Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for marzo 2012

  1849, la primavera dei popoli affonda nel momento più cupo della restaurazione, specie in Italia dove il tradimento del Pontefice e le crisi politiche di Napoli e della Toscana hanno portato la coalizione italiana al disastro di Custoza. La luce della speranza brilla su Venezia e su Roma dovela Repubblicamazziniana sta ripulendo con un colpo di spugna l’Italia centrale dai retaggi medioevali dello Stato Pontificio.

  Il trionfo delle repubbliche mette però in ansia le corone europee e in primo luogo quella di Piemonte il cui ruolo di guida nella rivoluzione italiana è messo a rischio dall’emergere di istanze effettivamente democratiche, molto diverse dal liberismo monarchico e conservatore del governo di Torino.

   La paura della rivoluzione di popolo, del trionfo delle istanze democratiche e repubblicane avrebbe di lì a poco trascinato il Piemonte nella catastrofe della ripresa della guerra. Il vero obbiettivo della rottura dell’armistizio è espresso con chiarezza in una lettera di Cavour: “Solo la guerra può salvarci dalla crisi rivoluzionaria che ci minaccia ed evitare di finire nel fango come a Roma e Firenze”. Con questi presupposti la guerra non poteva che condurre alla catastrofe come infatti puntualmente avvenne con le vittorie austriache a Magenta e nella “fatal Novara”.

  E nel clima teso delle successive trattative di pace che cominciarono a circolare voci incontrollate che diedero il via ad una delle pagine più oscure del nostro Risorgimento. L’opinione pubblica fu scossa dalle pesanti richieste avanzate dal comando austriaco – in realtà Radetzky aveva alleggerito di molto le richieste iniziali, conscio che un eccessivo indebolimento del Piemonte avrebbe compromesso l’intero quadro politico della penisola.

  Fra le voci incontrollabili che cominciano a diffondersi vi è quella di una possibile cessione della Liguria all’Austria. La notizia scatenò l’immediata rivolta, i genovesi non avevano mai accettato serenamente l’annessione della Repubblica al Regno di Sardegna nel 1815 (per altro giuridicamente una palese violazione del ritorno allo status quo pre-napoleonico che avrebbe dovuto caratterizzarela Restaurazione) e nel corso degli anni la città era divenuta il centro nevralgico delle forze repubblicane e rivoluzionarie (non a caso erano liguri i maggiori esponenti di detto fronte da Mazzini a Mameli fino a Garibaldi). In un contesto già surriscaldato le voci relative all’armistizio furono la torcia gettata nei covoni.

  Il 27 marzo 1849 cominciano le prime sollevazioni che l’amministrazione locale tentò inutilmente di sedare invitando l’esercito sardo a prendere difesa della città in caso di un attacco austriaco. Nel frattempo però il popolo si mosse con vigore sempre maggiore chiedendo l’istituzione di un governo provvisorio con a capo Nicolò Accame e Giuseppe Avezzana, comandante della guardia civica che di fronte alle ambiguità del governatore militare De Asarta si trasformò in Comitato di salvezza pubblica il 29 marzo.

   Le tensioni fu Municipalità e comando militare sardo esplosero il giorno stesso quando il consiglio comunale si schierò con i ribelli autorizzando l’aumento degli effettivi della guardia cittadina e dando ordine di distribuire le armi con l’incarico ad Avezzana di gestire le questioni militari. La mattina del 30 marzo tutta la popolazione è in armi e persino i frati dei conventi cittadini impugnano i moschetti per difendere la città.

  Questa situazione di tensione crescente sfocia nei primi scontri aperti il 1 aprile quando il popolo invade l’Arsenale i cui lavoranti schiudono le porte ai fratelli insorti ma l’intervento dei regi carabinieri che aprono il fuoco sulla folla scatena violenti combattimenti che si protrarranno nelle tre ore successive fino al scendere della notte. Vi saranno 23 vittime fra cui il colonnello Morosso detestato dai genovesi per la sua brutalità. Il 2 aprile viene ufficializzato il governo provvisorio che chiama i volontari lombardi in soccorso e invita il popolo a resistere al grido di “Genova è del popolo”. Le forze volontarie lombarde che si mettono in marcia da Tortona sono osteggiate dal generale piemontese Franti che tenta di impedire qualunque intervento a favore dei ribelli mentre 35.000 soldati al comando delLa Marmorasi avvicinano alla città con intenzioni non certo benevole come conferma l’atteggiamento del generale che fa arrestare il delegato genovese Chiappara minacciando di farlo fucilare.

  L’attacco piemontese scatta a sorpresa la notte del 4 aprile quando i bersaglieri forzano – verosimilmente grazie ad un tradimento – le difese a Forte San Benigno mentre nel pomeriggio cominciano gli scontri nell’area della Lanterna. Alla sera l’ultimatum diLa Marmoratoglie ogni speranza di mediazione, resa incondizionata o abbandona della città al saccheggio. Stretti intorno ad Avezzana i genovesi rifiutano di arrendersi e si preparano ad una notte di combattimenti che infatti infurieranno nei giorni seguenti con alterne vicende. Intanto il quartiere di San Teodoro occupato dai piemontesi comincia ad essere sottoposto ad uno spietato saccheggio.

   Le notizie dei crimini compiuti dai bersaglieri spingono i genovesi a resistere mentre i bersaglieri continuano ad attaccare con forza nonostante le proteste dell’ambasciatore francese la cui sede diplomatica era stata attaccata dall’esercito sardo. L’eroica resistenza degli insorti – cui si sono aggiunti i pochi volontari della legione universitaria lombarda sfuggiti alla custodia del Franti e i volontari polacchi che aggregati all’esercito sardo sono passati con gli insorti – riesce a bloccare l’attacco piemontese all’Arsenale e intorno a Palazzo Doria.

   A condannare l’eroica resistenza dei liguri sarà l’accordo raggiunta daLa Marmoracon il comando britannico, il brigantino inglese Vengeance comincia un durissimo cannoneggiamento che si protrarrà ininterrottamente per trentasei ore piegando la forza di resistenza dei genovesi. I moti termineranno il 7 aprile quando le truppe sarde costringeranno alla resa i forti Ratti e Santa Tecla.

   Nel frattempo si era però compiuta una delle pagine più vergognose della storia d’Italia. Per quattro giorni la soldataglia piemontese aveva sottoposto Genova ad un saccheggio di inaudita ferocia tale da far impallidire le più feroci repressioni austro-ungariche.

  L’artiglieria sabauda cannoneggio volontariamente l’ospedale Pammatone facendo strade fra i ricoverati. I soldati assaltarono le case della città al grido “Denari, denari o la vita” facendosi consegnare tutte le ricchezze oppure uccidendo gli occupanti, ben poche donne fuggirono agli stupri cui furono vittima anche le religiose all’interno dei loro conventi mentre persino i rivestimenti metallici degli altari venivano strappati. I prigionieri – quelli che non venivano brutalmente uccisi sul posto – venivano stipati in celle anguste e costretti a bere la propria urina e a cibarsi di gallette inzuppate nel sangue umano come attestano con sicurezza gli stessi atti di indagine delle commissioni militari. In quell’orrore si distinse il nobile atteggiamento del giovane bersagliere mantovano Alessio Pasini che a suo stesso rischio riuscì a salvare numerose famiglie dalla furia dei suoi commilitoni.

   Dopo un tale scempio l’amnistia concessa da Vittorio Emanuele II suonava più che altro come una beffa tanto più che ne furono esclusi i principali protagonisti politici e militari a cominciare da Accame e Avezzana che trovarono la morte di fronte al plotone d’esecuzione.

  Negli stessi giorni l’altrettanto eroica e tragica resistenza dei bresciani alle repressioni del generale asburgico Von Heylau creavano il mito della leonessa d’Italia, per i genovesi alla violenza si unì l’oblio in quanto vittime non dell’odiato oppressore tedesco ma delle “gloriose” armate sabaude liberatrici d’Italia.

Annunci

Read Full Post »

   La vittoria di Vespasiano su sostenitori di Vitellio a Bedriacum nel 69, pone fine alla profonda crisi e alle guerre civili che avevano travagliato l’impero a partire dalla morte di Nerone, l’anno precedente. La decisiva guerra contro i vitelliani si concentrò soprattutto a Cremona, ma venne a interessare anche Brescia, che si era schierata con i Flavi. Gli imponenti interventi di restauro e organizzazione attuati da Vespasiano in città a partire dall’ascesa all’impero sono connessi alla necessità di intervenire su una località colpita dalla guerra; ma allo stesso tempo questo cantiere si trasformo in un luogo di sperimentazione di alcune delle più significative intuizioni dell’architettura flavia.

  L’architetto, o gli architetti, che lavorarono al grandioso complesso templare furono profondamente condizionati dalla sistemazione dell’area e dalle preesistenze: l’area sacra capitolina viene a coincidere con quella del santuario repubblicano, rialzata sul decumano e sulla piazza del foro, riprendendone ed esaltandone la concezione scenografica già originariamente prevista.

   Il tempio sorge su un alto podio, rialzato di circa8 msul decumano massimo. Presenta tre celle alternate da intercapedini, che riprendono uno schema già applicato nel santuario repubblicano; la cella centrale, di dimensioni maggiori, sporge leggermente alle spalle delle altre due, quasi come fosse l’abside quadrata dell’interno complesso. Le celle presentano pavimenti a mosaico in bianco e nero, con semplici motivi geometrici. Al fondo delle celle sono le basi, molto allungate, dei piedistalli, che hanno fatto pensare alla collocazione di gruppi scultorei piuttosto che di singole statue.

   Queste strutture, insieme alla presenza della cosiddetta “quarta cella”, in realtà il vano di testata del portico orientale, hanno fatto sorgere il problema sull’effettiva dedica del tempio, non necessariamente identificandolo come Capitolium. Il Degrassi, pubblicando le lastre marmoree con l’elenco degli imperatori da Augusto a Caracalla (i primi scritti in una solo volta al tempo di Vespasiano, gli altri aggiunti progressivamente), ha supposto una loro collocazione sulla parete orientale del Capitolium, che egli considera conseguentemente dedicato al culto imperiale ed ad altre divinità ad esso commesse, come la Victoria Augusta (con probabile riferimento alla battaglia di Bedriacum). Egli costruisce la sua ipotesi basandosi sull’assenza di dediche alle divinità capitoline e al ritrovamento nell’area della statua bronzea della Vittoria e di una serie di ritratti imperiali, anch’essi in bronzo: Domizia Longina o Giulia di Tito, Settimio Severo, Probo o Claudio il Gotico. Nella sua ricostruzione la “quarta cella” viene identificata come sede dei seviri Augustali.

   L’ipotesi risulta certamente suggestiva, ma esistono numerosi elementi di contrasto. La presenza di tre celle risulta abbastanza strana per un Augusteum, inoltre l’area ha restituito numerose dediche a divinità, soprattutto Giove, che il Degrassi sembra voler ignorare. Personalmente condivido la considerazione di Frova che il riconoscimento del tempio come Capitolium non esclude che esso possa anche essere stato sede del culto imperiale, secondo un’associazione altrove attestata in età imperiale.

   Il tempio è preceduto da un portico, con la parte centrale del pronao avanzato rispetto ai corpi laterali, il raccordo è stato ottenuto con l’utilizzo di insoliti pilastri cuoriformi.

   Si tratta di una soluzione estremamente originale, che viene a movimentare il lungo portico rettilineo del lato breve nord, inserendo un elemento di deciso effetto chiaroscurale.  Problematico trovare possibili precedenti per questa soluzione; i templi a cella trasversale ricordati come possibili precedenti: tempio di Veiove, fase tiberiana del tempio della Concordia, sono ad una cella, mentre non vi sono precedenti per i Capitolia. I Capitolia africani, mostrano spesso strette analogie con il modello bresciano, ma sono tutti più tardi e testimoniano l’evoluzione che questo modello ha avuto nel particolare contesto africano.

   Più interessanti sono i confronti del Capitolium bresciano con altre realizzazioni di età flavia, in genere di poco successive, ma che permettono di ricavare una tipologia ben attestata, e foriera di notevoli sviluppi. La realizzazione di un tempio strettamente legato ai portici della piazza, trova una attuazione, quasi contemporanea al complesso bresciano, nel Templum Pacis, per il quale il Gabelmann cita precedenti ellenistici. La fusione fra tempio e portici sarebbe quindi il nesso di congiunzione fra le sperimentazioni ellenistiche e i nuovi fori di età iperiale, proponendosi come alternativa alla più diffusa soluzione del tempio isolato entro un temenos.  Proprio in età flavia, questa soluzione che aveva origine nell’ellenismo microasiatico viene sviluppata secondo una nuova articolazione. La collocazione di tempio e portici sullo stesso podio rialzato rispetto alla piazza, che così rialzati risultano accessibili dalla piazzo solo indirettamente per mezzo della scalinata che porta al pronao del tempio. Questo elemento segna la profonda differenza fra il foro di Brescia e i fori imperiali di Roma, che presentano tempio e portici separati, collocati a diverso livello.

   Il prospetto architettonico presenterebbe un elemento di disarmonia agli angoli del portico del pronao più alto in rapporto ai portici laterali più bassi, ma questo elemento non poteva essere notato dai contemporanei, in quanto i due punti critici non rientrano nell’asse visivo di chi sale al tempio, come a dimostrato il Gabelmann. Secondo lo stesso studioso questa concezione deriverebbe dalla decorazione degli spazi interni: sala absidata del santuario della Fortuna Primigenia di Palestrina, tribunal della basilica di Pompei, sistema parietale delle case pompeaine, che tra l’altro si ritrova nelle decorazione interna delle celle del tempio, con colonnato a rilievo su podio marmoreo. Frova ritrova un’altra possibile fonte di ispirazione nei porticati su podio dei grandi altari ellenistici: Pergamo, Magnesia sul Menandro, nonché in esempi più modesti come l’Ara Augusti nel Bouletherion di Mileto.

   Un significativo confronto con il Capitolium bresciano, si a con il santuario di Aventicum, identificato come sede di culto imperiale e datato ad età flavia. Esso si presenta come un ampia piazza porticata su tre lati, con il tempio collocato al centro del lato nord, portico e tempio sono collocati su un unico podio, rialzato di tre gradini rispetto alla piazza. Étienne ha supposto che le processioni partenti dal tempio si dividessero in due direzioni lungo i portici a livello di circolazione uguale a quello della cella e resi solidali con quella anche dal punto di vista funzionale, senza comunicazione con la piazza.

   Va ancora considerato il complesso forense di Conimbriga che presenta una prima fase augustea con portico rettilineo su criptoportico, e una seconda, flavia nella quale il triportico che circonda l’area, è rialzato su uno zoccolo.

   Il complesso bresciano appare quindi della massima importanza, in quanto prima attestazione (tutti gli altri complessi citati sono successivi, lo stesso Templum Pacis era ancora in costruzione quando venne inaugurato il Capitolium bresciano) di tutta una serie di elementi innovativi dell’architettura flavia, destinati a caratterizzare l’architettura dell’impero fino a tutto il secondo secolo.

   Un ultima considerazione va fatta sui restauri che determinano pesantemente la fruizione che oggi è possibile avere del complesso. Prima degli scavi condotti dal Vantini a partire dal 1823 ben poco era visibile del complesso, rimanendo in situ solo la colonna più occidentale del pronao. Un primo importante restauro venne realizzato fra il 1823 e il 1830 dallo stesso Vantini a seguito delle prime campagne di scavo. In quell’occasione vennero ricostruite secondo i dettami dell’estetica neoclassica le tre celle, con copertura a volta, e destinate a Museo Patrio.

   A seguito delle nuove campagne di scavo del 1935 e del 1939-43, che interessarono un area piuttosto vasta, estendendosi anche al teatro, si procedette alla ricostruzione di parte del pronao colonnato, della trabeazione e del timpano. I nuovi elementi furono realizzati in cemento armato rivestito di laterizio, con l’inserimento dei frammenti originali in botticino. Si tratto di un intervento coraggioso, ma non privo di elementi positivo, pur non corrispondendo più agli attuali criteri di restauro. Le strutture furono ricostruite basandosi fedelmente sugli accurati rilievi del Vantini, e se il cotto introduce riflessi di colore imprevisti, nonché una certa durezza di tagli, che contrasta la raffinata plastica dei rilievi flavi, detto restauro ci dà però la possibilità di apprezzare nella sua effettiva consistenza un’opera architettonica unica nella Cisalpina.

   Un ultima campagna di restauri è stata condotta negli anni ’70 del novecento dalla Soprintendenza archeologica della Lombardia, sotto la guida di Degrassi. In questo caso si è integralmente conservato il restauro ottocentesco dell’aula centrale, mentre nelle aule laterali le coperture a volta sono state sostituite da un tetto a capriate. Si sono evidenziate le strutture murarie originali conservate fino a2,50 mdi altezza, ed è stata graffita nell’intonaco la partizione del sistema decorativo antico. La riapertura delle porte delle celle laterali a portato alla luce l’antica soglia in botticino con la battuta per i due battenti e i fori per l’alloggiamento dei cardini, nonché parte degli stipiti oroginari (fino a2 mdi altezza). Le porte laterali, inquadrate da una cornice a tre fasce, vengono a misurare7,25 mX3.62 m; con un rapporto comune a buona parte delle porte romane conservateci: Pantheon, edificio di Eumachia a Pompei, cosiddetto Tempio della Fortuna Virile a Roma.

   

Read Full Post »