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Archive for novembre 2011

   Il santuario repubblicano posto al di sotto dell’attuale Capitolium bresciano offre un contesto per molti aspetti unico di quelli che furono i rapporti fra mondo celtico e Italia romana nella complessa fase della romanizzazione.

  Il tempio era posto su un podio profondo 20,30 m, con paramento in opera quasi reticolata, conservava dello spigolo sud-est alcune lastre di rivestimento in pietra tenera di Vicenza, altrove completamente asportate, con margine esterno modanato a gola rovesciata. Le lastre riquadravano il pavimento dello spazio antistante le celle, un signinum con inserimento di tasselli marmorei policromi, analogo a questo utilizzato per le intercapedini fra le aulae. Il paramento in Botticino ad arcate cieche appartiene ai restauri di età augustea, conseguenti alla riorganizzazione della terrazza capitolina dopo la costruzione del teatro.

   Il paramento esterno delle celle era rivestito di intonaco fine, color bianco avorio; erano presenti lesene angolari in stucco con basi in pietra tenera. La soglia è tutti gli elementi decorativi, molto probabilmente realizzati in pietra tenera di Vicenza risultano asportati.  Nello spazio antistante le celle le lastre della pavimentazione del pronao presentano linee incise in senso longitudinale, in corrispondenza con la base della lesena; tale elemento, insieme alla traccia di un impronta circolare non soggetta ad usura ne a lavorazione in superfice, suggerisce il colonnato di un pronao con tre probabili colonne laterali (diametro 65/70 cm, intercolumnio2,30 m) e quattro sulla fronte. In tal modo lo spazio di fronte ad ogni sacello, che risulterebbe di tipo prostilo, verrebbe ad essere visivamente concluso e separato rispetto agli altri. Questa organizzazione renderebbe più comprensibile la soluzione, piuttosto inusuale, di quattro scale d’accesso separate per un edificio di dimensioni relativamente modeste.

   Le aule sono risultate misurare 8,30 mdi larghezza per 10,30 m, misure che non solo confermano quanto già identificato da Mirabella Roberti, ma mostrano una buona aderenza ai canoni vitruviani. L’aula tre, la meglio conservata,  serve come modello per le altre; risulta divisa in tre navate da due file di colonne in mattoni rivestite in stucco scanalato, collocate su basse banchine pavimentate in brecciato bianco con segmenta verdi e rossi, disposti a stuoia e orlati da una cordonatura in pietra rosa di Malcesine. Delle colonne rimangono le ipobasi in laterizio, mentre sul muro di fondo sono ancora visibili tre basi di semicolonne scanalate (11 scanalature), in pietra tenera con imposta senza plinto e profonda scozia fra i tori (diametro di base 38/40 cm, altezza presunta3 m).

   Le colonne presentano intercolumni di1,70 me distano dalle pareti 0,95/1 m. I colonnati così vicini alle pareti creano un largo spazio centrale, a quota inferiore rispetto alle navate laterali, che conduce ad un basso podio, con pavimentazione analoga alle banchine laterali, con quattro pilastrini angolari collegati fra loro da plutei o muretti. Tradizionalmente questo era considerato il podio su cui era collocata la statua; molto interessante è al riguardo la recente proposta di Maria Pia Rossignani, la quale considera le quattro aule non il tempio repubblicano, ma strutture di servizio sopra le quali era costruito il tempio; in questo caso sui podi sarebbero stati gli armadi in cui erano collocate le suppellettili. La pavimentazione è un mosaico a stuoia con tessere bianche e nere.

   Le aule riprendono il modello dell’atrio corinzio con un solo ordine di colonne senza piedistallo di base (in imo positae) e con volte probabilmente a sesto ribassato (ad circinum delumbata). Un esempio canonico di questo tipo di struttura e dato dagli oeci corinzi della Casa del Labirinto e della Casa delle Nozze d’argento di Pompei, dove l’ordine colonnato con funzioni più decorativa che strutturale si associa alla decorazione pittorica di secondo stile, come nelle aulae bresciane. La copertura doveva essere a doppio spiovente in opera cementizia su travature lignee, mentre il soffitto interno degli ambienti era in incannucciato rivestito di stucco.

  Più problematico è ricercare confronti per il complesso nella sua generalità; qualora non si accetti la proposta della Rossignani di considerare le aule ambienti ipogei fin dalle origini. Il modello di più tempitti collocati in un unico spazio chiuso trova un confronto parziale con i quattro tempietti di Ostia, identici per struttura e quasi uguali per dimensioni, affiancati ma separati e distinti all’interno di un recinto quadrangolare prospiciente il decumanus maximus; il complesso è datato all’inizio del I a.C. Altri possibili confronti si possono trovare con i templi di Tivoli, o con i vari ninfei che si inseriscono nella stessa tradizione culturale. Pur riconoscendo l’assoluta originalità della soluzione ideata dai progettisti del complesso bresciano non si può non negare come essa derivi da presupposti dell’ellenismo centroitalico al quale rimandano tutti i confronti. Allo stesso contesto cronologico e culturale, quello dell’Italia centrale nella prima metà del I secolo a.C., rimandano lo stretto rapporto tra l’architettura e la pittura di secondo stile (Casa dei Grifi sul Palatino, Casa del Labirinto di Pompei), l’uso dell’opus quasi reticulatum nei paramenti delle murature, l’adozione della pietra tenera per gli elementi architettonici a vista, l’uso dello stucco bianco per i prospetti esterni.

Nel 73 lo spazio occupato dalla quarta cella e dal relativo pronao viene racchiuso tra i due muri del portico laterale del tempio flavio. La parete orientale viene distrutto, lo spazio rimanente riempito con le macerie di demolizione dell’alzato; successivi livellamenti e la costruzione di una massicciata garantiranno la preparazione per i piani pavimentali del portico. Sul mosaico dell’aula, al di sotto del deposito di macerie, erano deposti con cura alcuni capitelli a sofà, pertinenti a pilastri e lesene, e un importante frammento di epigrafe.

   La decorazione parietale delle aule è ascrivibile al II stile, di cui rappresenta l’esempio più antico ed esteso dell’Italia settentrionale.  Lo schema decorativo, quale si può ricomporre dagli affreschi ancora in situ e dai numerosi frammenti recuperati sembra ripetersi simmetricamente secondo due diverse composizioni per le aule interne ed esterne. Si riconosce tuttavia uno schema omogeneo che si ritrova in tutte le stanze. Pareti laterali organizzate su tre livelli con composizioni più aperte ed ariose ed un muro di fondo, che presenta la prospettiva chiusa e severa, pur se ravvivata dalla policromia, di un bugnato in opera isodoma. Le pitture del muro di fondo trovano puntuali confronti in quelle di alcuni cubicula della Casa dei Quattro Stili di Pompei.

   Le pareti laterali delle aule esterne presentano uno zoccolo su cui è drappeggiato un velario bianco avorio con decorazioni a denti di lupo; semicolonne ioniche dipinte, prive di piedistallo, mentre lo spazio compreso fra le colonne presenta ortostati verticali ad incrostazioni policrome. Le aule interne presentano invece uno spazio che viene ad organizzarsi intorno a semicolonne ioniche, su plinto, che scandiscono gli spazi occupati da uno zoccolo a dadi bugnati, da una fascia mediana ad ortostati verticali con incrostazioni policrome e infine da motivi architettonici resi in prospettiva nella fascia superiore.

   Le aule esterne presentano pareti più chiuse, piatte, come a segnare i limiti esterni dell’edificio, animate soltanto dal movimento teatrale del velario; mentre quelle interne contengono accenni di apertura della parete, suggerita dall’avanzamento dei plinti e dalle architetture leggermente arretrate sul fondo. Nelle pitture bresciane questi elementi sono appena accennati; lo spazio si organizza su tre livelli: l’architettura a trompe-l’œil, il fondale chiuso della parete e uno sfondo aperto dietro di essa; elementi che il Picard riconosce propri di una fase iniziale del II stile, così come la convivenza dei primi tentativi di scorcio con i motivi a incrostazione che imitano modelli di primo stile, anch’essi presenti negli afreschi bresciani.

   Gli affreschi del tempio repubblicano di Brescia mostrano molto bene la convivenza di due opposte tendenze, una basata slle composizioni più mosse ed evolute delle finte architetture; l’altra ancora legata agli sfondi tendenzialmente statici e piatti dello stile più antico. Esse si inquadrano nella fase identificata dal Beyen con Ib del II stile, chiaramente identificata come fase di transizione. I confronti più puntuali si trovano con gli affreschi dei cubicula x e z della Casa delle Nozze d’Argento di Pompei; ma anche in complessi decorativi genericamente considerati pertinenti alla successiva fase Ic del secondo stile si trova ancora attestata la parete chiusa al fianco delle prospettive architettoniche che nel frattempo si sono fatte più ardite: cubiculum 11 della Villa di Oplontis, cubiculum c della Casa di Cerere a Pompei.

   Di particolare interesse è, negli affreschi bresciani, la presenza di numerosi dettagli ornamentali particolarmente insoliti, se non addirittura estranei agli schemi correnti del II stile, che contribuiscono a creare un piacevole effetto di originalità e freschezza e che nello stesso tempo mostrano la presenza di influenze diverse nella cultura artistica dei decoratori.

   Il motivo del drappo, che caratterizza di sé tutta la decorazione delle celle laterali, è piuttosto raro nella decorazione romano, compare (Casa del Fauno di Pompei); nonché nelle pitture di alcune case tardoellenistiche della Sicilia, in particolare a Centuripe. Il fregio con meandri e svastiche, che compare nella decorazione delle due aule centrali, si ritrova nella Villa dei Misteri di Pompei nonché a Morgantina, ma nell’esempio bresciano è animato da gorgoneia posti di tre quarti, con lo sguarda vorlo verso chi entra; risolti con pochi tratti impressionistici, sufficienti però a rendere non solo la forma del volto, ma anche l’espressione patetica e terribile ad un tempo. Detto elemento non trova confronti puntuali nella pitura pompeiana, ma bensì, ed assai significati, con gli affreschi di alcune case di Delo: Maison des Comédiens, Casa IC del quartiere dello stadio; non solo per quanto riguarda il soggetto ma anche per la tecnica di realizzazione.

Tutti questi elementi testimoniano la cultura fortemente ecclettica degli esecutori del complesso bresciano, in cui affianco alle correnti proprie della pittura romano italica del tempo, ne compaiono altre che tradiscono una vicinanza a modelli propri della pittura tardoellenistica, prevalentemente alessandrina, ancora diffusa alla metà del I a.C. nell’Italia meridionale e in Sicilia. Essa testimonia ulteriormente la componente ellenistica delle personalità che lavorarono al complesso capitolino bresciano, come abbiamo già notato per l’architettura  e l’urbanistica.

In questo caso è assai probabile che le maestranze che eseguirono gli affreschi fossero originari dell’Italia meridionale, chiamati a Brescia dalle élite locali che intendevano coltivare un ideale di vita e cultura di stampo prettamente ellenistico.

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Domani sarà il 4 novembre, festa della vittoria nel primo conflitto mondiale, celebrazione che negli ultimi anni è tornata alquanto in auge con la recrudescenza di fenomeni nazionalistici nel nostro paese. Festa nei confronti della quale mi paiono legittimi serissimi dubbi.

  In primo luogo lascia perplessi la dimensione festiva con cui si vuole caratterizzare una giornata che dovrebbe essere solo destinata al ricordo di milioni di vittime innocenti e di riflessione sulla follia della guerra. Eppure “L’inutile strage” come la definì Benedetto XV continua ad essere celebrata come un momento glorioso e festoso, una sorta di celebrazione dei peggiori istinti di un nazionalismo da Italietta mai totalmente scomparso e risorto con forza in questi anni.

 Di fronte a questo una domanda sorge spontanea: perché festeggiare il 4 novembre? e soprattutto cosa ci sarebbe da festeggiare in questa data? Se la risposta sono i milioni di giovani rimasti nelle trincee del Carso come nel fango delle Ardenne o della Masuria; il fallimento delle grandi speranze della cultura positivista nella sua marcia verso un mondo migliore da costruire con la pace sulla strada indicata dalle prime conferenze sul disarmo globale; la sostituzione degli scoppiettanti fuochi della vacua ma gioiosa “belle époque” con il lugubre rombo del cannone allora lascio volentieri questo giorno a chi considera questo come qualche cosa da festeggiare.

  Non pare esserci nulla di festoso nell’indicibile massacro di quegli anni e ancor meno nella scia di tragedie lasciate da quella follia. Le maceria materiali e morali lasciate dal primo conflitto mondiale – cui si aggiunge in Italia lo sdegno per la “vittoria mutilata” – aprirono la strada all’ascesa dei regimi nazi-fascisti e con essi alla strada verso il secondo conflitto mondiale, le pagine più lugubri e infauste della storia umana. Un’immane tragedia che apre la strada ad una ancora più immane e mostruosa.

  Forse sarebbe ora di abbassare le bandiere insanguinate, di deporre infine tutte le armi, lasciando che questo diventi un giorno di ricordo e di lutto per tante vite e tanti sogni spezzati non profanato dalla bolsa vanagloria dei discorsi e delle parate militari, esaltazione di quella stessa follia che troppe vite a già portato con sé.

 

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