute labili tracce come nel caso del “casu marzu”, uno dei più gloriosi prodotti dell’industria casearia sarda.

   La gran parte degli occidentali non ha mai mangiato un insetto, mai lo farebbe eppure non ne conosce il sapore, mostrando un atteggiamento evidentemente preconcetto e spesso contradditorio se si considera che il consumo di artropodi di mare è molto diffuso e che i crostacei sono parente alquanto prossimi di aracnidi ed insetti. Chi l’ha assaggiata ha sempre confermato che la carne di ragno è molto buona, molto simile a quella del granchio ma ancor più delicata. Eppure quanti sarebbero disposti ad assaggiarla? Prescindiamo per un attimo dal problema dell’approvvigionamento della materia prima, i grandi ragni amazzonici ideale da fare alla brace mancano nelle nostre regioni.

  Con la stagione estiva, i viaggi e le vacanze può essere il momento di provare a vincere qualche pregiudizio e di approfittare di qualche viaggio esotico per assaggiare qualche cosa di insolito o magari per riscoprire qualche sapore perduta: hamburgher d’orso a Mosca, haggins in Scozia o anche solo rane fritte a Vercelli o lampredotto a Firenze. Perché no?

In ogni caso, buon appetito.

 
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  Chiusura in grande per il Teatro Regio di Torino che termina con una straordinaria edizione di “Adriana Lecouvreur” una stagione di altissimo livello.

  Il capolavoro di Cilea, fra i titoli più interessanti della giovane scuola italiana mancava da troppi anni a Torino, per l’esattezza dal 1993 – protagonista Raina Kabaivanska – ma l’attesa è stata compensata da un’edizione oggi difficilmente superabile.

  Produzione all’antica, nel senso migliore del termine, affidata a voci ampie, belle, vigorose, capaci di compensare con la generosità della prestazione vocale un approccio magari non troppo analitico ai personaggi – per altro in un’opera come questa siamo sicuri che non sia la scelta migliore? A parte Michonnet gli altri personaggi sono abbastanza genericamente definiti.

  La parte orchestrale era affidata a Renato Palumbo, ormai presenza abituale sul podio torinese. Pienamente inserito nell’ottica dello spettacolo non ha avuto timore a lasciarsi andare all’impeto melodico dei momenti più scopertamente tardoromantici ma ha anche saputo evidenziare con efficacia le raffinatezze di una scrittura orchestrale particolarmente ricca. Inoltre gli va riconosciuto il merito di un attento controllo sui cantanti, evitando loro quella tendenza a lasciarsi troppo andare riscontrata in altre occasioni (il riferimento è principalmente ad Alvarez).

  Il tenore argentino è stato un Maurizio di Sassonia ideale, voce splendida e splendidamente emesse, acuti facili e squillanti –  persino nel perfido la bemolle di “bella tu sei” riusciva ad evitare l’effetto caprino che quella nota porta abitualmente con se – mezze voci tenute senza ricorrere a falsetti e falsettini, settore centrale sontuoso. A questo si aggiungono un interprete generosa e appassionata, il risultato è un Maurizio di altissimo livello, credo il migliore oggi sulla piazza.

  Discorso analogo per Micaela Carosi, una grandissima Adriana: voce imperiosa, piena, squillante da autentico soprano spinto all’italiana, tipologia vocale di cui appare sempre più l’ultima erede. La prova vocale è andata in crescendo, toccando in “Poveri fior” il punto più alto. L’interpretazione è stata convincente nel delineare una figura sincera e appassionata con momenti di grande suggestione. Splendido il monologo di Fedra, recito con impeto da autentica tragedienne.

  Sarà una mia perversione ma adoro quella recitazione enfatica, vecchio stile, che il brano richiede e di cui oggi si sente troppo la mancanza causa l’ossessione verso una naturalezza del recitazione che risulta totalmente falsa sulle tavole del palcoscenico, scusate per l’excursus ma volevo dire la mia al riguardo.

  Se possibile ancor più impressionante la vocalità di Marianne Cornetti alla prese con la principessa di Bouillon anche se nel suo caso l’impressionante volume vocale era posto al servizio di una lettura forse un po’ troppo superficiale. In ogni caso si tratta di dettagli di fronte ad una voce tanto rigogliosa.

   Perfetto contraltare della Cornetti, Alfonso Antoniozzi alle prese con il direttore di scena Michonnet mostrava una vocalità certo meno sontuosa rispetto agli altri, a volte non perfettamente a fuoco su tutto le nate ma compensata da uno straordinario talento di interprete. Fin dall’apparire questo Michonnet sofferente, stanco, come piegato dalla consapevolezza di un amore impossibile commuove e conquista. Indicata la linea interpretativa la realizza del migliore dei modi, strappa applausi a scena aperta nel monologo del primo atto, commuove fino alle lacrime all’apertura del quarto. Ma non c’è una parola, un gesto, un accento che non siano perfettamente calibrati confermando Antoniozzi uno dei più grandi attori italiani – non solo fra i cantanti lirici, ma in assoluto – di oggi.

  Di alto livello le numerose parti di fianco, fra queste meritano un particolare riconoscimento il giovane basso Simone del Savio, un Principe di Bouillon particolarmente ben cantato, purtroppo privato dell’aria “Candida, lieve”, taglio tradizionale ma quanto mai grave dal punto di vista drammaturgico; e i due tenori Luca Casalin (Abate di Chazeuil) e Carlo Bosi (Poisson).

  Pur non memorabile la regia di Lorenzo Mariani, sobria ed elegante, accompagnava piacevolmente lo spettacolo. Le scene di Nicola Rubertelli presentavano un arco in ghisa, di decoro rocaille ad inquadrare il boccascena – questi elementi in ghisa, già visti nell’”Edgar” dello scorso anno paiono un preciso distintivo registico – alle spalle del quale comparivano architetture estremamente stilizzate, in genere in colori scuri, richiamanti ideali proiezioni di architetture settecentesche, arricchite da pochi, mirati elementi di inquadramento spaziale – il grande ritratto di Moliere nel primo atto, il letto della principessa nel secondo. Un impianto non memorabile ma dotato di una sua stilizzata eleganza. Il vero elemento caratterizzane la parte visiva erano gli splendidi costumi di Luisa Spinatelli, perfetti nel rendere l’elegante e un po’ frivolo mondo di quegli anni fra la reggenza orleanista e l’inizio del regno di Luigi XV in cui la Francia tornava a vivere scuotendosi di dosso le lugubri liturgie degli ultimi anni del regno di Luigi XIV.

  Regia corretta, piacevole, con qualche ingenuità dovuta in genere ad un eccesso di didascalismo non sempre compreso come durante la festa del terzo atto quando i complimenti del principe e dell’abate alle invitate: “Uno scrigno di gemme…”, “Un canestro di rose…” sono accompagnati da servitori che portano in scena gli oggetti citati. Ma appunto piccole puntualizzazioni per uno spettacolo comunque piacevole, specie confrontato con le brutture che oggi vanno per la maggiore sui palcoscenici.

  Totalmente fuori stile il balletto del terzo atto (coreografie di Michele Menola) di un classicismo antichizzante più stravinskjiano che settecentesco, ed in ogni caso nel 1730 il neoclassicismo era lungi da venire.

  Il Regio ha chiuso trionfalmente una stagione di altissimo livello, probabilmente la migliore realizzata in Italia lasciando sperare che la prossimo anno, nonostante gli infami tagli di cui è vittima la cultura italiana, possa continuare a garantire quelle soddisfazioni cui il teatro torinese ha ormai avvezzato i suoi frequentatori.

 

 

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  E’ partita da facebook una battaglia per difendere la tradizione lirica italiana dallo scempio e dal dileggio che ne viene fatto nella trasmissione televisiva "Amici".
  Riporto in detta sede il testo fondativo del gruppo (opera della responsabile dell’iniziativa Manuela Molinelli), la lettera sul tema inviata al "Corriere delle sara" e già pubblicata da Aldo Grasso e il link di riferimento.
Trovo che questa sia una delle piccole, grandi battaglie che ogni giorno deve combattere chi ancora non si rassegna al degrado culturale di questo paese e mi sembra  giusto renderne partecipi tutto coloro che possono condividerla.
 
Testo presentazione Signora Molinelli

 

Un gruppo per tutti coloro che,come me, sono inorriditi di fronte alla visione di persone chiaramente incompetenti in materia che si permettono di sparare giudizi e sentenze nei confronti di voci liriche( seppur imperfette) senza il minimo criterio tecnico.
Un gruppo per chi è indignato nel sentir dire"quest’anno ad AMICI partecipano pure i tenori E i musicisti" (…) e..il tal Matteo è "sia tenore che musicista".
Un gruppo per tutti coloro che vogliono urlare un sonoro "NO!!!"a questo immenso scempio,quale può essere solo definito il disprezzo, lo svilimento e la derisione( perchè di questo si tratta, è inutile negarlo)della tradizione musicale classica italiana.
Un gruppo per chi crede che sia una vergogna che un programma seguito da milioni di giovani italiani induca a considerare dei dementi, dei PAGLIACCI,coloro che hanno il dono della voce lirica, che hanno studiato e fatto sacrifici…solo perchè sono diversi dagli altri presenti in studio,o perchè SI PRESENTANO IN ABITO DA SERA.
Un gruppo per chi vorrebbe invitare quel tal Matteo tanto osannato nella trasmissione, ad ammettere che ha chiari difetti d’intonazione..! perchè,se è vero che ha studiato, lo sa lui stesso che NON PUò ESSERE CONSIDERATO UN MODELLO PER GLI ALTRI…e tantomeno un’ECCELLENZA!!!!!!
Un gruppo per tutti quelli ai quali piacerebbe chiedere a Vessicchio e ai membri della"commissione"del programma, quante opere hanno diretto in teatro..quanti cantanti lirici hanno seguito..e quanti duetti d’opera e sottolineo D’OPERA, per soprano e tenore oltre a "TACE IL LABBRO"( che è tratto dalla Vedova Allegra, che è un’operetta, lo sanno pure alle elementari!!!) conoscono-…-…per essere tanto sicuri e spavaldi in ciò che dicono!!!
Un gruppo per chi vorrebbe invitare la De Filippi a farsi un briciolo di cultura sul tema, prima di inserire nel suo programma questa sezione.Perchè non ci fa certo bella figura a chiedere cose del tipo…-ma esiste anche il tenore pesante?- o…-"O mio babbino caro" lo canta anche il tenore?-o…-ma tenore e soprano cantano mai insieme?-(!) o a interrompere per ben due volte "Una Furtiva Lagrima" nel finale pensando che sia finita.
Non importa se tu sei un cantante, un musicista, un critico, o un semplice appassionato d’opera.Se anche te, come noi,non sopporti il sentir blaterare da quella donna:"su,su…cantaci il VINCERò!!!"( e non il NESSUN DORMA dalla Turandot di G. Puccini), ISCRIVITI A QUESTO GRUPPO!!!!diffondilo fra i tuoi amici!!!Facciamo vedere a questa gente che siamo in tanti,che siamo arrabbiati e che…. QUELLI DA PRENDERE IN GIRO( e che si devono vergognare per la loro ignoranza) SONO SOLO LORO!!!!
-Manuela Molinelli-

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"…..incubo?..follia?..o semplicemente un preciso disegno per alienare il bello e far trionfare l’orrendo??.." -E.Stinchelli-

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LA PROFEZIA :
"una stampa cinica e mercenaria che prima o poi creerà un pubblico ignobile"
-Joseph Pulitzer (1847-1911)-

 

Lettera al Corriere della sera

Di seguito, il post inviato da Antonio Maria Golini(in arte "Paperellino") al critico Aldo Grasso, e pubblicato sul "CORRIERE DELLA SERA ONLINE".
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De Filippi e trash: esiste un disegno?

Egr. Dr. Grasso, Le segnalo che su facebook è stato costituito un gruppo che si chiama "Salviamo l’opera lirica da Amici di Maria de Filippi".
Il gruppo, costituito da oltre 3000 persone quasi tutte impegnate nel mondo della lirica a vario titolo, o appassionate del genere, ha preso le mosse dalla constatazione del modo con il quale la "scuola" di Amici ha istituito una sezione lirica nella quale, lungi dal coltivarsi talenti del genere, ci si diverte a dileggiare i poveri malcapitati (che di certo si vendono per un piatto di lenticchie ….) per motivazioni quali: il vestito che portano, le facoltà "di canto" (che non esistono …), l’aspetto fisico, il tutto senza alcuna reale pregnanza tecnica, grazie al fatto che l’esperto chiamato a valutare gli aspiranti cantanti è nientepopodimento che Vessicchio Giuseppe, di certo mai salito sul podio della Scala.
Nel gruppo, oltre a deprecare la mancanza di serietà (la De Filippi è arrivata persino a chiedere se, esistendo notoriamente un "tenore leggero", debba esistere anche un "tenore PESANTE"!!!), ed a stigmatizzare il clima di assoluta impreparazione con cui viene gestito un settore culturale assai complesso e degno "di miglior causa", si è creata anche una corrente di opinione che, rilevando l’evidenza del comportamento denigratorio della De Filippi, crede che tutto ciò sia voluto, allo scopo di affossare un genere culturale che a breve morirà oltre che per i noti tagli e quant’altro (sia pure all’interno di una gestione discutibile dei teatri, per carità, e non esente da critiche), anche perchè se il pubblico di domani si forma oggi, l’opera ridicolizzatrice della De Filippi farà si che i giovani d’oggi certo fra 10-20 anni non andranno a sentire cose che da giovani hanno visto prendere allegramente in giro.
Il tutto nel silenzio generale delle istituzioni culturali.
Preso atto di ciò, nel gruppo è stata lanciata l’idea che tutto il trash televisivo (che iniziò guardacaso negli anni ’80 con telenovelas, quiz idioti, karaoke vari, calcio onnipresente) faccia parte di una precisa strategia di condizionamento culturale del paese che, chiaramente delineata in alcuni noti scritti alla base dell’attività di strutture eversive nazionali (cui erano affiliati guardacaso il marito della De Filippi ed il proprietario della tv ove lavora), sta giungendo a compimento ed ha prodotto i suoi risultati.
I giovani d’oggi, infatti, vivono e pensano secondo lo stile "De Filippi".
Cosa ne pensa?
Cordiali saluti
Paperell

Risposta Grasso Mercoledì, 01 Luglio 2009

Aderisco idealmente al gruppo.

 

Link di riferimento:

http://www.new.facebook.com/profile.php?id=1400462994&ref=profile#/group.php?gid=96722797413&ref=mf

 

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