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Archive for novembre 2010

  Lo studio – o la semplice riflessione – sulle religioni in chiave comparativa porta ad alcune riflessioni sul confronto fra tematiche fondamentali da cui emerge – a mio parere – la sostanziale incoerenza del Cristianesimo a confronto con i modelli mito simbolici della tradizione antica apparentemente più semplici ma sorretti da una struttura logica che si è totalmente persa nell’accumulazione sincretistica propria della fede cristiana. Uno dei punti in cui l’illogicità del messaggio cristiano appare con maggior evidenza è la concezione dell’oltretomba e specialmente l’idea dell’inferno.

  La tradizione classica ha un’idea molto chiara dell’ordine cosmico. In quest’ottica il mondo infero appare come una parte essenziale del reale. Senza entrare in dettaglio sulle infinite interpretazioni filosofiche sul tema appare comune l’idea che l’ordine del creato e le leggi che governano il mondo rimangono sostanzialmente analoghe ai due lati delle porte infere. Superate le porte l’unità dei regni ultramondani appare altrettanto stabile: Elisio e Tartaro come parti di un’unità retta da uguali leggi e da uguali riferimenti su cui regnano le medesime divinità: Dioniso e Afrodite alternano una personalità urania ad una ctonia – si consideri che la stessa Persefone è per molti aspetti un’Afrodite dei morti; Ecate è la personalità infera di Artemide e stretti legami collegano Zeus ed Hades, al riguardo si ricordino le considerazione di Karoly Kerenyi legati alla dimensione del “risplendere” come tratta identificante della personalità del Dio Olimpio: “…poiché anche in mare vi è uno splendore …e così pure nel mondo sotterraneo, nel buoi della morte, quando Zeus vi regnava come consorte della Dea degli Inferi”.

  Il Tartaro in quest’ottica è parte integrante del Regno di Zeus, è il luogo dove scontano le loro colpe i nemici dell’”ordine” costruitosi intorno agli Dei dopo la vittoria sui Titani; in esso regnano gli stessi Numi del cielo non un’essenza ad essi contrapposta e contraria.

  Anche nelle religioni orientali si assiste a modelli ideologici simili anche se in molti casi è difficile ricostruire le strutture mitologiche per la frammentarietà delle fonti. Una significativa idea è offerta al riguarda dalla tradizione ebraica per la quale non mancano fortunatamente informazioni. Per quanto la riflessione sull’aldilà abbia nell’ebraismo un ruolo decisamente secondario rispetto a quanto avverrà nel cristianesimo i dati a nostra disposizione ci danno comunque l’idea di un quadro non troppo dissimile da quello classico. La Geenna è il luogo in cui Jahwé scaraventa i malvagi, un luogo di punizione e tormento posto direttamente sotto il controllo di Dio e non controllato da una figura alternativa. Analoga a quella ebraica è al riguardo la tradizione islamica.

  Con il Cristianesimo questo sistema coerente entra in crisi verosimilmente in conseguenza di assimilazione di tendenze contrastanti di diversa origine. Se infatti da un lato sono l’eredità ebraica e la tradizione classica a rappresentarne il terreno di coltura, dall’altro vi trovano rapidamente dimora suggestioni dualistiche di verosimile origine iranica creando un modello a ben vedere decisamente confuso.

  Nel modello cristiano viene infatti a scindersi l’unità delle culture precedenti e il mondo ultramondano si spacca in un due aree totalmente distinte. Da un lato il Paradiso che in quanto regno di Dio risponde sostanzialmente allo stesso ordine valoriale dell’universo materiale, dall’altro gli inferi che rispetto a questo rappresentano un totale rovesciamento. Il punto di incoerenza è proprio in questa divisione dell’Inferno dal resto del complesso cosmologico. L’inferno cristiano non è infatti solamente un luogo di pena – come il Tartaro classico o la Geenna ebraica – ma è il regno di una figura che si caratterizza per essere un nemico, un rovesciamento di Dio, un anti-Dio.

 Questo però manda in corto circuito il sistema, se Satana è il nemico mortale di Dio contro cui combatte un guerra eterna e l’Inferno è il regno di Satana, qual è allora la sua funzione? L’inferno cristiana resta il luogo dove sono puniti i nemici di Dio ma questo non ha senso essendo il regno del suo nemico. Per quale ragione Satana dovrebbe punire coloro che si sono contrapposti al modello valoriale di Dio ovvero hanno aderito al proprio modello. Satana in quest’ottica tormenterebbe per l’eternità i propri fedeli, i propri soldati nella battaglia finale perché si sono schierati al suo fianco contro il suo nemico. E’ evidente che questa costruzione manca di ogni logica.

  Molto probabilmente queste incoerenze nascono dalla mal riuscita fusione di una figura come il Satana ebraico con suggestioni di matrice mazdaica. Il Satana veterotestamentario è una figura molto diversa dal signore del male cristiano, è un membro della corte divina, un consigliere forse più spregiudicato di altri ma altrettanto sottomesso al potere di Jahwé, egli è colui che spinge l’uomo sulla strada del male ma con lo scopo di metterne alla prova la propensione al bene e la fedeltà a Dio (vedasi Giobbe, I 6-12). Il legame fra Satana e il male è quindi indiretto, strumento della stessa potestà divina. Per quanto il testo biblico non accenni a legami fra Satana e le Geenna non si può escludere che esistessero tradizioni che ponevano questa sotto il controllo di Satana inteso come governatore di Dio sul luogo della punizione.

  Ovviamente la trasformazione del Satana ebraico nell’Anti-Dio cristiana manda in crisi la coerenza del sistema ebraico portando all’assurdità epistemologica sopra descritta. In uno schema coerente le possibilità erano sostanzialmente due:

–         Satana come ministro di Dio e quindi l’Inferno come luogo dove Dio punisce i propri nemici affidandone la gestione ad un proprio emissario.

–         L’inferno come regno del Satana Anti-Dio dove questi raccoglie i suoi fedeli per prepararli alla battaglia finale ma allora non si può certo immaginare che questi siano martirizzati, anzi il semplice buon senso vuole che si accolgano benignamente i nemici del nostro nemico.

   La soluzione adottata dai cristiani di unire il luogo di punizione e il Regno dell’Anticrististo si rivela ad un’analisi anche superficiale quella meno coerente. Non è un caso che nell’evoluzione in senso apocalittico della tradizione mito-eroica germanica impensabile senza i contatti con il mondo romano cristianizzato il modello ultraterreno venga scisso in due ambiti distinti: gli inferi veri e propri – Hel – inseriti nel complesso ordinato del mondo asico e il Regno di Loki – oggetto di una trasformazione analoga a quella subita da Satana nel passaggio fra ebraismo e cristianesimo e trasformato in un Antidio – che raccoglie i malvagi presso di se come soldati per l’assalto ad Asgarð che segnerà il momento culminante del Ragnorök.

  L’incoerenza che traspare a prima vista sulla concezione del mondo ultramondana non solo conferma il sincretismo inglobante del cristianesimo, spesso privo di un’autentica assimilazione fra tendenze diverse ma mostrando l’illogicità di un punto così centrale della costruzione teo-mitologica rende evidente la fragilità – per non dire l’illogicità sostanziale – del cristianesimo a partire dai suoi principi fondanti.

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  Un’altra tristissima notizia viene a scuotere gli appassionati di musica di ogni parte del mondo, a poche settimane dalla scomparsa di Joan Sutherland ci lascia un’altra fra le più straordinarie artiste che abbiano calcato il palcoscenico operistico nel Novecento, il mezzosoprano americano Shirley Verrett.

  La Verrett era figlia del profondo sud americano, nata a New Orleans il 31 maggio 1931 da una famiglia di tradizione francese e di profondo radicamento religioso in cui convivevano l’adesione familiare alla Chiesa Avventista del Settimo giorno e i legami con le radici dell’animismo creolo incarnato dalla nonna sciamana. Tradizioni familiari che hanno verosimilmente lasciato un segno sulla profonda sensibilità della Verrett così come l’eredità francofona ha giocato un ruolo non secondario nel farne la più straordinaria interprete che l’opera francese abbia mai conosciuto anche grazie alla perfetta conoscenza di un lingua sfuggente come nessun’altra nelle sue componenti espressive.

  Le forti radici religiose della famiglia segnarono inoltre un difficoltà per l’inizio della carriera musicale in quanto il precoce talento fu a lungo ostacolato e disapprovato dalla stessa. Nonostante le difficoltà la Verrett riusci a cominciare gli studi musicali nella nativa Luisiana per poi continuarli a Los Angeles e alla Julliard School di New York. Il debutto in teatro avvenne nel 1957 nel “The Rape of Lucretia” di Britten. I primi anni americani furono ulteriormente complicati dal clima di profondo razzismo che ancora caratterizzava la società del tempo tanto da impedire a Leopold Stokowski di scritturarla come solista a Houston in quanto gli orchestrali si opposero alla presenza di una solista di colore.

  A partire dai primi anni Sessanta la Verrett comincia a comparire anche sui palcoscenici europei, dopo alcune saltuarie apparizioni nel repertorio contemporaneo e il biennio 1962/1964 a segnare una svolta decisiva nella carriera della giovane cantante americana. Nel 1962 si rivela pienamente agli appassionati europei interpretando il ruolo di Carmen al Festival dei due mondi di Spoleto e lo stesso anno debutta alla New York City Opera; nel 1964 sarà chiamata ad interpretare ancora l’eroina bizetiana questa volta al Bolšoj e si consideri anche l’eccezionalità della presenza di una cantante americana in Unione Sovietica nel pieno della Guerra Fredda.

  Da quel momento si aprono per la Verrett i maggiori palcoscenici del mondo:nel 1966 debutta al Covent Garden (Ulrica in “Un ballo in maschera”), nel 1967 a Firenze ancora Carmen  e sempre nell’opera di Bizet salirà sul palcoscenico del Metropolitan l’anno successiva, infine nel 1969 sarà la volta della Scala questa volta nel “Sanson et Dalila” di Saint-Saens, altro ruolo da quel momento legato inscindibilmente al carisma della Verrett.

  Al fianco dell’attività teatrale era cominciata anche quella discografica spesso con l’etichetta RCA. Fra le incisioni di quei primi anni di carriera vanno ricordate almeno “Orfeo ed Euridice” di Gluck con la direzione di Fasano (1965) che rimane ancor oggi l’edizione di riferimento dell’opera; “Luisa Miller” (1965), “Un ballo in maschera” nel 1966 con Bergonzi e la Prince e la “Lucrezia Borgia” (sempre nel 1966) con la Caballé e Krauss. A partire dal 1970 termina l’esclusiva con la RCA ed incide il ruolo della Principessa d’Eboli nel “Don Carlo” diretto da Carlo Maria Giulini (EMI). Bisogna comunque constatare che ai trionfi teatrali non segui per la Verrett una regolare presenza in sala di incisione ed anzi il disinteresse nei suoi confronti delle maggiori case discografiche rappresenta una delle più gravi lacune della discografia di quegli anni.

  Gli anni settanta e Ottanta vedono la Verett protagonista su tutti i maggiori palcoscenici del mondo in un repertorio che andava progressivamente ampliandosi e che vedeva sempre più spesso ruoli decisamente sopranili affiancarsi a quelli di mezzosoprano, conseguenza di una vocalità alquanto particolare in cui si fondevano in perfetta armonia i tratti caratteristici delle due tipologie vocali. Da questo punto di vista la Verrett ha incarnato perfettamente la sfuggente tipologia del “Soprano Falcon” tanto cara soprattutto agli operisti francesi del pieno XIX secolo ma così difficile da ritrovare nella realtà teatrale: Selika, Dalila, Leonor di Guzman, Didone, Eboli, la stessa Carmen che non casualmente hanno trovato proprio nella Verrett la loro interprete di riferimento.

  Sicurezza nel registro acuto e squillo sopranile gli hanno permesso non solo di dare la lettura più compiuta di ruoli dalla tessitura ibrida ma anche di ottenere trionfali successi in ruoli di autentico soprano: Norma, Tosca e soprattutto Lady Macbeth affrontata nelle storiche recite scaligere del tandem Abbado/ Streler a partire dal 1975 e che nei gli anni successivi ha visto in lei la più compiuta incarnazione del ruolo (da ricordare al riguardo almeno il film del 1987 con le regia di Claude d’Anna e la direzione d’orchestra di Riccardo Chailly).

  Abbandonate le scene aveva iniziato nel 1996 l’attività di insegnante di canto all’Università del Michingan, nel 2003 aveva pubblicato l’autobiografia “Never Walked Alone” in cui denunciava con forza il clima di razzismo con cui si era scontrata a lungo in patria.

  I mezzi vocali della Verrett erano – come già parzialmente anticipato – alquanto particolari e non solo per ragioni di tessitura. Voce non grandissima ma perfettamente emessa, sicura e squillante. Timbro personalissimo in cui lo splendido colore mezzosopranile tendeva come a confondersi, a sfrangersi in una bruna romantica. Esemplare in tal senso proprio la sua Lady Macbeth in cui una non comune femminilità, dalla screziature scopertamente erotiche ma appare come soffocata in un abisso in cui si è scelto consapevolmente di scendere. Ma la voce è solo una componente – seppur importante – dell’arte della Verrett la cui grandezza è anche vocale ma ancor più interpretativa. In lei si riconoscono ovunque una non comune capacità di fraseggio, una  ricerca sistematica e puntuale di accenti, inflessioni, espressioni; una cura assoluta della parola come mezzo espressivo cui va aggiunto un carisma scenico non comune e una qualità attoriale rara fra i cantanti lirici. Da questo punto di vista la Verrett è stata forse la più grande interprete che la lirica abbia conosciuto dopo Maria Callas.

Un’arista straordinaria, una donna di non comuni doti, sentiremo moltissimo la sua mancanza.

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  La polvere dei tempi, le ingiurie della storia si sono depositate su queste antiche pergamene, ma la fortuna a volte rivela un gioiello sconosciuto, una pagina ignota della storia di un uomo che pensava di forgiare il mondo a sua immagine e somiglianza, però al limite poteva forgiare un plastico in scala: l’unico, l’inimitabile (fortunatamente) Solinano il Magnifico (?).

  I giorni dei trionfi, delle parate oceaniche e delle folle prezzolatamente esultanti paiono lontani e ombre dense di inquietudine si addensano nella aule raggianti di vano splendore del sacro palazzo di Mediabul, inattese preoccupazioni turbano i sonni del Magnifico (?) Sultnano.

  Gravi ambasce tormentano da tempo i sonni del “ratto del serraglio” – come lo chiamano gli invidiosi. Causa prima delle sue preoccupazioni sono i nemici di sempre: i legulei dalle rosse vesti, ultimo e mai domo avanzo della vinta Demokratoupolis, sostenitori di obsoleti principi come l’eguaglianza, la legalità, addirittura contrari alla nobile pratica di non dar il dovuto al fisco, tradizione ben altrimenti nobile e Antigua.

  Pratiche obsolete contro cui gli sforzi modernizzatori del Sultnano si sono ripetutamente infranti ma sembrava giunto finalmente il giorno della grande vittoria. Ministri, insapienti e analfabeti di scienze e leggi si erano spremuti le meningi per mesi, per anni addirittura, ma infine il Gran Visir Al-Fan aveva avuto l’illuminazione e finalmente, dopo lungo travaglio – mi scuso, la parola è vietata alla corte di Solinano – la montagna aveva finalmente partorito il topolino: uno scudo magico capace di difendere il Sultnano dal passato, dal presente e dal futuro, ante-attivo e retro-attivo (almeno qualche cosa era rimasto di attivo).

  Per attivare i mistici poteri dello scudo era però necessario che tutti i fedeli, i cortigiani, i comprati, i ricattati, sacrificassero ad esso la loro dignità – se per caso avevano commesso l’imperdonabile errore di conservarne qualche traccia. Tutti si erano chinati di fronte ad Al-Fan, l’angelo – o meglio l’angelino – di Solinano mentre ai piedi del trono del biscione fiumi di saliva scendevano dalle lingue sempre pronto dei devoti cortigiani. Quando tutto sembrava concluso ecco l’imprevedibile, l’inconcepibile, un fremito di rivolta si levava dalla folla plaudente ed entusiasta.

  Quel fremito incomprensibile veniva da un piccolo, sparuto cortigiano, detto il Fino, una vecchia camicia nera, tutta fascio, chiesa e sostegno a porcate varie, riammesso nell’agone civile dalla bontà di Solinano e da quel giorno sempre fedele. Solinano non aveva dato troppo peso alla cosa, aveva sciolto i suoi mastini di carta pronti a riportar il ribelle all’ordine. Contro ogni attesa l’insubordinazione era rientrata ed in un Fiuggi Fiuggi generale la stessa corte di Solinano sembrava mostrare le prime tracce di sgretolamento.

  Invano i mastini di Solinano avevano provato a riportarlo alla ragione, giungendo perfino a scoprire in un Principato lontano una palazzo da sogno, tanto grande che tre monaci seduti non vi sarebbero stati. Solo in alcuni momenti il Fino sentiva l’irresistibile richiamo del passato, quando doveva avvallare qualche nefandezza – pardon sublimità – salvo poi correggere subito la propria posizione.

  Solo i sereni recessi del palazzo di Graziokapi sapevano ancora donare riposo al Sultnano, oppresso dalla legalità di tanti. Qui sotto lo sguardo vigile di Sandbond, il grande eunuco bianco, e di Bunga Bunga, uno sciupone africano note per la sua Fede, Solinano ritrovava la pace fra le braccia di splendide odalische. Eppure anche fra i lettoni del Serraglio cominciavano ad addensarsi nubi di tempesta che andavano altre  all’eterna lotta per i favori del Sultnano. Fra coloro che più hanno a cuore la serenità di Solinano vi è sicuramente il corsaro Lehleh detto “Il Moro” o per certe strane tendenze “La Mora”, e lui che sfidando l’incostanza dei mari procura al serraglio le sue gemme più preziose.

  Le stelle che giungono nelle stanze segrete di Graziokapi sono tante, milioni di milioni, fra queste una delle più preziose, un’autentica gemma, era giunta dall’Africa e tanto cara era al cuore di Solinano che veniva chiamata semplicemente Rubyno o per abbreviare Ruby, parola il cui suono ricorda un verbo quanto mai caro al Magnifico (?).  Di preciso non si donde venga, chi la dice maura, chi di schiatta faraonica, solo si sa che essa è stata l’innocente oggetto della Caritas del Sultnano.

  Solo che questa ingenua fanciulla, quest’angelo del focolare piduista è appunto una fanciulla e come tale tende a sfuggire al controllo, a lasciarsi attrarre dalla tentazione di passeggiate lungo i viali, sui marciapiedi e di prendere in prestito qualche cosa dalle altre, in fondo si mantiene solo fedele al suo nome. Questi ingenui svaghi adolescenziali potevano però metter il Rubyno d’Africa in situazioni pericolose perché fuori dalle nane porte molti sono i nemici di Solinano, pronti ad approfittare di ogni occasione per colpire il Magnifico (?).

  I nemici si palesarono questa volta in alcune sprovvedute guardie, sfruttate come sempre dalla perfidia delle rosse toghe legaliste ed irrispettose dell’inventata progenie della fanciulla e durante una giornata qualunque la giovane passeggiatrice viene sorpresa e tratta in arresto da una masnada di sbirri agli ordini di una perfida toga rossa ansiosa solo di colpire il “ratto nel Serraglio”.

 Solinano è uomo di buon cuore e certo non poteva lasciare la poveretta nelle mani di quei bruti – che in quanto rossi mangiano anche le bambine – e subito muove ogni mezzo per riportarla in libertà. Il Sultnano fa tutto ciò che ha in suo potere: fulmini e saette, mette ai piedi le aluccie dei venti fino ad usare tutto l’infinito potere della magica reliquia P2n1816 contenuta nell’imperial scettrofono degli ottonani

  Tanto strepitar non fu vano e i bruti sbirri si vedon costretti a liberar il prezioso Rubyno e a consegnarlo nelle fide mani della specialista orale del Magnifico (?). Eppur questo nobile gesto, quest’atto di libertinaggietà è divenuto oggetto di accusa per i suoi nemici e la carità pelosa di Solinano, l’affetto paterno verso la fanciulla, della purezza di quello che un sacerdote, più ancor un Papa, un sant’uomo come il sesto Alessandro salito al petrino soglio avrebbe per la figlia spirituale per un atto di bassezza sollevando obsolete accuse come l’abuso di potere, retaggio di un’idea malata di democrazia che in taluno ancora non muore.

  Nella sua bontà infinita Solinano non ha eliminato questi oppositori dandoli in pasto a due esseri mostruosi che si dice alberghino sotto il palazzo di Graziokapi: il Minzolingua e il famelico vampiro Sallustio, e ancora deve subire il Travaglio dei loro attacchi. Solinano disprezzerebbe le loro vere parole ma un pericolo si profila all’orizzonte: se i suoi nemici si saldassero fra di loro un pericolo spaventoso si sarebbe materializzato all’orizzonte: quello di veder sprofondare l’Impero nella giustizia e nella legalità; ed in un mondo così poco corrotto cosa potrebbe sopravvivere delle meravigliose costruzioni degli ottonani, dello splendore di Mediabul, come avrebbero potuto ricrearsi un vita lo stuolo di approfittatori, lecchini, prostitute e pseudo-giornalisti che con tanto fatica e tanto amore mercenario Solinano aveva tratta dagli abissi in cui li aveva gettati la morale comune e li aveva giustamente fatti divenire le glorie del suo impero. Di fronte a questo terrore si ferma il racconto sperando che un giorno si sappiano le vicende ulteriori del Magnifico (?) Solinano.

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