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Archive for giugno 2013

L’inizio della guerra e le operazioni nell’inverno del 45-46 a.C.

  Morto Pompeo e ottenuto l’appoggio dell’Egitto, Cesare torna a Roma nell’ottobre del 47 a.C., intenzionato a sanare i contrasti scoppiati con Antonio e a sedare il malcontento delle legioni, che pretendevano la celebrazione del trionfo, e le conseguenti retribuzioni per i soldati.

   Le forze repubblicane si stavano nel frattempo riorganizzando in Africa, provincia in mani pompeiane fin dallo scoppio della guerra, doppiamente importante per le strategie delle fazioni in lotta. La provincia era, infatti, uno dei granai dell’impero ed era abbastanza vicina all’Italia, ed ancor più alla Sicilia, altro fondamentale produttore di derrate alimentari, per servire da base per attacchi al cuore del sistema romano.

  Cesare era conscio del pericolo, ed una volta placate le legioni organizzò un immediato contrattacco, nel dicembre del 47 a.C. furono concentrate a Lilibeo, punta estrema della Sicilia occidentale e imbarco naturale verso l’Africa, 17 legioni e 2600 cavalieri. Il 25 dicembre, in piena cattiva stagione e con il vento contrario Cesare diede l’ordine di salpare sfidando le cattive condizioni del mare in modo da prendere di sorpresa i nemici, che non potevano immaginarsi questa accelerazione. Sapendo che il grosso delle forze repubblicane era accampato ad Utica (nella baia di Tunisi) Cesare fece rotta verso sud, puntando verso Hadrumentum (Sousse), la flotta cesariana fu però sorpresa da una tempesta al largo di Cap Bon e dispersa. Cesare sbarca ad Hadrumentum con circa 5000 uomini e si trincera fuori le mura delle città, aspettando rinforzi mentre distaccamenti di soldati occupano pacificamente Ruspina (Monastir) dove Cesare pone il quartier generale e Leptis Minus (Lampta). La guerra lampo progettata si trasforma in una guerra di posizione, con il trinceramento delle posizioni acquisite in attesa del sopraggiungere dei rinforzi.

   Le forze repubblicane schierate nella provincia rappresentavano un avversario temibile per Cesare, mentre il dittatore era alle prese con i re fanciulli di Alessandria, l’Africa era stata trasformata in un enorme campo trincerato forte di dieci legioni e 14000 cavalieri, anche se l’esperienza e l’addestramento dei soldati lasciava ancora molto a desiderare, cui si aggiungevano le forze inviate da re di Numidia Giuba, quattro legioni, 60 elefanti ed un’agguerrita fanteria leggera. Al comando delle forze repubblicane era Quinto Metello Scipione, suocero di Pompeo, generale di limitate capacità personali ma affiancato da ottimi comandanti operativi, Catone, Gneo Pompeo iunior, Labieno, Afranio, Varo, Petreio; in oltre il nome di Scipione aveva un notevole effetto psicologico in occasione di una guerra africana.

  All’alba del 3 gennaio 46 a.C. le navi disperse della flotta cesariana comparivano al largo della penisola di Monastir, a quel punto il dittatore poteva riorganizzare la difesa dei campi trincerati e passare al contrattacco. Il giorno successivo Cesare sostiene la prima battaglia; durante una requisizione di vettovaglie un distaccamento con a capo lo stesso Cesare venne attaccato e circondato da 10000 cavalieri galli e numidi comandati da Labieno e soltanto la tenacia e l’intuito permisero a Cesare di evitare l’accerchiamento.

   La strategia cesariana rimane attendista, manda a chiamare nuovi rinforzi in Italia e cerca appoggi fra le forze repubblicane, particolarmente fra gli ausiliari numidi e getuli rimasti fedeli al ricordo di Mario che disertarono in massa passando dalla parte del nipote dell’antico benefattore. Il 22 gennaio Caio Crispo Sallustio, il futuro storico, sbarca a Ruspina con due legioni, 800 cavalieri e 1000 arcieri. Cesare può prendere finalmente in mano l’iniziativa.  Le prime iniziative sono rivolte a portare soccorso a Leptis Minus ed Acholla (Botria) assediate dalle forze repubblicane, mentre Tysdrus (El Jem) centro nevralgico per gli approvvigionamenti di Scipione si schiera con Cesare ed i mauri invadono la Numidia, imponendo a Giuba di ritirare parte delle forze schierate con i repubblicani.

L’offensiva cesariana e le operazioni tra febbraio e marzo del 46 a.C.

  Il 27 gennaio Cesare riunisce le proprie forze e marcia verso Uzitta, difesa dalle legioni di Scipione, e comincia l’assedio della città. Il giorno successivo fa avanzare l’esercito fino a circa mille passi dalle mura giungendo a distanza ravvicinata dalle legioni repubblicane, i due eserciti si schierano uno di fronte all’altro aspettando la prima mossa del nemico, alla fine Scipione decide di rinunciare allo scontro e si ritira, una situazione che si ripeterà numerose volte nello svolgimento della campagna.

   Le settimane seguenti vedono numerose schermaglie fra i due eserciti, con Cesare messo spesso in difficoltà dagli attacchi congiunti della cavalleria e della fanteria leggera africana, contro i quali le legioni appaiono impotenti. I due eserciti fortificano i campi intorno ad Uzitta, l’iniziativa di Cesare subisce un ulteriore rallentamento, il maltempo colpisce pesantemente le truppe cesariane prive di equipaggiamento invernale ed il dittatore è costretto a riaddestrare le truppe per contenere la fanteria leggera numida. Nel frattempo dopo alcune difficoltà seguite ad un’offensiva dei repubblicani nel porto di Leptis Minus, la flotta cesariana riprende il controllo del mare infliggendo una pesante sconfitta alla marineria repubblicana guidata da Varo.

   I due eserciti vivono un momento di difficoltà, le truppe di Cesare soffrono per la scarsità dei rifornimenti e sono impegnate quasi esclusivamente in rastrellamenti di vettovaglie mentre le diserzioni colpiscono pesantemente l’esercito repubblicano. Conscio delle difficoltà Cesare cambia improvvisamente strategia e rinunciando a prendere Uzitta si limita a lasciare un presidio ad assediare la città e punta verso le città di Aggar, Zeta e Sarsura, dove erano concentrati i rifornimenti di Scipione.         

   Il primo obbiettivo è la città di Aggar, presso la quale viene posto un accampamento che serviva come base per la ricerca di vettovaglie, Cesare venne informato della consuetudine africana di scavare buche sotto terra per deporvi il frumento, permettendogli di recuperare buone quantità di orzo, olio, vino e frutta. A quel punto mosse verso la città di la città di Zeta, nei pressi della città venne assalito dalle truppe leggere di Scipione che vennero rapidamente respinte. Occupata senza combattere la città Cesare fu rallentato nelle operazioni dalle continue scaramucce contro la cavalleria e la fanteria leggera numida, contro la quale le legioni erano inutili e tutto il pesa della difesa pesava solo sulla cavalleria ausiliaria gallica. Nel frattempo la città di Vaga, il cui territorio confinava con quello di Zeta invio ambasciatori a Cesare offrendo alleanza in cambio di un presidio.

   Inviato un manipolo di uomini a presidiare Vaga, il 22 marzo Cesare muove in forze verso Sarsura, il principale obbiettivo di questa fase delle operazioni. La città ospitava gran parte dei rifornimenti delle forze repubblicane, e la sua conquista avrebbe ribaltato gli equilibri di forze con Cesare in possesso di abbondanti risorse ed i repubblicani privati delle loro riserve alimentari. La città era difesa da un presidio comandato da P. Cornelio, vecchio compagno d’armi di Scipione richiamato in servizio allo scoppio della guerra civile, rinforzato dalla mobilissima cavalleria ausiliaria di Labieno, che seguiva le colonne cesariane in marcia tormentandole con continui assalti.   Labieno, resosi conto dell’obbiettivo di Cesare, comincio ad attaccare la retroguardia di Cesare con cavalieri ed armati alla leggera, riuscendo ad intercettare e ad imprigionare i vivandieri con i loro bagagli. Rincuorato dai successi ottenuti tentò un ulteriore attacco, cadendo nella trappola tesagli da Cesare, la cavalleria numida si avvicinò troppo alle legioni convinto che la fanteria pesante cesariana, gravata dal peso degli zaini da marcia, non potesse reagire. Ma Cesare, che si aspettava questa manovra, aveva ordinato che trecento soldati di ogni legioni marciassero senza carico, in tal modo quando la cavalleria repubblicana attaccò questi contrattaccarono immediatamente mandando in rotta le forze di Labieno che subirono pesanti perdite. Da quel momento la cavalleria repubblicana continuo a seguire le forze di Cesare, mantenendosi però a distanza di sicurezza.

   A quel punto le legioni si lanciarono all’assalto della città, il presidio difensivo comandato da Cornelio si batte con valore, ma circondato dalla moltitudine delle forze cesariane venne sterminato sotto gli occhi della cavalleria alleata, che ancor scossa dagli scontri precedenti non portò nessun aiuto ai compagni. Cesare si impossessò in tal modo di fondamentali rifornimenti alimentari che ora gli permettevano di dare una svolta decisiva alla guerra.

La fine della guerra africana e la guerra di Spagna

   Cesare rinunciò a rioccupare Tysdrus, riconquista dai repubblicani e difesa da un forte presidio e da una coorte di gladiatori sotto la guida di Considio e punto verso nord in modo da ricongiungersi con le truppe rimaste ad Aggar. Scipione provo a sbarrare la strada a Cesare presso una città di nome Tegea, ma la cavalleria di Labieno fu respinta da quella cesariana, rafforzata da arcieri e frombolieri, mentre Scipione evito nuovamente lo scontro ritirandosi con le legioni.

  Il 4 aprile lasciato il campo di Aggar Cesare mosse verso Tapso fortificandosi in un angusto campo di saline fra la città e il mare. Il giorno successivo Scipione schierò il suo esercito di fronte al campo di Cesare, che non attendendo altro, il dittatore uscì alla testa delle sue truppe in assetto da guerra. Questa volta, bloccato fra le mura cittadine e le trincee del campo di Cesare, Scipione fu costretto ad attaccare battaglia. Scipione si sentiva sicuro per la posizione favorevole, ma Cesare anticipò le mosse dell’avversario attaccando sul tempo e prendendo in mano con sicurezza le sorti della battaglia, per i repubblicani fu un autentica disfatta, le legioni di Scipione furono annientate, lasciando sul campo circa 10000 uomini.

  Per i repubblicani la guerra era persa, le popolazioni locali si ribellarono in massa passando dalla parte di Cesare e le spietate repressioni messe in atto dai generali di Scipione accelerarono il fenomeno. La stesso Utica, ultimo caposaldo della resistenza vedeva Catone di fatto assediato dalla popolazione, in gran parte favorevole a Cesare nonostante le espulsioni di massa di mauri e numidi, sospettati per l’antica fedeltà a Mario.

  La successiva strage dei capi repubblicani sancì la vittoria decisiva di Cesare. Scipione tentando di fuggire dall’Africa con alcune navi fu sorpreso dalla flotta cesariana al largo di Ippona e morì annegato durante la battaglia navale che scaturì fra le due flotte; Giuba, cacciato dal suo regno dai numidi in rivolta, e Petreio si uccisero reciprocamente in duello rendendosi conto di non aver più scampo, Catone si suicidò prima di veder Utica occupata dal nemico.

   A quel punto Cesare poté ritornare finalmente in Italia dove il 25 luglio del 46 a.C. celebrò ben quattro trionfi (sul Ponto, sulla Gallia, sull’Egitto e sulla Numidia). Nel frattempo Gneo Pompeo Iunior riorganizzava in Spagna le ultime forze repubblicane. Cesare fu costretto a ripartire per la Spagna e il 17 marzo del 45 a.C. a Munda si combatte lo scontro decisivo, fu la battaglia più dura sostenuta da Cesare in tutte le sue campagne, tanto che a metà giornata le forze pompeiane sembravano inarrestabili e Cesare valutava di darsi la morte; solo una disperata azione salvo il dittatore dalla disfatta permettendogli di ottenere la vittoria finale. La guerra civile era finita ma il costo di quella giornata era stato terribile, sul campo erano rimasti circa 32000 pompeiani e 1000 soldati di Cesare, una cifra spaventosa se si calcola che nelle battaglie antiche il grosso delle perdite si verificava al momento della rotta e riguardava solamente l’esercito sconfitto, per fare un raffronto a Tapso Cesare perse non più di un centinaio di uomini. Cesare era il solo padrone dell’impero e lo sarebbe stato per sei mesi, fino alle idi di marzo del 44 a.C., quando venne assassinato all’entrata del Senato.

Appendice: l’armamento dell’esercito romano al tempo di Cesare

  L’esercito romano del tempo di Cesare è la diretta conseguenza delle riforme mariane che hanno trasformato il cittadino-soldato della tradizione repubblicana in soldato di professione, pagato per il proprio lavoro e legato da un rapporto di fedeltà personale al proprio comandante, che di fatto sostituisce il vincolo con lo stato ed è tra le cause che hanno portato al fenomeno delle guerre civili.   L’armamento utilizzato si caratterizza come una transizione fra quello di tradizione italica usato nell’età delle guerre puniche e quello di età imperiale, che seleziona i migliori elementi della panoplia dei nemici affrontati da Roma nel corso dei secoli, fondendoli in una delle migliori dotazioni militari di tutta la storia.

   L’esercito romano nella seconda metà del I d.C. è costituito fondamentalmente da legionari, fanti pesanti ottimamente addestrata e organizzata su formazioni medio-piccole, centurie e manipoli, capaci di combattere autonomamente dando all’esercito romano una mobilità sconosciuta alle poderose ma lente e macchinose formazioni falangitiche ellenistiche. Questa impostazione della legione romana deriva da modelli africani, particolarmente dall’esercito cartaginese riformato da Annibale la cui mobilità era risultata devastate per l’esercito romano, ancora organizzato alla greca, nel corso della seconda guerra punica (219-202 a.C.). L’invincibilità delle legioni romane della tarda repubblica e del primo impero deriva direttamente dalle geniali intuizioni di Annibale, insieme ad Alessandro di Macedonia il maggior genio militare della storia, progressivamente migliorate dai generali romani come conseguenza delle diverse esperienze sul campo.

  Il legionario presentava una corazza di anelli di maglia (lorica hamata) derivata da quelle in uso presso i celti della Provenza, lunga circa a metà coscia e priva di maniche. L’elmo più usato è il cosiddetto “tipo montefortino” anch’esso di derivazione celtica ed adottato ai tempi delle guerre puniche, la maggior modifica riguarda la decorazione, il cimiero a tre piume descritto da Polibio è ormai completamente sostituito da uno in crine di cavallo rosso. In età cesariana cominciano ad essere utilizzati elmi più protettivi, anch’essi derivati da prototipi celtici (elmo tipo “Coolus E” e “Gallico G”) che diventeranno di uso corrente in età imperiale.

   Lo scudo (scutum) alto circa 1,20 m è pesante una decina di chili, formato da due strati di legno incollati fra loro e dotato di un umbone di ferro per proteggere la mano; la superficie esterna era dipinta con l’insegna della legione, pratica che sembra essersi diffuso proprio durante le guerre civili. Si tratta di uno scudo di origine celtica che dal II d.C. sostituisce lo scudo rotondo di tradizione greco-etrusca.

   L’armamento offensivo si basa sull’associazione pilum – gladium, quasi il simbolo stesso del legionario. Il primo è un giavellotto pesante con impugnatura in legno e punta in ferro dolce, in modo da piegarsi quando tocca terra e non poter essere riutilizzata dal nemico, serviva per decimare le linee nemiche in avvicinamento. Nello scontro frontale si usava il gladium, una spada a lama corta e larga (circa 70 cm lunghezza per 10-15 di larghezza) derivata dai celti di Spagna ed entrata in dotazione all’esercito romano a partire dal II d.C., veniva usata principalmente come arma da stocco, i legionari erano addestrati a pugnalare il nemico piuttosto che a sciabolarlo, sapendo che una ferita di punta profonda 4 o 5 cm era quasi sicuramente mortale e poteva essere inflitta ridicendo al minimo il consumo di energie.  

  Le legioni erano affiancate da piccoli squadroni di cavalleria (turnae), questa non essendo dotata di staffe era impossibilitata a caricare la fanteria, le sue funzioni erano fondamentalmente di ricognizione di inseguimento delle forze nemiche in rotta o di contrapposizione a forze nemiche montate. L’armamento difensivo e analogo a quello della fanteria legionaria, cambia solamente la forma dello scudo, ovale anziché rettangolare. Molto diverso è invece quello offensivo che consta di una lancia con manico ligneo e punta metallica a foglia e di una lunga spada (spatha); in origine si usavano spade più leggere, di tipo macedone, utili principalmente di stocco, mentre a partire dall’età cesariana entrano in dotazione tipi più pesanti, derivati da modelli celtici o germanici.

  Le macchine da guerra erano utilizzate soprattutto negli assedi, ma cominciavano a trovare applicazione anche sui campi di battaglia, in età cesariana il modello più utilizzata è la cosiddetta “catapulta greca”, una sorta di grossa balestra lanciadardi funzionante con un sistema di corde in tensione. Usata fin dai tempi delle guerre puniche è l’antenata degli “scorpioni” e delle cheiroballista di età imperiale, dalle quali si differenzia perché caratterizzata da un’armatura portante ancora lignea e non metallica come nei modelli più recenti. Macchine di questo tipo potevano essere di dimensioni molto variabili, dai tipi leggeri, da campo, per le quali erano sufficienti due uomini a tipi molto pesanti, capaci di scagliare massi pesanti oltre 30 kg. Durante gli assedi, quando si rendeva necessario aumentare la potenza di fuoco, si procedeva alla costruzione degli “onagri”, macchine destinate a lanciare sassi, antenate delle catapulte medioevali, meno efficaci dei tipi a due assi erano però facili da costruire e non richiedevano particolari competenze per essere utilizzate.

   La guerra africana di Cesare, come tutte le guerre provinciali, vede la massiccia partecipazione di elementi indigeni, in Africa l’unità più caratteristica è data dalla cavalleria leggera, numida o maura, particolarmente temuta in tutta l’antichità. Questi cavalieri, privi di armatura, indossavano solo una corta tunica senza maniche,  si muovevano freneticamente intorno alle truppe nemiche, provandole fisicamente e moralmente con il continuo getto di giavellotti, facendo affidamento sulla propria velocità per mettersi in salvo dalla reazione delle forze nemiche. Ampiamente usati dai cartaginesi questi cavalieri furono integrati nell’esercito romano, compaiono con posizioni di rilievo nella colonna traiana, e non scomparvero con la fine dell’antichità.

   Nel corso del medioevo truppe montate analoghe a queste formarono il nerbo dell’esercito arabo che sotto la guida di Tariq ibn Ziyad invase la Spagna nel 711 d.C. – 89 dell’egira sconfiggendo nella battaglia di Guadalete il re visigoto Roderigo e dando inizio alla conquista islamica della Spagna. Queste truppe (in spagnolo Jinete) rimasero il nerbo degli eserciti spagnoli, sia mussulmani che cristiani, fino all’affermazione di più efficaci armi da tiro (archi lunghi e balestre) nel corso del XIV secolo d.C. e poi delle armi da fuoco.

   La cavalleria leggera era affiancata nelle sue operazioni di disturbo da una fanteria leggera, molto mobile, armata analogamente alla cavalleria, che agiva in associazione con quest’ultima. I principali limiti di queste unità erano nell’assenza di armamento difensivo, se la loro velocità li salvano da scontri corpo a corpo erano però facilmente vittima degli arcieri

Appendice II: L’immagine dei protagonisti

   L’aspetto di molti protagonisti di questa fase della guerra civile ci sfugge completamente, la tradizione repubblicana portava ad evitare l’esposizione della propria immagine in monumenti ufficiali in oltre i ritratti degli sconfitti venivano difficilmente conservati, anche in assenza di un’autentica damnatio memoriae, la decisione da parte del Senato di cancellare anche il ricordo di una persona ritenuta indegna, distruggendone tutte le immagini. Solo di due personaggi, Cesare e Giuba, conosciamo con certezza l’immagine, mentre di un terzo, Catone, si hanno ritratti di non sicura identificazione .

Cesare

   L’aspetto fisico di Cesare è ben noto da numerose testimonianze letterarie, un passo di Svetonio (Divus Iulius, 4, 17) ci da l’immagine più fedele che possediamo del dittatore: “Dicono fosse di alta statura, di colorito chiaro, di forte membratura; il volto pieno, gli occhi neri e vivaci; di buona salute, solo in età avanzata ebbe qualche svenimento ed incubi nel sonno. Due volte fu colto da epilessia nel disbrigo degli affari. Meticolosissimo nella cura del corpo, non solo si faceva radere e tagliare i capelli con grande accuratezza, ma anche depilare, per questo era biasimato da alcuni. Sopportava di mal voglia le calvizie, perciò cercava di riportare dal vertice del cranio i pochi capelli sulla fronte, e tra tutti gli onoro tributatigli dal Senato e dal popolo più volentieri accettò e ritenne quello di portare sempre una corona di alloro”.

   L’immagine ci è tramandata con precisione da alcune emissioni monetarie comprese fra il 46 ed il 44 a.C., mentre quelle successive presentano un rapido deterioramento della veridicità dei tratti. I ritratti a tutto tondo sono abbastanza numerosi, ma si tratta in gran parte di produzioni di età imperiale, raffigurante un’immagine molto idealizzata di Cesare, lontanissima dal vero, in cui ciò che conta è il simbolo più che l’immagine, mentre lo stile, richiamandosi a modelli classici del V a.C. è ormai lontanissimo dal patetismo tardo ellenistico dell’età cesariana.

   Il ritratto più fedele va riconosciuto in un esemplare da Tuscolo, oggi a Torino (Museo di Antichità) confrontabile con le emissioni monetaria del 44 a.C. e da mettere in relazione con il decreto, emesso quell’anno dal Senato, di erigere statue in onore del dittatore. Purtroppo il pezzo, già di qualità non elevatissima, presenta uno stato di conservazione alquanto precario, che non permette una precisa caratterizzazione fisionomica.  Alla stessa tradizione si collega un esemplare dei Musei Vaticani (braccio nuovo), databile alla prima età augustea, dove nonostante un maggior pulizia formale si riconosce un forte elemento realistico. Le produzioni successive (Musei Vaticani-Museo Chiaramonti e Camposanto di Pisa) sono prodotti tipici del pieno classicismo augusteo. Totalmente spersonalizzata l’immagine di Cesare divinizzato che compare su un rilievo da Ravenna, riproducente le statue di culto del tempio romano di Marte Ultore, nonché i ritratti del Museo Capitolino e del Museo Nazionale di Napoli, datati all’inizio del II d.C.

   Un secondo filone, risalente alla permanenza di Cesare presso la corte tolemaica presenta il ritratto reinterpretato secondo moduli stilistici greco-egizi, che si manifestano nell’espressione ieratica del volto ottenuta attraverso una ripartizione simmetrica del volumi del viso e nella levigatezza delle superfici. Questa iconografia formatasi ad Alessandria, dove sappiamo era una cappella di asilo in onore di Cesare, ornata da un suo ritratto e fatta costruire da Cleopatra (Cassio Dione, LI, 15), trova la migliore attestazione in un busto in basalto nero, di provenienza egiziana, oggi conservato a Berlino.

Giuba I

   L’immagine del re di Numidia, alleato dei repubblicani, ci è nota con sicurezza da una serie di monete d’argento emesse durante tutto il corso del suo regno. Presenta una folta capigliatura costituita da riccioli elicoidali molto fitti (cosiddetta “parrucca libica”), cinta dalla fascia reale, barba appuntita, naso dritto e regolare, zigomi alti. Il confronto con le emissioni monetarie ha permesso di identificare Giuba I in un ritratto in marmo da Jol-Cesarea (Cherchel), oggi al Louvre.

   Si tratta di un ritratto idealizzato, eseguito alla fine del I a.C. è probabilmente parte di una galleria di ritratti dinastici fatta eseguire da Giuba II, il figlio di Giuba I rimesso sul trono di Numidia da Augusto nel 19 a.C.. I tratti del sovrano sono riconoscibili ma lo schema generale delle testa richiama un tipo di divinità barbuta elaborato in Grecia nel corso del IV a.C., un modello di derivazione classica che ben si inserisce nella raffinata cultura ellenizzante di Giuba II.

Catone

   L’immagine di Catone l’Uticense, pronipote di Catone il Censore, risulta a tutt’oggi problematica, sappiamo che esistevano suo immagini (Tacito, Ann. III, 76; Plinio il Giovane, Epist. I, 17, 3), di cui non resta però nessuna traccia materiale.

L’unica immagine di Catone a noi pervenuta è forse identificabile in un busto in bronzo da Volubilis, in Marocco, presentante un iscrizione (CATO) in lettere d’argento incrostato. Gli studiosi dibattono sulla possibile identificazione, secondo alcuni la forma allungata del busto richiamerebbe modelli di età traianea o adrianea, e propendono l’attribuzione a Catone il Censore, ipotizzando il ritratto destinato alla decorazione di una biblioteca.

Secondo altri, elementi di realismo deciso e stringato ricollegherebbero il ritratto alla tarda età cesariana, facendo propendere l’interpretazione per l’uticense. Essendo improbabile la realizzazione di un ritratto del secondo Catone poco dopo la sua morte è più probabile considerare il ritratto di Volubilis una realizzazione della prima metà del I d.C., in tal senso va interpretata la finezza accademica dei particolari che richiama la ritrattistica postuma di Cesare. In quanto immagine postuma potrebbe raffigurare indifferentemente uno dei due Catoni.

Caio Giulio Cesare

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Tanit

   La divinità più frequentemente attestata al fianco di Baal Hammon è sicuramente Tanit, confermando una centralità che la Dea sembra avere in tutto il mondo punico d’occidente almeno per quanto riguarda la documentazione ritrovata; si consideri infatti che quasi tutte le testimonianze epigrafiche in nostro possesso provengono dai tophet posti sotto la protezione della Dea il che crea sicuramente uno scompenso percentuale sulle attestazioni disponibili.

  Considerata a lungo una divinità esclusivamente occidentale, frutto della speculazione teologica punica del V e IV a.C. Tanit risale in realtà alle originarie concezioni religiose dei coloni fenici. Le sue attestazioni in oriente sono numericamente molto più limitate ma sufficienti a confermarne l’origine.

  Il nome della Dea  compare epigraficamente nella forma TNT e probabilmente andrebbe sciolto come Thinnit almeno stando ad alcune traslitterazione greche del nome. Il nome originariamente significava “la piangente” come in un’iscrizione luvia datata al X-IX a.C. in cui questo termine indica una ierodula consacrata al Dio della tempesta. Il nome si collega alla sua natura di apportatrice di pioggia analogamente alla Venus Lugens latina cui può risultare assimilata.

  Il nome della Dea compare in Fenicia fin dall’VIII a.C. a Sarepta e a Tiro mentre non è attestato in occidente prima della fine del V a.C. a dimostrazione dell’origine orientale della divinità. Un ulteriore conferma in tal senso – così come della sopravvivenza di questo ricordo nel mondo punico – si trova in un’iscrizione da Cartagine con dedica ad “Astarte e Tanit del Libano”.

  Apparentemente secondaria in oriente, Tanit sembra godere di uno statuto di primaria importanza nel mondo punico in relazione al suo rapporto privilegiato con Baal Hammon. Per quanto i limiti documentari possano portare a sopravvalutare il suo ruolo all’interno al pantheon punico, specie in rapporto ad altre divinità femminili – in primo luogo Astarte – non sembra possibile mettere in discussione la sua centralità nelle credenze locali.

   Come per Baal Hammon anche per Tanit sembra possibile riconoscere un progressivo accumulo di competenze e funzioni, quasi a farne una figura esclusivizzante, perfetto parallelo di Baal. A differenze però di quest’ultimo la documentazione punica risulta meno caratterizzata e rende molto complesso – per non dire impossibile – una ricostruzione della personalità e degli attributi di Tanit. Un aiuto viene dalla documentazione di epoca romana in cui è possibile identificare – sotto numerosi aspetti– l’antica Dea punica di cui si esaltano, di volta in volta, le varie componenti.

   I legami con Baal la presentano come Dea ctonia, rurale, legata ai cicli della terra, l’attributo di “piangente” richiama invece una dimensione urania,  ma ugualmente legata alla sfera agricola e alla fertilità naturale. Dea del tophet quindi connessa al mondo funerario, ma anche Dea protetrice cui affidare i bambini morti prematuramente; oggetto di processi sincretistici fin dalla piena epoca punica: con Astarte ed Iside in primo luogo. Tanit sembra presentare una natura proteiforme, sfuggente da ogni classificazione.

Il culto di Tanit è diffuso in tutto l’occidente punico, in Africa: Cartagine, Thinnissut, Hadrumetum, Cirta, ma anche in Sardegna (Tharros, Sulcis, Nora), Sicilia (Lilibeo, Palermo), Malta, Ibiza. A questi andrebbero aggiunti quei centri – specie in Africa – che non hanno restituito documentazione punica ma in cui risultano attestati una serie di culti che ne rappresentano l’interpretatio romana: Nutrix, Ops, Coelestis.

  La documentazione di Hadrumetum si basa principalmente sulle stele del tophet. Queste si caratterizzano per l’inversione della formula, con Tanit che precede Baal Hammon. Il formulario è ripetitivo, ritorna sistematicamente la formula Tnt pn B’l tradizionalmente tradotta come “volto di Baal” e che più correttamente andrebbe interpretata come “di fronte a Baal” o “verso Baal”.

  L’origine della formula è probabilmente di natura topografica secondo uno schema ben noto in oriente così come nel sito biblico di Penuel “Di fronte a El” o del promontorio di Rās esh-Shaqqāa nord di Byblos chiamato dai greci “Θεόυ Πρόσοπον (volto di Dio). Pur non essendo attestato con certezza in relazione a Tanit non si può escludere a priori un analogo contesto originario il cui ricordo con il tempo si è sbiadito tanto da diventare un attributo caratteristico della Dea o addirittura il nome proprio della divinità.

   Rare sono le raffigurazione. Si conservano due stele di età classica raffiguranti una figura femminile ammantata, seduta su un trono, di fronte alla quale è collocato un bruciaprofumi. Si tratta di un’iconografia generica di una divinità femminile in trono e solo la provenienza dal tophet permette di riconoscervi con buona probabilità Tanit.

  Più caratterizzata è l’immagine – purtroppo molto frammentaria – che compare su una stele neopunica da El Kenissia, in cui si riconosce la parte inferiore di una figura femminile vestita con una tunica fittamente pieghettata e con un mantello di piume. Si tratta di un elemento di matrice egiziana, proprio dell’iconografia isiaca, attestato nel mondo punico con una certa frequenza e sempre in relazione a Tanit, evidentemente in conseguenza dei processi sincretistici fra la grande dea punica ed Iside che avvengono a partire dall’età ellenistica.

  Significativo è il confronto con un sarcofago dalla necropoli di S. Monica a Cartagine datato fra la fine del IV ed il III a.C. Sul coperchio è raffigurata l’immagine della defunta, una sacerdotessa di Tanit assimilata alla Dea tramite l’abito alato. Lo stesso abbigliamento caratterizza la Dea leontocefala G(enius) T(errae) A(fricae) quale compare in due statue fittili provenienti dal santuario neopunico di Thinnissut, nella parte meridionale del Cap Bon nonché in alcune emissioni monetarie. Questa figura viene ormai generalmente riconosciuta come immagine semi-zoomorfa di Tanit.

  L’identificazione fra Tanit e il Genius Terrae Africae permette una serie di considerazioni che – senza essere strettamente legate alla realtà hadrumetina – si ritiene comunque inserire per completezza.  L’identificazione fra Tanit ed il Genius Terrae Africae apre infatti nuove possibilità per leggere nuovamente alcuni problemi relativi alla cultura dell’Africa antica. Il primo riguarda la possibilità di vedere Tanit nel Δαίμων Καρχηδοήιον citato nella seconda linea del giuramento di Annibale riportato da Polibio. L’ipotesi non è nuovo ed era già stata avanzata da Lipńiski e trova un’ulteriore conferma in questa identificazione. Appare forse possibile vedere nella seconda triade divina del giuramento una sorta di catalogo etnico-geografico, cui sono si riconoscono i vari elementi costituenti la società cartaginese: la stessa Cartagine identificata da Tanit come Δαίμων Καρχηδοήιον, Eracle nel quale possiamo riconoscere il Melqart di Tiro, protettore della madre patria orientale dei cartaginesi e Iolao, interpretabile come il dio berbero Iol, sicuramente conosciuto a Cartagine, e rappresentante la componente africana, libico-berbera.

   L’associazione può contribuire anche a spiegare la centralità del culto della Dea Africa testimoniato da Plinio, pur nella totale diversità iconografica non si può escludere che questa altri non sia che una trasformazione del Genius terrae Africae e quindi in ultima istanza la stessa Tanit il che spiegherebbe il ruolo centrale che deteneva nella religiosità locale.

 

Astarte

  La principale divinità femminile del pantheon fenicio non sembra godere di particolare fortuna in occidente e la documentazione proveniente da queste regioni è estremamente limitata rispetto alla vastità di quella orientale. Va però considerato che l’epigrafia punica si riduce quasi esclusivamente alle stele dei tophet posti sotto la protezione di Tanit e Baal Hammon e fornisce rapporti statistici inattendibili se trasportati alla realtà generale.

La più antica testimonianza è data dall’iscrizione di un medaglione ritrovato in una tomba aristocratica della necropoli di Douimes a Cartagine e datato intorno al 700 a.C.. Si tratta di una dedica ad Astarte e al dio cipriota Pygmalion. Essendo molto probabile la produzione locale dell’oggetto esso attesta ad un tempo la presenza del culto di Astarte nella Cartagine arcaica e l’influenza su questa della cultura cipriota. 

  A questa prima testimonianza segue un limitato ma non trascurabile corpus epigrafico che attesta l’esistenza di un culto e di un tempio della Dea, gestito da apposito personale. Vanno inoltre ricordati la persistenza di teonimi contenenti il nome di Astarte, pur considerando la natura tendenzialmente conservativa di queste testimonianze, e le testimonianze di autori classici che indicano con Astarte la Giunone Cartaginese di epoca romana, in specie Agostino; Giustino, ed il Mitografo Vaticano.

  Queste testimonianze sembrano indicare una sopravivenza del culto di Astarte a Cartagine e non una sua sostituzione ad opera di Tanit come a lungo ipotizzato. Questo non esclude che, specie in epoca ellenistica e neopunica, le due figure siano state oggetto di processi sincretistici tali da rendere molto difficile una precisa caratterizzazione forse già agli occhi degli stessi contemporanei.

  Per quanto riguarda Hadrumetum la presenza di Astarte è testimoniata da un’unica stele di provenienza non specificata e conservata al Museo cittadino. Pur in mancanza di dati certi la tipologia dell’oggetto sembra connotarla come proveniente dal tophet.

  Si tratta di una dedica da parte di bd ‘štrt bš’r hqdš traducibile come “servitore di Astarte alla porta del santuario”. L’interpretazione è molto dibattuta. Fantar legge la prima parte come un nome proprio Abdashtart e ipotizza possa trattarsi di un artigiano che avesse la sua bottega presso la porta del tempio; di contro la Bonnet pensa ad un sacerdote portando a confronto la carica di “preposto alle porte” ricordata nella tariffa di Kition.

   Considerando il totale isolamento della testimonianza non pare possibile appoggiare pienamente nessuna delle due ipotesi.

Sarcofago della sacerdotessa Cartagine

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