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Archive for luglio 2011

  La mostra “Boldini e la belle époque” in corso ancor per poco presso la Villa Olmo di Como (fino al 24 luglio) è un’occasione imperdibile per tutti coloro che amano non solo l’arte ma la letteratura di quegli anni e specialmente quella sublime epopea della bellezza che è “À la recherche du temps perdu” di Proust. La mostra può essere davvero vissuto come un viaggio fra le pagine proustiane lasciando libera la mente di vagare alla ricerca delle più inattese associazioni letterarie.

  Il primo impatto con la mostra indica già una chiave di lettura che se colta con propizia sensibilità non si può più lasciare. “Il salotto della principessa Matilde” di De Nittis (1883) ci trascina come un giro di walzer nei grandi salotti mondani della Parigi fin-de-siècle ospiti di una nobildonna quale potrebbe esser la duchessa di Guermantes, pronti a veder comparire da un istante all’altro la sagoma del barone di Caylus accompagnato da qualche musico di dubbia morale. Un approccio di certo non metodologicamente corretto ma che può rivelarsi foriero di un inatteso coinvolgimento emotivo reso ancor più coinvolgente dalle sontuose architetture di Villa Olma, splendido esempio di villa aristocratica neoclassica ancor ottimamente conservata anche negli apparati decorativi.

   A far sprofondare definitivamente nel sogno proustiano arriva poco dopo “Champs Elysées” del francese Bèraud con una dama bionda che si sporge spavaldamente da una vettura con far ad un tempo altiero e civettuolo e il labbro non può che esclamare – ancor prima della mente: Odette.

  Il passaggio alle opere di Boldini è il colpo d’ala verso un mondo di irrangiungibili bellezze ed eleganze vertiginose, un mondo in cui la crisi della forma organica è ancora strumento di esaltazione di una bellezza sublime e non negazione della stessa come sarà per le tristi avanguardie del triste Novecento. Si segue come in uno scherzo del destino che sembra voler confondere la mente ormai frastornata del lettore/osservatore scambiando i dettagli delle figure come in un gioco beffardo e sublime e così mentre la duchessa di Germantes si fa bruna nei ritratti della Contessa di Rasty tocca a Berthe sfolgorare la luce di giovinezza come un’Albertine bionda o forse una Gisèle per un attimo sostituita all’amica.

   “La treccia bionda” della Galleria d’Arte Moderna di Milano sembrerebbe prestarsi fin troppo bene al gioco delle associazioni. I capelli rossi, l’incarnato luminoso, l’occhio chiaro e limpido, lo sguardo ad un tempo innocente e malioso dovrebbero riportar subito a Mademoiselle de Forcheville, a Gilberte Swann ormai signorina. Ma le intermittenze del cuore possono giocare scherzi crudeli e deviare il flusso dei ricordi come una madeleine dolcissima e avvelenata. Troppo da presso quel volto rassembra ad uno troppo amato, perduto ma mai dimenticato per non sentire una viva stretta al cuore nel risorgere di troppi ricordi. Momento di distacco dall’illusione del romanzo ma sensazione proustiana come nessun’altra.

  Superato il contraccolpo la visita proiegue sempre più nel sogno boldiniano di una bellezza perfetta, di un mondo aristocraticissimo popolato di creature inarrivabili. Colpisce l’occhio di un azzurro liquido e luminoso della “Signora di profilo” della GAM di Torino, di una vitalità acquatica e mutevole, autentica gemma incastonata in un volto bellissimo nel suo perfetto, aristocratico pallore circonfuso da morbide chiome biondo scuro.

   Alcune immagini evocano subito le pagine del caro Marcel. Così in Madame de Selignam si può immaginarela Verdurine nei non molti ritratti virali – quello di Montorsoli, l’autoritratto dello stesso Boldini – sembra di veder sfilare i membri del piccolo clan completato dall’”Arpista” di Gaetano Esposito, il cui sguardo torbido sembra ideale per la figlia di Vinteuil.

   Il gioco di incanti e suggestioni prosiegue. Così “Il nudo di giovane donne” del 1893 con la modella che si staglia fra violente pennellate di colore come in un sogno o forse in incubo porta alla mente Odette rivista nella mente sconvolta di Swann mente il “Cappellino azzurro” del Museo di Cento aleggia fra il vezzo di un’Albertine civettuola ed una Minerva adolescente.

   L’unico paesaggio di Boldini presente in mostra “La dogana di Venezia” del 1895 è la conferma del sogno che si andava vivendo e di fronte a noi prendono corpo, sostanza, vita quelle “città in un polverio di sole e di onde, parevano uscire dalle acque, soffiate in alabastro o in schiuma…dove il mare entra nella terra, dove la terra è già mare..” delle marine di Elstir.

   Dopo resta solo il trionfo di bellezza e della femminilità: il sorriso furbetto e gli occhi vispi di Concha de Ossa; il profilo toscano, quasi medievale, di Alaide Banti; Miss Rita Philip Lydig sensuale ed ingenua Salomé del secolo nel suo abito bianco fasciante.

   Ed infine lei, visione divina, forma ideal purissima dell’effimera e veritiera magia di quell’”ile des reves” che è il teatro, Mademoiselle de Nemidoff. La diva avanza splendida e altera quale una novella Elena, lo sguardo austero e nobilissimo, la flessuosa figura, la lunga – bianchissima – mano afferra come un dolcissimo artiglio la lussuosa pelliccia che mollemente ricade alla sua destra. Il segno visivo di un’epoca segnato in modo definitivo.

   La stanze successive sono un’innegabile caduta di tensione, opere di altri italiani attivi in quegli anni a Parigi alcune di qualità decisamente corriva (come quelle del veneziano Federico Zandomeneghi) altre di miglior livello pittorica come nel caso del napoletano Edoardo Tofano e soprattutto del livornese – e post-macchiaiolo – Vittorio Matteo Corcos.

   E proprio a Corcos si devono le ultime, inattese suggestioni letterarie della visita. Prima con “Sogni” dove la fanciulla in abito da viaggio evoca le scorribande della petite brigade e a chiusura della mostra “Le istitutrici ai Campi Elisi” rivela un’ultima, inattesa emozione e la sala si apre come d’incanto sui viali parigini animati da giochi di bimbi su cui si compie il prodigio dell’epifania di Gilberte Swann.

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“Le parole sono importanti” tuonava Nanni Moretti in un’indimenticabile scena di “Palombella rossa” che rimane uno dei momenti più geniali del cinema italiano degli ultimi decenni. La citazione morettina cade a puntino per riflettere sull’uso improprio del linguaggio ormai divenuto una costante del giornalismo italiano alla ricerca di una semplificazione ad effetto che porta a compiere autentiche abnormità. L’ultima moda al riguardo è quella della P seguite dal numero di ordinanza per indicare qualunque gruppo di persone che trami nell’ombra per l’ottenimento di scopi personali. Il riferimento è ovviamente al celebre caso della loggia massonica P2 emerso negli anni 80. Vi sono però profonde differenze che è il caso di sottolineare. La loggia Propaganda 2 nasceva, infatti, come “loggia coperta” all’interno del Grande Oriente d’Italia e si rifaceva nel nome ad una precedente loggia con analoga organizzazione segreta, la loggia Propaganda Massonica (poi identificata come Propaganda 1) fondata nel 1887 da Giuseppe Mazzoni e poi diretta da Adriano Lemmi e che fu pesantemente coinvolta nello scandalo della Banca Romana del 1893. Anche la loggia P2 nacque in seno alla massoneria ufficiale nel 1969 per poi staccarsene in un processo di degenerazione progressiva che trasformò la loggia da strumento di superamento delle divisioni e raccordo fra le varie anime della massoneria italiana in un’organizzazione dalle finalità sovversive quale fu scoperta dalla commissione di indagine del 1981 (preceduta per altro dalla sospensione da parte del Grand’Oriente nel 1976). Quello che è emerso con le recenti indagini delinea un quadro che ha ben poco da vedere con questa situazione identificando piuttosto spregiudicati faccendieri – definiti impropriamente lobbysti prendendo a prestito un termine che definisce una funzione ben diversa e ufficialmente riconosciuta nel mondo anglosassone – che cercavano di indirizzare a proprio vantaggio l’attività politico-amministrativa e nel caso della “cosiddetta P4” un gabinetto segreto della Presidenza del Consiglio incaricato di portar avanti quelli che Bacon avrebbe definito “Arcana Imperi”. In ogni caso nessuna loggia costituita ufficialmente, nessun diretto legame con la massoneria. Forse sarebbe il caso di usare i termini P3 e P4 per quello che erano fino a qualche mese fa, ovvero modelli da competizione prodotti dalla Ferrari negli anni 60 e non creare confusione fra organizzazioni che ben poco hanno a che vedere fra di loro. Un precedente a questa ondata di uno improprio dell’italiano fu la moda del termine – poli esplosa a partire dai primi anni novanta. Tutto nacque con Tangentopoli, la città delle tangenti, come simbolicamente veniva indicata la Milano craxiana di quegli anni. Qui l’uso del termine era ancora corretto ma in breve si assistette ad una totale degenerazione. Il termine – poli passò dal significato proprio di “città” a quello di “inchiesta”, “indagine” specie se in relazione a scandali legati alla cosa pubblica. Ed ecco un fiorire di affittopoli (nel senso di inchiesta sugli affitti), sanitopoli (inchiesta sulla sanità) persino Moggiopoli (inchiesta su Moggi salvo a volerla leggere nel senso di un Moggi diventato sindaco e quindi città di Moggi). Un fiorire di termini coniati ad hoc e di un pessimo italiano che ha contagiato il paese e di cui i media sono i primi responsabili. Per altro il richiamo alla P2 porta con se all’uso improprio che normalmente si fa di un altro termine, ovvero “massonico” ormai ridotto a quintessenza di ogni nefandezza. La storia della massoneria è stata qualcosa di ben diverso da qualche deviazione di percorso. Dalla sua derivazione dalle scuole neoplatoniche e dai circoli criptopagani tardo-antichi sopravvissuti come un torrente carsico lungo tutta la storia bizantina per poi rinascere nell’Italia rinascimentale – fondamentale sembra in tal senso il ruolo del Bessarione, già discepolo di Giorgio Pletone a Mistrà – al passaggio in Inghilterra quando l’intolleranza controriformista portava all’inevitabile fine i circoli neoplatonici del bel paese (la tesi già avanzata da Ragon nel 1859 e stata recentemente ripresa da Moreno Neri e implicitamente da Silvia Ronchey) fino al suo contributo all’illuminismo e poi ai risorgimenti europei (massoni furono fra gli altri Boyle, Newton, Mozart, Garibaldi, Debussy) meriterebbe decisamente miglior considerazione. Il linguaggio non è però mai neutrale e le scelte rispondono spesso a fini specifici. L’uso dispregiativo del termine massonico non è forse casuale, esso sfrutta l’immagine negativa che l’opinione pubblica si è fatta della Massoneria dopo il caso P2 per continuare a screditare un’organizzazione notoriamente ostile alla Chiesa Cattolica che di questo paese è spesso il vero, incognito deus ex-machina. Da quel punto di vista esso corrisponde alla riduzione alla sola sfera negativa del termine “bizantino” strettamente legata alla delegittimazione di quel mondo da parte della Chiesa Cattolica. Da molti punti di vista massonico e bizantino rappresentano due facce della stessa medaglia, l’idea di una laicità sostanziale che si esprime in una netta separazione fra la sfera politica e quella religiosa (sulla dimensione sostanzialmente laica dello stato bizantino da ultima Silvia Ronchey) contro la quale si è sempre snodata la storia del cattolicesimo. Faciloneria e malafede le parole sono importanti come giustamente ci ricordava Moretti, usiamole nel modo migliore.

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