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Archive for agosto 2010

  L’ultima delle recensioni dedicate alla XXXI edizione del Rossini opera Festival ha come oggetto i due concerti cui ho assistito nella trasferta pesarese: quello con orchestra al Teatro Rossini del 19 agosto dedicato a due cantate rossiniane (“La morte di Didone” e “Le nozze di Teti e Peleo”) e il recital per canto e pianoforte del tenore Francesco Meli all’Auditorium Pedrotti il 20 agosto.

  Il primo concerto si è svolto neppure dodici ore dopo il termine della precedente recita di “Sigismondo”, dettaglio questo da non scordare considerando la presenza del soprano Olga Peretyatko in entrambi gli spettacoli, protagonista di un tour de force non indifferente ma che gli è valso un personale e completo trionfo da parte del pubblico. Il concerto si suddivideva in due parti distinte, la prima vedeva in programma “La morte di Didone”, scena lirica per soprano, coro e orchestra composta verosimilmente nel 1811 anche se rappresentata solo nel 1818. La composizione è un’autentica prova di bravura per il soprano e la Peretyatko ne esce decisamente bene sfoggiando una non comune facilità di canto specie nei passaggi più virtuosistici. Il maggior limite della cantante russa – evidenziato da un lavoro come questo – è la stessa natura della voce, di schietto soprano lirico-leggero naturalmente più a suo agio nella zona medio-acuta e acuta della voce piuttosto che in quella medio-grave. Ovviamente una voce di questa natura mostra i suoi limiti nei recitativi più scopertamente drammatici – “precipiti Cartago” effettivamente privo della grandezza necessaria – dove si sentirebbe il bisogno di un autentico drammatico d’agilità ma nel complesso la prova è stata più che convincente e molto gradita dal pubblico.

  La seconda parte del concerto vedeva l’esecuzione di un lavoro più complesso, “Le nozze di Teti e Peleo” cantata – originariamente scenica – composta da Rossini nel 1816 in occasione fra Maria Carolina di Napoli con il Duca di Berry, secondogenito del Conte d’Artois, fratello di Luigi XVIII e futuro re di Francia con il nome di Carlo X, esempio di quei lavori d’occasione con cui Rossini si cimentò alcune volte fino a darne la più perfetta realizzazione con “Il viaggio a Reims”. Protagonista assoluta è stata ancora Olga Peretyatko qui nei panni di Cerere, cui Rossini affida il momento più atteso ma anche più impegnativo della composizione, un grande rondò che altro non è che l’adattamento in chiave sopranile del celebre “Cessa di più resistere/Non più mesta” giù usato nel “Il barbiere di Siviglia” (per tenore) e in “La cenerentola” (per contralto). La Peretyatko giungeva a questo scoglio dopo le già ricordate fatiche ma sostenuta da una non comune facilità di canto ha ottenuto sicuramente il successo più completo di questo festival: cantata ottimamente l’aria ha dato fuoco alle polveri nel rondò – colorature sgranate con spiazzante facilità, acuti sicuri e luminosi – scatenando l’entusiasmo del pubblico alle cui richieste la Peretyatko cede concedendo il bis del rondò nel quale inserisce anche alcune variazioni – come la smorzatura su uno degli acuti intermedi; solo sul finale si avverte un poco l’ovvia fatica dopo tanto cantare, l’ultimo acuto è attaccato leggermente calante ma abilmente recuperato e portato a termine. Una nuova ondata di entusiasmo sanciva definitivamente l’amore fra il pubblico pesarese e la cantante russa facendo della bella pietroburghese l’autentica principessa di quest’edizione del festival.

  Altro elemento di punta del cast si è mostrato il tenore Lawrence Bronwlee nei panni di Peleo. Voce molto bella, ottima linea di canto, colorature nitide e precise. Si può al limite obbiettare un volume non particolarmente imponente ma in questo repertorio le qualità del tenore americano prevalgono decisamente su questo limite, in ogni caso la bella cavatina di Peleo “Giusto cielo” era ottimamente eseguita.

  Meno entusiasmanti le prove degli altri interpreti. Paolo Bordogna è un grandissimo artista ma veniva a trovarsi ovviamente in difficoltà nel ruolo di Giove, originariamente scritto per Nozzari e quindi pensato per un tenore di taglio baritonale. La presenza di Bordogna – sicuramente dotato di un sicuro registro acuto di pretta marca baritonale – va forse ricercata nelle ristrettezze economiche del festival ma è ovvio che il cantante trovasse non poco difficoltà alle prese con una scrittura prettamente tenorile. Manon Strauss Ervard confermava come Teti le impressioni avute come Clorinda, voce naturalmente ampia, potente e scorrevole ma tendenza a cantare tutto forte e scarsa quadratura tecnica, comunque nell’insieme meglio come Oceanina che come Sorellastra. Sempre modesta Cristina Faus la cui sola fortuna stava nella brevità della parte di Giunone. Positiva la prova dell’orchestra e del coro del teatro comunale di Bologna e buona, anche se ancora alquanto impersonale, la direzione del giovane giapponese Ryuichiro Sonoda.

  Il secondo concerto (Auditorium Pedrotti 20-08-2010) constava invece di un recital del tenore Francesco Meli accompagnato al pianoforte da Matteo Pais. Il tenore genovese – a mio parere la più bella voce tenorile oggi presente sulla scena italiana – si è presentato in non perfette condizioni di salute trascinando ancora i postumi dei problemi che hanno condizionato le ultime apparizioni a Macerata. Nonostante questo inconveniente l’esibizione è stata di livello molto alto: Meli sfoggia una voce di splendido colore, della più schietta tradizione tenorile italiana, morbida e omogenea mentre la linea di canto è sempre estremamente rifinita. Possibile invece un appunto di natura espressiva, Meli è naturalmente portato per fraseggio e accento al repertorio operistico piuttosto che alla musica da camera e questo in alcuni bravi emergeva, ad esempio nei “Tre sonetti del Petrarca” di Liszt stupendamente cantanti ma privi di quella cesellatura del dettaglio propria dei grandi liederisti.

  Strepitoso nei brani di Tosti – in specie “L’ultima canzone” di cui ha offerto un’interpretazione da brividi – Meli mostra sempre più la direzione verso cui si sta sviluppando la sua vocalità, quella di un lirico pieno alla Di Stefano o alla Carreras in cui il belcanto primo-ottocentesco non potrà più essere l’asse portante. Bellissime anche le letture di “La promessa” (Rossini) e “Il barcaiolo” (Donizetti) mentre la belliniana “Vanne o rosa fortunata” era forse troppo passionale e priva della fatua leggerezza che richiederebbe. Per assurdo i brani meno convincenti sono state le due arie operistiche rossiniane – da “Zelmira” e “Bianca e Falliero” – cantate molto bene – specie “Il piacer di mia ventura” di Contareno – ma a mio parere molto penalizzate dalla riduzione pianistica. Bis con “Le Sylvain” di Rossini – stupendamente cantato – e ancora Tosti con “A vucchella”.  

 

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   Ritorno alla tradizione per il terzo titolo del XXXI Rossini Opera Festival, sia per l’opera in se stessa trattandosi de “La cenerentola” assoluto capolavoro buffo del musicista pesarese sia per quanto riguarda la parte visiva con la ripresa dell’ormai storico allestimento di Luca Ronconi i cui tratti più antitradizionali sono ormai stati acquisiti dal pubblico.

  Lo spettacolo di Ronconi sposta la vicenda in una metropoli anni 20, di sapore espressionista, con lo skyline popolato di grattacieli, le automobili in stile gansters e le sorellastre vestite come dive dei telefoni bianchi. Il tutto si cala in un’atmosfera decisamente cupa con soluzioni che riportano alla mente certi film di Tim Burton; molto belle le scene di Margherita Palli con la casa di Don Magnifico stipata di mobili – in fondo il resto è già crollato – che si trasforma nel salone del palazzo di Don Ramiro strappando l’immancabile applauso del pubblico per il cambio di scena a vista così come sempre efficace – seppur priva dello stupore suscitato la prima volta – l’apparizione della cicogna che trasporta Cenerentola dalla casa del patrigno al palazzo del principe; belli anche i costumi di Carlo Diappi che insistono fortemente sulla connotazione dark e burtoniana dello spettacolo. La regia ha inoltre il merito di lasciar ampio spazio di manovra ai cantanti senza limitarne le possibilità espressive cosa che permette ad alcuni straordinari attori come Alex Esposito, Nicola Alaimo e soprattutto Paolo Bordogna di sfoderare il meglio del loro talento comico: impagabili in tal senso gli svenimenti da autentica diva del muto di Don Magnifico o il suo barcollare da ubriaco al termine della scena della cantina.

  Molto positiva la prova di Yves Abel alla guida dei complessi del Teatro Comunale di Bologna che offre dell’opera una lettura molto curata, giustamente spumeggiante ma senza sacrificare le componenti più elegiache e capace di sostenere efficacemente le voci in uno spazio come l’Adriatic Arena caratterizzato da un’acustica non certo favorevole.

  L’efficacia dello spettacolo e l’ottima direzione trovavano supporto in un cast di livello decisamente molto alto. La recito cui ho assistito è stata caratterizzata da momenti di autentica tensione in conseguenza del grave infortunio di cui è stata vittima la protagonista: il mezzosoprano Marianna Pizzolato. Durante il I atto la cantante ha infatti inciampato fra i mobili affastellati che caratterizzano la casa di Don Magnifico – impianto scenico decisamente rischioso fra la quantità di oggetti in scena e la collocazione a piani diversi con l’obbligo di continuo passaggio da un gradino all’altro in spazi molto ridotti – cadendo rovinosamente ma riuscendo a terminare con stoicismo la scena. Una cappa di sfortuna sembra essersi posata su questa produzione che prima a visto l’abbandono di Kate Aldrich causa maternità e infine l’infortunio di Marianna Pizzolato.

  Nonostante lo stato di salute non certo ottimale la signora Pizzolato – che ha cantato il resto dell’opera con un evidente tutore alla caviglia e limitando al massimo i movimenti durante i quali era sempre sostenuta da altri personaggi o da coristi – ha portato a termine in modo estremamente dignitoso la recita senza che la linea di canto ne risentisse particolarmente se non per un certa prudenza riscontrabile durante le salite in zona acuta del rondò finale, verosimilmente dovuta alla mancanza di appoggio sicuro. Per il resto la prova è stata di livello decisamente positivo: la voce è bella, di bel colore e di emissione omogenea; le colorature sono sgranate con assoluta maestria e forse solo il settore acuto risulta meno naturale rispetto agli altri – e non a caso è stato quello ha risentire direttamente dell’infortunio per ragioni credo più psicologiche che fisiche. Comunque ribadisco che si tratta di annotazioni di poco conto all’interno di una prestazione decisamente lusinghiera.

  Non in giornata particolarmente felice il tenore americano Lawrence Brownlee nel ruolo di Don Ramiro. La voce è bella, di bel colore e ottimamente emessa anche se non di grande volume – sembrava soffrire particolarmente della pessima acustica dell’Adriatic Arena – l’interprete partecipe, l’attore convincente ma le colorature erano meno nitide di quanto lo siano di solito. Nulla di preoccupante, solo qualche imprecisione che denotava forse un leggero affaticamento o semplicemente tensione dopo quanto occorso alla Pizzolato.

  Dominatore della serata si è rivelato Paolo Bordogna nel ruolo di Don Magnifico. A voler fare i puntigliosi si potrebbe obbiettare che il timbro e troppo chiaro e giovanile per il personaggio ma questo ben poco conta di fronte allo straordinario talento teatrale espresso. Innanzi tutto la linea di canto è molto buona e vertiginoso il virtuosismo dei sillabati ma è soprattutto l’interprete ad esaltare. Un Don Magnifico violento e brutale ma anche fragilissimo, svenevole e vanesio, presenza magnetica capace di concentrare su di se tutta l’attenzione.

  Voce importante e sonora Nicola Alaimo si è rivelato un Dandini di ottimo livello, di grande bravura sia vocale sia scenica mentre la voce baritonale di Alex Esposito risultava troppo chiara e giovanile per Alidoro – ruolo che richiederebbe un autentico basso – e l’attacco dell’aria lasciava leggermente sorpresi ma l’ottima linea di canto e le doti di interprete facevano sparire rapidamente i dubbi. Per altro la connotazione giovanile dell’Alidoro di Esposito ben si inseriva nel taglio registico che nel personaggio vedeva una figura quasi magica – e lui ha scatenate e a governare la tempesta – piuttosto che un vecchio filosofo.

  Nell’insieme di un cast omogeneo e di livello decisamente buono, in cui le piccole lacune dei singoli erano compensate dall’ottima riuscita d’insieme – emergevano purtroppo la prova decisamente modesta delle sorellastre. Manon Strauss Ervard – Clorinda – ha mezzi vocali considerevoli ma purtroppo ha la tendenza a cantare tutto forte senza averne per altro bisogno; rispetto alla prima – ascoltata radiofonicamente – si è avuto un notevole miglioramento nell’aria del II atto – taglio tradizionale riaperto nell’occasione insieme a quello del coro dei cavalieri che apre il II atto – ma nell’insieme la prova non è risultata soddisfacente specie considerando i mezzi notevoli di cui dispone ma che richiedono ancora di essere messi a fuoco. Ancor peggio la Tisbe di Cristina Faus, stonacchiata e sgraziata in ogni intervento.

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  Il secondo titolo in programma al Rossini Opera Festival 2010 appariva particolarmente interessante per ragioni storiche, finalmente il festival pesarese metteva in scena “Demetrio e Polibio” l’opera che nel 1806 segna l’incontro del quattordicenne Rossini con il mondo del melodramma. Grandi sostenitori dell’iniziativa furono i membri della famiglia Mombelli, personalità molto in vista sulla scena musicale italiana del tempo; oltre che sostenitori e finanziatori del progetto i Mombelli furono anche i destinatari e i primi interpreti della partitura: il padre, Domenico Mombelli, tenore e compositore fu il destinatario del ruolo del Re siriano Demetrio; la moglie Vincenzina Viganò-Mombelli – sorella del celebre coreografo Salvatore Viganò – fu l’autrice del libretto; mentre alle figlie Ester ed Anna furono affidati i ruoli dei giovani innamorati Siveno e Lisinga; infine il maggiordomo e cuoco di casa Lodovico Olivieri interpretò la parte protagonistica del re partico Polibio – dato interessante per riflettete sul clima ancora fortemente dilettantistico del mondo musicale del tempo e che dovrebbe far riflettere sulla mitizzazione spesso eccessiva dei cantanti ottocenteschi. I personaggi di Alcandro (tenore) e Olmira (soprano) furono aggiunti in occasione della ripresa romana del 1812.

  Innegabili sono l’interesse e la curiosità nel mettersi all’ascolto di un’opera scritta da un adolescente seppur destinato ad un fulgido futuro per vedere cosa esisteva già in quel tempo del talento rossiniano e la curiosità è stata piacevolmente ripagata. “Demetrio e Polibio” è opera immatura ma di piacevolissimo ascolto in cui i modelli della tradizione, riferimento ovviamente imprescindibile per il giovane musicista, quali Haydn, Mozart e soprattutto Cimarosa non sono pedissequamente imitati ma rielaborati in modo spesso originale in cui si riconoscono già chiaramente le gemme da cui fioriranno gli stilemi più tipici della musica rossiniana così come già pienamente rossiniana è la divisione delle parti con il contralto per l’eroe amoroso, il soprano per la prima donna e il tenore nella parte del malvagio di turno – in questo caso per altro solo un padre smanioso di ritrovare il proprio figlio fino quasi a distruggere la felicità di quest’ultimo – mentre al basso spetta la parte nobile ed aulica.

  Il ROF ha optato per un cast di giovani – scelta non necessariamente sbagliata per un’opera giovanile e per molti aspetti decisamente sperimentale come questa – con risultati che si sono rivelati molto variabili nei singoli elementi. Elemento di spicco del cast si è confermato Mirco Palazzi – presenza ormai abituale del festival pesarese – nei panni del re partico Polibio. Dopo una partenza a tratti non sicurissima con qualche leggero slittamento di intonazione nell’iniziale duetto “Mio figlio non sei” la sua prestazione è andata progressivamente crescendo creando un ritratto pienamente riuscito di quella che è a tutti gli effetti la figura protagonista dell’opera. La voce è di colore molto bello, l’emissione sempre ottimamente controllata, le colorature – per altro non vertiginose – affrontate con sicurezza mentre l’interprete riesce a dare consistenza ad un ruolo – come tutto il libretto per altro – estremamente dispersivo e scarsamente efficace nel suo riproporre tutti i luoghi comuni del melodramma settecentesco ormai obsoleti.

  Sicuramente da seguire il giovane mezzosoprano russo Viktorija Zaytseva nei panni di Siveno, voce interessante per colore e volume seppur ancor bisognosa di rifinitura nei dettagli tecnici. In scena risultava molto credibile nei panni maschili del principe, qui abbigliato secondo una moda di gusto settecentesco. Nel ruolo di Demetrio di Siria – sotto il falso nome di Eumene – si è riascoltato il giovane tenore cinese Yijie Shi rivelatosi due stagioni or sono fra i giovani dell’Accademia Rossiniana di Pesaro. Rispetto alle uscite degli scorsi anni è apparso evidente un notevole miglioramento sia sul profilo tecnico sia su quello interpretativo – pochissimo aiutato dalla regia in quest’ultimo aspetto vista la caratterizzazione decisamente eccessiva scelta per il personaggio – ed esistono ancora ampi margini di miglioramento che potranno fare nei prossimi anni del tenore cinese un cantante di buon rilievo nonostante un timbro molto particolare e a mio gusto poco piacevole.

 Personalmente ho trovato l’elemento più debole del cast nel soprano Maria José Moreno nei panni di Lisinga, voce metallica, priva di quella leggera sensualità che richiederebbero i duetti con Siveno, di gusto ancora tutto mozartiano ma soprattutto con evidenti lacune tecniche specie nel settore acuto troppo spesso sconfinante nell’urlo; un vero peccato in quanto la grande scena del II atto (“Se fidi siete”) in cui Lisinga arringa l’armata partica è forse il momento musicalmente più ispirato dell’opera.

  Buona la prova del Coro da camera di Praga diretto da Lubomir Matl e dell’orchestra Rossini, e tenere le fila del tutto la direzione corretta anche se abbastanza anonima di Corrado Rovaris.

  Come ormai troppo spesso capita un discorso a parte merita la regia qui affidata a Davide Livermore (scene e costumi degli studenti dell’Accademia di Belle arti di Urbino). Ovviamente ignorate le indicazioni del libretto – ormai una regia rispettosa di queste sarebbe di autentica rottura; poi quando mai si sono visti parti storicamente corretti in teatro? – il sipario si apriva sul palcoscenico di un teatro contemporaneo al termine di una recita: applausi del pubblico, scene smontate, controlli di rito e progressivo abbandono del palcoscenico. A quel punto partiva la vicenda immaginandosi che spente le luci del teatro questo fosse popolato dai fantasmi della famiglia Mombelli che tornavano per rimettere in scena l’opera che avevano creato. Idea anche piacevole – seppur buona per qualsiasi titolo – ma purtroppo sviluppata molto male.

  Il confronto fra le regia di Michieletto e Livermore è risultato particolarmente impietoso per il secondo. La regia del “Sigismondo” mostrava infatti – al di la delle evidenti critiche cui si prestava – un’attenzione fino al minimo dettaglio a dir poco straordinaria; una non comune capacità di sviluppare l’idea di partenza da suscitare ammirazione a prescindere dalla condivisione della stessa. Qui non c’era nulla di questo e tutto procedeva in modo troppo casuale, la vicenda si sviluppava in modo decisamente confuso con un continuo ricorso a doppi dei personaggi – presenza fissa delle regie di Livermore – che rendevano ancor più ingarbugliata una trama già non lineare di suo mentre il resto sembrava ridursi a trovate estemporanee – come le fiammelle che si accendevano in mano ai protagonisti o i lampadari volanti – che a lungo andare risultavano ripetitive e quasi stucchevoli. Molto piacevoli i costumi primo-Ottocento realizzati dai ragazzi dell’Accademia urbinate.

 

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   L’edizione 2010 del Rossini Opera Festival si è rivelata decisamente interessante e con risultati superiori alle aspettative, forse una delle migliori degli ultimi anni. Titolo di punta del festival – cui era concesso il ruolo di spettacolo inaugurale – è stata una nuova produzione di “Sigismondo”, lavoro relativamente giovanile (1814) ma in cui compaiono già idee destinate a successivi e fortunati sviluppi in numerose opere successive del pesarese: in specie “Il barbiere di Siviglia” e “La cenerentola” oltre a qualche eco di lavori precedenti.

  Pur limitata da un libretto di rara inconsistenza l’opera è nell’insieme piacevole e l’esecuzione presentata a Pesaro si è dimostrata di livello decisamente buono in quasi tutte le sue componenti. Dominatrice della serata si è confermata Daniela Barcellona nei parti del re polacco Sigismondo; oramai quasi insostituibile in questo repertorio; superate alcune difficoltà apparse negli scorsi anni la cantante triestina ha esibito al meglio i suoi notevoli mezzi vocali confermando la splendida impressione già offerta nel “Tancredi” torinese dello scorso inverno. Voce ampia, omogenea cin tutti i registri, capace di dominare le impervie colorature di una parte di notevole difficoltà e pure abbastanza ingrata. La Barcellona piega inoltre i suoi notevolissimi mezzi vocali ad una straordinaria capacità di interprete rendendo credibile un personaggio altrimenti ben poco consistente; si ritornerà in seguito sulla strepitosa prestazione attoriale quando si analizzerà la regia.

  Antonino Siragusa è ormai specialista assoluto dei ruoli neri che Rossini affida alla voce di tenore e aggiunge il viscido traditore Ladislao alla sua splendida galleria di personaggi. La voce non è bellissima ma presenta un colore particolare, molto personale e immediatamente riconoscibile cosa ancor più pregevole in un mondo di voci troppo spesso anonime e stereotipate. Alle prese con una parte particolarmente impervia – forse la più compiuta dell’opera sia sotto il profilo musicale sia sotto teatrale – Siragusa domina con sicurezza la parte a cominciare dalla cavatina “L’immagine tiranna” mostrando un timbro robusto e la ben nota sicurezza nel settore acuto; qualche sbandamento di intonazione nell’ultima aria “Io ti sento in mezzo all’alma” non guasta una prova decisamente positiva, cui va aggiunto un notevole talento interpretativo sia sul fronte del fraseggio sia su quello attoriale.

   Terzo elemento di punta del cast si è mostrata Olga Peretyatko nei panni dell’infelice regina Aldimira, ruolo drammaturgicamente più lineare ma estremamente complesso dal punto di vista musicale. Il giovane soprano pietroburghese – ormai beniamina del pubblico del ROF – ha mostrato una non comune facilità di canto mostrando notevoli miglioramenti rispetto alle ultime apparizione e che sembrano ormai proporla come una delle voci di punta della scena internazionale. Timbro molto bello, omogeneo in tutti i registri, acuti sicuri e squillanti, colorature sgranate con vertiginosa sicurezza. La parte è musicalmente molto bella e la Peretyatko ne fornisce una lettura di ottimo livello. La Barcellona e la Peretyatko, perfettamente affiatate fra loro, hanno regalato il momento musicalmente più bello della serata con il loro duetto all’apertura del II atto  (“un ingiusto, un ingrato”)

  Molto positiva anche la prova di Andrea Concetti nel doppio ruolo del nobile polacco Zenovito e del Re di Boemia Ulderico. Estremamente interessante la cavatina del primo “Tu l’opra tua secondi” di gusto ancor tutto settecentesco nella sua struttura di aria concertante con strumento obbligato ma con la spiazzante soluzione di affidare questo ruolo al contrabbasso. Buona la prova del giovane tenore Enea Scala nei panni di Radoski, mentre decisamente modesto si è rivelato il soprano Manuela Bisceglie nei panni di Anagilda, sorella di Ladislao, riscattandosi solo parzialmente nell’aria di sorbetto “Sventurata mi credea”.

  A tirare le fila dell’insieme Michele Mariotti alla guida dei complessi del Teatro Comunale di Bologna (Maestro del coro Paolo Vero) ha dato dell’opera una lettura tesa e fortemente drammatica, di grande rilievo, riuscendo a dare coerenza ad una partitura scarsamente omogenea.

  Più complesso il discorso relativo alla parte visiva, firmata da Damiano Michieletto per la regia, Paolo Fantin per le scene e Carla Teti per i costumi. Spettacolo ambizioso e complesso, fortemente criticabile ma sicuramente da vedere. La scarsa logicità del libretto porta il regista ad intervenire in modo molto pesante, la vicenda è trasposta da un’immaginaria Polonia medioevale alla fine dell’Ottocento in un paese generico dell’Europa Orientale, forse la Russia zarista o forse la stessa Polonia per altro ormai ridotta a protettorato russo, di lontane suggestioni dostojevskijane. Partendo dallo stato di ossessione che mina la stabilità mentale di Re Sigismondo il primo atto si svolge in un manicomio verosimilmente militare come farebbe pensare lo stato di feriti oltre che di folli di molti degenti; uno di quei centri dove venivano rinchiusi al tempo le vittime della sindrome post-traumatica, gli “scemi di guerra” come si soleva dire, dei continui conflitti dell’Europa tardo ottocentesca e del Primo conflitto mondiale.

  In questo contesto Ladislao mantiene il suo stato di generale, il nobile e fedele Zenovito è il primario della clinica, Sigismondo un recluso. La regia è curatissima in ogni dettaglio, la scena di forte realismo, la recitazione di un livello straordinario. La Barcellona che entra sfatta, sconvolta sulla sedia a rotelle, vestita solo di poveri stracci intenta a strapparsi meccanicamente l’anello nuziale dal dito è immagine di una forza visiva notevole interpretata con la bravura di un’attrice consumata degna del premio Oscar. Ma i momenti straordinari sono molti e i tre protagonisti sono eccezionali nel tratteggiare i loro personaggi: la Barcellona prima totalmente schiantata dalla follia e poi progressivamente intenta a riconquistare la luce della ragione; Siragusa perfetto nei panni del cortigiano gelido e traditore, perennemente intento a nascondere la sua perfidia dietro un velo di untuoso servilismo; la Peretyatko perfetta incarnazione di un’ideale femminile angelico e salvico, indimenticabile il momento in cui trepidante di attesa lancia lo sguardo dalle finestre del comando militare – che nel secondo atto sostituisce il manicomio – vestita come Anna Karenina e immersa nel caldo alone delle luci a petrolio. Immagine di poetica suggestione che esalta la dolce bellezza della cantante russa. Altrettanto strepitosa la recitazione di coro e figuranti, specie dei folli – il cui attento trucco rievocava da presso le figure di sofferenti tanto care ad un certo realismo russo da Mjasoedov a Repin – che nell’ultima scena svelano la loro vera natura di personificazione dell’ossessione e del senso di colpa che da Sigismondo passa a Ladislao assalto alla fine dell’opera dai matti-fantasmi. Altre cose convincono meno come i ripetuti sdoppiamenti di Aldimira, stucchevoli a lungo andare.

  Regia in se straordinaria ma che personalmente non riesce a convincere perché mi pare troppo spesso in contrasto con la partitura. Anche accettando l’attualizzazione – in questo momento bisogna anche far di necessità virtù ed è noto che le divise ottocentesche costano meno delle armature rinascimentali – troppi sono i punti in cui la regia contrasta con musica e drammaturgia. In primo luogo Sigismondo non è un pazzo; è un uomo oppresso da sensi di colpa e tormentato dai rimorsi – una sorta di Macbeth rossiniano – e il modo in cui viene tratteggiato dalla regia appare eccessivo. Inoltre Sigismondo è sempre un Re e per di più pienamente riconosciuto come tale – il che porta ulteriormente ad escludere lo stato di pazzia completa – e pienamente in grado di svolgere le sue funzioni. Vederlo richiuso in una corsia di manicomio, privo di qualunque distinzione rispetto ai suoi compagni di sventura e poco credibile per non dire inconcepibile per la mentalità ottocentesca. Sarebbe forse stato più opportuno raffigurarlo rinchiuso nel suo stesso palazzo, prigioniero nella sua reggia da parte di cortigiani che sfruttano a proprio vantaggio la situazione, mentre la scelta registica adottata appare a mio parere eccessiva.

  Altri momenti appaiono eccessivamente in contrasto con le situazioni della vicenda. L’entrata del re boemo Ulderico nella Reggia di Sigismondo è troppo misera, il sovrano apparendo vestito come un semplice mužik, al limite uno starosta, ma non certo come un Re guerriero rendendo poco credibile la situazione dell’invasione della Polonia da parte di un esercito straniero che si ritroverebbe con a capo un contadino. Poco efficace anche la scena della battaglia sui monti ridotta ad un turbinar di carte estratte dai cassetti. L’effetto finale era a mio parere eccessivamente spiazzante, come assistere ad una proiezione cinematografica in cui venissero proiettati ad un tempo la parte video di un film e l’audio di un altro, magari entrambi bellissimi ma privi di rapporto l’uno con l’altro e a gusto personale una regia anche molta bella nei suoi valori interni ma totalmente contrastante con il testo che deve rappresentare va considerata una regia sostanzialmente mancata.

 

 
 

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    Solo ora scrivo qualche riga sul tradizionale concerto vercellese del primo agosto, mi scuso con i miei lettori ma più gravi incombenze mi hanno impedito di essere più puntuale.

  Per prima cosa va segnalato lo spostamento dalla basilica abbaziale di S. Andrea alla Cattedrale, credo in relazione all’inizio di una nuova campagna di restauri per il complesso episcopale. Scelta non felicissima in quanto il Duomo di Vercelli è chiesa decisamente meno suggestiva rispetto a Sant’Andrea e lo sguardo trovava ben pochi appoggi – personalmente amo perdere lo sguardo nelle architetture durante l’esecuzione musicale – al di fuori del crocefisso ottoniano.

  Tolte queste brevi note ambientali si può passare alla parte musicale che mi è sembrata di livello decisamente buono. La parte strumentale era come sempre affidata all’orchestra Camerata Ducale con la direzione di Guido Rimonda. Complesso che mi pare confermarsi come una bella realtà della scena piemontese tanto nella parte propriamente orchestrale tanto per quella solistica specie in un repertorio come quello affrontato nella serata – in gran parte settecentesco.

  La parte sinfonica presentava due concerti vivaldiani tratti da “L’estro armonico” rispettivamente i numeri RV 580 ed RV 565. Interessante specie il primo, di ardito slancio virtuosistico e con l’insolita moltiplicazione del ruolo solistica ripartita fra quattro violinisti ed un violoncello impegnati in un continuo dialogo fra loro. L’esecuzione presentava ai violini Guido Rimonda, Marina Martianova, Eleonora Longoni e Margherita Graczyk mentre il violoncello era affidato a Daniele Bogni.

  Gli altri brani in programma erano l’interessante “Recuillement” per quattro violini ed orchestra d’archi del francese Jean Baptiste Charles Dancla, nato nel 1817 fra le vallate pirenaiche, allievo di Pierre Rode a sua volta allievo di Viotti e significativo testimone della matrice italiana della scuola violinistica francese che avrebbe trovato il suo apice nello sfrenato virtuosismo di Lalo. Ultimo brano presentato la sinfonia Hob 1:44 “Truersinphonie” di Franz Joseph Haydn dal sapore prettamente gluckiano. Forse per la suggestione del titolo funebre – per altro apocrifo – non è difficile immaginare su queste note la discesa di Orfeo verso l’Eliso evocato dal dolcissimo adagio che segue ad un brillante allegro iniziale nel qual mi piace vagheggiar la lotta con le furie.

  La parte vocale – quella che maggiormente attira l’attenzione de pubblico – vedeva quest’anno protagonista Alessandra Marianelli, giovanissimo soprano pisano, fra le voci più interessanti dell’ultima generazione. Nella prima parte è stato eseguito il “Salve Regina” di Giovan Battista Pergolesi, brano ideale per mettere in evidenza le doti migliori della Marianelli a cominciare dalla luminosa bellezza del timbro assolutamente ideale per questa composizione. Più virata sul fronte virtuosistico la seconda esibizione con l’”Exultate, jubilate” KV 165/ 158° eseguito nella sua interezza. La Marianelli si conferma mozartiana di valore tanto nel virtuosismo della prima parte – splendido esempio di aria da “opera seria” trasposta in contesto sacro – tanto nei toni più elegiaci della seconda fino all’”Alleluja” finale con le sue ardite vocalizzazioni.

  Nel suo piccolo in concerto di S. Eusebio è per Vercelli un’importante occasione mondana e quindi non è importuno concedersi qualche nota di costume. Platea delle grandi occasioni con la presenza delle maggior autorità cittadine a cominciare da Sua Eminenza l’arcivescovo Enrico Masseroni fino al prefetto e con la sola eccezione del Sindaco, rappresentato dall’assessore alla cultura che non ha risparmiato il suo classico intervento di sapore decisamente pretesco reso ancor più evidente dal pacato e sobri rigore delle parole dell’arcivescovo. Se il caldo estivo ha impedito alla dame locali il classico sfoggi di pellicce e mise da parata merita di essere segnalata l’eleganza di Alessandra Marianelli, semplicemente splendida in un abito nero lungo che ne esaltava il morbido biondo dei capelli ed ancor più il luminoso, alabastrino, pallore dell’incarnato.

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