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Archive for settembre 2011

    Esistono strani vuoti nell’immaginario storico, slittamenti di prospettiva che spesso portano in evidenza alcune situazioni a scapito di altre spesso a prescindere dall’effettiva rilevanza dei fatti. Questo fatto trova un’esemplificazione magistrale nell’oblio totale in cui è quasi caduto il ricordo di uno dei più grandi imperi che l’Europa abbia conosciuto capace di unire per secoli il Baltico al Mar Nero. Quell’Impero sconosciuto è il Gran Ducato di Lituania.

   All’alba del XIII secolo le foreste del Baltico sembravano ancora ferme in un’eterna protostoria, un mondo chiuso ed isolato apparentemente impermeabile alle sollecitazioni esterne. Il primo riferimento storico a quelle terre risale al 1009 quando negli annali di Quedlinburg si fa riferimento ad una nazione lituana (Litua) nella quale dobbiamo immaginare un insieme di tribù indipendenti, ancora pagane e legate ad un’organizzazione politico-tecnologica ferma all’età del ferro.

   La fondazione sulle coste della Livonia di Riga nel 1201 e la sempre più intensa presenza sulle rive del baltico di mercanti tedeschi, danesi e novgoritani non sembrano cambiare particolarmente la situazione dei lituani in cui nulla sembra lasciar prevedere il futuro glorioso destino.

  L’inattesa svolta della storia di queste isolate contrade si data al 1236 quando i cavalieri dell’Ordine dei Portaspada di Livonia comincia a penetrare nella regione intraprendendo in seguito un’autentica crociata contro le tribù pagane. L’offensiva esterna spinse i lituani ad unirsi intorno ad una capo-tribù di particolare carisma Mindaugas; riunite – non sempre pacificamente – le maggiori tribù della regione e vistosi riconosciuto il titolo di Gran Duca (Kunigaikštis) conduce da un lato una durissima resistenza contro le forze crociate mentre dall’altro inizio ad ampliare considerevolmente i confini del proprio stato annettendo i territori della Rutenia Nera (nell’attuale Bielorussia) approfittando dell’allentamento della pressione crociata dopo la vittoria riportata dai lituani nella battaglia di Saule.

  L’espansione nei territori rusici subì una battuta d’arresto nel 1248 quando venne respinto un tentativo di occupare Smolensk, ne segui un momento di profonda tensione con la nobiltà locale che comportò l’esilio di numerosi principi della casa granducale

  Nel 1251 sfruttando al meglio le tensioni fra i crociati e l’arcivescovado di Riga raggiunse un trattato di pace con il Gran Maestro Andreas von Stierland che segno la fine della crociata e il riconoscimento alla legittimità dello stato lituano; in compenso Mindaugas e la moglie Marta si convertirono al cristianesimo e venendo battezzati dal Vescovo di Kulm. Il Battesimo comporto per Mindaugas l’assunzione del titolo regale (Karalius) e l’appoggio dei Livoni nelle contese familiari nel frattempo esplose ma anche la nascita di una forte opposizione interna in quanto sia il popolo sia l’aristocrazia erano rimaste fermamente pagane ed anzi erano state rafforzate nella fede degli avi della ferocia delle armate cristiane.

   Approfittando del nuovo rapporto di alleanza i cavalieri estesero la loro influenza sulla Samogizia – la provincia di origine di Mindaugas e cuore dello stato lituano – suscitando profondi risentimenti fra le popolazioni locali mentre l’aiuto degli stessi si rivelava sempre meno efficace nell’espansione nel Polatsk. La nuova situazione spinse Mingaugas ad allearsi con il nipote Treniota, fervente pagano e ad abbandonare il Cristianesimo per tornare alla fede degli avi. Le offensive lanciate contro i cavalieri ottennero numerosi successi ma nessuno definitivo, dubbioso di proseguire nell’alleanza con il nipote Mindaugas cadde vittima di una congiura di palazzo ordita dallo stesso Treniota nel 1262. Da orala Lituaniaavrebbe abbandonato le incertezze e si sarebbe votata alla causa della resistenza pagana rafforzata dal grande prestigio che accompagnava lo stesso Treniota dopo la grande vittoria riportata a Durbe sui crociati nel 1258.

   Gli anni seguenti furono un momento di crisi fra rovesciamenti dinastici e invasioni nemiche ma lo stato lituano riuscì a reggere agli urti. La ripresa inizio con l’ascesa al trono di Traidenis nel 1269. Il nuovo Granduca – pagano e fermamente antitedesco – pose fine alle contese dinastiche, riunificò i territori andati in parte perduti dopo la morte di Mindaugas e diede inizio ad una nuova significativa espansione annettendo Sudovia e Semgallia e compiendo numerose incursioni in Polonia. Il suo atteggiamento verso i polacchi fu però ambivalente e le incursioni furono accompagnate da stretti legami diplomatici – favoriti dal pericolo che gli ordini crociati cominciavano a rappresentare per la stessa Polonia – culminanti nel matrimonio fra sua figlia Gaudemunda e il Duca di Mazovia. Nel 1270 infliggeva ai crociati una pesante sconfitta nella battaglia di Karuse e negli anni 1274-1276 annetteva la regione di Galič ela Voljniae nel 1279 con la vittoria di Aizkraukle metteva letteralmente in ginocchio i Portaspada – sul campo restarono fra gli altri 71 cavalieri fratelli e i Gran Maestri dei rami livone ed estone dell’ordine.

 La Lituaniarestava uno stato sotto assedio e le offensive crociate si susseguivano – oltre agli Ordini anche Austria e Boemia cercarono di approfittare della situazione – ma l’ordine interno era stata restaurato, le vittorie garantivano un prestigio internazionale senza precedenti mentre le terre russe devastate dalle invasioni mongole aprivano inattesi spazi di manovra. Una nuova dinastia, quella dei Gediminidi iniziata nel 1285 con Butigeidis avrebbe portato a compimento le premesse imposta da Traidenis.

  I contatti con i più evoluti stati cristiani avevano fatto progredire i lituani che ormai sul piano sociale e tecnologico non si distinguevano dai vicini. Le imponenti serie di fortezza contribuivano a contenere le offensive del Cavalieri Teutonici che si erano sostituiti ai Portaspada e avevano dato un nuovo slancio alle iniziative crociate. Se i primi sovrani della dinastia furono ancora costretti ad una politica difensiva – ma la situazione era cambiata già nel 1308 quanto i Teutonici avevano occupatola Pomeraniapolacca creando un ulteriore avvicinamento fra il regno piastico e i lituani – a partire dal 1316 con l’ascesa di Gediminas si apriva perla Lituaniauna nuova pagina, questa volta su un piano decisamente imperiale.

  Convinto pagano Gediminas era però conscio della necessità di riaprire nuovi canali di dialogo con il mondo cristiano alternativi alla crociata. Nel 1322 il Gran Duca scrive a Papa Giovanni XXII richiedendo la protezione pontificia contro le aggressioni dei cavalieri teutonici – semplici invasori e non missionari – e concedendo una pur controllata attività ai francescani e ai domenicani. L’accordo venne raggiunto e benedetto dal Pontefice, garantendo alla Lituania quella legittimità internazionale che le era mancata fino a quel momento e spuntando di ogni giustificazione religiosa l’azione dei teutonici. Lo stato lituano appariva ormai come una confederazione multietnica e multi religiosa in cui convivevano pacificamente pagani, cattolici e ortodossi, questi ultimi in significativo aumento dopo l’annessione di Minsk e le prime penetrazioni in Ucraina.

  La guerra contro i tedeschi riprese nel 1325 aseguito dell’aiuto prestato dai lituani alla Polonia cui i cavalieri avevano sottratto la città di Dobrzyn. L’attacco dei crociati avvenne però in aperta violazione dei decreti pepali ed ebbe come più rilevante conseguenza un’ancor più forte saldatura fra Lituania e Polonia con il matrimonio fra Aldona figlia di Gediminas e Casimir figlio del re polacco Wladislaw I mentre le operazioni militari procedevano con alterne fortune e senza significative modifiche dello status quo.

   Alla morte di Gediminasla Lituanianon solo era ormai un’evidente potenza regionale ma grazie ad un’accorta politica di alleanze si era garantita uno spazio nell’ordine politico mondiale. I successivi Gran Duchi della dinastia gediminide proseguirono la politica di Gediminas contenendo le pressioni teutoniche ed espandendosi sempre più verso sud e est dove lo stato lituano era divenuto il principale rifugio per tutti coloro che erano minacciati dalle orde tatare.

  Fra i Gran Duchi si distinse Algirdas il quale rivolse i suoi interessi verso le terre russe attuando nei confronti degli ortodossi la stessa politica ambivalente praticata da Gediminas con i cattolici; sposo la principessa russa Maria di Vitebsk e garantì la successione di alcuni dei suoi figli in numerose città russe: Polotesk, Brjansk. Pur rimanendo pagano si presentò come difensore dell’eredità russa e nel 1362 annetteva Kiev e le regioni di Chernigov e Bryansk, di fatto il cuore dell’antico principato kievita ponendo fine al dominio dell’Orda d’Ora sulla regione. Negli stessi anni annetteva alla Lituania il principato di Smolensk e inglobava nella sfera d’influenza la stessa Novgorod mentre per due volte falli il tentativo di occupare Mosca (1368 e 1372).

   La massima estensione dello stato fu raggiunta sotto Vytautas con il quale i confini giungeranno al Mar Nero inglobando la foce del Dnepr mentre solo l’intervento di Tamerlano eviterà l’annessione della Crimea. Vytautas era cugino di Jagiello, Gran Duca prima di lui (fino al 1386) quando per ragioni dinastiche si trovò a ereditare il trono di Polonia. Convertitosi al cristianesimo cattolico e incoronato come Wladislaw II Jagiello portava a termine il progressivo avvicinamento fra i due paesi che si compiva con l’ascesa sul trono polacco di un ramo cadetto della dinastia lituana.

  Pur attraverso profonde differenze e rivalità – sfociate a volte in aperti conflitti – i due cugini siglarono nel 1386 l’Unione di Krewo con la quale si procedeva all’unione dinastica fra Polonia e Lituania. L’atto creava quello che per secoli sarebbe stato il regno più esteso e per molti aspetti più potente d’Europa. Prima semplice unione dinastica la federazione venne ulteriormente sancita nel 1569 con la nascita formale dell’Unione Polacco-Lituana (Rzeczpospolita Obojga Narodow) destinata a rimanere elemento nevralgico della realtà politica est-europea fino alle spartizioni della fine del XVIII secolo.

  Tornando a Vytautas va ricordato come questi ampliò in modo ancora significativo la sfera di influenza lituana non solo imponendo pesanti tributi a Novgorod e Pskov ma imponendo un proprio protetto Mechmet alla guida dell’Orda d’Ora e ottenendo alla morte del Gran Principe di Moscovia Basilio la reggenza per l’erede Ivan ancora bambino. Inoltre nel 1410 le forze congiunte dei due paesi ottennero una trionfale vittoria nella battaglia di Grunwald che pose definitivamente termine al potere dell’Ordine Teutonico.

   Il regno di Vytautas segna il punto d’arrivo della nostra storia. Con l’Unione di Krewo e la progressiva cristianizzazione termina la storia della Lituania medioevale e si apre – senza soluzione di continuità – quella della Confederazione polacco-lituana nuovo e non meno significativo capitolo di questo “impero perduto” nel cuore d’Europa.

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  Intorno al 530 a.C. compare nelle tombe dipinte di Tarquinia una strana figura. Indossa un cappello a cono provvisto di lunghi copri guancia, veste una ruvida pelle ferina – in alcuni casi sostituita da una corta giacca a quadri colorati – e porta sul viso una maschera barbuta. Le iscrizioni lo caratterizzano come Phersu, termine che significa sostanzialmente maschera e che è all’origine del latino persona (phersu-na ovvero relativo alla maschera).

   La sua immagine richiama quella di un essere primordiale, quasi ferino – specie nel caso della “Tomba degli auguri” dove la giubba sembra voler evocare una pelle vaccina sommariamente conciata – che sembra collocarlo in una dimensione limitanea. Se selvaggia è la figura ancor più selvaggio è il suo spazio d’azione, un macabro gioco in cui un uomo nudo reso cieco da un sacco di pelle combatte con un bastone contro un cane di grossa taglia appositamente aizzato contro di lui. In questo gioco il Phersu svolge il doppio ruolo di pungolare il cane e di ostacolare con una lunga corda i movimenti dell’uomo che non stentiamo a credere non potesse resistere a lungo prima di venir sbranato dalla fiera.

   Spesso considerato un antenato della gladiatura il gioco del Phersu appare piuttosto simile a forme di damnatio ad bestias attestate anche a Roma in pratiche di remotissima origine e verosimilmente rimontanti ad influenza etrusca (come il supplizio dei parricidi in cui ricompaiono il sacco, il cane e il bastone). La collocazione funeraria delle immagini di Phersu ricollega poi il rito a pratiche di sacrifici umani – per altro attestati in Etruria anche da altre fonti – e a quel valore vivificante del sangue versato allo spirito dei defunti che ancora accompagna la gladiatura romana in età repubblicana. Rituali che forse risalgono all’origine stessa della civiltà etrusca e di cui un’eco può forse già vedersi nella celeberrima urna dell’Olmo Bello di Bisenzio dove un prigioniero legato sembra venir condotto verso un orso tenuto alla catena.

  Dopo il 500 a.C. il macabro gioco tende a scomparire probabilmente in conseguenza di una profonda trasformazione dei rituali funerari con la sostituzione dei riti più cruenti ad altri di matrice ellenica (non a caso cominciano a quest’altezza cronologica le raffigurazioni di sport di tradizione olimpica) ma questo non segna la scomparsa della figura di Phersu. Il suo ruolo infatti non pare riducibile ai rituali sacrificali ma svolge una funzione centrale nelle attività festive. Nella tomba tarquiniese del Gallo (intorno al 400 a.C.) un Phersu è raffigurato in una scena di danza con un flautista ed una danzatrice; in un bronzetto degli inizi del V a.C. (oggi a Londra) compare in funzione di acrobata mentre nella Tomba della scimmia a Chiusi (470 a.C. circa) compaiono tre figure che pur con alcune differenze rispetto agli esemplari tarquiniensi possono essere letti come tre Phersu, ad indicare una possibile moltiplicazione della figura e la sua molteplice compresenza scenica.

   La figura di Phersu appare all’origine di tutta una serie di figure comiche che da allora hanno caratterizzato la civiltà italiana, incarnando quello italum acetum spesso ferocemente satirico ricordato dalle fonti romane. Tratti di Phersu si ritrovano nelle maschere del fescennino la cui origine risale al mondo falisco etruschizzato e tracce si trovano ancora nell’Atellana la cui origine rimanda ancora al mondo culturale etrusco, questa volta quello campano. Interessante il titolo di una commedia di Pomponio i “Pannuceati” ovvero “Gli straccioni” il cui abito poteva ricordare quello portato da Phersu in alcune raffigurazioni. L’Atellana rappresenta il punto di incontro fra le arcaiche figure del proto teatro etrusco e gli archetipi di quello che sarà il teatro comico moderno con figure come il mimus albus vestito di bianco (Pulcinella?) e il mimus centunculus con abiti rattoppati e destinato a prender bastonate (Arlecchino?).

   I legami fra Phersu e alcune figure della commedia dell’arte sono più profonde di quanto si possa immaginare. Come riconosciuto da Huergon: “In principio dunque c’era la Maschera, un demone infernale il nome del quale è imparentato a quello di Persefone (Phersipnai) che regna sui morti al fianco di Ade (Eita). Il più anticamente noto di questi diavoli etruschi alla Jeronimus Bosch…”. L’associazione fra gli inferi e il grottesco fra l’orrore è il riso non è peraltro esclusiva del Phersu in quanto – sempre per usare le parole di Heurgon: “esiste una vecchia associazione fra il raccapriccio della morte e lo sfogo nevrotico del riso, contro il quale questo costituisce una difesa potente”.

  Il confronto più diretto è con Arlecchino che si collega a Phersu non solo per la veste raffazzonata e l’attributo del bastone ma anche per essere “Il capo dei diavoli, la sua natura demoniaca è indicata dal nome stesso, col quale venne anticamente chiamato “ (V. Vanni Menichi, “Le maschere nella commedia dell’arte”, 1986). Una delle tesi più accreditate fa infatti derivare il nome della bonaria maschera dagli Herlequins, i diavoli buffoni del teatro medioevale francese ma anche molte altre tesi insistono sulla natura demoniaca del personaggio collegandolo con il conte di Boulogne Hennequin, la cui morte avrebbe dato origine a numerose leggende sui diavoli; alla saga tedesca di Erl-Koenig (Il Re degli Elfi) o facendo derivare dall’anglosassone Hellevin (Razza d’Inferno).

   Anche l’unica tesi che esclude la natura infernale di Arlecchino lo collega nuovamente a Phersu ed è quella che fa derivare il nome della maschera da Herculinus ovvero piccolo Ercole. Evidenti tratti Erculei caratterizzano anche Phersu probabilmente in seguito alla contaminazione della figura etrusca con i racconti greci. Ad Herakles rimandano la clava, l’abito di pelle a brandelli nonché il cane legato sia alla saga di Cerbero sia a quella Gerione quando l’eroe fu attaccato dal cane Orto.

   La figura di Herakles si ricollega inoltre con il mondo infero così come altri miti greci di cui sono state ritrovate influenze nella figura di Phersu come quello di Atteone sbranato dai suoi cani per aver scorto Artemide al bagno. Secondo alcune varianti del mito questi era figlio della Nereide Autonoe ricordata fra coloro che diffusero fra i mortali i misteri di Dioniso e di Persefone (Orphei Hymni, 24.10) collegando nuovamente la figura di Phersu alla sfera funeraria.

 Anche se nulla prova che nei rituali funebri che lo vedevano protagonista vi fossero messe in scena di carattere mitologico non si può negare che tratti proto-teatrali accompagnino la figura e i rituali di cui era protagonista. L’apparente multi-valenza di Phersu impedisce però di leggerlo come una figura mitologico connotato di propri miti. Esso appare piuttosto come un elemento esterno che agisce nella vicenda senza esservi in realtà parte. Essa si presenta piuttosto come un genio o re della festa, figura nota – pur con le ovvie differenze fra i singoli casi – in molte feste dell’Italia antica e in parte sopravvissuta anche nel folklore moderno con personaggi come “Su componidori” nella Festa della Sartiglia ad Oristano (L. Campus, “La cavalleria del popolo”, 1978, pp. 27-30).

   Phersu appare quindi una figura complessa in cui convivono tratti contradditori e non riducibile semplicemente al crudele rituale che lo vede principalmente protagonista, rituale per altro non riducibile semplicisticamente ad una macabra esibizione di ferocia. Phersu sembra muoversi sul crinale che sempre separa festa e tragedia, riso e orrore incarnando – ed in questo esorcizzando – le ancestrali paure umane verso l’ignoto della morte. Esso sembra porsi fra le possibili origini di una tradizione che ha attraversato i secoli passando attraverso le esperienze del teatro popolare latino per giungere alla Commedia dell’arte e alle sue figure esemplari destinate a influenzare più o meno direttamente una componente essenziale dell’identità delle genti d’Italia.

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Un ricordo di Salvatore Licitra

  Le tragiche notizie dell’incidente e ora della scomparsa di Salvatore Licitra hanno scosso profondamente il mondo dell’opera lirica, di cui il tenore svizzero rappresentava sicuramente una figura di spicco del panorama attuale.

   Nato a Berna il 10 agosto 1968 da genitori siciliani e cresciuto a Milano si accostò tardi alla pratica musicale attiva dopo aver iniziato a lavorare come grafico presso la sede Milanese della rivista Vogue. Infatti solo dopo i diciannove anni comincia studi musicali regolari presso l’Accademia musicale di Parma specializzandosi in seguito con Carlo Bergonzi.

  Il debutto scenico avviene nel1998 aParma come Riccardo in “Un ballo in maschera” all’interno di una produzione realizzata dagli allievi di Bergonzi mettendosi immediatamente in luce e ottenendo per lo stesso anno le prime scritture importanti al’Arena di Verona. Nel 1999 avviene il debutto scaligero come Don Alvaro ne “La forza del destino” con la direzione di Riccardo Muti e proprio alla Scala giunge la definitiva consacrazione quando ancora Muti lo chiamò ad interpretare Manrico ne “Il trovatore” inaugurale della stagione 2000/01, quella del centenario verdiano. La collaborazione con Muti continuerà negli anni seguenti portando Licitra più volte sul palcoscenico scaligero (“Tosca”, “Un ballo in maschera” e dopo la fine del periodo mutiano “Cavalleria rusticana”).

  Gli anni dei successi milanesi lo vedono conquistare progressivamente i grandi palcoscenici internazionali dalla Staatsoper di Vienna dove debutta nel 2001 con “Tosca” al Metropolitan di New York dove il 12 maggio 2002 sostituisce nei panni di Cavaradossi l’indisposto Luciano Pavarotti. Recita trionfale che portò il New York Times ad indicarlo come il “Nuovo Pavarotti” soprannome pochissimo aderente alla realtà ma destinato ad accompagnato fino all’estremo saluto quasi negandogli la propria identità personale a favore del facile effettismo mediatico che il nome di Pavarotti porta con se.

  Licitra disponeva di una bella voce di schietto tenore italiano, dotata di buono squillo e di un registro medio-grave particolarmente corposo che la rendevano ideale per i grandi ruoli del repertorio lirico-spinto tardo verdiano e verista. Purtroppo questo innegabile dono naturale era condizionato da una tecnica di emissione non certo perfetta che spesso si traduceva in difficoltà nel registro acuto mentre la passionalità e l’estroversione lo portavano ad indulgere ad un gusto forse eccessivamente verista. Nonostante questi limiti non si può certo negare che Licitra abbia rappresentato uno dei più autorevoli rappresentanti della vocalità tenorile della sua generazione unendo mezzi vocali significativi, grande comunicativa e slancio passionale di notevole intensità.

  Tornato in Sicilia dove avrebbe dovuto ricevere il premio “Ragusani nel mondo2011”(la famiglia è originaria di Acate, in provincia di Ragusa) è stato colpito da un improvviso malore – apparentemente un ictus celebrale – mentre si trovava alla guida di un motorino. L’elemento patologico e il conseguente incidente avevano da subito fatto temere un quadro clinico molto compromesso e Salvatore Licitra ci ha definitivamente lasciato il 5 settembre all’Ospedale di Catania dove era stato ricoverato. La famiglia ha deciso di donarne gli organi con un atto perfettamente in linea con quella generosità che lo aveva sempre caratterizzato nella vita come nell’arte.

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