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Archive for novembre 2009

  Immaginiamo di trovarci proiettati di colpo in luogo lontano e inospitale, lontano nello spazio e nel tempo quali dovevano apparire le foreste e le praterie dell’America del Nord in un momento compreso fra i 10.000 e gli 8.000 anni dal nostro tempo.

  All’epoca i vasti territori americani erano coperti da savane erbose alternate da macchie di foresta, ambiente ideale per una straordinaria fioritura di viva di forme e dimensioni bizzarre. I mammiferi, ormai signori di quel mondo, si erano sviluppati in forme colossali. Le vaste praterie erano lo spazio naturale per i grandi mammiferi, le mandrie di bisonti arcaici correvano in quel mare d’erba al fianco di bizzarre e imponenti creature, mammuth e matodonti, antenati dei moderni elefanti trovavano in quell’ambiente le condizioni ideali per prosperare mentre, dove la savana cedeva spazio alla boscaglia, a dominare erano giganteschi bradipi alti oltre 4 m e dotati di artigli affilati come sciabole.

 Una simile abbondanza di prede potenziali – oltre ai giganti ricordati quelle pianure brulicavano di cavalli e cammelli – attirava ovviamente un’altrettanto significativa presenza di predatori, alcuni dei quali sono fra i più impressionanti cacciatori mai comparsi sulla terra. Il Canis dirus, un antenato del lupo lungo oltre 1.5 m e pesante fino a 80 kg e lo smilodon, il grande felino dai denti a sciabola. Ma persino la tigre dai denti a sciabola scompariva di fronte al signore indiscusso di quelle lande, l’orso gigante dal muso corto, il più colossale carnivoro comparso sulla terra dai tempi dell’estinzione dei dinosauri, un gigante alto oltre 1,80 m al garrese, quasi 4 m quando si alzava sulle zampe posteriori, pesante oltre mezza tonnellata.

  Quest’equilibrio di giganti comincia a scricchiolare pericolosamente intorno a 10.000 anni da oggi, quanto un nuovo predatore attraversa lo stretto di Bering e si diffonde nel continente. E’ piccolo, debole, privo di denti affilati e di artigli, ma la sua presenza sconvolgerà quel mondo fino a distruggerlo, quel predatore è l’uomo. Le comunità di Clovis – come gli antropologi chiamano gli antenati paleolitici dei nativi americani dal nome del principale luogo di ritrovamento – si inseriscono rapidamente nel nuovo ambiente, mutandone irreparabilmente la sostanza. Cacciatori precisi e implacabili cominciato a decimare le prede con una capacità omicida sconosciuta ai predatori naturali ed estesa anche a specie – come i mammuth o i bradipi giganti – che le dimensioni avevano posto al riparo da potenziali attacchi. La riduzione degli erbivori venne ovviamente a riflettersi sui predatori cui venivano a ridursi le prede – in oltre è verosimile che essi stessi fossero oggetto di caccia da parte degli umani – e la riduzione dei carnivori risultava fatale per i saprofagi cui bisogna verosimilmente ascrivere l’orso gigante dal muso corto.

  La conseguenza di questa situazione fu la scomparsa, nel lasso di poche migliaia di anni, di quasi tutta la macrofauna del continente. Certo l’uomo non fu verosimilmente la sola causa del massacro, allo stesso orizzonte cronologico risalgono tracce di una ripresa dei fenomeni glaciali e conseguentemente di modifiche climatico-ambientali che sicuramente si sono riversate sulla popolazione animale. Ma rimane il fatto che altre crisi climatiche si erano susseguite nei millenni e nessuna aveva portato ad estinzioni di massa analoghe.

  Pare quanto meno molto verosimile attribuire quest’ultima all’azione dell’uomo che agendo su una fauna messa già in crisi dalle trasformazioni climatiche ne ha decretato la quasi sistematica estinzione. A conferma di questo sembrano venire le tracce archeologiche successive alla grande crisi ambientale che testimoniano una profonda trasformazione del comportamento umano che si riflette in forme meno predatorie rispetto a quelle dei Clovis con attività di caccia più mirate e sfruttamento più sistematico di ogni singolo animale. Le grandi estinzioni hanno probabilmente messo in discussione la stessa sopravvivenza delle comunità umane che hanno sviluppato forme più sostenibili di sfruttamento delle risorse ancora disponibili, limitate quasi al solo bisonte. Ma ormai la catastrofe era in gran parte compiuta, i grandi erbivori erano scomparsi con la sola esclusione dei bovini mentre il ruolo di predatori dominanti veniva a trasferirsi su specie più adattabili come il lupo grigio o il grizzly, pallido riflesso dei loro predecessori.

  L’esempio americano non è per altro il solo ad attestare la sostanziale contemporaneità fra la comparsa dell’uomo ed estinzioni di massa della macrofauna.

 Una catastrofe analoga a quella conosciuta dall’America del Nord era già stata vissuta dall’Australia, dove gruppi umani si erano diffusi fra i 50.000 e i 40.000 anni fa provenendo dall’Asia tramite le isole delle Sonda. Anche qui un’estinzione di massa accompagnò l’affermarsi della presenza umana. Per quanto ancora ignote ne siano le dinamiche appare evidente come i due fenomeni siano correlati, caccia indiscriminata e trasformazione dell’ambiente naturale hanno distrutto anche qui – nel giro di poche migliaia di anni – la macrofauna del continente. A farne le spese sono stati il megalania -varano gigante australiano – una lucertola lunga fino a 10 m, sicuramente la creatura più simile ad un dinosauro mai incontrata da un essere umano nonché un numero ancora non precisato di marsupiali giganti sia erbivori – canguri alti oltre 3 m – sia carnivori, come il “leone marsupiale”.

  Le recenti scoperte del paleontologo Gavin Prideaux nelle grotte del deserto di Nullarbor hanno per altro dimostrato come il clima australiano non abbia subito significative evoluzioni negli ultimi 50.000 anni, impedendo di attribuire le estinzioni a mutamenti climatici.

  Come in America anche in Australia si riscontrano profonde trasformazione nel comportamento dei gruppi umani dopo la grande estinzione ancor più necessarie in un ambiente come quello australiano ancor più povero di risorse. L’evolversi dell’organizzazione socio-economica in forme più sostenibili – quelle che hanno poi caratterizzato a lungo le culture aborigene – appare come un necessario strumento di sopravvivenza in un mondo in cui si erano rapidamente depauperate le risorse a seguito di una condotta eccessivamente predatoria da parte degli stessi gruppi.

  Più recente e per questo meglio ricostruibile il caso della Nuova Zelanda conferma l’andamento generale fin qui descritto. Le isole neozelandesi sono state forse l’ultima parte del globo ad essere conquistata dalla specie umana, in un orizzonte cronologico compreso fra il 1000 e il 1300 d.C. quando l’arcipelago fu oggetto di stanziamento da parte di gruppi di origine polinesiana.

  Fino a quel momento quell’angolo di mondo si era sviluppato in totale isolatamente sviluppando caratteri unici, i mammiferi era qui rimasti in posizione marginale mentre gli uccelli dominavano indisturbati. Due possenti creature si contendevano il dominio di quella terra, il Moa uno struzzo gigante alto fino a 3.70 m, pesante oltre 200 kg  e l’aquila di Haast, il più grande rapace mai esistito con un’apertura alare di oltre 3 m.

 L’arrivo dell’uomo in questo ambiente ha comportato la totale catastrofe, gli antenati dei maori hanno iniziato una sistematica caccia ai Moa, decimandoli in poco tempo, in oltre i ratti introdotti dagli umani hanno completato l’opera di distruzione predando le uova nei nidi. In ogni caso entra la fine del XV o gli inizi del XVI secolo i grandi struzzi era definitivamente estinti, la scomparsa dei Moa – unita alla caccia di cui erano anch’esse vittima – porto alla contemporanea estinzione delle aquila di Haast. Nel breve lasso di circa due secoli l’uomo aveva annientato un ecosistema che sopravviveva in perfetta equilibrio da milioni di anni; il crollo fu tanto repentino da portare sull’orlo della scomparsa le stesse comunità umane, l’istituzione delle aree sacre sottoposte a tabu nei luoghi di nidificazione delle specie superstiti come il kiwi va probabilmente visto come un tentativo di impedire la totale scomparsa di tutte le risorse alimentari.

  Australia, America, Nuova Zelanda, ovunque lo stesso scenario di distruzione e molto probabilmente non sono che esempi fra i tanti. Certo il quadro è più difficile per il vecchio mondo, dove l’ominazione è fenomeno antico e stratificato ma anche in Europa appaiono tracce che sembrano collegare la comparsa dell’uomo moderno all’estinzione sia della macrofauna quaternaria (Mammuth, Ursus speleus, rinoceronte lanoso, megaloceri) tanto delle specie proto umane presenti (homo neanderthalensis).

  Agli occhi di molti lo smilodon, il megalania o l’ aquila di Haast potrebbero sembrare dei mostri, eppure non hanno saputo opporre nessuna resistenza ad un invasore inarrestabile. Eppure un mostro si muove sulla superficie della terra, lasciando dietro alle sue orme scie di morti e distruzioni. Quel mostro è l’uomo, non solo responsabile delle estinzioni passate ma impegnato in un progetto demoniaco seppur inconscio di cancellare ogni forma di vita esistente sul pianeta. Una sola differenza separa il comportamento dell’uomo di oggi da quello del passato, le culture preistoriche si sono in qualche modo rese conto delle catastrofi causate e hanno in qualche modo cercato di frenarle mentre i moderni si gettano in una corsa irrefrenabile nell’abisso più profondo.

 Forse dovremmo aver paura di noi stessi.

 

 
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 E’ giunta oggi la notizia della scomparsa di Elisabeth Soderström, grande cantante e artista straordinaria, fra i figli più illustri di quella terra di Svezia così ricca di voci straordinarie.

  La Soderström era nata a Stoccolma nel 1927 da padre svedese e madre russa e russa era stata la sua prima maestra Andrejeva Skilondz, primo soprano-coloratura del Teatro Imperiale di San Pietroburgo, riparata in Svezia dopo la Rivoluzione. A soli 19 anni il debutto in scena come Bastianne al Festival di Drottmigold del 1947, cui segui nel 1949 una scrittura nella compagnia stabile dell’Opera reale di Stoccolma.

 I primi anni la vedono impegnata come soprano leggero/ lirico leggero con una prevalenza di ruoli mozartiani ma anche Louise, Olympia, Sophie, Euridice. La voce però cominciava a mostrare una natura diversa in cui lo spessore sostanzialmente lirico si sposava con un colore scuro e brunito, un morbido velluto che quasi ne trasfigurava la natura luminosa.

  Nel frattempo all’intensa attività in patria cominciava ad affiancarsi una luminosa carriera internazionale. Nel 1957 debutta al Festival di Glydenbourne cui resterà legata tutta la vita, l’anno successivo è a Salisburgo cui seguono il Methropolitan (1959, Susanna ne “Le nozze di Figaro”) e Londra (1960, nell’opera contemporanea “Blomdahl’s Aniara” di Daisy Dodd). Fondamentale la successiva trasferta australiana durante la quale debutta il ruolo di Emilia Marty in “Več Makropoulos” di Janacek, autore che segnerà la successiva carriera della cantante svedese.

  Perfezionista all’estremo –ha sempre rifiutato di affrontare Verdi e Wagner non sentendosi all’altezza di quei repertori – la Soderström si è sempre distinta per la capacità di affiancare una linea di canto di grande purezza ad un fraseggio di straordinaria ricchezza e alla capacità di piegare i propri mezzi vocali alle diverse esigenze di ciascun personaggio. Esemplari in tal senso gli incontri con Dietrich Fischer-Dieskau (documentati anche dall’incisione in studio di “Cardillac” di Hindemith), confronto fra due assoluti virtuosi del fraseggio e dell’interpretazione. Doti espressive cui si aggiungevano non comuni valori attoriali ed una presenza scenica di grande carisma. 

 Cantante intelligente e curiosa la Soderström si è cimentata in un repertorio vastissimo, con un evidente gusto per la ricerca e la sperimentazione. Così ecco comparire al fianco dei prediletti Mozart e Strauss l’appena riscoperto Monteverdi (“L’incoronazione di Poppea” con Harnoncourt nel 1974), i compositori scandinavi, Puccini, l’opera contemporanea da Debussy – la sua Melisande rimane fra le più affascinanti in assoluto – a Britten, Hindemith, Šostakovich spesso al fianco di direttori sperimentali e controcorrente come Boulez o il già ricordato Harnoncourt.

  Per il grande pubblico la Soderström resterà sempre legata al nome di Janacek affrontato in una fondamentale serie di incisioni discografiche sotto la bacchetta di Charles Mackerras, australiano di nascita, mitteleuropeo per vocazione. Un altro di quei personaggi contro-corrente con cui tanto sembrava in sintonia. Da questo connubio straordinario nascono interpretazioni semplicemente memorabili: ecco una Jenůfa meno giovanile di quanto si penserebbe ma di una inarrestabile forza interiore, una Káta Kabanová in cui la scorza esteriore non riesca a nascondere una carica erotica travolgente e distruttiva, una Emilia Marty in cui in timbro bellissimo si uniscono la cinica eleganza della gran dama e le fratture di un anima ormai totalmente disillusa in un incontenibile desiderio di morte.

  Terminata la carriera artistica la Soderström ha continuato ad agire nell’ambiente musicale, dirigendo dal 1993 al 1996 quel festival di Drottmigold dove molti decenni prima era iniziata la sua carriera di artista.

 

PS L’ascolto è tratto dall’opera “ Drottningen av Golconda” (La Regina di Golconda) di Franz Berwald, il più importante operista svedese del XIX secolo. Mi sembrava giusto ricordare una grande di Svezia con un compositore della sua terra.

 
  

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L’ebraismo presentava tratti che agli occhi dei greci e dei romani ne facevano una religione misteriosa, con tratti inquietanti. Il fatto che nome di Dio non fosse pronunciabile e fosse vietata la raffigurazione della sua immagine lo facevano apparire come una divinità occulta, misteriosa, caratterizzata da particolari poteri. In particolar modo il divieto di pronunciarne il nome veniva interpretato come conseguenza di un potere particolare insito in esso, analogamente agli onómata barbariká utilizzati nei riti magici.

Tutto ciò contribuì a creare l’idea che gli ebrei fossero potenti maghi. Di certo in tal senso erano concepiti Mosé, forse a seguito della conoscenza dell’episodio biblico della contesa con i maghi del faraone, e Gesù.

L’eco di questa tradizione fu talmente forte che giunse ad influenzare la stessa cultura ebraica introducendovi elementi esoterici che le erano totalmente estranei, la Cabala che raggiunge la sua massima fortuna nella Spagna medioevale nasce in Palestina durante il I d.C. e conserva buona parte della scienza occulta tardoellenistica fusa con influenze neoplatoniche; nello stesso periodo o poco più tardi vennero composti alcuni apocrifi biblici: Sapienza di Salomone e Testamento di Salomone, di spiccata connotazione magica.

L’influenza ebraica è quindi molto forte nella cultura magica romana ed appare diffusa in tutto l’impero ed in modo particolare nelle province romane dove la tradizione magica degli Ebrei sopravvive ancora nel folklore locale.

La maggioranza delle testimonianze presenta semplicemente il nome del Dio ebraico; esse non sono probabilmente opera di ebrei ma attestano semplicemente l’esistenza di una tradizione che vede in questa divinità una potente origine di energia magica. In questi casi non è nemmeno possibile sapere se si avesse una precisa conoscenza della divinità invocata o non si trattasse piuttosto di un nome entrato nell’uso della pratica magica e come tale invocato al di là d’una effettiva conoscenza.

La divinità ebraica appare indicata prevalente nella forma IAO, adattamento greco del nome ebraico Yaweh o SABAWebraico Saboath, altro nome della medesima divinità. I due termini possono essere associati fra loro o possono presentare varianti grafiche, probabilmente dovute ad una conoscenza molto superficiale del mondo di riferimento.

In alcuni casi l’ambito culturale ebraico compare evocato in modo più complesso, apparentemente attestante una miglior conoscenza della realtà. E’ il caso della formula IAO ADONAEI, in cui il primo nome indica il Dio degli Ebrei mentre il secondo è probabilmente una deformazione di Adonai, che nelle lingue semitiche significa “Signore” ed appare come frequente attributo nei confronti di numerose divinità cananee. Nel mondo ebraico esso è un altro nome della divinità e come tale compare con una certa frequenza nei rituali magici influenzati dall’ebraismo; non si può escludere il fatto che si tratti di una formula unitaria interpretabile come “Il signore Iahwe”. In un’altra iscrizione una formula di analogo significato è data dall’espressione  a)donai swbawq.

In alcuni esemplari il generico richiamo ad una divinità straniera lascia il posto a precisi riferimenti alla realtà ebraica che attestano una conoscenza diretta dei testi biblici e dei formulari liturgici usati dalle comunità della diaspora – le forme sono esclusivamente in greco. Questo non impone necessariamente l’attribuzione di queste defissioni agli ebrei in quanto non si può escludere che queste conoscenze fossero accessibili anche ai pagani ma attesta con sicurezza il richiamo ad una precisa tradizione decisamente più profondo rispetto alla ripetizione di formulari stereotipati.

Un testo si distingue in tal senso in primo luogo l’autore si rivolge a IAO conoscendo perfettamente la divinità, che viene indicata con precisione come:qeo)ntou= Adraan kai/ to/n Iaw to)n tou= Iakou, qeo)n tou= Israma. Prescindendo da alcune insolite varianti testuali – forse da connettere a specificità locali – appare evidente come la figura divina sia definita nei suoi specifici attributi di Dio di Abramo (Adraan), di Isacco (Iakou per Isakou),  e Dio d’Israele (Israma per Israel).

La tabella presenta inoltre precisi riferimenti a passi biblici come l’espressione  e(/kaston i)da(lletai o(/n e)/xei fo/boj to=u Kuri/ou ricavata tratta direttamente da un passo dei salmi: ulteriore conferma di una conoscenza diretta del testo biblico e non di una semplice ripetizione di nomi probabilmente incompresi.  Detta tabella rappresenta la più esplicita testimonianza di una conoscenza diretta della cultura ebraica nella regione ma anche in altri testi si possono ritrovare tracce analoghe, seppur meno evidenti.

Un’iscrizione presenta una formula ancor oggi non spiegata: BAITMO ARBITTO, per la quale già Bruston proponeva di vedere l’adattamento greco di una formula rituale ebraica; purtroppo sono mancati studi successivi a riguardo. A favore di questa ipotesi gioca un altro elemento presente nella stessa tabella, per l’esattezza l’espressione Iaw Iajdaw ooriw.ahra, che oltre alla tradizionale invocazione al Dio degli Ebrei, presenta un’espressione che pare la traduzione greca di una diffusa formula ebraica: “non vegga la luce” quindi “non possa vincere”.

La forte presenza della tradizione ebraica – unita nel caso a influenze egiziane – caratterizza anche l’unica “gemma magica” ritrovata nella regione. Si tratta di una pietra troncoconica verde, incisa su entrambe le facce. Su quella superiore è raffigurato un leone calpestante un corpo umano, ai lati dell’animale sono due stelle a sei punte. Intorno alle figure è presente un’iscrizione in caratteri greci ILW CABAW ADWNE.

Sul lato posteriore compaiono tre personaggi, quello al centro, di cui è perduta la testa per una scheggiatura della pietra, presenta piedi forcuti e lunga coda arrotolata intorno ad una sfera. Lo affiancano un personaggio con testa di vacca ed uno d’uccello sormontati da una croce. Fra i personaggi erano iscrizioni non più leggibili.  La gemma appartiene a quell’insieme di amuleti magici, spesso influenzati da concezioni gnostiche, molto diffusi in tutto l’impero romano e caratterizzati dalla fusione sincretistica di elementi religiosi diversi.

  Il presente esemplare sembra assommare richiami alle due sfere magiche per eccellenza del mondo antico, quella ebraica e quella egiziana. Le immagini della faccia inferiore possono essere interpretate come una figura di Serapide di tipo serpentiforme affiancato da Iside-Hathor con testa bovina e da Horus.

La facciata superiore può invece spiegarsi alla luce di un’influenza ebraica. L’iscrizione appare traslitterabile come Iao Sabao Adone e traducibile come “Il signore Yahweh Shabat”.

PS. Tutti i reperti citati provengono dalla necropoli di Hadrumetum (Sousse).

 

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