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Archive for ottobre 2009

   Il medioevo è momento complesso e contraddittorio, ma in quella dimensione anarchica e confusa vede svilupparsi – almeno in Italia – fenomeni di una vivacità politica fino a quel momento sconosciuta. Fenomeni che nascono dalle tensioni sociali delle città in espansione dopo l’anno Mille, in alcuni casi da forme di autentica lotta di classe – come a Milano prima della pacificazione del 1044 – e che portano allo sviluppo di realtà estremamente dinamiche e costruttive pur nella mancanza di stabilità costituzionale e nell’incapacità di superare l’alto tasso di violenza che portavano connaturate, esprimendosi spesso l’agone politico come confronto fra formazioni armate di popolo. Una dimensione politica che nata nelle città investe anche il contado dove le masse rurali strette intorno ai piccoli e medi allodieri riuscirono ad organizzare efficaci forme di resistenza ai poteri signorili.

  A partire dalla metà del XIII e soprattutto nel XIV secolo la situazione sembra cambiare, nuove parole cominciano a dominare la scena politica e contemporaneamente l’anarchico ma fluido istituto comunale comincia a scivolare verso la tirannide.

  Due parole cominciano a risuonare con insistenza nella politica del tempo “pace” e “sicurezza” entrambe intese nel valore interno alla comunità cittadina, come superamento dello stato di perenne turbamento conseguente ad un’idea della politica intesa come scontro anche armato che accomunava le congregazioni magnatizie come le milizie di popolo. In se l’idea non aveva nulla di sconvolgente, la rivendicazione del “monopolio della violenza” da parte dell’autorità pubblica rappresentava un fatto necessario per la costruzione di entità statali organizzate nella realtà questo portò a sviluppi ben altrimenti pericolosi. Un po’ovunque in Italia il prezzo della sicurezza fu la libertà, quello della pace la degradazione da cittadini a sudditi.

  La crisi dei regimi democratici comincia anticipatamente in “Lombardia” – da intendere come l’insieme dell’Italia padana – dove più forte restava il potere delle signorie feudali territoriali. Ma se nel XIII secolo si tratta ancora di tentativi velleitari poggianti solo sull’ambizione personale e sulla possibilità di qualche appoggio esterno legato alle contese fra guelfi e ghibellini – si pensi ad Ezzelino da Romano o ad Oberto Pelavicino – si trasformò in una realtà diffusa fra la fine del secolo e la prima metà del successivo.

Milano appare ancora il centro propulsore di queste trasformazioni. La rivincita aristocratica dopo l’esperienza del regime filo popolare – ma non per questo meno signorile e potenzialmente tirannico – dei Del Torre si attua con il controllo del partito vincitore sugli organi della repubblica. Impostosi con la forza allo stato di “signore” l’arcivescovo Ottone Visconti procedette da un lato alla definizione di un aristocrazia nobiliare sostanzialmente chiusa e dipendente per il proprio prestigio dal rapporto con il signore; dall’altro imponendo il nipote Matteo Visconti come “capitano del popolo”, unificando all’interno di un unico controllo famigliare tanto le organizzazioni nobiliari quanto quelle di popolo. Le istituzioni comunali si trasformavano da politiche a burocratiche, poste al servizio della Signoria mentre le contese politiche erano superate con l’assoggettamento della cittadinanza al nuovo regime. La pace si era barattata con la libertà e questo già a partire dal 1294.

 Il caso milanese è analogo – solo più precoce e più esteso – a quello di tutte le città dell’Italia del tempo. In gran parte dei centri lombardi, veneti e romagnoli le dinamiche di sviluppo risultano simili, cambiano ovviamente i dati evenemenziali ma simili sono le cause – instabilità interna, tendenza alla cristallizzazione sociale, monopolio politico da parte di gruppi oligarchici aristocratici o mercantili – e le conseguenze ultime. Che la Signoria si sviluppi dall’interno dei sistemi costituzionali – organi di “podestaria”, “capitanati del popoli” – dall’affermazione di poteri di natura feudale, da colpi di stato militari, ovunque il quadro conclusivo sarà analogo a quello visto per Milano con l’annullamento del ruolo politico del popolo, inteso in tutte le sue componenti sociali, e la trasformazione degli organi politici in organi burocratici.

   La trasformazione dei cittadini in sudditi non si limita ovviamente alle città ma con ancor maggior invadenza viene ad imporsi sulle popolazioni rurali. La capacità di resistenza – se non addirittura di autentica organizzazione politica – del mondo rurale era in genere conseguenza della debolezza dei poteri signorili, progressivamente accresciutasi con l’inurbamento delle aristocrazie rurali. La costruzione delle Signorie urbane condotta da – o comunque con l’appoggio – di quanto restava dei poteri feudali – segnò una ripresa di queste autorità nei contadi e il conseguente annichilimento di ogni dimensione politica dei ceti contadini. Sono quei processi detti di “rifeudalizzazione” ma che sarebbe meglio definir di “feudalizzazione” in quanto gran parte delle campagne del nord Italia non avevano mai conosciuto un’ampia diffusione del fenomeno feudale che compare e si afferma solo in reazione al costituirsi della Signoria urbana. Contrariamente ad una certa vulgata è proprio la diffusione del feudalesimo – insieme alla cristallizzazione dei dinamiche sociali – a dare il segno più forte della fine del medioevo in cui la normale forma di possesso della terra era stata – a tutti i livelli – quella allodiale.

  Alla fine del secolo XIV in Italia rimanevano ben poche tracce delle vecchie repubbliche: Venezia, Firenze e qualche centro minore dell’Italia centrale come Siena o Perugia cui si aggiungeva a tratti Genova nei momenti in cui la pressione viscontea si faceva meno opprimente sulla Liguria. Ma anche qui la situazione era profondamente mutata. In primo luogo nessuna delle repubbliche era esente da devianze tiranniche che si riproponevano nei momenti di maggiori difficoltà – ad esempio al seguito di sconfitte militare. Per quanto rapidamente superate le situazioni di crisi rappresentate a Venezia da Marin Fallier (1355) e a Firenze da Gualtieri di Brienne (1342-1343) mostrano pienamente la fragilità dei governi repubblicani superstiti.

  La crisi delle repubbliche comunali era profonda e andava oltre i tentativi spesso avventurosi di qualche condottiero. Ovunque le vecchie istituzioni comunali si andavano svuotando delle loro funzioni originarie.

  A Venezia il processo di affermazione di un regime signorile era stato decisamente precoce, qui il patriziato magnatizio aveva saputo darsi precocemente una rigorosa organizzazione di fatto immobilizzando il corpo sociale e affermandosi come un élite apparentemente immobile e granitica. La “Serrata del Maggior Consiglio” (28 febbraio 1297) segno di fatto la piena affermazione di questa oligarchia mercantile e lo sviluppo a Venezia di un potere di natura signorile non dissimile da quello dei centri lombardi – seppur di diversa origine – se non per la dimensione collegiale anziché familiare della Signoria stessa. Analoga è la situazione di Genova solamente posticipata nel tempo – la costituzione della “Compagnia di San Giorgio” è del 1404 – solo in conseguenza alle continue ingerenze viscontee in Liguria.

  Diversa appare la situazione dei centri toscani ed umbri dove l’affermazione di poteri oligarchici non fu ne così precoce ne così rigorosa. Benché fin dalla fine del secolo XIII si assista in Toscana ad una progressiva chiusura degli organi comunali ad una aristocrazia mercantile che tende ad escludere dalla gestione dello stato tanto le classi popolari quanto la vecchia aristocrazia feudale questo non porterà – almeno nel corso di tutto il XIV secolo – ad un annullamento della contesa politica. Il sistema delle Arti continuava a garantire un minimo di confronto e la popolazione urbana non sembrava intenzionata a farsi mettere da parte troppo facilmente.

  La crisi della metà del secolo aggravata dalla peste nera ebbe effetti dirompenti sull’equilibrio delle città toscane. L’esplodere di ampie rivolte popolari testimonia la presenza di tensioni non sopite, ma le rivolte di Toscana negli anni 1370-1390 rappresentano qualche cosa di diverso e di unico. Pur inserendosi nel clima di instabilità che accomuna tutta l’Europa del tempo si distinguono fermamente da comuni esperienze inglesi o fiamminghe per l’assenza di quelle tensioni religiose e millenaristiche che caratterizzano i gruppi nord-europei. Quella cui ci assiste in Toscana è la nascita di movimenti operai, impegnati in rivendicazioni di tipo sindacale priva di connotazioni morali o religiose – come già riconosciuto dal Rutenburg – fino a forme di autentica lotta di classe, forse l’unica mai veramente conosciuta dalla penisola il cui risultato ultimo furono – seppur sostanzialmente fallimentari – le rivolte dei Ciompi a Firenze, dei Raspanti a Perugia, della Compagnia del Bruco a Siena; segno comunque di una vivacità politica altrove ormai persa.

  La restaurazione oligarchica avvenne anche qui nel segno della sicurezza. Le classi magnatizie ripresero il potere sfruttando il bisogno di sicurezza messo in crisi dalle rivolte operaie e appoggiandosi ai problemi conseguenti l’inurbamento di una massa sempre più consistente di popolazione rurale, messa in ginocchio dallo sfruttamento signorile e dalle epidemie ed in cerca di una più dignitosa situazione di vita. La polemica contro la “confusion di persone” sarà uno dei leitmotiv della riaffermazione oligarchica. Svuotate dalle funzioni rappresentative e appannaggio esclusivo di un gruppo sempre più limitato di persone anche le città toscane scivoleranno verso la “tirannide” eppur in forme meno rapaci e più istituzionalizzate rispetto agli esempi lombardi. In questo quadro l’ascesa di Cosimo il vecchio a Firenze appare come la naturale conclusione di un processo irreversibile.

  La miglior definizione di quello che accadde in quegli anni in Italia è stata forse fornita da due storici sovietici, J. A. Kosminskji e S. D. Skazkin: “la lotta sociale, che si dibatteva nelle città italiane tra le feudalità e la borghesia, e il timore che i ceti superiori avevano dei moti rivoluzionari delle masse lavoratrici – cioè gli strati inferiori degli artigiani, dei lavorati a domicilio e degli operai – portarono in molte città italiane alla dittatura”.

  Il risultato di quella trasformazione ha segnato in modo indelebile la storia italiana, la scomparsa di ogni pulsione politica autonoma affiancata da regimi tirannici che si sostenevano su manovre populistiche – esercizio apparentemente più egualitario della giustizia, riforme fiscali, distribuzioni di derrate alimentari (Vivanti) – e su attente manovre di autorappresentazione mediatica affidate ad intellettuali ormai costretti a “servir delle misere corti” e destinati a trasformarsi in cortigiani hanno segnato in modo indelebile la società italiani ed ancor oggi ne vediamo le tristi conseguenze.

  L’Italia si chiudeva nel fragile equilibrio delle sue tirannidi, sancito dalla Pace di Lodi (9 aprile 1454) che cristallizzava una somma di debolezze e anacronismi destinati a crollare come un castello di carte al primo urto con una grande potenza straniera, la Francia di Carlo VIII, nel 1494.

  Può sembrare un gioco ozioso raccontare l’affermazione signorile in Italia al tramonto del medioevo ma forse sarebbe il caso di rifletterci. Molti degli elementi che caratterizzarono quella situazione: mito della sicurezza e della stabilità (corrispondente odierno alla pace medioevale), uso di una strisciante xenofobia a scopo propagandistico, annullamento delle funzioni degli organi costituzionali ridotti a mera macchina amministrativa del potere signorile, creazione di un consenso tramite manovre di tipo populistico e mediatico, si ritrovano nell’attuale situazione italiana con tratti di inquietante somiglianza. La politica italiana di oggi, specie quella di una certa destra rappresentata dal Presidente del Consiglio, propone uno schema politico non troppo diverso da quello su cui si costruirono le tirannidi del Visconti o dei Gonzaga, o che vide la Repubblica fiorentina scivolare nell’oligarchia finanziaria e poi nella signoria medicea se non per il livello dei protagonisti, quasi caricature dei loro corrispondenti medioevali. In ogni caso non credo sia tempo sprecato riflettere su certe analogie.

 
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  Nell’ultimo periodo più volte si è parlato di uno fra i più suggestivi titoli del novecento musicale, il “Król Roger” (Re Ruggero) composto nel 1926 dal polacco Karol Szymanowski, insolito tentativo di attualizzazione di un mito classica – quello delle “Baccanti” euripidee – alla luce della sensibilità primo novecentesca e della riscoperta del paganesimo che si conduceva in quegli anni. In attesa della trasmissione dell’opera su Arte – dove si prevede una regia decisamente sui generis – può essere utile spendere qualche parola al riguardo.  

 La vicenda si svolge nella Sicilia medioevale al tempo di Ruggero II d’Altavilla – che nell’opera svolge le funzioni di Penteo nella tragedia euripidea. Il primo atto si rappresenta nella cattedrale di Palermo durante una messa; subito compare la complessità della Sicilia normanna con l’integrazione di greci e latino, di rito cattolico e mosaici bizantini. L’arcivescovo e una diaconessa si rivolgono al Re chiedendo la morte di un pastore che si aggira fra le montagne intorno a Palermo predicando il ritorno al paganesimo. Il consigliere del re, il mussulmano Edrisi invoca clemenza e tolleranza ma il furore del popolo cresce. In chiesa compare lo stesso pastore – bello come l’amore – che con calma assoluta parla di amore e felicità fra le grida della folla, solo la regina Roxane intercede a suo favore mentre il popolo chiede con sempre maggior forza la vita del blasfemo. Il Re convinto dalla moglie riesce a placare il popolo e condanna il pastore all’esilio imponendogli prima di comparire al suo cospetto la stessa sera.

  Il secondo atto ci porta in un palazzo reale a Palermo, per il clima privato e disteso possiamo pensare ad una delle regge di delizia costruite intorno alla città dagli emiri mussulmani e fatte propri dai re normanni. Il libretto descrive la regge in forme prettamente orientali, fusione di lussi arabi e bizantini. E’ notte, il re, vestito sontuosamente come un basileus orientale, attende l’arrivo del pastore; non è sereno, è rimasto sconvolto dall’ascendente che il giovane ha mostrato sulla regina, Edrisi cerca di calmarlo.

  A quel punto il pastore entra seguito dai suoi accoliti che suonano strumenti antichi ed orientali, egli dichiara di venire dal un lontano mezzogiorno e che le radici nel suo potere sono negli alberi e nei fiori, definendosi come un Dio della natura. Il re minaccia il giovinetto, accusandolo di essere un falso profeta ma in quel momento si leva nell’aria il canto estasiato di Roxane mentre i cortigiani irrompono nella sala, sedotti dal fanciullo che parla d’amore, in uno scatenarsi di estasi collettiva che il re non riesce a placare; i soldati afferrano il pastore che sfugge miracolosamente dalle loro mani, a quel punto l’intera corta si allontana festeggiando dal palazzo lasciando nel più incredulo stupore il re, cui resta solo la compagnia del fido Edrisi.

  Il terzo atto ci trasporta in una chiara notte estiva, fra le rovine di un teatro greco – possiamo pensare Segesta per la vicinanza con Palermo. Ruggero ed Edrisi, vestiti da pastori, si avvicinano alle rovine dove si sta celebrando un baccanale, si odono le voci del pastore e di Roxane. La regina si fa incontro allo sposo, colma di gioia, e lo trascina al centro della festa dove il pastore scopre la sua vera identità, altri non è che lo stesso Dioniso; la scena è riempita dalla luce che irradia dal corpo del Dio che progressivamente scompare. Roxane gettato il mantella si getta nel tyasos sempre più sfrenato mentre nella sua mano compare un tirso con avvolta l’edera del Dio. All’alba il sole nascente pone fine alla feste, tutto sembra scomparire, il Re sale sul punto più alto del teatro ed irrompe in un commosso inno al sole cui offre la sua fede per aver disperso l’incubo.

  La vicenda presenti numerosi punti di interesse. Szymanowski aveva viaggiato a lungo nei paesi del Mediterraneo ed era affascinato dalle culture antiche. La scelta della Sicilia medioevale non è in tal senso casuale, coacervo inestricabile di culture e tradizione apparentemente contrastanti ma capaci di convivere fianco a fianco le une con le altre; in questo senso la Sicilia di Szymanowski è già quell’Oriente non solamente sognato ma effettivamente vissuto che così bene è stato descritto da Georges Duby in cui l’esperienza sincretistica siciliana è opposta all’incapacità di autentica fusione fra i due mondi dell’Outrermer crociato.

  In questo mondo dibattuto fra Oriente e Occidente, fra religioni e culture diverse e contrastanti appariva possibile immaginare quella rinascita del paganesimo che tanto affascinava molti intellettuali del tempo (Micinski, “Bazylissa Teofanu”; Merezhkovskji, “Cristo e Anticristo”; Pater, “Apollo in Picardy”) e che affascinavano lo stesso Szymanowski che aveva già affrontato il tema nella cantata “Demetra”ispirata dalla lettura del saggio di W. Pater, “The Myth of Demeter and Persefhone”.

  La tematica religiosa nell’opera è centrale e sostanzialmente irrisolta. Le indicazioni sceniche sono molto precise ed in tal senso è esemplare la situazione del primo atto dove si immagina una contrapposizione anche visiva fra l’immagine del pastore e il mosaico con il Pantocrator che incombe su tutti. L’impossibilità di una soluzione è evidenziata nel finale; il sole sperde l’apparizione dionisiaca ma nessuno dei presenti potrà più essere lo stesso dopo quella notte, il re scioglie un inno al Sole apportatore di luce. Una composizione solo apparente in quanto non solo l’inno è di natura sostanzialmente pagana – con un rovesciamento circolare del canone che apre il primo atto – ma rimanda ad una dimensione apollinea che del dionisismo è faccia speculare e necessaria.

  Il finale dell’opera attira immediatamente l’attenzione anche per un altro aspetto, l’assenza dello sparagmos e la sostanziale composizione – seppur problematica – della vicenda, senza l’esplosione finale. Questa è stata spiegata con l’interesse di Szymanowski per il platonismo (Reig Calpe) conosciuto attraverso gli studi di Pater. Da questa formazione platonica deriva con verosimiglianza l’idea di una ricomposizione del dramma attraverso la capacità filosofica di comprendere il tutto e della valenza filosofica attribuita alla musica capaci di rendere evitabile la catastrofe finale. Sempre a questa vocazione platonica sembra ricondursi l’eliminazione di tutte le componenti di natura grottesca affidate nel dramma alle figure di Cadmo e Tiresia e la loro sostituzione con l’austero filosofo arabo Edrisi.

 

Una nota di servizio. Molte persone si sono lamentate della scarsa leggibilità dei caratteri usati in questo blog. Ho quindi deciso di modificare la scelta grafica, sacrificando forse l’eleganza dell’insieme ma rendendo più leggibile il sito. Spero che questa scelta possa risultare gradita ai lettori.

 
 

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