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Archive for gennaio 2012

Un ricordo di Rita Gorr

  Lo scorso 22 gennaio è scomparsa Rita Gorr, fra le maggiori esponenti della corda mezzosopranile del secolo scorso.

  Marguerite Geirmaert – questo il suo vero nome – era nata il 18 febbraio1926 aZelzate, piccolo centro delle Fiandre non troppo discosto dalla frontiera olandese.  Compiuti gli studi musicali fra Ghent e Bruxelles si rivelo vincendo nel 1946 un concorso di canto a Verviers cui segui l’anno successivo il debutto in scena come Fricka ad Anversa. Nel 1949 entra nella compagnia stabile dell’Opera du Rhin di Strasburgo.

   La vittoria nel concorso internazionale di Losanna (1952) segna una svolta decisiva nella carriera della cantante che vede aprirsi i principali palcoscenici parigini debuttando all’Opera (Magdalena in “Die Mesistersinger von Nurnberg) e all’Opera Comique (Charlotte nel “Werther”) inizio di una significativa internazionale che negli anni seguenti la vedrà debuttare a Bayreuth (Fricka nel 1959), al Covent Garden (1960, Amneris in “Aida”), alla Scala (1960, Kundry in “Parsifal”) e infine il Metropolitan nel 1962 (sempre come Amneris). Debutti importanti di una lunghissima carriera destinata a chiudersi solo nel 2007 quando ormai ottantunenne cantò il ruolo della vecchia contessa in alcune recite di “Pikovaja dama” fra Gent e Anversa.

 La Gorrè stata sicuramente – insieme a Regine Crespin – la più autorevole interprete della vocalità mezzosopranile di scuola francese. La voce era quella tipica delle grandi interpreti del repertorio Falcon, naturalmente dotata di un’ampia estensione e sempre omogenea nel corso della tessitura che si univa ad un bellissimo colore vocale sempre luminosamente femminile pur nella brunitura di fondo.

  L’ampiezza della cavata e la naturale nobiltà del fraseggio la rendevano interprete ideale del repertorio neoclassico francese come attesta l’incisione a tutt’oggi insuperata dell’”Iphigenie en Tauride” di Gluck (1961) sotto la bacchetta di Georges Prêtre ma il suo repertorio abbracciava con sicurezza i maggiori ruoli del repertorio otto e novecentesco. In ambito francese di portata storica resta la sua Dalila documentata da un’incisione del 1962 sempre con la direzione di Prêtre e al fianco del Samson per antonomasia di Jon Vickers; l’incisione non attesta solo l’imperiosa bellezza della voce ma esalta a pieno la sensibilità dell’interprete capace di passare dalla maliosa sensualità delle scene di seduzione all’altera durezza dei confronti con il Gran Sacerdote di Baal sempre sostenuta dal perfetto dominio della prosodia francese.

   Nel repertorio italianola Gorrha affrontato i maggiori ruoli previsti per la corda mezzosopranile ma è innegabile che il suo nome resti strettamente legato alla figura di Amneris di cui ha offerto una lettura di assoluto riferimento specie nelle due edizioni sotto la bacchetta di Georg Solti (in studio con i complessi dell’Opera di Roma e dal vivo al Metropolitan, sempre nel 1962) dove la suggestione del timbro e la ricchezza del fraseggio contribuiscono a creare un personaggio indimenticabile. Altro repertorio d’elezione fu quello wagneriano che la vide protagonista fin dai primi passi della carriera come interprete di altissimo livello di ruoli come Ortrud, Fricka, Venus. Infine il repertorio contemporaneo non potendo tacersi il contributo della Gorr nella creazione del ruolo di Madre Maria nei “Dialogues di Carmélites” di Poulenc di cui si può considerare la prima interprete in quanto destinataria del ruolo nell’edizione parigina del 1957 che segna la vera nascita dell’opera dopo l’infelice versione italiana proposta alla Scala lo stesso anno. Opera questa destinata ad accompagnare la carriera della Gorr che vi ritorno nel1991 inoccasione della nuova incisione diretta da Kent Nagano questa volta nei panni di Madame de Croissy quasi a siglare un duetto con se stessa iniziato 34 anni prima.

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Le metope sicionie

Il tesoro dei Sicioni, tempietto dorico in antis, venne costruito intorno al 500 a.C. su un ammasso di blocchi squadrati e di rocchi di colonne derivati da edifici più antichi, un monopteros con 14 colonne doriche e una tholos, fra questi materiali da costruzione sono stati ritrovati i frammenti di nove metope in calcare rossastro, appartenenti con buona approssimazione al monopteros, prodotto di scuola peloponnesiaca e databili intorno al 560 a.C. La pietra in cui sono scolpite è un calcare marnoso rossastro, tendente al chiaro, di grana molto fine e facilmente lavorabile. Le metope dovevano disporsi su tutti è quattro i lati del tempietto, secondo un procedimento raro nei templi dorici arcaici ma che sembra caratterizzare i thesauroi delfici, simbolo della ricchezza e delle capacità artigiane delle singole città e forse per questo così caratterizzati da un corredo scultoreo così ricco. I soggetti sono molto vari è alcune scene si sviluppano su più metope vicine, si trovano rappresentati: Europa sul toro, la caccia al cinghiale calidonio, i Dioscuri accompagnati da Ida e Linceo di ritorno da una razzia in Arcadia, la nave Argo con a prua i Dioscuri, Phrixos su un montone; alcuni personaggi sono accompagnati da scritte identificative. Rimangono tracce della policromia che completava l’insieme. Gli episodi con la caccia al cinghiale calidonio e la nave Argo si svolgevano su tre metope e dovevano essere collocati sui lati brevi; ben poco si può dire sulle metope raffiguranti la caccia al cinghiale, migliore è la conservazione di quelle con la nave Argo, che appaiono fra le più ardite del complesso per quanto riguarda la composizione. La nave raffigurata è del tipo a cinquanta rematori, venticinque per lato identificabili dagli scudi, di cui diciassette raffigurati, gli altri cadrebbero nelle zone occupate dai triglifi, appare evidente che lo scultore interpreti il complesso come un fregio continuo con i triglifi che non interrompono la scena ma si limitano a coprirla, prova che il fregio dorico era ancora nelle sue fasi sperimentali e ancora numerosi erano i problemi di inquadramento delle scene. A poppa sono raffigurati tre uomini, uno indicato epigraficamente come Orfeo, mentre le figure dei Dioscuri a cavallo, oggi molto rovinate inquadrano il campo; questi collocati in posizione frontale erano concepiti a tutto tondo, come ancora attestano le tracce delle quattro gambe e della coda dei cavalli, forse figurano già sbarcati o forse lo scultore voleva solamente indicare che la nave si muoveva verso lo spettatore, un’analoga commistione di rilievo e tutto tondo si ritrova in una metopa da Selinunte. Lo scultore sembra caratterizzato da un bisogno primario di raccontare e di rappresentare plasticamente un azione o un movimento ineseguibili mescolando tecniche di tradizione scultorea e pittorica, tentando di piegare alle proprie necessità la materia lapidea. La metopa della “razzia” presentava in origine quattro triadi di vitelli, uno oggi mancante, accompagnate ciascuna da un eroe, le teste dei bovini e quelle dei razziatori sono rivolte verso lo spettatore e questo, come la lancia orizzontale che frena la marcia di ogni triade sembra attestare una marcia frontale, verso lo spettatore. Nella metopa di Europa appare subito il contrasto fra le masse muscolari dell’animale e la più delicata figura femminile. Un giudizio stilistico su questo insieme di opere è praticamente impossibile, troppo poco sappiamo dell’arte di Sicione e più in generale di quella peloponnesiaca a questo orizzonte cronologico, è possibile ipotizzare una influenza corinzia attraverso la ceramica figurata, in specie per la figura di Europa. Problematica appare la scelta delle iconografie, colpisce in specie l’assenza dei grandi miti, in particolare quelli connessi alle imprese in Eracle e del ciclo troiano. Appare centrale il mito argonautico, per quanto non sia il caso di scomodare diretti precedenti letterari. Da Pausania sappiamo degli stretti legami intercorrenti fra Delfi e Sicione e connessi alla venuta di Apollo a Sicione dopo la morte di Python. Inoltre a Sicione si conservavano la lancia di Meleagro e gli alberi della nave Argo, consacrati da Giasone. I soggetti rappresentati potrebbero essere connessi alle principali reliquie conservate nella città. Una nuova ipotesi recentemente avanzata nega l’appartenenza delle metope ad un monumento sicionio, proponendo un origine italiota o siceliota del complesso, propendendo in specie per Locri Epizephyri per il ruolo svolto dai Dioscuri in occassione della vittoria dei locresi sui crotoniati alla Sagra (560 a.C.). Si tratta di ipotesi sorrette solo da dati iconografici, che non superano il livello di semplici speculazioni.

Il tesoro dei Sifni

Elegantissimo esempio di sacello distilo in antis ( 8,54 m X 6,13 m) è il tesoro dei Sifni, eretto come decima dei guadagni provenienti dalle miniere d’oro e d’argento scoperte sull’isola, prima della conquista da parte dei Samii, probabilmente intorno al 525 a.C. Un ricco corredo scultoreo caratterizzava il tempietto, sono state recuperate una delle cariatidi che sostituivano le colonne sulla fronte, il fregio ed il frontone, che costituiscono uno dei documenti più importanti della plastica ionica arcaica. Cariatide: la kore collocata su un alto plinto, sostituisce la parte centrale della colonna, sul capo porta un alto polos decorata con figure di satiri e ninfe eseguite a rilievo abbastanza alto, il capitello è una variante di quello dorico con due leoni scolpiti sull’echino. La figura femminile indossa un leggero chitone e un himation in cui è resa con maestria la consistenza della lana. La testa è molto simile a quella dello kore ex-cnida, il viso leggermente paffuto, rotondeggiante, i grandi occhi originalmente incrostati, la bocca atteggiata secondo il sorriso arcaico, le fossette sulle guance. I capelli fermati da una fascia scendono ondulati sulla fronte. In origine portava orecchini aurei, in oltre doveva essere rivestito d’oro il diadema. Si tratta di un prodotto ionico databile intorno al 525 a.C. Il frontone: Le figure sono scolpite nella parte inferiore, ad altorilievo su un muro di fondo, mentre la parte superiore dei corpi è a tutto tondo. Vi è raffigurata la contesa per il tripode delfico fra Eracle ed Apollo, aiutato da Artemide, alla presenza di una divinità vestita di una lunga tunica, identificabile come Zeus. Il gruppo centrale era affiancato da figure minori non identificabili. Lo stato di conservazione e precario, difficile risulta una valutazione stilistica, le figure sono di profilo, la testa di quella centrale doveva superare lo spigolo superiore del frontone, le figure sono pesanti, la resa dei dettagli pare superficiale (ma bisogna tener conto della policromia originaria). I frammenti di due Nikai sono interpretabili come parte degli acroteri laterali, di quello centrale non resta nulla, il kouros presente nella ricostruzione di Hansen è solamente ipotetico. I fregi: La parte più significativa del complesso scultoreo del tesoro dei Sifni è data dai fregi che si svolgevano sui quattro lati del tempietto. I fregi hanno uno svolgimento complessivo di 29, 76 m (8,63 m sui lati lunghi, 6,25 m su quelli brevi), sono realizzati in marmo di Paros, mentre l’edificio è in marmo di Siphnos e le modanature architettoniche in quello di Naxos. Gli angoli sono marcati da bande lisce, mentre un kymation lesbico corre al di sopra dei fregi. Il fregio ovest, quella della facciata, risultava diviso in tre lastre corrispondenti ai campi definiti dalle due cariatidi, ciascuna occupata da una quadriga (la lastra di destra è andata in gran parte perduta). Sulla placca di sinistra era raffigurata Atena che risaliva sul cocchio condotto da Hermes e da un servitore; la lastra centrale, inquadrata da due palme, mostrava Afrodite che scendeva dal cocchio, sul timone e posata una colomba; sulla lastra di destra compare una figura maschile in costume orientale, inginocchiata in direzione di Afrodite. Essendo la figura maschile interpretabile come Paride l’episodio raffigurato si chiarifica e si può ricostruire la parte mancante con il carro di Hera, speculare a quello di Atena. Il fregio est è diviso in due parti, la metà destra raffigurante uno scontro fra greci e troiani, quella sinistra un’assemblea di Dei. La prima scena raffigura l’episodio centrale di un poema oggi perduto, l’Etiopide, narrante le vicende di Memnon, il figlio di Eos, uno dei primi caduti della guerra troiana. Procedendo da destra sono raffiguranti (i personaggi sono identificati da iscrizioni) il corpo di Antilochos, disputato fra due greci, Achille e un guerriero anonimo, e due troiani, Memnon ed Enea, i troiani sono rivolti verso destra, quindi in senso fausto. Le scena seguente è quasi completamente persa, sul bordo inferiore si leggono il nome di Achille e si vedono i piedi di Zeus ed Eos, si tratta forse della pesatura delle sorti fra i due eroi, chiusa a favore di Achille. La seconda scena mostra le divinità che assistono alla guerra, sono raffigurati Ares, Afrodite, Atena, Artemide e Zeus, seduti su bassi troni. Il fregio nord, raffigurante una gigantomachia è in gran parte conservato, le maggiori lacune riguardano la parte centrale con i carri di Zeus e Poseidone. Un gran numero di personaggi affolla la scena, identificati da iscrizioni, gli Deai sono rivolti in senso fausto, solo Afrodite è in posizione frontale. Tra le figure più interessanti Themis su un carro trainato da leoni aiutata contro il gigante Pharos da Dioniso, vestito con una pelle di animale. Apollo e Artemide, affiancati, combattono contro tre giganti in armamento oplitico. Il fregio sud è il più problematico, vi sono raffigurati due carri impennati, un altro cocchio fermo dinanzi ad un altare, una processione di carri preceduta da due gruppi di due cavalieri. Lo stato molto frammentario non permette ulteriori valutazioni, è stato proposto di vedervi il ratto delle Leucippidi ad opera dei Dioscuri, ratto di Elena da parte di Teseo e Piritoo, giochi in onore delle nozze di Pelope ed Ippodamia, ma tutto rimane solo a livello ipotetico. Molto usata la pittura, non solo con funzioni decorativa, per supplire direttamente elementi che non sarebbe stato possibile ricavare nel marmo, molto frequente anche l’uso di elementi metallici aggiunti, specie le armi. Dal punto di vista stilistico appare evidente la differenza fra i fregi N e E, in cui il rilevo è concepito plasticamente, con bordi vuoti e col marmo vuotato dietro le figure il massimo possibile e i fregi S ed O in cui il trattamento è disegnativo, i contorni secchi, quasi grafici. Per quanto molti di questi elementi fossero corretti dalla policromia, le differenze appaiono evidenti. I due gruppi devono essere molto probabilmente attribuiti a botteghe di diversa formazione, la prima cicladica probabilmente paria, la seconda della Ionia settentrionale, probabilmente della regione di Smirne. Poco convincente l’ipotesi proposta da Picard che considera il fenomeno una soluzione voluta analogamente a quella adottata dal pittore di Andokides che dipingeva un lato del vaso a figure rosse ed uno a figure nere.

Altri fregi ionici

Dalla terrazza del santuario di Atena provengono i resti di un tesoro con colonne ionico a capitello palmato, distilo in antis, databile intorno al 500 a.C. e tradizionalmente identificato come “Tesoro dei Massaglioti”. Ad esso sono attribuibili un gran numero di frammenti scultorei volontariamente abbattuti in epoca tardo-antica. Non è possibile ricostruire le scene rappresentate, stilisticamente si riconoscono due gruppi, il primo si caratterizza per superfici arrotondate, grandi occhi, minuziosa cura per i dettagli del volto, capelli e panneggi trattati secondo moduli di derivazione bronzistica. Il secondo presenta un modellato appiattito, contorni resi graficamente, simile a quello che si riscontra nei fregi S ed O del tesoro dei Sifni. Il primo gruppo è attribuibile ad una bottega ionica o piuttosto può essere considerato un prodotto occidentale di gusto ionizzante (la stessa Massaglia, un centro Magno Greco?), il secondo può essere attribuibile ad una bottega della Ionia settentrionale, forse originaria di Smirne o Clazomene. Al tesoro dei Massaglioti appartengono anche due Nikai acroteriali, molto frammentarie, caratterizzate da un vivo movimento dei panneggi. Di poco posteriore al tesoro dei Sifni era invece il “tesoro eolico anonimo” della terrazza di Apollo, distilo in antis. Ad esso appartiene un fregio con gigantomachia, conservato solo nella parte superiore, che ripropone, semplificandola, la composizione dell’analogo fregio del tesoro dei Sifni.

 Cariatidi

 L’uso di korai collocate su piedistalli come supporto in antis è un tratto caratterizzante dei tesori arcaici di Delfi, esse sono riconducibili ad una tipologia comune: figure affiancate, le gambe inversamente simmetriche, l’alto polos su cui appoggia il capitello, l’abbigliamento di tradizione ionica con himation e chitone, il piede destro avanzato, il bracci destro perpendicolare al corpo. Gli esemplari più antichi sono quelle, frammentarie, del tesoro dei Cnidi, databili alla metà del VI a.C. L’himation passato su una spalla copre entrambi i seni; il leggero chitone fascia il ventre e le gambe, con effetti che ricordano le korai samie, anche se le dimensioni delle pieghe sono alquanto insolite. Il volto è perduto, su una spalla si vedono le lunghe trecce a perle che caratterizzavano l’acconciatura. Realizzate in marmo di Paros, molto probabilmente da artigiani ionici. A una delle korai del tesoro dei Cnidi era tradizionalmente attribuita una testa, in realtà proveniente da un tesoro anonimo e databile intorno al 530 a.C. La testa ha dimensioni maggiori del vero, sul capo porta un alto poros su cui è raffigurato Apollo citaredo affiancato da quattro personaggi. Il viso è paffuto, la bocca atteggiata ad un ampio sorriso, la pettinatura particolarmente complicata con piccoli boccoli che scendono sulla fronte, fermati da una fascia e onde regolari nella parte posteriore. Numerosi elementi erano aggiunti: orecchini, diadema, base del polos, gli occhi erano incrostati. L’aspetto generale ricorda quelle delle korai del tesoro dei Sifni, ma i trattamenti di dettaglio attestano una maggior arcaicità, sembra però eccessivamente alta la datazione proposta dalla Richter, che inserisce la testa “ex-cnida” all’inizio del gruppo “Lione-Efeso” e quindi intorno al 550 a.C., una datazione più bassa di vent’anni sembra più probabile. Numerosi frammenti attestano la presenza di altre cariatidi a Delfi, in genere di dimensioni minori rispetto a quelle più note ed eccessivamente frammentarie per permettere un giudizio, ciò conferma la fortuna che questo tipo di sostegno ha avuto a Delfi in epoca arcaica.

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