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Archive for giugno 2010

    I miti ci narrano dei potenti che dominavano un tempo sul cuore d’Italia, nomi che suonano famigliari alle nostre orecchie e ai nostri cuori fin dall’infanzia: Turno, Latino, Amulio, i re di Roma, Tarconte, Porsenna. Nomi appunto, quasi fantasmi per i quali sembra mancare qualunque fisicità.

  Le campagne dell’Italia centrale sono però uno scrigno che conserva geloso i suoi gioielli, salvo donarne a tratti un lacerto, come uno squarcio che permetta di gettare lo sguardo al di la del muro dei secoli, di intravedere quel mondo perduto. L’ultima di queste porte incantate si è aperta in un luogo di altissimo valore simbolico, la città laziale di Gabii, luogo di pregnante valore simbolico già nel mondo antico dove secondo il mito sarebbero stati educati Romolo e Remo e principale centro di formazione delle classi dirigenti romane avanti la conquista dell’Ellade.

  In questo luogo centrale dell’immaginario del Latium Vetus la missione archeologica diretta da Angelo Bottini ha effettuato una straordinaria scoperta, riportando alla luce la residenza di un antico rex, contemporaneo delle figure tramandate dal mito.

  Su un’altura antistante il cratere vulcanico di Castiglione – occupato dal Lacus Buranus in epoca antica – sono stati rinvenuti i resti di uno straordinario complesso abitativo di natura sicuramente regale il cui stato di conservazione – gli alzati superano i due metri di altezza – non trova confronti nell’Italia antica. Altrettanto insolita sembra la continuità di vita del complesso che si protrae per secoli in un momento particolarmente tumultuoso nella storia della penisola compresa fra le fasi finali dell’età del bronzo è il termine dell’età arcaica quanto la vita del complesso sembra terminare violentemente con sistematiche distruzioni degli apparati decorativi cui segue l’erezione di un tumulo e la deposizione di sepolture infantili che sembrano connotare una sacralizzazione dell’area quasi di natura funeraria.

  La struttura è ancora molto semplice risultando costituita da tre vani in asse di cui quello centrale di dimensioni maggiori. L’apparente semplicità non deve ingannare in quanto l’edificio doveva risultare assolutamente dominante sui complessi abitativi del tempo ancora costruiti da capanne lignee con tetto stramineo; inoltre il complesso doveva essere dotato – almeno nelle ultime fasi di vita – di una ricca decorazione fittile analoga a quella meglio nota a Murlo ed Acquarossa e di cui isolati frustoli compaiono anche a Gabi, sopravvissuti a quella che pare essere stata una volontaria cancellazione dell’apparato simbolico-decorativo.

  I frammenti rinvenuti di questa decorazione presentano un fascino particolare perché sembrano connettere il complesso con pagine della storia romana arcaica narrata dagli storici. Livio racconta come Sesto Tarquinio, il figlio di Tarquinio il Superbo, fosse riuscito ad imporsi con uno stratagemma all’aristocrazia di Gabii, e successivamente (I, 60, 2) di quando, alla caduta del regime monarchico a Roma, anche in gabini sarebbero insorti cacciando il tiranno imposto dai Tarquini. I frammenti fittili conservati mostrano Teseo circondato da felini, e non è inopportuno ricordare come l’eroe ateniese fosse stato utilizzato da Servio Tullio per legittimare e dotare di un’aura mitica il proprio potere, simbologia verosimilmente adottata anche dai successori.

  I dati archeologici sembrano confermare anche il racconto liviano della rivolta e della caduta della tirannide. Il palazzo non pare infatti abbandonato progressivamente ma distrutto da uno specifico episodio violento alla fine del VI a.C., episodio comportante la demolizione e il seppellimento del palazzo preceduta dalla sistematica distruzione degli apparati decorativi all’interno di una precisa ritualità simbolica che non può essere casuale.

 Gli scavi della “casa del re di Gabii” aprono quindi una straordinaria finestra sulla storia arcaica di Roma, in un momento compreso fra la tarda età del bronzo e il pieno arcaismo, ovvero in chiave mitologico-letteraria fra Enea e i Tarquini, permettendoci di entrare con nuove conoscenze in un momento tanto importante quanto poco noto della storia umana, l’alba di una città destinata a trasformare radicalmente il destino del mondo.

 

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   La scarsa – per non dire nulla – attenzione dei mezzi di informazione ai fatti di natura culturale ha fatto passare nel più assoluto silenzio la notizia della scomparsa del soprano tedesco Anneliese Rothenberger, avvenuta lo scorso 24 maggio a Münsterlingen.

  La Rothemberger era nata a Mannheim, città indusraiale del Baden Württenberg il 19 giugno 1924. Compiuti gli studi musicali con Erika Müller ottenne giovanissima – nel 1943 appena diciannovenne – il suo primo contratto presso il Teatro di Coblenza. Nel 1947 grazie a Günther Rennert entra nella compagnia stabile dell’opera di Amburgo partecipando alla nuova produzione della “Lulu” di Alban Berg allestita dallo stesso Rennert.

  Nel 1954 debutta al Festival di Salisburgo e lo stesso anno entra a far parte stabilmente nella compagnia dell’Opera di Stato di Vienna. Nel 1960 debutta al Methropolitan interpretando il ruolo di Sophie in “Der Rosenkavalier” di Richard Strauss, ruolo che segnerà i suoi più grandi successi a livello internazionale ottenendo anche il plauso di Lotte Lehmann che la definì “la miglior Sophie del mondo”, complimento non di poco conto se si considera la lunga frequentazione professionale avuta dalla Lehmann con lo stesso Strauss.

  Nello stesso anno la Rothenberger torna a vestire i panni di Sophie al festival di Salisburgo, in una produzione destinata a diventare storica per la scelta di documentare in video la produzione. Lo spettacolo affidato per la direzione d’orchestra ad Herbert von Karajan e con un cast che contava fra i protagonisti Elisabeth Schwarzkopf, Sena Jurinac e Otto Edelmann è rimasto a tutt’oggi un’imprescindibile pietra miliare della storia interpretativa straussiana.

  Sempre nel segno di Richard Strauss l’altro spettacolo che segnerà la piena affermazione internazionale della Rothenberger. Le storiche recite monacensi di “Arabella” con la direzione di Keilbert e due partner di livello inarrivabile come Lisa della Casa e Dietrich Fischer-Dieskau. Lo spettacolo – con la regia dello stesso Rudolf Hartmann che aveva allestito il “Der Rosenkavalier” salisburghese – ha fortunatamente goduto anch’esso di una ripresa video.

  La Rothembeger era di natura soprano lirico-leggero, dotata di una voce non grande ma ottimamente emessa, di bel colore e sorretta da una tecnica perfetta e da un’emissione del suono di rara purezza. Perfetta esemplificazione delle sue caratteristiche vocali resta l’incisione di “Die Entfürung aus dem Serail” del 1966 con la trascinante direzione di Josef Krips. Il ruolo di Kostanze poteva apparire a prima vista non ideale per i suoi mezzi vocali ma la Rothenberger ne viene magnificamente a capo sfruttando al meglio la dolce femminilità del timbro per creare un personaggio di insolita dolcezza mentre l’ottima tecnica le permette di dominare l’impervia tessitura.

  Il repertorio della Rothenberger è stato quello proprio dei soprani lirico-leggeri di area tedesca con al centro i numi tutelari di Strauss e Mozart – oltre ai ruoli già ricordati anche Pamina ed Ilia; i principali ruoli del repertorio operettistico – fu un’apprezzata Rosalinde in “Die fledermaus” – ed un’intensa attività liederistica. Ad esso vanno aggiunte alcune significative prove in titoli alquanto inconsueti come la “Martha” di Friedrich von Flotow incisa nel 1968 al fianco di Nikolai Gedda, al suo fianco in molteplici occasioni; nel repertorio settecentesco – “Orfeo ed Euridice” di Gluck e in quello contemporaneo interpretando con frequenza opere di Henze, Britten Orff, Hindemith, Menotti; ottenne anche buoni successi ne “La traviata” di Verdi.

  Abbandonate le scene divenne presentatrice televisiva in Svizzera – sua paese d’adozione; nel 2003 ha ricevuto il ECHO Awards alla carriera.

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   La notizia d’un inatteso lutto ha reso triste questo giorno di festa per tutti coloro che amano il canto, il teatro, l’arte. Ci ha lasciato un altro simbolo dell’arte lirica italiana, un’artista straordinario protagonista di una delle più gloriose stagioni della storia della lirica, il baritono Giuseppe Taddei, spentosi nella sua casa romana a pochi giorni dal compimento del novantaquattresimo compleanno.

  Nato a Genova il 26 giugno 1916 mostrò precocemente una naturale predisposizione per il canto cominciando ad appena dieci anni gli studi musicali. Nel 1934 vince un concorso indetto dall’Opera di Roma e debutta lo stesso anno come Araldo nel “Lohengrin” sotto la direzione di Tullio Serafin.

  Inviato nel 1943 sul fronte greco mostra scarso entusiasmo per l’impegno bellico al limite della diserzione e dopo l’8 settembre rifiutando di passare alla repubblica di Salò è fatto prigioniero dai tedeschi ed internato in un campo di concentramento. Liberato dal campo entra nello “Special Service” americano, l’ente che organizza spettacoli per le truppe statunitensi in Europa. Durante questi viaggi giunge a Salisburgo dove incontra per la prima volta Herbert von Karajan con il quale si crea subito una particolare intesa artistica.

  Con il ritorno della pace in Europa la sua carriere prende finalmente il meritato slancio, nel 1948 debutta alla Scala, al San Carlo e a Salisburgo; nel 1949 incide il primo disco da protagonista come Gianni Schicchi con la direzione di Simonetto -e Taddei comincia a comparire con frequenza sui maggiori palcoscenici. Nei primi anni 50 partecipa con frequenza alle tournée messicane al fianco di Maria Callas che lo rivelano a livello internazionale.

  Fin da quei primi anni di grande carriera internazionale Taddei esibisce quelle che saranno sempre le sue caratteristiche essenziali: voce splendida, di magnifico colore, calda e vellutata, omogenea in tutti i registri, perfetta espressione della miglior scuola baritonale italiana cui si aggiungevano innate e straordinarie doti interpretative che fondevano una mercuriale fantasia di accenti, inflessioni, stilemi espressivi vocali ed una recitazione da attore consumato.

  Le straordinarie capacità vocali e interpretative gli hanno permesso fin da subito di affrontare un repertorio vastissimo, con frequenti apparizioni in titoli decisamente desueti per un cantante italiano del tempo.

  In primo luogo il repertorio buffo in cui Taddei poteva far valere al meglio le sue doti interpretative, la sua strabordante simpatia senza per altro mai compromettere la bellezza della linea di canto ne indulgere a quei cacchini molto diffusi fra i cantanti del tempo. Eccolo un Figaro pieno di teatrale irruenza popolana nell’insuperata edizione del capolavoro mozartiano diretta da Giulini; un Belcore in cui il tronfio militarismo non cancella un fondo di malinconica umanità – fortunatamente documentato in video nella straordinaria produzione fiorentina del 1967 – ma anche un Dulcamara di irresistibile simpatia. Poi i grandi ruoli di baritono brillante rossiniano, il già citato Gianni Schicchi e su tutti Falstaff incontrato per la prima volta nel 1950 sotto la guida di Mario Rossi e che per Taddei ha rappresentato più di un semplice ruolo, quasi una seconda pelle tanto perfetta è stata la sintesi fra personaggio e interprete continuata gloriosamente su tutti i palcoscenici del mondo fino all’ultima produzione firmata da Karajan a Salisburgo nel 1982.

  Ma il repertorio di Taddei non si limitava al repertorio buffo ma si estendeva a tutti i grandi ruoli della vocalità baritonale ottocentesca e novecentesca. Prima di tutto quelli donizettiani in cui mi pare giusto ricordare quell’ineguagliata lezione che rimane il suo Antonio nella “Linda di Chamonix” incisa nel 1956 sotto la guida di Serafin. Poi i grandi ruoli verdiani, da Germont ad un Rigoletto di struggente umanità fino ad uno Jago di insolita perfidia nell’essere costruito col canto e con l’accento, di una malvagità tanto più insidiosa quanto meno scoperta passando per Simon Boccanegra affrontato per l’ultima volta a Vienna nel 1991, alla non più verde età di 75 anni.

  Straordinarie le sue prove nei ruoli del repertorio pucciano e verista affrontati con un controllo e un’attenzione al dettaglio decisamente non comuni all’epoca, estremamente teatrali pur senza concessione al facile effettismo, emblematico al riguardo lo Scarpia salisburghese del 1962 sempre al fianco del nume tutelare Karajan. Ma Taddei si cimentò come ricordato in ruoli decisamente insoliti nel repertorio francese – Zurga, tedesco – Hans Sanchs, Olandese e russo – Onegin, Igor, testimoniando una non comune curiosità verso altri orizzonti espressivi.

  Nel 1992 realizza l’ultima incisione ufficiale come Lescaut nella “Manon Lescaut” pucciniana con la direzione di Levine al fianco di Luciano Pavarotti e Mirella Freni.

  Abbandonate le scene avevo continuato ad animare il mondo dell’opera con la sua travolgente personalità, nel 2005 gli era stato dedicato un concorso per giovani cantanti ed era stato protagonista di masterclass e corsi di formazione.

  Va vecchio John, va per la tua via…la tua voce e la tua arte ti faranno vivere per sempre di cuore di tutti coloro che ancora sanno sognare quel sogno meraviglioso che è l’opera lirica.

    

 

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