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Archive for giugno 2011

Il mondo non aveva mai visto nulla di paragonabile a quanto sfilava ad Abido, sulle rive dell’Ellesponto in onore e a futura gloria di Serse, Re dei Re, padrone di gran parte delle terre conosciute. Non c’era popolo dall’Egeo all’Indo, dal Rodope alle cateratte del Nilo che non avesse inviato i propri soldati e le proprie navi per la gloria dell’impero; ogni tipo di armi, di vesti, di insegne passavano fianco a fianco finché il bronzo si confondeva con il lino, la seta con le pelli di leopardo. Eppure un dettaglio colpiva anche in quel turbinio di colori, di forme, di lingue; la guerra si è sempre detto non è cosa per donne e fra tutte le forme di guerra ancor meno lo è quella di mare eppure una figura femminile si stagliava sulla prova di una trireme pari per fermezza ed ambizione ai migliori capitani di Fenicia o di Jonia. Il suo nome è Artemisia, regina e vedova di re, a scelto di guidare personalmente la piccola flotta che i Cari di Alicarnasso hanno apprestato alle richieste di Serse, pronta a distinguersi in battaglia se la sorte ne darà occasione. Nulla sappiamo del suo aspetto, possiamo provare ad immaginarla con lunghi capelli bruni che escono dall’elmo e con la carnagione olivastra delle genti egee, resa più brunita dal sole nelle parti lasciate scoperte dell’armatura. Certo è solo una suggestione ma forse non lontana dal vero per questa figlia di una cretese e di un dinasta indigeno d’Anatolia, più avvezza ai campi di battaglia che alle opere muliebri. Artemisia non era certa venuta in Grecia per giocare un ruolo da comprimaria. Aveva ben chiaro il suo scopo, quello di attirare la benevolenza del Gran Re sulla sua città ed era disposta a tutto pur di riuscirvi. A suo favore aveva due armi che si sarebbero rivelate vincenti: l’essere una donna gli consentiva una spregiudicatezza ed una libertà di parola che pochi si sarebbero permessi con il padrone del mondo e il suo sangue ad un tempo cario e cretese la rendeva naturalmente portata a leggere le operazioni sul mare con una lucidità sconosciuta agli strateghi persiani che per tutta la guerra continuarono ad intendere le battaglie navali come proiezione acquatica di quelle terrestri ponendo le basi per l’inevitabile disastro. Lunghe ombre dovevano allungarsi sul campo persiano la sera del 23 settembre quando gli ultimi fuochi d’un incendio sacrilego ancora non si erano ancora spenti sull’Acropoli e le maglie delle tele di Temistocle si serravano invisibile per trascinare nel precipizio i sogni di gloria di Serse. Il consiglio di guerra fu una gara di plausi alla scelta di Re di accettare battaglia a Salamina, solo una voce si levò a contrastare la proposta, a mettere in discussione le decisioni regali: quella di Artemisia. La Regina si oppose alla battaglia, da esperta di mare sapeva che in quelle condizioni i Greci partivano favoriti e che messi alle strette avrebbero combattuto come leoni mentre una parte consistente della flotta persiana non era all’altezza dello scontro (accusando apertamente al riguardo Egiziani, Ciprioti, Cilici e Panfilii) inoltre fece notare che una disfatta navale avrebbe compromesso le possibilità di successo anche per l’esercito di terra. Meglio marciare in forze sull’Istmo e lasciare che la penuria di viveri costringesse i Greci a lasciar Salamina. Serse ringraziò Artemisia dei consigli ma decise comunque di combattere per mare, se ne sarebbe amaramente pentito (il discorso di Artemisia è immaginato da Erodoto, VIII 68 ma appare verosimile specie considerando che lo storico era nativo di Alicarnasso e potrebbe aver avuto accesso a fonti dirette sul tema). Artemisia ricompare sulla scena della storia nel pomeriggio del 25 settembre, la battaglia di Salamina è al culmine della sua violenza e i Persiani sono ormai sul punto di andare in rotta. I Cari si sono trovati schierati al centro dello schieramento contrapposti alle flotte peloponnesiache ed hanno eroicamente resistito ma il sopraggiungere di ateniesi ed egineti già vittoriosi sulle squadre fenicie aveva costretto anche loro a ripiegare. Il tentativo di disimpegno era reso complesso dal continuo giungere di nuove navi persiane che bloccavano il canale permettendo ai greci di colpire con facilità. Nel cuore della mischia l’ammiraglia di Artemisia è puntata da una trireme ateniese, quella di Aminia che secondo una tradizione aveva abbordato la prima nave nemica all’inizio della battaglia. Sentendosi minacciata la regina compie un gesto ardito ed imprevisto ordinando al suo equipaggio di attaccare la prima nave alleata a vista e la sorte porta a tiro dei rematori l’ammiraglia di Damasitimo, re di Calinda altra città stato della Caria storicamente rivale di Alicarnasso. I marinai di Artemisia caricano e speronano la nave alleata mentre con verosimiglianza i fanti di marina si lanciano all’assalto massacrando l’equipaggio – in modo da evitar la presenza di scomodi testimoni – mentre i pochi superstiti saranno stati facile preda degli ateniesi che nel furore di vendicare le violenze subite non erano certo interessati a far prigionieri. Aminia pensando ad un voltafaccia della nave nemica – i cari usavano armi e armature di tipo greco e gli ateniesi confidavano nel possibile tradimento di qualche equipaggio jonico o cicladico – rinunciò all’inseguimento ma contro ogni attesa l’azzardo di Artemisia giocò a suo favore anche presso Serse. Nello sfacelo completo della flotta persiano il colpo della regina venne notato dagli ufficiali che seguivano l’avanzamento delle operazioni ma riferirono al re che Artemisia aveva colpito una nave nemica, unico successo persiano in quella fase di fuga scomposta. Non sappiamo se per errore – possibile nella confusione – o più probabilmente per timore- i cortigiani avranno cercato di nascondere a Serse la consistenza del disastro se non alto per evitare di scontare personalmente l’ira del Gran Re – ma la notizia di un successo seppur parziale poteva sicuramente far gioco al riguardo. Al riguardo può aver giocato un ruolo importante Ariarmamne capo del partito filojonico e profondamente ostile ai fenici il quale aveva tutto l’interesse ad esaltare il valore della nave caria rispetto all’indegno comportamento delle flotte levantine che già da tempo si erano ritirate dalla battaglia. Alla fine della battaglia Artemisia era fra i pochi capitani che poteva presentarsi con dignità di fronte al Re. Non solo si era comportata con valore ma era stata l’unica a consigliare giustamente di non tentare la sorte in una battaglia navale e non casualmente solo ad Artemisia venne concessa una conversazione privata con il Re dopo che questi ebbe congedati tutti gli alti ufficiali del suo esercito. Non sappiamo come si svolse il dialogo fra i due ma è certo che Artemisia fu onorata con l’omaggio di un’armatura greca (la scelta di una panoplia greca anziché di tipo persiano com’era prassi va verosimilmente spiegato con la totale adozione dell’armamento greco da parte dei Cari) mentre ad un ammiraglio capo della flotta – verosimilmente Megabazo che era al comando delle squadre fenicie – furono inviati per scherno un fuso e una conocchia. Nei mesi seguenti le tracce di Artemisia tendono a perdersi, sappiamo che ottenne da Serse l’incarico – di estremo onore – di scortare i figli illegittimi del Gran Re fino ad Efeso mentre lo stesso rientrava in Asia via terra e sicuramente Artemisia non era fra le vittime dell’attacco greco a Pepareto dove furono coinvolte navi carie. Dopo il 480 Artemisia scompare definitivamente dalla scena, appare verosimile immaginarla a regnare su Alicarnasso lontana dal disastro in cui si era ormai trasformata la campagna greca di Serse. La dinastia che Artemisia aveva promosso e valorizzato con la sua partecipazione alla guerra continuò a regnare su Alicarnasso, un suo discendente – forse un nipote – Ligdami è attestato da un’epigrafe intorno al 460 a.C. ma soprattutto continuò una tradizione di regine e guerriere che con Artemisia II e Ada reggerà le sorti di Alicarnasso fino agli albori dell’età ellenistica.

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Un ricordo di Giorgio Tozzi.

   Lo scorso 30 maggio è mancato Giorgio Tozzi, basso statunitense di origine italiana, uno dei protagonisti delle gloriose stagioni liriche del Metropolitan negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento.

   Giorgio Tozzi era nato a Chicago l’8 gennaio 1923 da famiglia di origini italiane. Nella città natale aveva iniziato gli studi musicali con Giacomo Rimini e Rosa Raisa, la cantante polacca nota per l’interpretazione di Santuzza nella storica edizione di “Cavalleria rusticana” diretta dallo stesso Mascagni con i complessi dell’EIAR. Il debutto in scena avvenne come baritono nel 1949 allo Ziegfield Theatre di New York interpretando il ruolo di Tarquinio in “Tough at the Top” di Benjamin Britten.

   I primi successi americani furono seguiti da una fase di studio e perfezionamento in Italia con Giulio Lombardi, che segnarono il definitivo passaggio alla corda di basso. Il debutto italiano si data al 1950 al Teatro Nuovo di Milano come Rodolfo ne “La sonnambula”. Negli anni seguenti si esibì con regolarità nei teatri italiani ed in specie alla Scala dove fu attivo dal 1953 (Stromminger ne “La Wally” di Alfredo Catalani) fino al 1963 quanto interpretò il Conte di Saint-Bris nella storica ripresa de “Gli Ugonotti” di Meeyerber al fianco di titani quali Joan Sutherland, Franco Corelli, Giulietta Simionato e Nikolaj Ghiaurov.

   Nel 1955 si data il debutto alla Metropolitan Opera House come Alvise Badoer ne “La Gioconda” di Ponchielli, negli anni seguenti Tozzi divenne un’autentica colonna del teatro newyorkese cantantovi più di 500 recite in un repertorio vastissimo che andava da Mozart (Figaro, Sarastro) al repertorio americano contemporaneo (fu primo interprete del ruolo del Dottore in “Vanessa” di Samuel Barber) passando per i maggiori ruoli del repertorio ottocentesco italiano e francese comprese incursioni anche in quello russo e wagneriano. Negli stessi anni Tozzi svolge un’intensa attività discografica comparendo con frequenza nelle registrazioni della RCA ma non solo, si pensi al “Der fliegende Holländer” inciso perla Decca nel 1960.

   Quella di Tozzi era un’autentica voce di basso, sicura e omogenea su tutta la gamma, di colore morbido e pastoso, sempre retta da una naturale nobiltà di accento che risultava ideale specie per i grandi personaggi verdiani. Esemplare in tal senso il Padre Guardiano ne “La forza del destino” incisa nel 1964 sotto la guida per molti versi insuperata di Thomas Schippers in cui la figura del frate esce dalla gelida ieraticità cui troppo spesso è stato confinato per acquisire toni di affettuosa umanità. Caratteristiche analoghe si ritrovano in modo ancor più sorprendente nel suo Daland; in primo luogo colpisce un canto morbido e sfumato – abbastanza insolito nella tradizione interpretativa del ruolo –  finalizzato a rendere un personaggio magari meno titanico di quanto usasse al tempo ma sicuramente più umano e coinvolgente e proprio per questo più credibile.

   Come molti cantanti americani ha alternato la prevalente carriera lirica con alcune incursioni del musical (colonna sonora di “South Pacific” nel 1958). Terminata la carriera artistica si era dedicato all’insegnamento e nel 1992 aveva pubblicato una raccolta di racconti dal titolo “The Golem of the Golden West”.

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