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Archive for dicembre 2010

Un gran numero di iscrizioni africane ricorda l’esistenza di una Nutrix Saturni, il cui culto era particolarmente diffuso in quelle province. Il nome latino indica chiaramente una divinità locale, caratterizzata da una dimensione ctonia analoga alle Kourotrofoi della tradizione religiosa greca, diffusesi nel mondo punico attraverso la mediazione magno greca e siceliota. Numerosi studi hanno identificato la Nutrix Saturni con la cartaginese Tanit, paredra di Ba’al Hammon nella sua dimensione ctonia.

 L’introduzione di una Nutrix Saturni sembrerebbe contrastare con la natura eterna del Dio stesso, ma in realtà fornisce un dato fondamentale per interpretare un elemento essenziale della religione punica e romano-africana impostato sulle figure di Dioniso e Saturno e la relazione intercorrente fra loro.

  Le religioni semitiche sono spesso costituite su un sistema trinario: un Dio padre eterno ed immutabile, simbolo dell’ordine del creato e della sua eternità, una Dea madre che garantisce l’eterno rinnovamento incarnato dal Dio figlio, che è l’elemento dinamico, agente, della divinità, la persona attraverso cui si esplica l’azione divina.

   Rispetto al modello trinario, attestato a Tiro e Sidone, Cartagine sembra rappresentare un’eccezione presentando un modello binario impostato su Ba’al Hammon e su una delle sue paredre: Tanit nel contesto ctonio e Astarte in quello Uranio. Questo sistema sopravvive praticamente immutato in epoca romana nelle relazioni esistenti fra Saturno e Nutrix Saturni e Caelestis, che traducono in forme romane le precedenti divinità puniche. Il sistema binario cartaginese non deve però trarre in inganno e la traduzione di Tanit con Nutrix Saturni fornisce una spia preziosa per giungere alla vera essenza di questo sistema religioso, che di fatto si può ricondurre al tradizionale modello trinario.

   Ba’al Hammon è si eterno ed immutabile, ma la sua eternità è garantita da un eterno rinnovamento, nella sua figura sono quindi fuse le due persone maschili della triade fenicia: egli è ad un tempo Dio padre, Pater, Genitor o Senex come attesta l’epigrafia latina ed al contempo Dio figlio, consustanziale al Padre, dimensione agente del Dio opposta alla natura immanente dello stesso. Protagonista di un ciclo di eterno rinnovamento, al contempo padre e figlio, divinità immanente e principio agente, incarnazione delle due essenze delle divinità, Ba’al Hammon può svolgere la sua attività solo grazie alla presenza di Tannit.

   Dea dagli spiccati tratti ctoni, Tannit si evolve a Cartagine su probabile influenza Magno Greca con tratti di derivazione tesmophoria ed eleusina: Dea dell’eterno rinnovamento, compagna e nutrice, ma mai sposa, di Ba’al Hammon. Ad un tempo vergine e madre, Tannit appartiene alla schiera delle dee nutrici di tradizione mediterranea, note in Egitto, in Oriente ed in Grecia, strettamente connesse alla funzione del rinnovamento divino identificato nell’allattamento mistico.

   I processi di romanizzazione agiscono sulla duplice natura di Ba’al Hammon portando ad ulteriori trasformazioni: la tradizione religiosa classica la natura binaria del Dio cartaginese, ad un tempo padre e figlio autonomi ma uniti in una sola persona, risultava completamente estranea, la trasformazione da Ba’al a Saturno viene inevitabilmente ad agire su questo aspetto della personalità divina, ed è in questo punto che parrebbe probabile l’entrata in gioco di Dioniso.

   Il sistema delle reinterpretazioni romane affonda le radici in processi già in corso nella tarda cultura punica, sempre più profondamente ellenizzata e caratterizzata da processi di sincretismo religioso analoghi a quelli attestati negli altri grandi centri dell’ellenismo. L’introduzione di Dioniso dalla Magna Grecia, probabilmente come terzo elemento di una triade tesmophoria con Demetra e Kore, aveva favorito una sempre più frequente associazione fra il nuovo Dio venuto dalla Sicilia e Tannit che veniva a fondersi con Kore; in qualche modo Dioniso veniva a sovrapporsi a Ba’al Hammon, o almeno ad alcune componenti di esso, come attestano i simboli dionisiaci che compaiono sulle stele del tophet di Cartagine.

   Altre influenze, questa volta di provenienza egiziana, giocarono un ruolo fondamentale in questi processi di trasformazione sincretistica delle divinità tradizionali: ad Hadrumentum ed Ibiza Tanit è identificata con Iside che protegge fra le ali la mummia di Osiride. Iside garantisce la rinascita di Osiride cosi come Tanit garantisce quella di Ba’al Hammon, ed in epoca romana Nutrix garantirà quella di Saturno.

Osiride viene quindi identificato con Ba’al, o almeno con la sua essenza rinnovata, con il suo aspetto di Dio figlio, ma allo stesso tempo Osiride si identifica tradizionalmente con Dioniso. Questo parrebbe essere il punto essenziale: le identificazioni Osiride-Dioniso ed Osiride-Saturno (nella persona di Dio figlio) potrebbero offrire la soluzione dei complessi legami che intercorrono fra Dioniso e Saturno.

In età romana si viene ad assistere al pieno compimento di queste premesse già presenti nella tradizione tardo-punica ellenizzata. La doppia personalità di Ba’al Hammon risulta definitivamente scomposta: da una parte Saturno, Dio padre uranio ed immutabile, Dio assoluto delle genti africane, signore dominante del creato, dall’altro Dioniso che altro non è che un’altra faccia dello stesso Saturno, il Dio figlio in cui si esplica la funzione attiva, agente dei poteri divini. La sostanziale sovrapposizione di competenze, di simboli, di attributi non fa che confermare questa identità di fondo.

La strepitosa fortuna che il culto dionisiaco gode nelle province africane dell’Impero va molto probabilmente spiegata alla luce di questo aspetto: Dioniso altro non è che Saturno stesso, un’altra faccia della stessa divinità, subalterna alla figura dominante ma inscindibilmente fusa con essa, in quanto altro aspetto di una medesima essenza.

L’opposizione fra il Dio figlio, giovane e glabro, spesso nudo: ed il Dio padre, anziano e barbuto, vestito con un lungo mantello, già riconosciuta da Turcan come caratterizzante la natura dimorfa di Dioniso, si ritrova sistematicamente anche in Africa. Limitandosi alla sola documentazione musiva oggetto del presenta lavoro è evidente la contrapposizione fra le numerosissime immagini di Dioniso, sempre raffigurato come un giovane glabro, se non addirittura come un bambino od un fanciullo, e l’unica immagine di Saturno, anziano e dalla lunga barba.

Le altre espressioni artistiche confermano questa impostazione: le immagini delle due divinità che compaiono su stele neopuniche di epoca romana provenienti da Ellès e dal Vicus Maracitanus ripropongono esattamente la contrapposizione vista nelle iconografie musive. Le numerosissime immagini di Saturno, decoranti soprattutto stele di carattere popolare, non si distaccano mai da questo modello iconografico, pur presentandolo spesso in modo alquanto semplificato. Ugualmente accade con la figura di Dioniso attestata con non comune frequenza specie nei tappeti musivi di cui sono ricche le provincie africane  

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  Ci ha lasciato Mario Monicelli. La mano stenta a scriverlo, la mente ad accettarlo, gli occhi ad asciugare le lacrime. Monicelli era per tutti una presenta quasi metafisica, la coscienza critica e sarcastica di un’Italia stracciona ed eroica ad un tempo che nessuno aveva saputo raccontare come lui.

  Viareggino, classe 1915, figlio di un giornalista, si forma negli anni Trenta fra la natia Viareggio e Milano dove stringe amicizia con Giacomo Forzano, figlio del commediografo e librettista Gioacchino, fondatore di alcuni studi cinematografici a Tirrenia. Nel 1934 gira il suo primo corto “Cuore rivelatore” e lo stesso anno debutta a Venezia con una trasposizione de “I ragazzi della via Paal”.

  I primi veri successi giungono dopo il secondo conflitto mondiale. Nel 1951 dirige insieme a Steno “Guardi e ladri” che segna anche l’inizio della collaborazione con Totò che resterà un assoluto riferimento per Monicelli. Il primo capolavoro è del 1958: “I soliti ignoti” non solo scrive una pagina fondamentale per la storia del cinema ma crea praticamente ex-novo quel genere detto “commedia all’italiana” che vedrà in Monicelli il maestro assoluto. Sceneggiatura folgorante di Age e Scarpelli, regia semplicemente perfetta, cast insuperabile ed esaltato al meglio con Monicelli che sfrutta Totò per un indimenticabile cameo, estrae un’inattesa vena comica da Vittorio Gassman, crea intorno a Tiberio Murgia l’indimenticabile figura di Ferribotte e rivela al mondo la bellezza di Claudia Cardinale.

  L’anno successivo è segnato da “La grande guerra” con Alberto Sordi e il prediletto Gassman, film che rappresenta l’idea stessa dell’italianità secondo Monicelli. Un popolo di piccoli, meschini, arrivisti e sostanzialmente codardi ma – messo alle strette da un Fato più grande di loro – capace del più estremo eroismo. In oltre Monicelli – coadiuvato dal preziosissimo aiuto della coppia Age e Scarpelli per la sceneggiatura – fonde con maestria assoluta comico e drammatico, farsa e tragedia fino a creare uno dei capolavori assoluti della cinematografica mondiale.

  Nel 1966 realizza “L’armata Brancaleone” – cui farà seguito nel 1979 “Brancaleone alle crociate” – virtuosistico capolavoro di invenzione mediovaleggiante dove una scalcagnata compagnia di mercenari in perenne marcia attraverso l’Italia dell’XI secolo diventa lo specchio degli splendori e miserie dell’italianità come categoria ontologica. Monicelli fonde alla perfezione la più sfrenata fantasia – l’improbabile volgare con cui si esprime l’altrettanto improbabile capitano Brancaleone (un Vittorio Gassman al vertice del suo talento istrionico) – citazioni coltissime – l’albero degli impiccati di Villon – e di altrettanto colte parodie – la rigida frontalità della corte bizantina; il parlare in versi dei nobili siciliani – riuscendo a cogliere forse come nessun altro regista lo spirito profondo del medioevo.

  I successi si susseguono negli anni – nel 1968 tre nomination all’Oscar per “La ragazza con la pistola” – e nel 1975 vede la luce il primo episodio della saga di “Amici miei” – il seguente nel 1982. Al medioevo immaginifico di Brancaleone si sostituisce qui la trasposizione ai tempi nostri dello spirito dei goliardi medievali, di quella toscanità che collega direttamente Monicelli a Boccaccio e l’indimenticabile quartetto Raffaello Mascetti (Ugo Tognazzi), Rambaldo Melandri (Gastone Moschin), Giorgio Perozzi (Philippe Noiret), Guido Necchi (Duilio del Prete) e Alfeo Sassaroli (Adolfo Celi) ai più riusciti personaggi del “Decameron”.

  Un momentaneo abbandono nella commedia è rappresentato da “Un borghese piccolo piccolo” (1977, dal romanzo di Vincenzo Cerami) che esprime il senso di tragicità degli anni di piombo.

  Il ritorno alla commedia storica si avrà nel 1981 con “Il marchese del Grillo” protagonista ancora Alberto Sordi dove su un canovaccio di evidente matrice scespiriana Monicelli tratteggia un impietoso e tragicomico affresco della Roma papalina nei convulsi momenti che ruotano attorno all’occupazione francese del 1808.

  Negli anni ottanta seguono alcune pellicole che con spietata ironia scoperchiano l’abisso di miseria che cova nelle famiglie apparentemente più normali – “Speriamo che sia femmina” (1987) e “Parenti serpenti” (1992). L’ultimo lavoro “Le rose del deserto” è stato realizzato nel 2006 a 91 anni.

  Negli ultimi anni si era distinto per lo sprone ripetutamente dato ai giovani a reagire contro le brutture del mondo e contro una società e una politica cui non nascondeva la sua profonda ostilità. Minato da un cancro alla prostata in fase terminale è uscito di scena con il suo stile inconfondibile scegliendo di essere padrone della propria vita fino all’ultimo istante e di fronte ad un destino irrevocabile ha reagito con il disperato eroismo di tanti suoi eroi. L’ultimo colpo del maestro ancora capace di sorprendere e spiazzare, costringendo tutti ad una profonda riflessione sul senso stesso della “vita” e della “libertà”.

  Grazie Mario per quello che ci hai dato in tanti anni, quanto avrebbe ancora bisogno di te questo povero paese che hai saputo leggere come nessun altro; questo paese di pezzenti senz’arte ne parte ma capace di trasformarsi in eroi.

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