Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for novembre 2013

   La situazione delle testimonianze artistiche ad Ai Khanum risente ovviamente dei tragici fatti che hanno causato il crollo della città e dei saccheggi cui è stata sottoposta dalle orde nomadi, il che ha portato alla dispersione o al meglio alla contestualizzazione di molti reperti. Ciò che resta è in ogni caso di grande ricchezza e di primario interesse.

  Un tratto comune di tutte le produzioni artistiche della città è un forte tradizionalismo. Il sostanziale isolamento del regno battriano rispetto ai grandi centri propulsori dell’ellenismo, isolamento ancora accresciuto dall’emergere dei parti arsacidi ha portato ad una sopravvivenza di forme stiliste di età tardo-classica e proto-ellenistica altrove superate dalle trasformazioni del gusto. Si pensi all’uso estremamente parco dei mosaici, presenti solo nelle stanze da bagno e realizzati esclusivamente con la tecnica dei ciottoli inseriti su fondo di cemento tipica del IV a.C. e caratterizzati da motivi vegetali o geometrici come la stella macedone.

  L’uso della scultura lapidea appare molto limitato. L’esempio più significativo è un doccione di fontana appartenente originariamente al ginnasio verso cui convogliava le acque di una risorgiva. Realizzato in calcare biancastro si presenta con le sembianze di una maschera comica raffigurante un vecchio calvo con barba a megafono, naso corto e schiacciato, identificabile con quella dello schiavo nella commedia nuova. Se insolito è l’uso di questa figura come bocca di doccione è un’ulteriore testimonianza della diffusione della cultura letteraria greca nella regione.

  Sempre dal ginnasio proviene un’interessante erma – sempre in calcare bianco locale – raffigurante a busto quasi completo una figura maschile matura avvolta in un mantello da identificare con qualche illustre maestro o benefattore del ginnasio; la tradizione ha proposto il nome di Stratone che con i figli Triballo e Stratone aveva restaurato lo stesso nel corso del II a.C.; quest’opera – soprattutto per l’attenzione e la cura poste ai dettagli del volto – e fra i migliori risultati della scultura lapidea greco-battriana.

   Altro notevole esempio di scultura in calcare era offerto da una stele funeraria con figura di efebo, purtroppo oggi difficilmente apprezzabile dopo le devastanti mutilazioni subite dal fanatismo dei talebani. La stele raffigurava un giovane nudo con mantello panneggiato sul braccio sinistro e un petaso portato dietro la schiena; i lunghi capelli che scendono sulle spalle dovrebbero far pensare ad un efebo ma non si può escludere una figura più virile in quanto in queste regioni dell’Asia l’acconciatura era portata anche dagli adulti come attesta una placca aurea con falangiti da uno dei tumuli di Tillya Tepe. La ponderazione è il trattamento delle superfici mostrano stretti contatti con i modi propri del classicismo avanzato del IV a.C. mentre i frammenti della testa – oggi perduti – richiamavano suggestioni scopadee.

   Molto più diffusa doveva essere la plastica fittile di cui restano limitate ma significative testimonianze. Probabilmente a maestranze greco-battriane va attribuita l’invenzione della tecnica che prevede la modellatura in argilla cruda o stucco su un’armatura in legno o piombo, tecnica destinata a diffondersi in tutta l’Asia centrale – si pensi al grande fregio di Xalchayan – e ha diventare la più tipica forma di espressione artistica in quell’area fino alla conquista islamica.

   Ad Ai Khanum l’esempio più significativo è dato dal frammento di una statua di culto proveniente dal principale tempio cittadino. Si è conservata l’intera maschera facciale di una divinità femminile di tipo matronale e di gusto puramente classico. Esso mostra un luminoso esempio della tecnica descritta e permette di riconoscere in alcuni punti strati di pellicola di uno spessore di circa 2 mm. Restano tracce di policromia. Da segnalare anche la numerose serie di antefisse a palmetta che decoravano i tetti del palazzo reale insolito esempio di fusione di elementi decorativi e di copertura alla greca – il tetto era rivestito con tegole di tipo corinzio – applicate ad un tetto piatto di tradizione orientale. I propilei presentavano alcune antefisse con palmette alate caratterizzate dalle fusione di elementi vegetali ed animali decisamente insolita per l’estetica greca ma non priva di monumentalità.

  La plastica in metallo è costituita principalmente da piccoli bronzi riprende forme tipiche dell’artigianato corrente ellenistico in cui compaiono a tratti di gusto più locale come nel trattamento di alcuni dettagli decorativi.

   Assolutamente eccezionale è invece un disco d’argento dorato che rappresenta uno degli oggetti più importanti ritrovati ad Ai Khanum. Ritrovato all’interno del Tempio delle nicchie profilate – ma in giacitura secondaria – è un disco di argento (25 cm di diametro) lavorato a sbalzo e parzialmente dorato. Vi è raffigurato il carro trionfale di Cibele trainato da due leoni avanzante verso un altare sul quale è collocato un sacerdote. L’insieme è una fusione sincretistica di modelli greci e orientali. Pur se di origine anatolica in questo contesto Cibele si può considerare parte del pantheon greco così come greco è lo schema iconografico del carro ed inequivocabilmente ellenica è la figura di Nike in funzione di auriga. Al mondo orientale rimanda già la rigida fissità della Dea ricondotta alla dimensione di idolo ma si evidenzia al meglio due personaggi sacerdotali, quello alle spalle del carro indossa dalle lunghe vesti di tipo iranico e regge un parasole secondo uno schema ben noto fin dai rilievi reali assiri mentre di fronte alla Dea è un secondo sacerdote analogamente vestito è posto su un altare a gradoni di una tipologia propria del mondo iranico nota a Pasagarde e Doura-Europos e probabilmente molto simile a quello che si trovava sull’acropoli della stessa Ai Khanum.

   Sempre dall’area del tempio provengono alcuni interessanti frammenti in osso o avorio. Una serie di frammenti in avorio va attribuita a troni, verosimilmente votivi. Si tratta di elementi lavorati al tornio; l’origine del tipo è greca anche se è ben documentata in oriente dalla Mesopotamia fino a Taxila in epoca ellenistica e partico-kushana.

   Di tipologia tipicamente orientale è invece una figurina in osso di una divinità femminile nuda, probabilmente una dea della fecondità vista l’evidenza posta sull’area pubica. Le forme massicce e pesanti, la presenza del punto fra gli occhi di tradizione indiana e l’impostazione totalmente anticlassica della figura la connotano come un prodotto di ambito orientale anche se non si è giunti ad un’identificazione più precisa dell’ambito di provenienza.

   Per quanto riguarda l’artigianato sorprende l’assenza di testimonianze di oreficeria ma bisogna considerare i sistematici saccheggi cui la città è stata sottoposta. Un indizio al riguardo viene da una serie di lingotti d’oro e d’argento di forma circolare – una tipologia nota fra i nomadi dell’Asia Centrale. Un lingotto d’argento porta un’iscrizione in caratteri sconosciuti – né greci né iranico-battriano – ma molto simili a quelli che compaiono su una coppa d’argento dal kurgan di Issyk in Kazakhstan. Appare ipotizzabile che i lingotti siano stati realizzati dagli invasori saci verosimilmente fondendo oggetti dei tesori cittadini e abbandonati puoi a seguito di un sopravvenuto pericolo in quei tumultuosi eventi che accompagnarono la fine della città.

   La forma più caratteristica dell’artigianato locale è costituita da pissidi in scisto –nero o grigio scuro – con coperchio decorato ad intarsio o incisione e interno suddiviso in due o tre comparti. Di dimensioni variabili – da 4 cm fino a quasi 30 cm – erano scrigni porta gioielli o contenitori di prodotti cosmetici e rappresentano un esempio evidente del sincretismo culturale della regione mostrando una tipologia di materiali di matrice greca ma realizzata con materiali e tecniche locali – la lavorazione dello scisto e l’intarsio delle pietre dure sono tradizionali in Battriana fin dalla tarda età del bronzo. La diffusione di questi prodotti sarà tale che serviranno da prototipi per alcune tipologie di reliquiari buddisti.

   Questa commistione è riscontrabile anche nella produzione ceramica con una prevalenza di forme di tradizione locale – bicchieri cilindro conici – alternate ad altre di schietta tradizione ellenica – piatti da pesce, coppe megaresi – genericamente uniformate nella rifinitura con ingobbio nero propria del’età ellenistica.

   Un’ultima parte riguarda alcuni oggetti sicuramente di importazione ma che forniscono un ulteriore arricchimento all’immagine della cultura figurativa della città. Il primo gruppo è dato da un lotto di stampi in gesso destinati a servire da modello ai toreuti locali, precedenti a quelli più celebri di Begram. Testimonianza di contatti diretti con i grandi centri produttori dell’ellenismo mediterraneo verosimilmente tramite la mediazione degli insediamenti coloniali sul Mar Nero.

  Di provenienza indiana è invece una placca decorativa di cui non si conoscono attualmente altri confronti. Si tratta di un clipeo costituito da placchette di conchiglia – xancus pyrum – punteggiate di alveoli incisi e riempiti con vetri multicolori e lamelle d’oro costituenti una complessa scena narrativa resa di difficile lettura dalle ampie lacune del reperto, l’ipotesi più verosimile è che rappresenti un episodio della leggenda di Sakuntala. Si è ipotizzato che l’oggetto sia parte di un bottino fatto da re Eucratide durante una delle vittoriose campagne in India. 

Ai Khanum. Disco con Cibele

Ai Khanum. Fontana dell'Oxus

 

Ai Khanum. Divinità in terracotta

Read Full Post »

   All’estremo lembo nord-orientale del territorio afgano, di fronte a quella che è oggi la frontiera tagika, si eleva alla confluenza fra il Kokcha e l’Amu Darya – l’Oxus degli antichi – si eleva Ai Khanum, la collina della “Signora luna” in lingua locale uno sperduto lembo di terra nel cuore dell’Asia centrale che ha partire dal 1964 ha attratto l’attenzione del mondo per aver restituito quella che è la meglio conservata fra le città ellenistiche d’oriente.

  Poco sappiamo della storia di questo centro di cui solo l’archeologia ci han permesso di conoscere lo splendore, ne ignoriamo perfino il nome greco ma il suo ruolo nella diffusione della cultura greca nel cuore dell’Asia è innegabile. La presenza di un monumentale palazzo con annesso un archivio di ampie dimensioni sembrano connotarla come una sede regale, almeno nel corso del II a.C., il ritrovamento nelle campagne circostanti di un’iscrizione metrica ufficiale celebrante le vittorie di Demetrio in India potrebbe farla identificare in questa fase storica con la Demetriade ricordata da alcune fonti ma si tratterebbe di una titolatura secondaria.

   Fondata intorno al 300 a.C. verosimilmente da Seleuco I nel programma di una seconda colonizzazione macedone dell’oriente successiva a quella di Alessandro la città occupa il pianoro roccioso fra i due fiumi organizzandosi in una città bassa dominata dal palazzo reale e occupata dai maggiori edifici cittadini chiusa da una cinta di mura sul lato scoperto – e da una città alta sede di una cittadella fortificata.

  L’urbanistica della città pur di tipo greco – a quanto oggi risulta conosciuto – mostra concessioni al modello orientale come attesta la centralità del grande palazzo reale, fulcro urbanistico e architettonico di tutto l’insediamento. Il palazzo riunisce in una massa un insieme di edifici e giardini polifunzionali come nei modelli di derivazione achemenide. Vi si accedeva da un cortile porticato di considerevoli dimensioni (137 m x 108 m) circondato da un portico formato da 108 colonne corinzie. Alle spalle del portico si apriva una sala ipostila di diciotto colonne che dava accesso alle varie sezioni dell’edificio fra cui due grandi sale per ricevimenti anch’esse modellate su schemi di tradizione achemenide. Con l’aspetto orientale delle ali di rappresentanza contrastano i due appartamenti privati dove pur modificata si riconosce la planimetria tipica delle case aristocratiche greche così come greca è l’immancabile presenza dei bagni seppur privi di autentiche vasche – o almeno non se ne sono conservate ma potrebbero essere state in materiale deperibile.

  L’alzato rimanda a modelli orientali con le murature in mattoni crudi su zoccolo di mattoni cotti e i tetti piatti seppur ornati da antefisse di tipo greco. La componente in pietra è molto limitata e si riduce di fatto a colonne, pilastri e soglie. Le colonne sono di tipo greco, con una prevalenza per l’ordine corinzio reso spesso con notevole libertà rispetto ai modelli originari – trattamento molto naturalistico delle foglie a rilievo molto alto, volute particolarmente marcate, parte superiore nuda secondo una tipologia diffusa in ambito seleucide a partire dagli inizi del III a.C. cui non è estranea l’influenza di capitelli a volute orientali integrati con l’acanto greco. Le pareti non sono decorate – restano limitate tracce di fregi in terracotta – e i pavimenti sono in semplice battuto. Quest’apparente povertà è però ingannevole in quanto secondo la moda orientale le superfici dovevano essere ricoperte di tappeti e tendaggi, un lusso meno evidente ma che doveva rendere più vivibile queste strutture nel clima spesso gelido del nord afgano.

   Non troppo dissimili ai quartieri privati del palazzo appaiono le grandi abitazioni aristocratiche note sia in città sia nella chora circostante. Rispetto ai modelli propriamente greci qui le stanze sono disposte non intorno ad un cortile ma attorno ai vani di rappresentanza che occupano la parte centrale della pianta mentre il cortile si sposta in posizione più decentrata e sembra abito a funzioni più private.

   La città non disponeva di un’autentica agorà e le sue funzioni dovevano essere in parte demandate al teatro, il più orientale fra quelli conosciuti. La cavea era scavata nella collina della cittadella e rivestita da una gradinata in mattoni crudi e sempre in mattoni doveva essere la scena. Rispetto ai modelli occidentali si caratterizza per la presenza di grandi palchi disposti sulla linea mediana delle gradinate ed espressione fisica di una società aristocratica in cui i sovrani e i notabili non hanno tema di mostrare la propria superiorità sociale anche attraverso queste forme di rappresentazione sconosciute al mondo greco (ma che diverranno abituali nel mondo romano imperiale e in quello bizantino).

  Simbolo tra i più espliciti del vivere alla greca il ginnasio non manca ad Ai Khanum. Si tratta di una struttura particolarmente monumentale estesa su un’area quadrilatera di oltre 100 m di lato e risultava formato da un grande cortile porticato e da vani di servizio. Gli alzati in crudo sono andati perduti mentre le fondazioni in laterizi cotti sono ottimamente confermate; rispetto ai modelli greci si distingue per la presenza di un deambulatorio coperto che definisce gli spazi di movimento normalmente svolti nel cortile centrale, soluzione verosimilmente dettata dalle particolarità climatiche della regione.

    Altro evidente segno dell’attaccamento dei coloni alla propria identità culturale è offerto dalla tomba dell’ecista Kineas, il fondatore della città per conto di Seleuco I. Posta nel cuore della città bassa era in origine formata da un tempietto con colonne fra le quali era il sarcofago. Il sepolcro venne significativamente rimaneggiato in occasione della visita del filosofo Clearco di Soli occasione in cui venne eretta una base su cui furono incise le centocinquanta massime delfiche.

   L’iscrizione è la testimonianza più evidente ma non certo la sola di un’ottima conoscenza della lingua greca da parte non solo dei coloni ma anche della popolazione indigena. Nella tesoreria del palazzo sono stati ritrovati centinaia di frammenti ceramici con iscrizioni relative al contenuto e firme di convalida. Scritte tutte in greco con grafia corsiva rimandano a funzionari di alto livello dai nomi sicuramente greci o macedoni ma anche a funzionari subalterni di evidente origine iranica – Oxuboakes, Oxubazes, Aryandes, Oumanos – che attestano di una conoscenza diffusa della lingua e della scrittura greca nonché di un significativo coinvolgimento di elementi indigeni nell’amministrazione statale seppur in posizioni non apicali.

   Conoscenza della lingua che supera per altro il semplice livello archivistico per assumere forme di espressione letteraria, come attesta un epigramma funerario dalla necropoli. La testimonianza più importante al riguardo non proviene però da Ai Khanum ma è stata ritrovata più a sud, nell’area di Alessandria di Ariana (l’attuale Herat), si tratta di un epigramma funerario acrostico composto per se stesso da un certo Sophytos con il racconto della propria vita. L’elemento interessante è che l’autore è un mercante di origine indiana ormai pienamente integrato dalla cultura greca in una città dell’irania orientale. Quasi l’incarnazione di quella dimensione multiculturale e sincretistica che è propria dell’ellenismo. La citazione di Plutarco per cui pochi secoli dopo la conquista i popoli orientali leggevano Omero e i loro figli recitavano le tragedie di Sofocle ed Euripide trova nella vicenda di Sophytos una perfetta esemplificazione.

   Un’altra labile ma significativa traccia della diffusione della cultura greca viene dalla biblioteca di Ai Khanum, per un caso fortuito un papiro caduto a terra si è decomposto e l’inchiostro si è trasferito nel terreno sottostante ed in questo modo si è potuta leggere una pagina altrimenti ignota di Aristotele.

  Di fronte a questa autentica grecità culturale sorprende la dimensione sincretistica della sfera religiosa. Se infatti tutte le testimonianze cultuali rimandano a divinità greche o presenti nel pantheon greco – dediche ad Hermes ed Eracle dal Ginnasio, disco votivo in argento dorato con Cibele, frammenti di una statua di Zeus, dedica ad Estia dal territorio – totalmente anelleniche sono le tipologie templari.

  Il principale tempio cittadino – detto nella letteratura archeologica “tempio a nicchie profilate” – si presenta come un massiccio edificio in mattoni crudi a pianta quadrata – 20 m di lato – posto su un podio di tre gradini mentre all’interno si riconosce un ampio vestibolo che da accesso ad una stanza di culto più piccola su cui si aprono i due sacrari contenenti le statue della divinità. Tutto l’impianto sia planimetrico sia negli alzati rimanda a tradizioni orientali iraniche e mesopotamiche e risulta totalmente estraneo alle tipologie elleniche. Di carattere prettamente orientale anche l’altra struttura cultuale ritrovata in città, una piattaforma scalare in mattoni crudi posta sull’angolo sud-orientale dell’acropoli dalla quale l’officiante si rivolgeva al sole nascente.

   La caduta di questa città fu improvvisa e traumatica. Nel 145 a.C. la città venne infatti saccheggiata e distrutta ad opera di invasori nomadi, verosimilmente saci nel corso di quella pressione sempre più insistente da parte delle popolazioni delle steppe che poco dopo porterà al crollo della Battriana greca. Una temporanea rioccupazione – probabilmente ad opera delle popolazioni rurali del territorio e finalizzata soprattutto al recupero di materiali – fu drammaticamente interrotta da un’ulteriore incursione nomade, questa volta verosimilmente yuezhi con la quale la vita della città antica ha definitivamente termine.

   Ma l’eredità di Ai Khanum come più in generale quella dell’ellenismo battriano sopravvivrà a lungo in queste regioni diventando componente essenziale dei nuovi stati fondati da quegli stessi nomadi che ne avevano causato il crollo politico – indo-sciti e indo-parti specie considerando il rialzo della cronologia del tesoro di Begram al tempo di Gondopharnes – fino a quell’impero kushano in cui le culture della Grecia, dell’India, della Persia e delle steppe trovarono un punto di incontro e reciproco arricchimento che trova pochi confronti nel corso della storia.

ai Khanum Ginnasio

ai khanoum tempio nicchie profilate

Read Full Post »