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Archive for dicembre 2009

 Un interessante ritrovamento di cui mi è giunta notizia mi offre l’occasione per ritornare ad un tema a me particolarmente caro, quello del sacro e della continuità delle esperienze religiose, di cui il presente contesto rappresenta un caso di straordinario interesse per l’antichità delle prime testimonianze e la continuità dell’esperienza sacrale.

  Il contesto in questione è la grotta di Santa Maria d’Agnano, posta nei pressi del moderno abitato di Ostuni, sulle ultime propaggini collinari delle Murge che già degradano verso l’Adriatico. La grotta è stata oggetto di sistematici scavi archeologici a partire dal 1991 (a cura del professor Donato Coppola dell’Università di Bari) e ha restituito una preziosa testimonianza sull’origine stessa dell’idea di sacralità di un luogo.

  La storia della frequentazione umana sembra cominciare improvvisamente 25.000 anni da oggi, quando un gruppo di cacciatori-raccoglitori Cro-Magnon depone all’interno della grotta un membro della propria tribù. Il defunto è una giovane donna di circa vent’anni, morta di parto, il feto ancora nel grembo. La sepoltura è attentamente curata, il corpo è adagiato con cura al’interno della fossa, una mano e posto sotto il capo come se la giovane dormisse, l’altra si appoggia sul ventre a proteggere la nuova vita mai nata. La giovane madre indossa i suoi gioielli più preziosi: una cuffia e braccialetti di conchiglie; il viso e il cranio sono rivestiti di un leggero strato d’ocra secondo un rituale comune all’epoca, mentre ossa di uri e cavalli l’accompagnano come corredo. La fossa venne infine chiusa con uno strato di ciottoli e una pietra viene alzata a segnarne il luogo.

  La tomba appare subito come eccezionale se si considera l’antichità della stessa, evidentemente le circostanze della morte hanno portato i membri della tribù ad attribuire particolari onori alla defunta anche alla luce della centralità che la figura femminile doveva rivestire nell’immaginario simbolico del tempo come attestano le figure di “Dee madri” diffuse ovunque nell’Europa preistorica.

  La sepoltura segna inoltre una precisa funzione della grotta che appare consacrata da quella presenza – anche se non si sarà mai in grado di sapere se la grotta sia divenuta sacra per la presenza della tomba o se questa sia stata scavata all’interno di una cavità già sacralizzata. Quello che è certo è che quanto saranno testimoniate nuove frequentazioni queste presenteranno caratteristiche decisamente particolari, caratterizzate dalla scarsità di tracce di vita quotidiana – per altro di difficile lettura trattandosi di isolate industrie litiche gravettiane ed epigravettiane – e dal susseguirsi di manifestazioni di natura sicuramente cultuale, legate ad una concezione del sacro rimasta costante nel tempo: quella della Dea Madre apportatrice di fecondità.

 La natura sacrale della grotta appare pienamente leggibile in fase neolitica quando si realizzano focolari e depositi di cereali tipicamente connessi a culti ctoni mentre su alcuni vasi compaiono schematiche raffigurazioni della Dea che continueranno ad essere attestate per tutto l’eneolitico e l’età del bronzo. Con l’età del ferro e la progressiva ellenizzazione del mondo indigeno la grotta è interessata da processi di monumentalizzazione con la costruzione di terrazzamenti; in questa fase la grotta diventa il centro di un santuario japigio-messapico dedicato ad una divinità femminile identificata con Demetra in conseguenza all’influsso greco.

 La vita del santuario apulo si articola fra il X ed il III a.C. quando la grotta viene abbandonata senza che se ne conoscano le ragioni, probabilmente in conseguenza a mutate dinamiche di popolamento e organizzazione del territorio connesse con la romanizzazione ma la storia sacra del luogo non è ancora finita. Dopo la cesura romana la frequentazione riprende con il dominio bizantino nel VI d.C. quando la grotta diventa centro di un culto mariano rimasto in auge fino al XVIII secolo. Come altrove in tutto il Mediterraneo la cristianizzazione dei luoghi di culto non ne trasforma la natura profonda sovrapponendo semplicemente il culto materno di Maria a quello della Dea Madre originaria.

 La grotta Santa Maria d’Agnano testimonia in modo emblematico la continuità del sacro e la natura sostanzialmente stabile della sua essenza mentre le modifiche sembrano incresparne solo la superficie, mantenendone la coerenza funzionale nel trascorrere dei millenni a partire da una sventurata ragazza del Paleolitico.

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  “Tancredi” è il vertiginoso capolavoro di un genio ventiduenne che rivela al mondo il proprio sconfinato talento giungendo a vertici forse mai più raggiunti. Su “Tancredi” rimane a tutt’oggi insuperato il giudizio di Stendhal per cui l’opera rappresenta “la perfetta sintesi fra melodia italiana e armonia tedesca” e “il sublime dell’armonia drammatica”, un equilibrio perfetto mai più raggiunto nelle opere successive. Al limite mi pare di poter dissentire dallo scrittore francese sull’”eccessivo germanismo” delle successive opere del pesarese che avrebbe trovato il suo apice in “Semiramide” apparendomi piuttosto in detti titoli una sorta di revival virtuosistico neobarocco mentre proprio in “Tancredi” appaiono più evidenti tracce di germanismi, non certo romantici ma di assoluta purezza classica in cui sentono gli echi delle opere serie di Mozart e soprattutto della perfetta purezza gluckiana che permea lo sconvolgente finale, qualora non si voglia cercarne la matrice in modelli ancor più lontani, da ricercarsi nel “recitar cantando” secentesco.

  Lieti quindi della scelta del Teatro Regio di Torino di riproporre l’opera rossiniana per di più in una produzione di notevole interesse su quasi tutti i punti di vista. Considerando la complessa vicenda editoriale dell’opera è forse opportuna una piccola nota filologica. A Torino si è scelto di eseguire la versione predisposta per Rossini in occasione della ripresa a Ferrara (1813), occasione per cui venne composto il finale tragico corrispondente all’originale tragedia volterriana sostituito a Venezia da un lieto fine di tradizione. Nel corso degli anni è invalsa l’abitudine di proporre un’edizione mista in modo da non sacrificare i brani assenti in una delle due versioni; a Torino si è invece optato per una scelta rigorosa a favore dell’edizione di Ferrara per cui scompare il primo duetto “L’aura che intorno spiri” sostituito da “Lasciami! Non ti ascolto” (in genere collocato nel secondo atto) mentre Amenaide nella scena del carcere canta “Ah se pur morir degg’io” anziché “No che il morir non è”. Unica variante rispetto all’edizione scelta è stato il mantenimento della seconda aria di Argirio, la virtuosistica “Ah segnar invan io tento”, personalmente richiesta dall’interprete.

  Fornito un inquadramento di base si può passare alla disamina della produzione, di altissimo livello in quasi tutte le sue componenti ma purtroppo danneggiata da un pesantissimo limite identificabile nel direttore estone Krjstian Järvi al suo debutto nel repertorio lirico e autore di una prestazione che definire insufficiente è a dir poco eufemistico. Difficile sentire una direzione tanto piatta, tanto insensibile ad ogni dimensione espressiva o dinamica nel suo incedere metronomico e asettico pur alle prese con alcune delle melodie più struggenti mai scritte. Se a questo si aggiunge la totale assenza di brillantezza sonora, la scelta di tempi spesso incomprensibili e i molti casi persino una difficoltà a dare i corretti attacchi ai cantanti appaiono evidenti le ragioni di una stroncatura pressoché totale tanto che pure il compito pubblico del Regio ha accolto l’uscita del direttore con evidenti – seppur composte – contestazioni.

  In questo contesto i cantanti hanno fatto quanto potevano, e fortunatamente trattandosi di alcuni dei maggior specialisti rossiniani dei nostri tempi, non si è trattato di poca cosa. Mi sono per altro giunte voci di contrasti anche evidenti sorti in sede di prova fra il direttore e i cantanti, a testimoniare di uno stato di disagio quasi palpabile.

  Protagonista d’eccezione Daniela Barcellona è stata un grandissimo Tancredi. La cantante triestina mostra di essere perfettamente a suo agio in un ruolo che gli risulta congeniale come nessun’altro. La voce è molto bella, omogenea in tutti i registri, la linea di canto inappuntabile, le coloratura sgranate con precisione esemplare ma ancor più compiuta è la componente espressiva, nella prova della Barcellona il virtuosismo tecnico è posto al servizio di una autenticità emotiva non indifferente che trova il suo apice in un finale in cui è impossibile trattenere le lacrime.

  Considerazioni analoghe valgono per l’Amenaide di Patrizia Ciofi. In questo caso la voce è meno suggestiva in se e ad esser pignoli si possono trovare non poche mende: timbro non particolarmente bello, fiati a volte corti, difficoltà a tratti ravvisabili. Nell’insieme si è comunque trattata da una prestazione vocale di livello molto alto in cui i limiti passano in secondo piano di fronte all’intensità dell’interpretazione, al coinvolgimento emotivo dato al personaggio capace di esprimersi con accenti di autentica commozione.

 Terzo punto di forza del cast Antonino Siragusa tratteggiava un Argirio di spessore autenticamente belcantista. La voce è chiara ma squillante, dotata di un volume ben superiore a quello di più conclamati colleghi, la tecnica esemplare; ne risulta un Argirio giovanile, d’un eroismo araldico e stilizzato, perfettamente aderente al gusto neoclassico della partitura.

  Completavano il cast Simone del Savio, un Orbazzano ben cantato ma abbastanza generico come accento, Annunziata Vestri (Ismene) e Paola Giardina (Roggero) molto positive nei loro ruoli.

  L’ottima prestazione vocale d’insieme va inoltre considerata alla luce della calamitosa direzione che di certo non ha agevolato nessuno, anche la prova del coro, sottotono rispetto agli abituali standard torinesi va molto probabilmente ascritta alle stesse ragioni.

 La parte visiva dello spettacolo era interamente affidata a Yannis Kokkos, autore di regia, scene e costumi. L’anziano maestro ateniese ha firmato uno spettacolo di spiazzante semplicità ma allo stesso tempo di non comune eleganza e di grande suggestione. Il regista legge “Tancredi” in una dimensione “fiabesca”, come sogno di una cavalleria magica e perduta (come spiegato dallo stesso regista). Le scene si dispiegano come le immagini dei libri a soffietto della nostra infanzia: aeree architetture al traforo definisco torri, mura, cattedrali, palme, montagne tutte giocate su giochi di contrasto in bianco e nero con alcune soluzioni di sapore ronconiano – la torre in evidenza sulle montagne nella scena delle fonti di Aretusa rammentava certi effetti dell’”Orlando furioso” televisivo – mentre variopinti destrieri semoventi portano in scena i personaggi ottenendo effetti di grande efficacia – come nel duello fra Orbazzano e Tancredi.

 Vero elemento caratterizzante lo spettacolo è il ricorso ai “pupi”, i celebri burattini siciliani che sdoppiano il coro e i personaggi contribuendo a rafforzare il distacco fiabesco con la vicenda. Se da un lato formano un importante elemento scenografico rappresentando l’esercito di Siracusa allineato prima della pugna dall’altro permettono continui giochi scenici di sdoppiamento e richiamo, particolarmente suggestivo il finale con gli armigeri che portano sullo scudo la marionetta raffigurante “Tancredi” mentre alle spalle con un gioco di prospettiva rovesciato vediamo lo stesso scudo su cui appoggia Daniela Barcellona, piccolo espediente ma capace di dare una sorta di verità magica al momento.  

 I costumi rispondevano allo stesso universo espressivo unendo linearità ed estrema cura dei dettagli – magnifici i ricami bianco su bianco dei costumi di Amenaide – mentre le armature d’argento contribuivano all’identificazione fra cantanti e marionette; poco felici solo le giacche nere portate dai coristi sopra la corazza. Regia altrettanto lineare arricchita da qualche momento di garbata ironia, anch’essa nel segno del fiabesco come la ballerina-uccello che si fa latrice della lettera di Amenaide. Kokkos alla luce della sua grande esperienza è riuscito a firmare uno spettacolo non certo convenzionale ma capace di leggere l’opera con gusto ed eleganza.

  Nell’insieme una produzione di alto livello limitato purtroppo da una direzione decisamente insufficiente.

    

 

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