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Archive for aprile 2011

Inattesa e terribile la notizia della scomparsa del tenore siciliano Vincenzo La Scola è giunta come un dardo glaciale nel cuore di tutti gli appassionati, resa ancor più acerba dalla giovane età del cantante che da pochi mesi aveva compiuto 53 anni. La prematura scomparsa – pare dovuta ad un improvviso cedimento cardiaco – è avvenuta ad Istanbul dove era impegnato per una masterclass. Vincenzo La Scola era nato a Palermo il 26 gennaio 1958. Allievo di Arrigo Pola si era perfezionato can Carlo Bergonzi e Rodolfo Celletti e si era rivelato nel 1982 con la vittoria del Premio Alessandro Ziliano al concorso di voci verdiane di Vico Equense. L’anno successivo vide il debutto scenico a Parma come Ernesto nel “Don Pasquale” di Donizetti inizio di una carriera folgorante sia in Italia sia nel resto del mondo (il debutto internazionale a Bruxelles nell’”Elisir d’amore” donizettiano nel 1984). Negli anni seguenti vanno ricordati almeno la partecipazione nelle vesti di Arlecchino in una importante ripresa di “Le maschere” di Mascagni (Bologna, 1988); il debutto scaligero nel 1989 come Nemorino e l’ancor più significativa interpretazione di Carlo nella “Giovanna d’Arco” verdiana a Bologna che segna il pieno raggiungimento della maturità artistica. Assolutamente da segnalare la partecipazione nel ruolo protagonista nell’”Ernani” verdiano diretto da Giuliano Carella a Martina Franca nel 1991, edizione che per la prima volta rivelava l’autentico volto dell’opera, ancor tutto legato ad un belcantismo di matrice donizettiana (si ricordi sempre che l’aria facoltativa “Odi il voto” fu scritta da Verdi per il tenore russo Ivanov, lo stesso destinatario di “T’amo qual dama o angelo” della “Lucrezia Borgia”) che la prassi esecutiva tradizionale aveva totalmente snaturato in chiave scopertamente drammatica se non addirittura verista. Gli anni novanta sono quelli della piena maturità artistica accompagnati dalla conquista dei maggiori palcoscenici mondiali: dall’opera di Roma (memorabile il suo Duca di Mantova nel “Rigoletto”) al Metropolitan (1993 come Rodolfo in “La bohéme”), dalla Royal Opera House di Londra (1990 sempre in “La bohéme”) alla Staatsoper viennese (1992). La Scola è stata voce di tenore lirico della più pura scuola italiana, luminosa e squillante, di un colore splendido in cui sembrava riverberarsi il calore e il sole della Sicilia natia. Voce ideale per il repertorio più lirico sia italiano sia francese, tanto nei ruoli di estrazione più belcantista (oltre ai titoli citati “Roberto Devereux”, “I Capuleti e i Montecchi”, “Beatrice di Tenda”, “Lucia di Lammermoor”) sia in quello di matrice naturalista e verista. La bellezza della voce era inoltre sempre unita ad una tecnica esemplare e ad una non comune competenza musicale e stilistica. Non casualmente La Scola è stato tenore prediletto dai maggiori direttori e lunghe e fruttuose sono state le collaborazioni con Muti, Abbado, Chailly, Harnoncourt. Doti che gli hanno permesso di cimentarsi con risultati decisamente interessanti anche in ruoli non ideali per il suo tipo di vocalità quali il Riccardo di “Un ballo in maschera”, il Gabriele Adorno del “Simon Boccanegra” (con Claudio Abbado), il Pollione della “Norma” belliniana in alcune celebri recite ravennati dirette da Riccardo Muti e Radames in “Aida”nella particolarissima – per molti aspetti criticabile ma comunque di estremo interesse- versione iper-liricizzata diretta da Harnoncourt a Zurigo. Fra le molteplici attività svolte da Vincenzo La Scola vanno ricordate almeno alcune prove in ambiti alternativi a quello dell’opera lirica tradizionale che lo hanno visto provarsi con successo sia nell’ambito della musica contemporanea (“Genesi” di Franco Battiato) sia in quella della musica leggera con un album “Vita mia” (2009) cui è arriso un buon successo. Dal 2000 era ambasciatore dell’UNICEF.

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   Era una fredda mattina di dicembre – voi a questo punto giustamente potreste protestare: non cominciano così le storie ma questa volta così aveva deciso l’imprevedibile ruota della sorte; una di quella mattine gelide non rade nel nord dell’Italia, fra le poche nei mesi invernali in cui il cielo sia autenticamente sereno e i raggi del sole illuminino l’aria in genere offuscata dalle persistenti nebbie.

  La neve copriva le strade ancor strette e tortuose di una Milano che si alzava al festoso scampanio delle sue chiese che chiamavano i cittadini ai riti festivi in quella mattina del 26 dicembre 1476. In quel muoversi di persone un corteo colpiva subito l’attenzione nel suo sinuoso snodarsi per le viuzze del centro cittadino, quello partito dal Castello suburbano di Porta Giovia in direzione della chiesa eponima del giorno, quello che scortava alle funzioni il Duca Galeazzo Maria Sforza. Avvolto in una folta pelliccia il Duca avanzava a cavallo con al fianco l’ambasciatore mantovano Zaccaria Saggi, fra le scolte equestri e pedestri nelle loro sfolgoranti armature. Eppure quel corteo non sembrava entusiasmare i milanesi e poche mani si levavano in segno di saluto verso il Duca.

  I milanesi che tanto avevano amato Francesco Sforza altrettanto a malincuore tolleravano il figlio che nulla sembrava aver ereditato dal “principe di virtù” e che sembravo posseduto in ogni fibra dall’oscuro demone del sangue visconteo ereditato dalla madre, la colta e virtuosa Bianca Maria Visconti nelle cui vene continuava a scorrere seppur non in modo palese l’oscura essenza della vipera lombarda.

   In pochi anni Galeazzo Maria aveva sperperato la credibilità e l’amore del popolo che Francesco aveva tanto faticosamente costruito. Alla moderazione e all’umanissima severità di Francesco si era sostituita una nuova stagione di follie, di eccessi e di crudeltà che troppo da presso ricordavano ai milanesi gli anni cupi di Giovanni Maria Visconti e – seppur in diverse forme – di Filippo Maria.  Galeazzo è colto nel segno nel celebre ritratto di Antonio del Pollaiolo dove la perversione del giovane duca compare in pieno dallo sguardo torvo e dell’aria di apparente indifferenza. Ritratto che Lorenzo serbava nei propri appartamenti privati, richiamo a quella cui mai il Magnifico avrebbe voluto rassembrare.

   Scarsamente attento alla politica, molto più impegnato a tradir la moglie – quella Bona Sforza sposata più per capriccio di imparentarsi con i reali francesi e per ostentato sgarbo verso i Gonzaga con i quali aveva già sottoscritto esplicito contratto nuziale relativo alla sventurata Dorotea piuttosto che per la presenza di qualche interesse – con ogni giovinetta o giovinetto a disposizione giungendo fino ad abusare delle monache per proprio diletto. Una vita dominata dall’innegabile passione per suscitar scandali che attirassero l’attenzione su di se come in occasione della visita fiorentina del 1471 avvenuta durante il periodo di Quaresima che offri al Duca la possibilità di far voto di mangiare solamente carne in spregio alle prescrizioni religiose (N. Macchiavelli, Historie fiorentine, VII, 28).

   Una condotta che certo non attirava l’amore del popolo e neppure nella stessa corte non mancavano le tensioni tanto che nel giugno di quello stesso 1476 era stata sventata una congiura di palazzo ordita dai suoi stessi fratelli Sforza Maria e Ludovico che per questo erano stati esiliati in Francia.

  Il pungente freddo di dicembre sembrava rispecchiare il freddo con cui i milanesi accoglievano il corteo ducale che superata Piazza del Duomo portava verso la piccola chiesa gotica di Santo Stefano, dove già l’attendevano i dignitari di corte. Fra i diplomatici e i cortigiani pesantemente vestiti e la guardi ducale nelle sfavillanti armature da parate avanzarono tre uomini vestiti di bianco e di rosso gridando “Fate largo!” come per aprire la strada al Duca. Il più vicino dei tre si avvicino a Galeazzo come per domandar qualche cosa e appena fu abbastanza vicino affondo un pugnale nell’addome del Duca, vano fu il tentativo di salvarlo da parte di Zaccaria Saggi che cercando di spingerlo via diede l’occasione al congiurato di affondare un nuovo colpo, questa volta petto. A quel punto e compagni si avventarono sulla vittima affondando le loro lame. Nulla servì a salvare il Duca. La reazione delle guardie portò solo all’uccisione due dei cospiratori mentre il terzo riuscì momentaneamente a fuggire salvo venir arrestato dopo qualche tempo.

   Questi era Girolamo Olgiati, ventitreenne rampollo di una famiglia della buona società milanese, uomo colto e studioso, allievo dell’umanista Cola Montano che lo aveva imbevuto di ideali repubblicani e antitirannici. Olgiati era l’idealista del gruppo dei congiurati, forse l’unico che agiva solamente per nobili sensi politici nutriti per anni nello studio maniacale di Sallustio. Idealismo esacerbato e infatuazioni letterarie che dominarono l’Olgiati fino all’ultimo istante della sua vita; quando stava per levarsi l’ascia del boia riadattando a se le parole di Catilina avrebbe infatti affermato: “Fatti forza, Girolamo, il ricordo del tuo atto durerà a lungo. La morte è acerba, ma la fama è perpetua” (B. Corio, “Storia di Milano”, p. 1408), la perfetta incarnazione con almeno tre secoli d’anticipo del mito romantico del ribelle.

  Gli altri congiurati appaiono meno luminosi nel loro idealismo e le loro motivazioni univano allo spirito repubblicano ereditato dal Montano – maestro di tutti loro – a più concrete ragioni. Giovanni Andrea Lampugnani – il capo del gruppo – aveva avuto la sorella violentata dal Duca e aveva covato a lungo un sordo rancore che sfogava infierendo su un pupazzo di legno vestito di broccato in cui si immaginava il tiranno. Anche il terzo congiurato Carlo Visconti aveva ragioni personali relative a torti subiti in relazione ad alcune proprietà fondiarie.

  In ogni caso la cura con cui la congiura fu preparata mostra la forte connotazione ideologica che per tutti rivestiva l’atto. Dove aver bagnato un’ostia con il proprio sangue avevano costretto un prete a comunicarli con quella, quindi stabilito di colpir in chiesa – l’unico posto dove era possibile avvicinare il Duca – si decise che questi doveva cadere sotto la statua di Sant’Ambrogio inteso come simbolo della libertà comunale – con richiamo alla Repubblica Ambrosiana – mentre gli abiti in bianco e rosso furono scelti con richiamo ai colori utilizzati da Bruto e compagni in occasione dell’assassinio di Cesare.

   La sorte non arrise invero all’eroismo dei cospiratori, se forse essi avevano previsto la loro triste sorte individuale – di fatto nessuno si salvo, due caddero durante l’agguato e l’Olgiati venne arrestato, torturato e giustiziato poi i corpi di tutti furono squartati ed esposti a monito in vari angoli della città prima di venir dati in pasto ai maiali – certo non potevano prevedere il fallimento del proprio progetto politico. La città sbigottita resto attonita ai fatti, e mentre il cadavere del Duca assassinato spariva misteriosamente dopo le esequie – verosimilmente trasportato in segreto e Melzo e ivi fatto deporre da Lucia Marliani, all’epoca amante di Galeazzo Maria – la reggenza si affermava impedendo la nascita di qualunque progetto repubblicano. Anche la fama non avrebbero arriso al loro gesto, solo i grandi tiranni rendono immortale la gloria dei loro uccisori e Galeazzo Maria Sforza era figura troppo meschina per eternare la fama di Lampugnani e compagni.

  Se la storia non ha arriso loro mi pareva comunque giusto offrire un piccolo contributo per sottrarli all’oblio in cui sono stati relegati. 

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