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Archive for Mag 2011

   Il mondo della lirica piange la scomparsa di Alda Noni, soprano leggero di scuola storica scomparsa a quasi novantacinque a Cipro, l’isola scelta per trascorrere gli ultimi anni della propria vita.

  La Noniera nata a Trieste il 30 aprile 1916; aveva iniziato gli studi musicali nella città natale per poi completarli a Vienna. Una natura mitteleuropea che segnerà la carriera della Noni soprattutto nei primi anni. Il debutto avvenne, infatti, a Lubjana nel 1937 come Rosina ne “Il barbiere di Siviglia” ruolo successivamente replicato a Zagabria e Belgrado. Nel 1942 debutta alla Staasoper di Vienna dove resterà parte della compagnia stabile fino al 1946 cimentandosi in varie opere di Mozart, Rossini, Donizetti. Nel 1944 viene scelta personalmente da Richard Strauss come Zerbinetta per produzione di “Ariadne auf Naxos” allestita per festeggiare gli ottant’anni del maestro.

   Il debutto italiano era avvenuto nel1941 aTrieste come Lauretta nel “Gianni Schicchi” pucciniano ma è solo al termine del conflitto mondiale che la carriera italiana decolla pienamente insieme ad alcuni importanti debutti in alcuni grandi teatri europei – Glyndebourne (1946), Londra (1949), Parigi (1951). Negli anni cinquanta fu protagonista di alcune produzioni televisive per la neonata RAI TV che la videro interpretare tanto Adina ne “L’elisir d’amore” quanto Norina in “Don Pasquale”.

  Il repertorio della Noni era quello tipico del soprano leggero di quegli anni impostato principalmente su alcuni ruoli mozartiani (Susanna) e rossiniani (Rosina ma anche Clorinda ne “La cenerentola” diretta da Gui a Glyndebourne), sui ruoli brillanti di Donizetti e dell’opera tardo-ottocentesca (oltre alla già citata Lauretta anchela Nannettadel “Falstaff” verdiano) cui si aggiungevano interessanti riprese di titoli desueti dell’opera settecentesca – quali “Il matrimonio segreto” di Cimarosa e “Le cantatrici villane” di Fioravanti – e del primo novecento italiano – “I quattro rusteghi” di Wolf Ferrari – spesso al fianco di cantanti quali Cesare Valletti, Italo Tajo e Sesto Bruscantini.

 La Noniaveva una caratteristica voce di soprano leggero agile e squillante e dotato di buona proiezione in acuto di contro il volume era limitato e il timbro a tratti decisamente asprigno ma l’ottima musicalità le permetteva di venir a capo di questi limiti ottenendo ottimi risultati anche considerando che il gusto del tempo prediligeva per questi ruoli voci più leggere di quelle cui ci si è in seguito abituati.

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   Signora assoluta del Mediterraneo negli ultimi secoli del mondo antico Iside aveva visto il suo culto estendersi dalle foreste della Britannia come ai deserti africani, dalle spiagge atlantiche della Lusitania alle steppe dei sarmati. Poi il tracollo dell’oikuomene greco-romana aveva travolto anche la grande Madre, temporaneamente sepolta dal montare del cristianesimo e dalle orde germaniche che insieme si contendevano le ultime macerie della civiltà classica.

   Neppure quei secoli oscuri riuscivano però a travolgere totalmente la gloria di Iside. Se il suo nome e il suo culto giacevano dimenticati le sue immagini si trovavano un nuovo spazio nelle Chiese della nuova fede vincitrice ela Deariceveva le preghiere di tanti devoti convinti di venerare in quell’immagine maternala Mariadel Vangeli. Così nella chiesa di Sant’Orsola a Colonia edificata alla fine dell’XI secolo in cui la statua della Dea era al centro della navata centrale; in quella pisana di San Felice (XI secolo) in cui sono riutilizzati capitelli del III d.C. con immagini Arpocrate, Serapide, Iside e Cerere; ad Hissoire dove viene riutilizzato un ciclo di capitelli illustranti i cicli naturali legati alla vicenda di Horus-Osiride o i rilievi isiaci dell’Ottagono di Montmorillon dovela Deaè rappresentata in atto di allattare dei serpenti.

   I primi sentori di una nuova era quanto il medioevo comincia a declinare nell’Umanesimo e in quello che sarà il Rinascimento si accompagnano all’immediata rinascita degli interessi isiaci. Il primo segno dei nuovi tempi è la narrazione del mito di Iside-Io nel “De claris mulieribus” di Boccaccio accompagnato da miniature in cui la Dea appare come un’aristocratica del tempo (Parigi, Bibliothéque Nationale, ms. fr. 598) cui seguirà il racconto nella “Cité du dame” di Christine de Pisan. Il testo della scrittrice italo-francese – e le miniature che l’accompagnano – mostrano un particolare interesse per la riflessione filosofica che le accompagna: Iside viene raffigurata intenta ad innestare erbe e piante – allegoria dell’Immacolata Concezione – mentre sullo sfondo pendono due impiccati che evocano il ruolo della Dea come datrice di leggi (Parigi, Bibliothéque Nationale, ms. fr. 606).

   I primi zefiri di un tempo nuovo che sembrano spirare dalle opere di Boccaccio e della Pisan fioriscono pienamente con la grande stagione dell’Umanesimo fiorentino. La traduzione latina del “Pimandro” e i “Tredici opuscoli ermetici” da parte di Marsilio Ficino (1463) e il definitivo sdoganamento del “De Iside et Osiride” di Plutarco – conosciuto fin dal XIII secolo ma sistematicamente confinato dalla cultura cristiana per l’esplicita condanna dell’evemerismo – segnano un punto di svolta nel campo della riscoperta delle religioni antiche e soprattutto sanciscono la definitiva resurrezione di Iside dall’oblio in cui era caduta nel medioevo. Nell’ambiente platonizzante della Firenze laurenziana l’interesse per le fonti tardo antiche come Giamblico, Plotino e Porfirio nonché per testi esoterici come gli “Oracoli Caldaici” e l’opera di Michele Psello crea un ambiente particolarmente propizio per la speculazione filosofica e per la creazione letteraria sul tema come attestano precocemente le “Miscellanee” di Agnolo Poliziano in cui un capitolo è dedicato ad Arpocrate. L’opera polizianea rimanda ai misteri del mondo egizio e ai significati simboli di Arpocrate come Dio del silenzio. Fonte principale di Poliziano è il trattato di Plutarco segno evidente della cesura fra medioevo e rinascimento.

  Il segno più evidente della resurrezione isiaca nel XV secolo compare quasi per nemesi storica nelle stesse stanze vaticane. Tra il 1492 e il 1494 il pontefice Alessandro VI – al secolo Rodrigo Borja – fa decorare gli appartamenti privati nel palazzo vaticano con una delle più affascinanti e complesse rappresentazioni isiache di epoca post-classica. Il ciclo progettato da Annio da Viterbo e realizzato dal Pinturicchio presenta una complessa rappresentazione delle diverse fasi del mito isiaco finalizzate al trionfo del toro Api, identificato con quello araldico dei Borgia. Il ciclo isiaco va inoltre visto all’interno di un più complesso sistema decorativo caratterizzato da un lato da insoliti sincretismi religiosi di pretta matrice umanistica – Iside si metamorfosa non solo nella Vergine Maria ma nella casta Susanna, nell’ingiustamente perseguitata Santa Barbara, nella colta Santa Caterina – dall’altro all’esaltazione del Papa/figlio del Sole e della famiglia Borgia. Fonte principale del ciclo è Plutarco mentre i richiami visivi sono all’antichità romana e l’unico riferimento all’Egitto è la tomba di Osiride raffigurata come una piramide intarsiata di gemme.

     Un ruolo importante in questa fioritura isiaca nella Roma del tempo va sicuramente attribuito al’umanista Pomponio Leto, autori di ponderosi studi esegetici su Varrone in cui si evidenziava – fin dal 1480 – l’aspetto cosmico degli Dei egizi e dei misteri di Arpocrate. Durante il pontificato di Alessandro VI i Borgia furono in stretto contatto con l’accademia pomponiana – da essa provenivano alcuni maestri di Cesare – e quindi non stupisce la condivisione dei simbolismi orientaleggianti proposti dal Leto.  Sempre nell’ambito dell’accademia pomponiana matura la riflessione del già citato Annio da Viterbo il quale collocando l’età dell’oro al tempo di Noè-Giano ribaltando l’egemonia grecizzante a favore di una supposta superiorità orientale in cui Alessandro VI poneva il suo sogno di unire la stirpe solare dei Borgia con Iside ed Osiride attraverso Api, identificato con il toro passante del blasone familiare.  

  Se le decorazioni dell’appartamento Borgia rappresentano un unicum per ricchezza e complessità sono numerose le testimonianze di un interesse per i misteri isiaci nella curia romana a cavallo fra XV e XVI secolo. Tanto Ranuccio quanto Alessandro Farnese (il futuro Papa Paolo III) vantano discendenze osiriache mentre i Colonna rimandano la loro origine a Libio, un Ercole egittizzato, come esplicitamente palesato nel frontespizio della Bibbia del cardinal Pompeo attribuita a Giulio Clovio (1512) Lo stesso codice presenta anche altre particolarità come l’inserimento della figura di Iside nell’episodio della natività del Battista.

  E’ ovviamente impossibile riassumere in questo limitato spazio le molteplici attestazioni relative ai miti isiaci in tutta la cultura del tardo umanesimo tanto sul versante filologico tanto su quello filosofico ed esoterico. Vale però la pena rammentare almeno l’ultimo frutto di questa produzione, il trattato “Hieroglyphica” di Gian Pietro della Fossa edito a Basilea nel 1567. L’opera derivata dall’omonimo testo di Orapollo è un tentativo di trattazione enciclopedica dei geroglifici egiziani e dei loro significati magici. In quest’ottica Iside viene letta come simbolo dell’astro lunare ma anche come principio ad un tempo della forma e della sua contrarietas e che porterà in breve a leggere la figura di Iside come geroglifico dell’Universo (Fludd 1617, Kircher 1645). E propria in questa forma simbolica l’antica madre egiziana risorta con l’Umanesimo passerò indenne alle nuove ombre che la Controriforma allungava sull’Europa (in tal senso è ancora citata da Giordano Bruno nel III dialogo dello “Spaccio della bestia trionfante”) pronta a tornare a sfolgorare in tutto il suo splendore quando i nuovi lumi del XVIII secolo cominceranno a splendere sull’Europa.

 

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   Di colpo il mondo sembra essere ritornato indietro di secoli e i moderni mezzi di comunicazione non sembrano aver altro scopo che celebrare liturgie di sapore medioevale: prima un matrimonio principesco od ora la beatificazione a furor di popolo di un Pontefice.

   Se sul primo poco c’è da dire, fin troppo ovvio che il sapore fiabesco di certe storie accenda l’immaginazione collettiva, più interessante è dare un’occhiata al secondo evento sul quale si allungano ombre a tratti inquietanti.

   La beatificazione di Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, riporta, infatti, l’attenzione su una figura quanto mai controversa e bifronte, caratterizzata da aspetti spesso tutt’altro che luminosi che la rapidità della beatificazione – e si prevede un’altrettanto rapida canonizzazione –ripropongono all’attenzione.

   Quella di Wojtyla è sicuramente una vicenda emblematica dell’attuale società globale costruita sulla comunicazione. L’avventura di uno straordinario animale da palcoscenico, un istrione geniale che sfoggiando con assoluta naturalezza la maschera della bonarietà ha irretito milioni di persone in tutto il mondo, un pifferaio magico capace di muovere folle oceaniche con il solo richiamo del suo innegabile carisma.

  Se però si evita di farsi sedurre dal personaggio e si prova a guardare appena sotto la superficie appaiono evidenti le contraddizioni profonde che lo hanno sempre caratterizzato. Wojtyla è stato l’uomo del ritorno all’ordine della Chiesa, la figura cui si è affidato il compito non facile di seppellire se non definitivamente di certo per lungo tempo le istanze di riforma emerse dal Concilio Vaticano II e le richieste sempre più pressanti provenienti dalla base del mondo cattolico in relazione alla necessità di riavvicinarela Chiesaalla realtà del secolo.

  Giovanni Paolo II asceso al trono pontificio in circostanze quanto meno misteriose e in ogni caso capaci di evocare il torbido clima del Papato rinascimentale (l’improvvisa e inspiegabile morte di Giovanni Paolo I) si è rivelato la carta vincente in questo progetto. L’intera esperienza wojtyliana si è retta su questa ipocrisia di fondo, sulla finzione di un’ apparente modernizzazione di natura sostanzialmente liturgica che non veniva a toccare i dogmi più spinosi lasciati aperti dal Concilio ma li nascondeva con la visibilità mediatica di una modernità esibita di abiti sgargianti e canzonette pop che calavano come una chiassosa pietra tombale sul rapporto fra Chiesa e modernità specie in quei settori verso i quali l’avversione del Pontefice era a stento mascherata dal gioco istrionico come il ruolo delle donne nella Chiesa e più latamente nella società o la funzione delle strutture conciliari nel governo della Chiesa uscite apparentemente rafforzate dal Concilio ma schiacchiate dalla concezione del potere portata avanti dal pontefice: quella di una monarchia pontificia assoluta di matrice neo-medioevale.

   Quella di Wojtyla fu una continua battaglia contro la modernità in tutti i suoi aspetti essenziali intesi come ostacolo al progetto di riorganizzazione del mondo intorno alla Chiesa cattolica e al suo principe-pastore. Ecco quindi la crociata anti-illuminista, sistematicamente riproposta nel corso di tutto il suo pontificato rispetto alla quale le altre battaglie appaiono come diretta conseguenza: la sostanziale opposizione al progresso medico-scientifico, l’autonomia delle coscienze in relazione ai temi cosiddetti “eticamente sensibili”; la necessità di una comprensione dei fenomeni culturali nella loro pluralità e quindi al relativismo culturale tutte ferocemente osteggiate.  

  Ovviamente Wojtyla non ha mai affrontato direttamente queste questioni sviluppando una strategia più subdola e per molti aspetti più efficacie finalizzata a sgretolare le fondamenta della modernità senza renderne esplicito il tentativo con posizioni troppo plateali che rischiavano di suscitare reazioni sdegnate e, qualora fosse necessario, lasciando spazio a figure secondarie che potevano esprimere con più chiarezza posizioni condivise anche dal Papa senza però compromettere la sua figura. Nella sua azione diretta si nota invece sempre una capacità di agire su piani differenti, una doppiezza celata dal bonario sorriso. Così nei confronti dell’omosessualità: ‎”L’attività omosessuale, da distinguersi dalla tendenza omosessuale, è moralmente malvagia.” dove la condanna è totale al di la dell’apparente intenzione conciliatoria oppure su un versante più strettamente politico come il tema a lui tanto caro del dialogo ecumenico, certo percorso come da nessun pontefice prima di lui ma sempre nel segno di una superiorità morale – e politica – spettante alla Chiesa cattolica che sembrava puntare più alla fagocitazione che al dialogo alla pari non solo nei confronti delle confessioni non cristiane (definite “forme deficitarie di fede”) ma anche nei confronti dei cristiani non cattolici come attestano le crescenti tensioni con le Chiese ortodosse e riformate.

  Se le questioni teologiche riguardano principalmentela Chiesa– ma non solo nel momento in cui si cerca di trasformarle in obblighi giuridici attraverso forze politiche conniventi – i rapporti politici hanno decisamente maggior rilevanza pubblica e in questi casi le scelte del pontefice hanno sempre mostrato un sostanziale appoggio alle posizioni più biecamente conservatrici. Al limite dell’imbarazzante l’incontro con il dittatore cileno Augusto Pinochet ormai riconosciuto universalmente come spietato macellaio ma sempre fraternamente accolto da Giovanni Paolo II.

   Ma molto spinoso appare tutto il rapporto con la realtà politica sudamericana che trovo la più chiara presa di posizione nei confronti della Teologia della Liberazione, l’insieme dei movimenti cattolici impegnati in America Latina contro lo spietato sfruttamento delle classi subalterne e contro le dittature militari che insanguinavano il continente. Per ben due volte Giovanni Paolo II (affiancato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger) condannò esplicitamente il movimento (“Libertatis nuntius” 1984 e “Libertatis Coscentia” 1986) in quando influenzato da postulati marxisti e quindi incompatibile con il Cattolicesimo. Inutile dire come tale condanna si presentasse come un neppur troppo celato appoggio ai regimi fascisti combattuti dai teologi della liberazione. Non casualmente Monsignor Oscar Romero venuto a Roma per chiedere aiuto già nel 1979 fu lasciato completamente solo nelle mani dei fascisti salvadoregni che lo assassinarono il 24 marzo 1980. Assassinio che non ha modificato le posizioni vaticane, Monsignor Romero è infatti commemorato come martire da anglicani, luterani e vetero-cattolici ma ancora indicizzato dal cattolicesimo romano.

   Pochi esempi fra i tanti che si potrebbero ricordare. Altro terreno in cui è più volte emersa la natura profondamente reazionaria di Karol Wojtyla è stato quelle delle canonizzazioni. Il Pontefice è stato come posseduto da una bulimia di santificazione ha spesso portato agli onori degli altari – o almeno cercato di portare – personaggi decisamente controversi. Si pensi ai tentativi di canonizzazione di Pio IX, l’ultima Papa-Re; e di Pio XII i cui rapporti con il nazifascismo restano una delle pagine più oscure e più controverse del novecento ma anche quella – riuscita – di Josè Maria Escrivà il franchista fondatore dell’Opus Dei.

   L’ultimo capitolo riguarda non direttamente il Pontefice ma il sistema vaticano nel suo complesso, ma rimane innegabile che nella sua attività accentratrice il Papa non poteva non sapere – e verosimilmente controllare e dirigere. Si entra qui in alcune delle pagine più oscure della storia recente, per molti aspetti ancora da chiarire anche sul piano giudiziario e non solo su quello storico ma tutte accomunate dal ruolo centrale delle autorità vaticane nell’insabbiamento, nel depistaggio, nella protezione dei colpevoli. Una parte consistente è legata al caso IOR, la banca vaticana, al suo ambiguo direttore il cardinal Paul Casimir Marcinkus e ai suoi rapporti con il faccendiere Michele Sindona (membro della loggia massonica deviata P2 e legato ad ambienti mafiosi). Marcinkus – già in contrasto con Albino Luciani – fin dal 1972 fu sempre protetto da Wojtyla, nominato arcivescovo nel 1981 e tenuto al riparo fra le mura leonine dalla giustizia internazionale che cominciava ad indagare sui loschi affari del vescovo faccendiere. La vicenda Marcinkus si lega per altro a doppio filo con altri misteri di quegli anni come l’omicidio del banchiere Roberto Calvi (anche lui legato alla P2) o la scomparsa di Emanuela Orlando.

   Sempre nell’ambito degli insabbiamenti e delle coperture vanno ricordati inoltre l’attività di protezione nei confronti di Marcial Maciel, il potente fondatore del movimento integralista “Legionari di Cristo” accusato di ripetuti abusi sessuali su minori e fedeli nonche conclamato poligamo e più generalmente la cortina fumogena sollevata sui casi di pedofilia che sempre più frequentemente hanno scossola Chiesacattolica.

   Quello che sorprende di fronte alla beatificazione così fulminea di un personaggio tanto complesso per il quale sarebbero stati necessari tempi più distesi di approfondimento è il generale entusiasmo che ha accompagnato l’evento non solo fra le masse dei fedeli. Un assordante silenzio ha come avvolto le voci di contestazione che avrebbero dovuto levarsi numerose non tanto da chi come il sottoscritto può guardare all’evento con il distacco di un interesse puramente storico e politico ma soprattutto dall’interno del mondo cattolico per chi l’atto ha sicuramente più forte pregnanza mentre la macchina della propaganda celebrativa rendeva inascoltate le poche voci che gridavano dal deserto fossero quella del più colto – e meno allineato – teologo dei nostri giorni Hans Küng o quelle di quei preti di frontiera che vivendo nella società si rendono conto di quanto la Chiesa– in gran parte per diretta responsabilità di Giovanni Paolo II – si sia chiusa sempre più in una turris eburnea priva di qualunque rapporto con il reale.

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