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Archive for novembre 2012

  Fra gli animali meno conosciuti al mondo – nonostante la loro ampia diffusione – vi sono i tardigradi. Queste strane creature furono casualmente scoperte solo nel 1773 dal tedesco Johann August Ephraim Goeze che li battezzò “kleine Wasser Bär” ovvero “Orsetti d’acqua”; il nome definitivo di tardigradi “lenti camminatori” fu dato loro da Lazzaro Spallanzani nel 1776.

   I tardigradi sono animali di piccolissime dimensioni (in media 0,1 – 1 mm con dimensioni massime di 1,2 mm) alquanto isolati nel panorama classificatorio. Essi rappresentano infatti un pylum autonomo che pur derivando dagli anellidi ha seguito uno sviluppo parallelo e indipendente a quello degli artropodi. Pur presentando tratti in comune con gli onicofori non possono essere omologati ad essi.

  I tardigradi hanno un aspetto bizzarro – simile ad un giocattolo o ad un essere alieno. Piccole creature di norma ad otto zampe, rivestite da una cuticola trasparente e colorata – spesso rosata ma anche gialla e grigia o addirittura viola – non composta di chitina ma da uno strato di proteine permeabili e rigonfiabili che in alcune specie è protetta da piastre sclerotizzate (come nel Echiniscus scrofa). Il corpo è organizzato in quattro metameri ciascuno portante una coppia di zampe dotate di robuste unghie con cui i tardigradi si attaccano ai fili d’erba.

   L’apertura orale è formata da un sifone dotato di stiletti con cui i tardigradi perforano le cellule vegetali per aspirarne il contenuto. Anche se la maggior parte delle specie si ciba di prodotti vegetali alcune specie sono saprofaghe e si nutrono di fluidi organici aspirati dai cadaveri di altri tardigradi, nematodi e rotiferi. Altre specie sono in fine predatrici e si cibano principalmente di rotiferi vivi.

  I sistemi respiratorio e circolatorio sono fortemente semplificati a causa delle piccole dimensioni mentre quello nervoso ricalca quello tipico degli anelli pur in dimensioni molto ridotte. I tardigradi sono a sessi separati e l’accoppiamento si realizza durante la muta della femmina, le uova di dimensioni pulviscolari possono essere sparse dal vento in ogni angolo del globo, come attesta la presenza di tardigradi anche nelle regioni polari.

  I tardigradi vivono principalmente nelle zone litoranee di mari, fiumi e laghi ma anche nelle pozze d’acqua che si formano temporaneamente sui cuscini di muschi che coprono sassi o muri. In questi contesti la presenza del’acqua è però di breve durata e i tardigradi possono essere costretti a sopportare lunghi periodi di siccità ma qui i nostri piccoli eroi si trasformano da animaletti apparentemente poco significativi in autentici super-animali.

   Fra le proprietà dei tardigradi vi è infatti quella di contrarsi in tempi relativamente brevi raggiungendo uno stadio di quiescenza che permette loro di superare lunghissimi periodi di siccità senza disidratarsi. Questo stato di vita latente è caratterizzato da una pressione osmotico così alta che impedisce loro di gelare o evaporare rendendo i tardigradi di fatto indistruttibili. Esperimenti condotti sulla varietà Macrobiotus hufelandi hanno mostrato capacità di sopportazione impossibili per qualunque altro essere vivente. Tardigradi di questa specie si sono tranquillamente risvegliati senza presentare danni dopo essere stati tenuti per oltre venti mesi in un contenitore ad aria liquida con temperatura di -200°; altri animali della stessa specie non hanno subito danni se esposti a temperature prossime a +100° o sottoposti a bombardamenti di radiazioni UV-A e UV-B. Se a questo si aggiunge il fatto che sono in grado di vivere in completa assenza di ossigeno per oltre 10 giorni e addirittura nel vuoto assoluto (come attestano alcuni esperimenti compiuti inviando tardigradi nello spazio) appare evidente che questi simpatici orsetti d’acqua hanno doti da autentico super-animale.

  Quando ci capita di guardare distrattamente una macchia di muschio umido dovremmo pensare con rispetto ai suoi piccoli e indistruttibili abitanti. 

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  Il sole splendeva su Parigi nella mattina del 31 marzo 1814, quando gli eserciti alleati entravano nella capitale francesi accolti da due ali di folla festante in cui i realisti si mischiavano alla gente comune, esausta del clima di guerra permanente che Napoleone aveva imposto al popolo francese.

  Nei giorni seguenti lo Zar Alessandro distribuì le onorificenze ai soldati che si erano maggiormente distinti in quell’interminabile serie di campagne che a partire dal 1812 avevano portato alla liberazione della Russia e alla pacificazione dell’Europa. Fra i privilegiati che si videro premiare in quel giorno vi era il giovane capitano Aleksander Andreevič Aleksandrov del reggimento ulano Konno-Polskij. Questi aveva combattuto nella campagna del 1812 e dopo grave ferita era tornata a servire nell’estate del 1813 contribuendo prima alla ricostruzione dell’armata con una meritoria opera nella riorganizzazione del reggimento occupandosi con non comune sensibilità dei cavalli duramente provati dalle fatiche dei mesi precedenti e successivamente aveva combattuto con valore in Germania.  

   Fin a questo punto sembra una storia come tante, senza particolare interesse. In realtà il nostro capitano nascondeva un segreto, non si chiamava infatti Aleksandrov ma Durova, per l’esattezza Nadezhda Ivanovna Durova, e il suo è l’unico caso noto di una donna che abbia servito come ufficiale durante l’intera epopea delle guerre napoleoniche.

  Nadezhda era nata il 17 settembre 1783 a Kiev da una famiglia di tradizione militare. La madre era una ricca possidente della Piccola Russia e il padre un ufficiale degli ussari. Autentica “figlia del reggimento” Nadja crebbe allevata dagli uomini di suo padre, imparando da loro l’amore per i cavalli e la spregiudicata passione per l’avventura che era propria degli ussari. Importante per la sua formazione fu il rapporto con il capitano Astakhov, un vecchio ussaro che si prese cura di lei nel periodo successivo ad un grave incidente occorso al padre e che divenne per lei una sorta di secondo genitore mentre i rapporti con la madre si deterioravano progressivamente. Appena dodicenne riesce a domare un cavallo circasso che nessun cavaliere era riuscito a controllare e che gli venne donato come premio dal padre, quel cavallo sarà a lungo il compagno di giochi e di vita della giovane amazzone.

  Nel 1801 sposò – probabilmente per imposizione della famiglia – V. S. Chernov da cui ebbe un bambino. Devo essere stati anni infelici in cui la Durova si trovava costretta ad un modo di vita che non le apparteneva e che trovava opprimente. La svolta decisiva nella vita della giovane avvenne nel 1806 quando decise di dare un taglio netto con il passato. Abbandonati figlio e marito e accompagnata solo del fedele destriere Alkid si arruolò in un reggimento cosacco con il falso nome di Aleksander Sokolov.

  La prima occasione per distinguersi gli venne dell’intervento militare in aiuto ai prussiani nel 1806-07, Nadezhda combatte valorosamente a Gutschadt, Geilsberg, Friedland; in una delle battaglie riuscì a salvare la vita ad un alto ufficiale affrontando da sola tre dragoni francesi. Per l’impresa gli venne concessa la Croce di San Giorgio, la più prestigiosa onorificenza dell’impero russo e ottenne la promozione a tenente con il trasferimento al reggimento Mariupol degli ussari della guardia.

  Nel frattempo la notizia di un’amazzone che combatteva nell’esercito russo sotto falsa identità cominciò a diffondersi e venne aperta un’inchiesta. Non sappiamo come andarono le cose – secondo una versione la sua natura venne scoperta e segnalata alla Zar che però la autorizzò a continuare a servire nell’armata per il valore dimostrato. In ogni caso la Durova continua a militare nel proprio reggimento, di stanza nella sua natia ucraina, sotto il nuovo pseudonimo di Aleksander Andreevič Aleksandrov, secondo la leggenda scelto dallo Zar in persona ed in ogni caso scelto in onore del sovrano.

  Messa in congedo temporaneo nel 1810 con la smobilitazione dell’armata di Prussia fu richiamata alle armi con l’inizio dell’invasione francese nel 1812 e distaccato presso il reggimento di lancieri lituani Konno-Polskij. Fu impegnata in prima linea a Smolensk e a Borodino faceva parte della guardia incaricata di proteggere Kutuzov. Nella tragica e gloriosa giornata del 7 settembre la Durova fu ferita da un colpo di artiglieria e trasferita nel campo di Chernigov destinato a fornire soccorso ai feriti e quindi rimandata a casa con una licenza speciale per il periodo di convalescenza.

  Come già accennato nella primavera dell’anno successivo la Durova era di nuovo attiva. Come tutti i rientrati dalla convalescenza fu destinata al’armata di riserva di stanza a Slonim dove la sua esperienza con i cavalli fu di grande importanza per la cura degli animali come afferma con orgoglio la stessa Durova in una pagina del suo diario.

  Tornata operativa a tutti gli effetti in occasione della campagna di liberazione della Germania face parte degli squadroni di cavalleria che sotto la guida di Černyšev il 29 settembre riuscirono con un colpo di mano a togliere Amburgo ai francesi.

  Terminata la guerra la Durova fu congedata e pensionata nel 1816 con il grado di Rotmistr (equivalente di capitano per le unità della cavalleria cosacca e lituana). Tornata alla vita civile si stabilì nelle case di famiglia a Sarapul e Yelabuga dedicandosi all’allevamento di cavalli e mettendosi in evidenza per il suo stile di vita anticonvenzionale.

  La vita della Durova riservava però ancora una sorpresa. Alcuni anni dopo fece conoscenza con Puškhin, di passaggio nella regione. Il poeta saputo che la donna aveva tenuto un dettagliato diario durante tutto il corso della Guerra Patriottica la spinse a pubblicare l’opera che venne data alle stampe nel 1836 con l’aggiunta di una parte sull’infanzia e sugli anni precedenti la guerra dove però è sistematicamente taciuta l’infelice parentesi del matrimonio.

   La Durova si spense il 21 marzo 1866 a Yelabuga. Il funerale venne celebrato secondo le sue volontà a nome di Aleksander Andreevič Aleksandrov, il nome di battaglia che aveva continuato ad utilizzare durante tutta la vita. Gli furono concessi i massimi onori militari e il diritto di essere seppellita con la croce di San Giorgio sul petto.

   Il caso di Nadezhda Durova è sicuramente un unicum non solo nella storia dell’esercito russo ma in quella di tutte le guerre napoleoniche e non solo. La sua storia può però rappresentare simbolicamente quella di tante donne e ragazze che di fronte all’invasione contribuirono nei modi più diversi alla resistenza anti-francese e alla guerra di popolo dando un contributo anonimo ma di certo non trascurabile alla liberazione della Russia e alla conseguente caduta del regime bonapartista e a cui va il grato ricordo di tutti i popoli dell’Europa risorta libera dalla follia napoleonica. 

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