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Archive for settembre 2010

  Oltre quattrocento chilometri a sud del 22° parallelo – quello che oggi segna il confine fra Egitto e Sudan e che in passato corrispondeva a grandi linee al confine meridionale dell’Alto Egitto ci si trova ormai nel cuore profondo dell’Africa, con il sole che esalta i forti colori del continente. Qui fra le ultime steppe coltive del Nilo sorgono i resti di un antico centro – il cui nome originale è ignoto e che per convenzione si indica come Kerma dal nome del villaggio moderno che è cresciuto sulle rovine – da cui ebbe origine una delle storie più straordinarie del continente africano: quella del regno di Kush.

   La storia di Kerma si perde nella notte dei tempi, in quella lunga e ancor mal definita preistoria africana da cui sorgerà anche la civiltà dell’Egitto faraonico – troppo spesso ci si dimentica quanto essa resti profondamente africana nel corso di tutta la sua storia. L’affermarsi di un’entità statale – o almeno di una civiltà chiaramente riconoscibile nei suoi tratti essenziali – nell’Alta Nubia si realizza intorno al 2500 a.C. e quasi subito cominciano ad essere testimoniati i rapporti con gli egiziani che indicano il regno sudanese con il nome di Yam cui si sostituirà definitivamente a partire dal Medio Regno quello di Kush. Fin dalle prime testimonianze appare evidente il ruolo strategico dei nubiani in quanto la regione appare essenziale punto di controllo per i traffici carovanieri provenienti dall’interno del continente e recanti quei prodotti esotici – animali, schiavi, piume, oro – sempre più richiesti dalle élites egiziane. Numerosi furono i tentativi di invasione egiziana del regno di Kush ma i nubiani respinsero per secoli i tentativi di annessione costringendo gli egizi ad arroccarsi intorno alla seconda cateratta dove vennero edificati imponenti strutture fortificate – specie lungo il corso dello Wadi Halfa – per contenere il sempre più temibile vicino meridionale.

   Come sempre però nel mondo antico le guerre più che dividere uniscono aprendo la strada a contatti sempre più stretti. La Nubia accoglieva le suggestioni provenienti dal potente vicino settentrionale, le faceva proprie riadattandole però secondo una precisa identità nazionale. Kerma all’apice del suo potere era visivamente questo incrocio di culture. Sulla città dominava il profilo del grande tempio dinastico – la cosidetta Deffufa Occidentale – che riprendeva la classica struttura a pilone dei templi egizi al fianco del quale contrastava la grande capanne rituale usata dai sovrani per le udienze ufficiali e pienamente radicata nella tradizione africana. Intorno a questi poli contrapposti si sviluppava un abitato altrettanto variegato in cui case in mattone crudo, dal profilo rettilineo, di tipo egiziano si alternavano senza soluzioni di continuità a capanne circolari con tetto stramineo, di evidente matrice locale.

   La resistenza dei kushiti fu infine domata dai potenti faraoni guerrieri del Nuovo Regno e intorno al 1520 a.C. le armate faraoniche occuparono Kerma. La conquista del regno non segno però la fine della città, ne della civiltà nubiana, che anzi si arricchì ulteriormente a confronto con la più significativa presenza egiziana senza però tradire le sue più profonde origini. Le tracce della presenza egiziana nel periodo di diretto controllo – fino al 1070 circa – sono significative. Le più evidenti riguardano sicuramente un complesso templare costruito da Tuthmosis IV (1397-1387 a.C.) e riadattato da Akhenaton (1350-1333 a.C.) ma gli scavi condotti dai polacchi hanno rinvenuto frammenti più antichi databili al regno di Hatshepsut (1479-1458 a.C.); frammenti di statue ufficiali databili al Nuovo Regno provengono anche dalla cosiddetta cachette di Dukki Gel, una stipe votiva in cui risultavano deposti ritratti frammentari di sovrani della XXV dinastia – su cui si tornerà in seguito – ma che conteneva anche frammenti relativi a statue databili al regno di Akhenaton – figura femminile che tiene un fiore, figura maschile con lunga veste forse un comandante dei carri da guerra – e di Tuthmosis IV (1397-1387 a.C.). Le sculture risultano volontariamente distrutte e successivamente sepolte con estrema cura, all’interno di un apposito rituale. La distruzione va verosimilmente connessa all’incursione di Psammetico II poco prima del 590 a.C.

  La liberazione dalla dominazione egiziana si compi intorno al 1070 a.C. quando i nubiani approfittarono delle difficoltà in cui versavano gli ultimi sovrani del Nuovo Regno. La prima fase vide il sorgere di principati indipendenti spesso in conflitto fra loro, situazione che si risolse nel 806 a.C. con la riunificazione del paese sotto i principi di Napata. Data fondamentale per la storia dell’Africa in quanto avrebbe rovesciato i rapporti di forza nella regione.

   Intorno al 730 a.C. il principe kushita Piankhi partiva dalle sue basi di frontiera nella regione di Gebel Barkal e attraversava trionfalmente l’Egitto, giungendo fino al Delta come tramanda una monumentale stele. Se Piankhi abbandonò in seguito l’Egitto alle sue divisioni la strada della conquista nubiana era comunque stata tracciata e l’impresa venne portata a termine dal fratello Shabaka che nel 713 sconfigge Boccoris, ultimo sovrano della  dinastia saitica; sotto la guida del principe nubiano il regno dei faraoni ritrovava la sua unità politica e con essa un prestigio ed una potenza perse da tempo. Cominciava ufficialmente la XXV dinastia o dinastia nubiana, per circa un secolo l’Egitto avrebbe avuto sul trono principi kushiti, i faraoni neri venuti dall’Africa.

  La politica dei sovrani nubiani mirò ad una restaurazione delle tradizioni più profonde della storia egizia. Le espressioni artistiche si richiamavano apertamente ai modelli gloriosi di età ramesside o risalivano fino al classicismo del Medio Regno; ovunque si restaurava complessi antichi caduti in rovina mentre sul versante religioso si riaffermava una prevalenza di Amon rispetto ai culti stranieri diffusi specie nel Delta. Per quasi un secolo l’Egitto fu retto dai discendenti di Shabaka che fecero vivere al paese una straordinaria stagione di rinascita che raggiunse il suo apice con l’attività costruttiva di Taharqa (690-664 a.C.). Fermi sostenitori del ruolo politico dell’Egitto i sovrani nubiani oppongono una ferma resistenza agli assiri che solo nel 663 a.C. riescono a prevalere costringendo l’ultima faraone nero – Tanutamon – a riparare nell’Alta Nubia.

  La fine della XXV dinastia non segnò però il tramonto della potenza nubiana, i loro successori a cominciare dalla cosiddetta I dinastia di Napata – e poi con l’affermarsi del regno di Meroe a partire dal IV a.C. – continuarono a svolgere un ruolo di primo piano nella storia della regione. Il ricordo dei “faraoni neri” sopravvisse a lungo nelle aristocrazie nubiane e venne a rafforzarsi quando l’Egitto divenne terreno di conquista per le potenze straniere. Di fronte a persiani, macedoni, romani i sovrani di Meroe rivendicarono a lungo il proprio legame privilegiato con la terra dei faraoni e la legittimità di quel treno usurpato dai dinasti stranieri. In Nubia le forme dell’arte faraonica sopravvissero – seppur in forme provincializzate – fino alla fine dell’antichità mentre le pianure sudanesi andavano coprendosi di piramidi, simbolo evidente del richiamo a quella tradizione. Analizzare in dettaglio la storia della Nubia fino al termine dell’antichità e oltre non è certo possibile in questa sede ma pareva doveroso un ricordo per questa grande esperienza di civiltà fiorita nel cuore dell’Africa alla gloriosa stagione dei “faraoni neri”.

 
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  Grande attesa circondava l’esecuzione dell’”Idomeneo” mozartiano alle settimane musicali del Lago Maggiore, sia per la locandina – composta da alcuni dei maggiori specialisti mozartiani oggi sulla scena – sia per il ricordo de “La clemenza di Tito” eseguita in una non lontana edizione dello stesso festival e con un cast per molti aspetti simili. Purtroppo questa edizione è stata limitata dall’assenza di una delle voci più attese, quella di Barbara Frittoli, costretta a rinunciare per improvvisi problemi di salute e sostituita all’ultimo dalla giovane Francesca Sassu cui bisogna essere grati per aver salvato lo spettacolo ma è innegabile che l’assenza della Frittoli si faceva sentire sia sul piano strettamente vocale sia su quelle interpretativo essendo il carisma scenico della cantante milanese una componente non secondaria nella riuscita dello spettacolo – eseguito in forma semi-scenica – come era già stato con la sua Vitellia ne “La clemenza di Tito”.

  Tenendo conto dell’annotazione precedente bisogna riconoscere che l’esecuzione è stata assolutamente godibile con punte di altissimo livello. Merito primo va attribuito a mio parere alla direzione di Gianandrea Noseda alla guida della Stresa Festival Orchestra composta da musicisti provenienti da varie orchestre italiane; Noseda si conferma a mio parere mozartiano di valore assoluto, specie nei titoli del repertorio serio. La sua è una direzione asciutta, tesissima, estremamente efficace nell’esaltazione dei contrasti, attenta a mettere in evidenza la sconvolgente modernità della scrittura mozartiana che trova in quest’opera uno dei più floridi terreni di sperimentalismo. La presenza di alcuni tagli – oltre al balletto mancavano la prima aria di Arbace “Se il tuo duolo” e la marcia che nell’intermezzo precede il coro “Nettuno s’onori” – risultano comprensibili all’interno dell’esecuzione semiscenica, si è cercato di non appesantire troppo un’opera già lunga e complessa. Rimane l’ammirazione per la direzione offerta dal maestro Noseda che mi pare trovi in Mozart uno dei suoi autori più congeniali e che sarebbe auspicabile vedergli dirige con maggior frequenza rispetto ad altri repertori – come quello verdiano – con cui mi pare decisamente meno in sintonia.

  Dignitosa ma senza particolari slanci la prova dell’Ars Cantica Choir, sicuramente sottotono rispetto alla prestazione orchestrale, sarebbe stata auspicabile la presenza di una miglior compagine corale, magari quella del Teatro Regio che nelle scorse stagioni è già stata presente nella manifestazione.

  Straordinario protagonista si è confermato il tenore Francesco Meli nel ruolo del re cretese. Pienamente ripreso dai problemi di salute di cui era stato vittima a Macerata e che ancora lasciavano qualche traccia nel concerto pesarese. La voce è come sempre molto bella, l’accento giustamente eroico senza essere troppo pesante coglie al meglio il difficile compromesso della vocalità tenorile mozartiana in cui l’eroismo – anche nella sua componente più tragica – ma perde mai la levità del sublime. Splendida su tutta la gamma la linea di canto, ottimo uso delle mezze voci a fini espressivi, colorature perfettamente a fuoco – mi pare evidente come le agilità mozartiane meno vertiginose e più espressive di quelle rossiniane siano più consone alla vocalità di Meli. Culmine dell’intera serata la memorabile esecuzione di “Fuor dal mare” eseguita nella versione virtuosistica. Splendida anche la prova del secondo tenore, Alessandro Liberatore nel ruolo non secondario del consigliere Arbace cui Mozart affida lo stupendo andante “Se cola ne’ fati è scritto” di cui Liberatore ha offerto un’esecuzione magistrale. Liberatore è cantante di ottimi mezzi e la sua carriera sembra muoversi con intelligenza e ponderazione per cui mi pare probabile prevedere per lui un luminoso avvenire.

  Più complesso il discorso relativo a Francesca Sassu, la giovane – ventiseienne – cantante sassarese chiamata all’ultimo a sostituire Barbara Frittoli in un ruolo da far tremare i polsi come quello di Elettra. In primo luogo vanno l’incondizionata ammirazione per il coraggio dimostrato in questa non facile prova, dalle quale è per altro uscita in modo estremamente dignitoso. La voce è significativa per volume e proiezione anche se ancora alquanto acerba; il timbro è particolare, quasi metallico – ma per Elettra questo non è un limite essenziale – mentre decisamente perfettibile appare il legato. Nell’insieme è apparsa decisamente più convincente nei momenti più concitati – molto ben eseguita “Tutte nel cuor di sento”, ampiamente sufficiente nel cimento di “D’Oreste, d’Aiace” – meno nei brani più lirici. Bisogna in ogni caso valutare la particolarità della situazione e l’evidente tensione che ha accompagnato la sua prova; ovviamente a risentirne è stata la recitazione come in alcune controscene evidentemente pensate per le doti istrioniche della Frittoli e che la vedevano mancare di personalità.

  Alessandra Marianelli coglie al pieno l’essenza di Ilia, qualche nota non è sempre pulitissima – qualche difficoltà si è riscontrata nell’aria di sortita mentre nel corso della recite queste sono andate sparendo – ma personalmente trovo sia cosa di poco conto rispetto ad un personaggio tanto centrato. La voce è perfetta per il ruolo, piena di quella giovanile luminosità che di Ilia è uno dei tratti caratterizzanti, inoltre l’interprete è pienamente calata nel personaggio, l’accento è esemplare specie nei sublimi recitativi affidati alla principessa troiana a cominciare da quello del III atto “Innocente è Idamante” che insieme a quello di Idomeneo “Qual mi conturba i sensi” è sicuramente fra i vertici assoluti del genere.

  La Polverelli è un ottimo Idamante. La voce è particolare come timbro e colore e può suscitare reazioni molto differenti, personalmente mi sembra molto adatta per il ruolo, inoltre la linea di canto è sempre estremamente curata e l’accento convincente. Non si è ripetuto lo strepitoso Sesto de “La clemenza di Tito” ma è innegabile che la parte sia meno appariscente rispetto al giovane patrizio romano.

  Per la parte visiva si sono scelti movimenti limitati, eleganti. Abiti a metà fra il vestito da sera e l’abito di scena: Idomeneo scamiciato come naufrago poi in frac; Ilia vestita in bianco, Idamante in giacca e pantaloni di gusto maschile, Elettra in abito da sera. Sul fronte costume da rilevare la presenza in sala del fior fiore della critica italiana.

 

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