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Archive for marzo 2013

  L’elezione del nuovo pontefice romano sembra aver scatenato un’autentica frenesia collettiva, credo dovuta principalmente alle notevoli capacità comunicative che il nuovo successore di Pietro ha mostrato fin da subito, con la scelta di un nome Francesco che naturalmente attira le simpatie dei fedeli italiani con il possibile richiamo al poverello d’Assisi che si confonde con quello a Francesco Saverio, una delle glorie dell’ordine gesuitico da cui proviene il cardinale argentino.

  Visto il clima generale anch’io mi son deciso di scriver qualche cosa sul caso, lasciando però stare tanto l’eccessiva attenzione ai dettagli di contorno – mi chiedo solo se in un’ottica cattolica certi esibiti atteggiamenti da pretino di campagna non contrastino con il ruolo anche simbolico del vescovo di Roma – ne sulla dibattuta questione dei legami fra il cardinal Bergoglio e la dittatura di Virela, tema su cui ancora mancano certezze e vi è troppo contrasto fra le varie testimonianze.

   Mi concedo di conto un gioco fra il serio e il faceto su alcune coincidenze e su alcuni apparenti presagi che hanno accompagnato l’elezione del primo Papa nero. Certo cari lettori, anche se hai più la cosa è sfuggita, finalmente il tanto atteso/temuto Papa nero è arrivato anche se i più non sembrano essersi accorti della cosa in quanto confusi dall’idea – di per se alquanto banale – che il Papa nero sarebbe stato un cardinale di etnia africana e della pelle scusa. In realtà una conoscenza anche superficiale di queste tematiche lasciava facilmente capire che con “nero” ci si riferiva a ben altro.

   Ma andiamo con ordine. Il mito del “Papa nero” nasce con una profezia millenaristica attribuita convenzionalmente a San Malachia, vescovo irlandese di Armagh vissuto nel XII secolo ma probabilmente composta in seno alla Curia Pontificia durante le lotte di potere del XVI secolo. In queste profezie si afferma che il penultimo Papa sarà un “Papa nero” venuto di lontano e destinato ad una dura lotta costellata di sofferenze al quale seguirà un Pietro Romano con cui avrà inizio la fine del Mondo, da leggere come probabile metafora della fine della chiesa cattolica o del mondo cristiano.

  A questo punto immagino la domanda, va bene tutto ciò ma cosa accomuna Francesco al “Papa nero” se non il fatto di provenire da lontano? Lo accomuna una tradizione presente nella chiesa fin dal secolo XVI relativa all’ordine dei gesuiti. Fondati nel 1534 dal predicatore spagnolo Inigo Lopez (noto come Ignazio) de Loyola e definitivamente approvato da Paolo III nel 1539, l’ordine divenne in breve tempo uno dei più potenti e influenti della cristianità ma con la specifica clausola dell’ineleggibilità al soglio papale dei propri esponenti. Al fianco del Papa Bianco comincio a prospettarsi alla guida della chiesa la figura del Papa nero, come sempre più frequentemente comincio ad essere chiamato il potentissimo generale dei Gesuiti. Un “Papa nero” cui però era impedito di diventare quello bianco, forse non casualmente se si considera che la nascita dell’ordine è coeva e molto prossima come contesto culturale all’ambito in cui furono effettivamente redatte le profezie dello peudo-malachia.

   Tutto questo è durato fino a Giovanni Paolo II che nella sua smania di pseudo-rinnovamento ha imposto ai gesuiti la porpora cardinalizia. Pochi anni dopo l’elezione di Bergoglio sembra rappresentare concretamente la profezia millenaristica con l’elezione di un Papa nero (gesuita) proveniente da lontano e visto il clima della curia romana di certo non destinato ad un pontificato facile.

  A rendere ancor più carico di presagi questo momento della storia della chiesa contribuisce un’altra casualità, ma che per come è avvenuta si presta a speculazioni di carattere simbolico o profetico. Il giorno stesso dell’abdicazione di Benedetto XVI un fulmine sembra essersi abbattuto sulla Cupola di San Pietro, attratto dal crocefisso metallico che ha svolto funzione di parafulmine. Per quanto alcune voci discordi la suggestiva foto che ritraeva il fulmine parrebbe vera almeno a quanto è parso di intendere anche da parte di voci decisamente autorevoli come il quotidiano “La repubblica”.

  Con un po’ di buona voglia e un po’ di tempo di perdere mi sono messo a cercare di interpretare il fulmine tenendo conto dei precetti dell’ars fulgulatoria risalente alla disciplina etrusca, il fondamento di tutte le pratiche rituali dell’Italia non solo antica. Per quel poco che può valere una ricostruzione su base fotografica e quindi basata solo sulla provenienza – fondamentale ma non sufficiente per interpretare il “segno” del fulmine – il presagio non sembrava particolarmente favorevole.

   Tenendo conto della posizione della basilica di San Pietro il fulmine sembrava provenire da nord/nord ovest in un’area ricadente nello spazio delle Regiones Maxime Dirae (spazio degli Dei inferi) verosimilmente nello spazio che Marziano Capella attribuisce a Nocturnus e che compare come dedicato a Cilens sul Fegato di Piacenza. Anche ipotizzando una provenienza più da nord si cadrebbe nell’area limitanea dedicata a Iuppiter Nocturnus (Tinia Cilens). Si tratta anche in questo caso di una divinità di carattere sostanzialmente ctonio; stando alla ricostruzione proposta da Mario Torelli in esso andrebbe identificato Tinia Calusna (il Tinia di Calu) ovvero la potestà di Tinia agente nella sfera infera; figura in qualche modo limitanea fra le sedes infere e quelle celesti.

   In ogni caso il segno pare affatto fausto essendo connesso a divinità legate alla sfera ctonia e notturna tradizionalmente non portatrici di auspici favorevoli e potrebbe indicare l’inizio di una nuova era, forse segnata della definitiva decadenza della Chiesa romana; da questo punto di vista i segni divini e la profezia della pseudo-malachia sembrano in qualche modo combaciare.

   Ovviamente nessuno può sapere cosa ci riserverà il futuro ma per chiunque si interessi un po’ di simbologia esoterica o di interpretazione dei segni divini l’entrante pontificato si promette alquanto interessante.

Fulmine San Pietro

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   Da alcuni giorni penso di scrivere qualche cosa sull’esito elettorale ma ho faticato a trovare il modo giusto per scriverlo. Prima l’incredulità di fronte ad un voto che fin da subito sembrava gettare il paese nel baratro dell’instabilità e al contempo lasciava molti dubbi sulla natura del Movimento 5 stelle, sicura forza emergente del panorama politica. I giorni seguenti hanno solo accresciuto queste sensazioni sia per quanto riguarda la complessità della situazione generale sia per quanto riguarda la natura ambigua del movimento di Grillo in cui ogni giorno trascorso rivelava aspetti sempre più inquietanti. A questo punto ciò che sembra rendersi necessaria è proprio una riflessione su quest’ultimo elemento e sulle componenti che non rendono per nulla tranquillizzante l’ascesa di una forza con queste caratteristiche.

   Bisogno riconoscere a Grillo e a Casaleggio – veri burattinai di tutta l’operazione – di aver saputo cogliere meglio di chiunque altro le tensioni del paese e di essere riusciti ad indirizzare verso un progetto politico. Resta però da considerare una cosa. Un aspetto è riconoscere i problemi esistenti – e per di più continuare a gettar benzina sul fuoco per trasformare una fiammella in un rogo – un altro aspetto è proporre soluzioni a questi problemi e qui fin dal primo acchito appariva evidente l’inadeguatezza della proposta grillina.

  Se si prova a guardare agli ultimi vent’anni e alla causa profonda del fallimento del modello berlusconiano – e di quello rappresentato da tutte quelle forze politiche di destra come di sinistra che l’hanno seguito su questo cammino – bisogna necessariamente giungere ad una conclusione profonda. La vera causa di questo fallimento non è nella natura spesso grottesca e nei disturbanti eccessi di Silvio Berlusconi o di alcuni leader di quella parte politica (sui quali non voglio entrare anche perché troppo spesso eccessivamente rimarcati) ma nella costatazione che l’idea di fondo della cosiddetta “rivoluzione liberale” è fallita. “Forza Italia” era nata sull’onda di tangentopoli e aveva portato avanti un’idea di rinnovo della classe dirigente che puntava con la sostituzione della vecchia classe politica professionale con esponenti della società civile e del mondo produttivo, visti come portatori di valori sani contrapposti al fallimento della vecchia classe dirigente.

   Quel progetto è fallito proprio per l’impossibilità di sostituire il “mestiere della politica” con capacità e competenze non inferiori ma di certo diverse. La cosiddetta “Società civile” (termine per altro orrendo a mio parere) in questo caso ha dimostrato come l’improvvisazione, anche se nobilmente motivata, non è in grado di sostituire la specifica competenza nell’ars politica.

  Di fronte a questa costatazione qual è la proposta proveniente dal Movimento 5 Stelle? La sostituzione in toto delle classi dirigenti – ormai sprezzantemente ribattezzate casta come se fossero un corpo sociale esterno al paese – con nuovi esponenti della solita “società civile” ovvero di curare il male con la stessa malattia. Anzi una malattia peggiore perché agli esponenti del progetto berlusconiano, professionisti e imprenditori – una componente vitale e fortemente propositiva della società – si sostituiscono gli sfaccendati in certa di stipendio senza lavorare, i gruppi para-terroristi No-Tav, gli sbandati dei centri sociali di destra e sinistra; persone che non si vorrebbero avere come vicine di posto in treno e alle quali si pensa di affidare la salvezza dal paese.

   La settimana post-elettorale ha se possibile peggiorato ancora il quadro e il Movimento si è distinto – in modo sempre più negativo – su due aspetti che di fatto coincidono in quello che sembra l’inquietante progetto finale dei due burattinai.

   Il primo aspetto è il livello di abissale impreparazione di molti attivisti, le cui singole uscite – impossibili da riportar tutte in questa sede – hanno riempito le prime pagine dei giornali lasciando gli sbigottiti lettori sul punto di rimpiangere quel fine intellettuale di Renzo “Trota” Bossi. Una girandola di dichiarazioni in cui la profonda ignoranza della realtà istituzionale – il senatore che ignorava persino la sede del Senato – si univa ad una mancanza totale di cultura storica – la sostanziale “bontà del fascismo” propugnata dal Capogruppo alla Camera Onorevole Lombardi – fino ai puri deliri sulla massoneria militante, il nuovo ordine mondiale e i microcip di controllo sostenuti da Parlamentari che affermano candidamente che la loro fonte di ispirazione politica sono alcuni filmetti complottisti da quattro soldi, talmente grotteschi da risultar quasi comici nella loro ostentata seriosità.

  Il secondo aspetto è l’emergere sempre più forte di tendenze antidemocratiche all’interno del Movimento stesso e dell’utilizzo in modo estremamente strumentale dei media per ottenere il proprio scopo. Si noti al riguardo l’insistito richiamo alla dimensione post-ideologica dello stesso. Chiunque abbia però un minimo di conoscenza storico-politica sa bene che la politica non può essere a-ideologica perché nel miglior dei casi si ridurrebbe a mera amministrazione – mentre il compito della politica è quello di contribuire a costruire una propria idea di società – oppure diventa solo strumento per giustificare derive di matrice autoritaria. Si ricordi che l’insistenza su questo elemento, il tema del “né di destra né di sinistra” è stato sistematicamente cavalcato dalle dittature di estrema destra della prima parte del Novecento come cuneo con cui penetrare nelle strutture dello stato liberale. Non sarà casuale che molti dei punti strategici del movimento – dall’annichilimento della libertà di stampa all’abolizione dei sindacati – ricordino molto da presso quelli dei fascismi storici.

   L’impressione di fondo è quella di una smodata bramosia di potere da parte di alcuni individui alle spalle dei quali si muovono ombre alquanto nebulose ma di certo non rassicuranti. Molte fonti giornalistiche hanno evidenziato gli ambigui rapporti dell’ideologo Casaleggio con la JPMorgan, importante banca d’affari statunitense legata alla famiglia Rockefeller e il totale appoggio allo stesso da parte di un altro gruppo bancario alquanto fumoso come Morgan Stanley sembrano più di un indizio sul ruolo della grande finanza americana alle spalle del Movimento 5 Stelle; poteri finanziari che hanno tutto l’interesse a far fallire il progetto politico europeo in modo da garantire il totale monopolio statunitense nel mondo economico occidentale e – casualmente – fra i programmi del Movimento vi è una possibile uscita dell’Italia dall’euro con il conseguente crollo dell’intero sistema economico comunitario che tanto farebbe comodo sull’altra sponda dell’Atlantico.

   Il risultato di questa situazione è una forza sostanzialmente non democratica – il controllo dei capi sulle stesse rappresentanze parlamentari giunge a livelli di autentico plagio – caratterizzata dall’uso sistematico dell’aggressione verbale, dell’insulto, della deformazione fin del nome dell’avversario (identificato manicheisticamente come il male e quindi oggetto di una deformazione che giunge a negarne persino il rispetto umano) e dalla sistematica diffusione di notizie false o manipolate allo scopo di creare un consenso basato solamente sull’odio verso il diverso comunque sentito al fine di portare avanti – almeno stando a quanto gli indizi lasciano sospettare – interessi strettamente legati ai grandi poteri finanziario-speculativi internazionali.

Un quadro che si prospetta decisamente fosco e sul quale varrebbe la pena di riflettere la prossima volta cui saremo chiamati alle urne, prossima volta che si prospetta molto vicina. 

Grillo? No grazie

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