Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for febbraio 2014

Un gruppo particolarmente interessante è dato dai mosaici collocati sulla soglia d’ingresso delle abitazioni – in taluni casi anche di singoli vani – caratterizzati da una fortissima connotazione apotropaica in quanto destinati ad impedire alle forze ostili all’invidus come le definisce un’iscrizione musiva da El Haouaria – di penetrare nell’edificio. L’unità funzionale di queste testimonianze induce a presentare una trattazione omogenea del problema, in oltre esse testimoniano in modo inequivocabile come nel mondo antico la componente iconografica, potremmo dire “artistica” non era mai scissa – nella sensibilità dei contemporanei – da richiami ad una dimensione diversa più profonda, che non deve mai essere dimenticata.

La tradizione dei simboli apotropaici e diffusa in tutti i paesi del Mediterraneo e presenta – generalmente – tratti comuni. I simboli chiamati a queste funzioni sono caratterizzati da due elementi, ovunque attestati:

–          La dimensione offensiva chiamata a ledere l’occhio che incarna queste entità malvagie (l’occhio del male, il “Mal’occhio”). A questa categoria appartiene il segno delle “corna” ovunque attestato nel mondo mediterraneo.

–          la dimensione oscena considerata capace di respingere le forze maligne, come il segno della “fica” attestato con frequenza nel mondo romano e sopravvissuto – al fianco del precedente – nel folklore di molte regioni.

L’unione dei due elementi – l’aspetto appuntito, ledente e quello osceno – si uniscono in quello che è simbolo apotropaico più forte conosciuto dal mondo antico: il fallo, “medicus invidiae”, secondo l’espressione pliniana.

La natura simbolica é alquanto complessa e trascende la semplificativa ripartizione sopra elencata. Se lo scopo delle entità negative è quello di portare sterilità – intensa in ogni senso – e bloccare l’eterno rinnovamento della natura e del fato non gli si può opporre miglior simbolo di quello che incarna in se lo stesso potere fecondante della Natura, il simbolo primigenio della vita. Inoltre falliche erano le principali divinità arcaiche – Priapo e Pan – il cui atteggiamento nei confronti dell’umano è ambiguo e difficile da definire in quanto somma di aspetti benevoli e inquietanti. Il fallo – partecipe di queste due nature – poteva trasformare in benefici gli influssi malefici e tenere lontani i mali.

Esemplare in tal senso un mosaico decorante la soglia di una domus hadrumetina e datato agli inizi del III d.C. Questo affianca alla più diffusa immagine del phallus, tra l’altro raffigurato eiaculante e quindi con l’attenzione convogliata sul seme, per gli antichi essenza stessa della generazione; la più rara immagine degli organi genitali femminili che vengono a rafforzare ulteriormente la valenza apotropaica del modello.

La raffigurazione di questi ultimi è alquanto insolita e non si conoscono altre testimonianze almeno nelle province africane. L’associazione al fallo eiaculante sembra voler porre l’attenzione sulla dimensione fecondante, vitalistica dell’insieme, insolitamente caratterizzata dalla presenza di entrambi gli organi riproduttori – quello maschile rimane però in posizione preminente – cui si affianca il valore profilattico generalmente affidato a quelle parti del corpo sentite come oscene e per cui si può portare a confronto il già ricordato gesto.

L’immagine è accompagnata da una breve iscrizione O Chari nella quale si è identificata una contrazione di charidotes, attributo che può associarsi a Zeus, Hermes o Dioniso. L’associazione con il phallus sembrerebbe indicare verso quest’ultimo considerando l’importanza della simbologia fallica nei rituali dionisiaci.

Ancor più connotato è un pannello di soglia da Moknine sul quale compare un grande occhio sbarrato, evidentemente una raffigurazione del malocchio intorno al quale sono posti due serpenti. Al di sopra dell’occhio resta la parte inferiore di un fallo pisciforme.

La raffigurazione dell’invidus, del mal’occhio, con l’occhio del male è rarissima in Africa ma trova frequenti attestazioni in tutto l’oriente semitico ellenizzato, confermando gli stretti legami culturali che la regione intrattiene con l’oriente nel corso di tutta la sua storia.

  Gli altri simboli sono gli apotropaia che annullano il potere delle forze negative raffigurate dall’occhio. Il phallus presenta il doppio aspetto di elemento vitale opposto alle forze apportatrici di morte ma anche una componente lesiva, quasi fosse un’arma capace di penetrare nell’occhio accecandolo e quindi rendendolo impotente. Anche i serpenti vano probabilmente letti nello stesso senso.

Il phallus presenta in questo caso un evidente profilo pisciforme, introducendo un’ulteriore elemento relativo alla simbologia apotropaica diffusa nella regione. Il pesce è infatti un simbolo protettore molto forte, tradizionalmente destinato a proteggere le soglie, il luogo più delicato della casa, quello da cui possono passare le forze malvagie. Graf de la Salle ricorda come ancora agli inizi dello scorso secolo fosse diffusa in Tunisia la seguente pratica: quando si costruiva una casa veniva sepolta sotto la soglia un’orata con in bocca un pezzo d’oro, retaggio di una tradizione ancestrale sopravvissuta ai secoli e alle trasformazioni religiose. Foucher ricorda come ancora ai suoi tempi (siamo nel 1954) agli occhi dei tunisini il pesce fosse ancora dotato di particolari poteri contro il malocchio.

Esiste solo un’altra raffigurazione del Mal’occhio e proviene sempre dalla regione costiera della Byzacaena. Si tratta di un pannello di soglia della “domus del Battello” di Themetra. Qui è raffigurato un occhio sul quale incombe un grande phallus dal profilo pisciforme pronto per accecarlo. L’immagine è accompagnata da una breve iscrizione Invidiosibus quod videtis B(onis) B(ene) M(alis) M(ale). Il formulario è alquanto insolito, se la formula B(onis) B(ene) trova un possibile confronto in un mosaico da Timgad, quella M(alis) M(ale) è a tutt’oggi priva di possibili confronti.

Pur non aggiungendo nulla a quanto visto in relazione al mosaico di Moknine l’esemplare di Themetra attesta la presenza di uno schema iconografico altrove sconosciuto in Africa e forse da connettere con gli stretti legami che la regione mantiene con l’Oriente nel corso di tutta la sua storia. 

 La fusione in un unico simbolo del fallo e del pesce rafforza ulteriormente le valenze tutelari dei due elementi e trova frequenti riscontri nella tradizione locale: in tal senso un passo del De Magia di Apuleio dove l’oratore si difende dall’accusa di essersi procurato pesci dal nome osceno per le sue operazioni magiche. Un’ulteriore immagina fallica è quella che compare sulla soglia dell’apodyterion delle “Terme di Curaria” a Themetra

Immagini di pesci o scene di pesca compaiono con notevole frequenza nel corpus musivo di Hadrumetum e dei centri vicini, spesso proprio collocati sulla soglia di edifici o singole stanze. Gli ittiocentauri che compaiono a volte in questo ambito possono rappresentare una variante colta dello stesso simbolo.

In alcuni casi le soglie possono essere decorate da immagini diverse, ma sempre appare identificabile un richiamo a questa dimensione protettrice. Gli esemplari noti sono però riferiti a soglie d’ingresso di specifici vani piuttosto che di edifici e quindi vanno considerate come parte di un più vasto programma come nel caso dei grifoni che decorava l’ingresso di un grande vano absidato della “Maison du Masques”, complesso per altro alquanto problematico in virtù della possibile destinazione funzionale dell’edificio o dei simboli dionisiaci – kantharos e pantere – collocati sulla soglia d’ingresso di un grande oecus nella “Domus di Virgilio”.

Va infine considerato quello che è forse il più insolito mosaico restituito dalla regione. Si tratta di un pannello musivo originariamente decorante una soglia di una domus collocata nella parte settentrionale della città. La semplicità dell’immagine e l’assenza di precisi dati di scavo impediscono di proporre una datazione. Vi compare un’immagine che richiama simboli propri dell’estremo oriente, come il simbolo centrale della clavicola di Phuc-Hi, rappresentate la “dualità del dinamismo universale” simbolizzata da due elementi, lo Yang e lo Yin di cui nessuno dei due prevarrà mai sull’altro.

   La principale differenza stà nel fatto che mancano i pallini nero su bianco e bianco su nero presenti nel simbolo originale. Il motivo può essere stato ricavato da un tessuto di seta e usato come generico simbolo apotropaico.

Mosaico Moknine

Ying-yang Sousse

Annunci

Read Full Post »

Venere Marina

  Un mosaico da Sousse ed uno da Lampta  presentano la raffigurazione di Venere marina circondata da eroti, tematica profondamente radicata nell’immaginario africano ed esplicitamente connotata in senso apotropaico. In primo luogo la stessa nudita divina è un forte simbolo protettivo in quanto lo splendore del corpo nudo abbagliava l’occhio del male.

Una grande conchiglia incornicia la dea come un immenso nimbo, essa sembra sostituire quello che Deonna definisce “mantello cosmico” anch’esso connotato in senso profilattico ma al contempo richiamante valori semantici propri della conchiglia, per l’esattezza il Pecten Jacobus. Questi ritorna con una certa frequenza nell’arte neopunica e romano-africana, sempre con valenze profilattiche e sempre connessa con la sfera di Venere. In alcune immagini plastiche Venere usa questa conchiglia per coprirsi i genitali; come notato da Camps il gesto è più di offerta che di protezione ed allude al gioco insito nel termine greco κτήςισ che indica sia la conchiglia che il pube femminile.

  I genitali femminili sono un fortissimo simbolo apotropaico per tutte le culture del Mediterraneo, come attesta ancora il folklore di molti paesi; simbolo di vita essi respingono le forze negative di qualunque sorta.

  Venere, in quanto Dea dell’amore e della persuasione fascinatrice svolge un ruolo centrale nella protezione dalle forze negative. Gli antichi non distinguevano fra potere psicologico e magico, la fascinazione si esprimeva in modo analogo ad entrambi i livelli. Apuleio assegna a Venere il secondo rango fra gli Dei utilizzati nella magia, dopo Mercurio e prima di Ecate e Luna. L’immagine della Dea compare frequentemente su gemme magiche e talismani; essa costituisce un fornidabile apotropaion in quanto l’oltraggio arrecato all’oggetto scatenerebbe l’implacabile vendetta della Dea, identificata come Venus Verticordia.

  Nel caso dell’esemplare hadrumetino va inoltre considerata l’originaria collocazione all’interno di una vasca o piscina, spazio in cui un’immagine di natura marina – la dea è nel presente caso affiancata da eroti pescatori – risultava particolarmente indicato. Come sempre nella scelta dei committenti sembrano coincidere livelli diversi con la compresenza di fattori legati al gusto e alla cultura del proprietario, alla destinazione d’uso del vano cui l’immagine era destinata, alle concezione religiose o magiche di cui una specifica immagine veniva caricata in quel preciso momento.

  La datazione del presente mosaico al IV secolo, momento in cui le componenti simboliche tendono a prevalere su quelle semplicemente decorative o sociali l’immagine era molto probabilmente connotata in tal senso anche se la scelta dello spazio cui destinarla – una vasca per l’acqua – mostra come anche le altre componenti continuassero a svolgere un ruolo non secondario.

  L’immagine di Venere marina, vero e proprio palladium nazionale per gli africani, diviene in epoca tardoantica – e in conseguenza della sempre più ampia affermazione del cristianesimo – un segno identificativo delle ultime aristocrazie pagane. Per quanto il fenomeno sia più marcato a partire dalla fine del IV d.C. in connessione con le misure antipagane presenti nell’editto di Tessalonica non si può escludere che questi fenomeni fossero già in formazione nei decenni precedenti, quelli in cui si data la realizzazione del presente mosaico.

Una tematica ricorrente: la maschera di Oceanus

  Fra le immagini più frequentemente attestate nella regione compare certamente la maschera di Oceanus le cui testimonianze sono estremamente abbondanti: si tratta in totale di quattro esemplari destinati a decorare l’interno di vasche o bacili.

  Le differenze stilistiche e di dettaglio iconografico esistenti fra i vari esemplari non sono sufficienti a non far riconoscere la presenza di una concezione comune fra le varie figure, che negli esemplari meglio conservati (come quello rinvenuto in Rue de la Republique a Sousse) risultano pienamente identificabili. La protome è collocata all’interno di un fondale bianco, movimentato dalla presenza di tratti spezzati evocanti la superficie marina e popolato di pesci e altri animali acquatici. Il dio è raffigurato solamente dalla protome, il volto presenta tratti marcati pateticamente, le chiome e la barba terminanti in forme vegetalizzate evocanti piante acquatiche, il trattamento cromatico con venature tono su tono di blu e verdi raggiunge – almeno negli esemplari di miglior qualità – effetti di autentico pittoricismo. Dalle chiome fuoriescono zampe e chele di crostaceo che permettono di riconoscere con certezza la divinità rappresentata.

  La spiccata connotazione chiaroscurale che caratterizza queste immagini doveva essere ulteriormente accresciuta dall’originaria collocazione che le vedeva apparire al di sotto di uno strato d’acqua che confondendone i contorni doveva accrescere la suggestione.

  Il tema della maschera di Oceano è stata a lungo dibattuto nella storia degli studi, in quanto non sempre chiare apparivano le concezioni simboliche che era chiamato a trasmettere. Le interessanti osservazioni avanzate sul tema da Sara Santoro Bianchi sulla relazione esistente fra questa iconografia e l’Imitatio Alexandri appare difficilmente applicabili alla realtà africana, se non in forme molto indirette.

  L’accento appare porsi piuttosto sulla natura fecondante della divinità, origine di tutte le acque della terra e quindi apportatrice di vita. A questa componente sembra indicare la vegetalizzazione della barba e delle chiome che traspare in modo evidente nelle maschere che appaiono in un mosaico di Acholla dove questo processo appare completo.

  L’immagine veniva in oltre connotandosi come simbolo apotropaico, dimensione cui rimandano sia i legami con la sfera della fecondità sia la dimensione della maschera spesso caratterizzata da queste funzioni nelle regioni africane fin da epoca punica. Mentre l’attitudine patetica di questi volti interpretata dalla Santoro Bianchi come espressione della potenza della Natura e del suo sdegno per essere violata dagli uomini – evocando il tal senso il nefas argonautico – va probabilmente limitata in quanto è molto probabile che questi modelli venissero diffusi nelle province come semplici schemi iconografici senza che fossero note tutte le speculazioni filosofico e simbolico.

   L’adozione della maschera oceanica legata all’Imitatio Alexandri specie in epoca severiana la fece intendere come simbolo genericamente imperiale. In una terra povera di risorse idriche come la Tunisia esso potrebbe acquisire la valenza di omaggio all’autorità imperiale connessa alla realizzazione delle importanti opere idrauliche che convogliavano verso le città costiere le riserve idriche dei monti dell’interno. In tal senso l’immagine riassumerebbe i tradizionali richiami alle acque apportatrici di vita e la dimostrazione di lealtà verso il potere imperiale che ne garantiva la disponibilità.

Altri soggetti marini

   Le immagini marine – o più generalmente acquatiche – sono alquanto diffuse e non si riducono al certo alle immagini di Venere marina e di Oceanus. Le immagini marine chiamate ad evocare la sfera acquatica avevano ovviamente una grande diffusione nelle regioni semi-aride del Sahel tunisino, dove risultano spesso associate al tema delle stagioni il cui regolare ciclo apportava le piogge vivificanti da cui dipendeva la prosperità della regione. Questa tematica principale si associava poi ad altre componenti secondarie sia di natura simbolico-religiosa – come l’importanza della figura di Nettuno nel pantheon locale – sia legate alla possibilità di realizzare piacevoli composizioni. A queste categorie andrebbero aggiunti i soggetti di matrice realistica con scene di pesca e navigazione che esulano dall’oggetto del presente lavoro e che saranno analizzate solo nei casi in cui compaiano elementi di natura simbolica o mitologica.

  Nettuno, genius coloniae di Hadrumetum in quanto corrispondente a Saeculum Frugiferum compare in tre mosaici  nello schema del trionfo, nell’esemplare di maggior impegno (“Domus di Virgilio”) il Dio appare su un cocchio trainato da quattro cavalli marini disposto di tre quarti secondo uno schema prospettico di tradizione ellenistica. L’imperioso gesto del Dio che tende in avanti la mano destra con estremo vigore sembra guidare il ricco corteggio che si dispone nei medaglioni disposti intorno alla figura divina.

Tra i due riferimenti presenti vanno evidenziati i numerosi – seppur discreti – simboli dionisiaci (ittiocentauri con pedum e nebris, nereide con foglia d’edera). L’associazione fra il mondo dionisiaco e quello acquatico è una costante dell’immaginario africano, in quanto Dioniso svolge il ruolo di garante del ciclo stagionale e – in quanto signore della vita – estende il suo potere sull’universo acquatico, simbolo stesso dalla prosperità e della sua rigenerazione naturale nelle aride terre africane. La posizione centrale di Nettuno che sostituisce Dioniso nella funzione di Cosmokrator è legata alla gia ricordata valenza che la divinità assume nella regione.

Questo elemento è ancora più evidente nel mosaico proveniente da una domus posta a sud dello Oued Blibane e di cui si conserva solo un pannello rettangolo di ampie proporzioni (1.80 m X 1.50 m) che dobbiamo immaginare posto al centro della composizione musiva.

Rispetto al precedente esemplare l’iconografia è più semplice – i cavalli marini sono solamente due anziché quattro – e presenza numerose incertezze compositive a cominciare dalla contrapposizione fra la figura divina – rigorosamente frontale – e il carro rappresentato lateralmente.

Dal punto di vista iconografico l’elemento più notevole è il manto che si gonfia alle spalle del Dio formando un’incorniciatura circolare evocante la presenza di un nimbo. Quest’ultimo è in Africa attributo esclusivo delle divinità celesti connesse a cicli di rigenerazione naturale e come tale caratterizzante di norma Saturno e Dioniso. Il nimbo deriva dal disco solare che sulle stele puniche accompagnava o sostituiva l’immagine di Ba’al Hammon inteso nella sua dimensione di grande Dio uranio, signore dei fenomeni naturali. In epoca romana dette valenze funzionali sono mantenute dal nimbo che caratterizza in tal senso le divinità che lo portano. Per quanto nessuno dei mosaici di Sousse presenti la ricchezza simbolica del grande mosaico di Acholla tutti sembrano rispondere allo stesso orizzonte simbolico.

La frequente caratterizzazione in chiave dionisiaca dei personaggi minori ribadisce questo legame con il mondo delle acque dolci, apportatrici di vita e fecondità. Simboli dionisiaci caratterizzano quasi tutte le raffigurazioni marine confermando lo stretto legame esiste fra le due sfere poste sotto l’autorità di due divinità: Dioniso e Nettuno, che nella cultura locale rivestono componenti differenti di un’unica divinità: Baal Hammon.

Fra i numerosi esempi appare di particolare interesse un mosaico di soglia raffigurante due ittiocentauri sulla schiena dei quali sono sdraiate due nereidi. La genericità della scena e compensata dalla particolare collocazione rende la lettura certo meno banale. La funzione di soglia di un cubiculum e la natura erotica del mosaico della stanza potrebbero indicare un augurio di fecondità, idealmente sempre associato alla prosperità della terra evocata dalla componente acquatica. A rafforzare il legame fra i due mosaici è la presenza di maschere di Oceanus come elemento organizzatore del mosaico del cubiculum richiamanti la sfera marina presente sulla soglia. In oltre le code degli ittiocentauri richiamano la figura del pesce, forse il simbolo profilattico più caratteristico della cultura africana. L’assenza – in questo caso – di richiami dionisiaci non modifica il valore di fondo dell’immagine.

Altra insolita raffigurazione si ritrova in un mosaico proveniente da un complesso non identificato presso la “domus di Sorothus”. E’ raffigurata un’interpretazione fantastica di una corsa circense affidata ad eroti cavalcanti coppie di pesci. Il mosaico si inserisce in una tradizione africana per cui si possono trovare confronti  a Cartagine e Piazza Armerina. Le dimensioni del mosaico (2.20 m X 0.78 m) potrebbero indicare – pur in assenza di dati di rinvenimento – la pertinenza alla decorazione di una soglia per la quale sarebbero particolarmente adatte le raffigurazioni ittiche.

Non frequente è anche la raffigurazione presente in un mosaico della “Domus di Virglio” in cui compaiono due Ninfe intente a versare acqua da vasi con grandi anse. Il gesto ricorda quello compiuto da Dioniso nel grande mosaico trionfale della stessa casa e probabilmente ha lo stesso valore di simbolizzare l’intervento divino a garanzia del rinnovamento della fecondità naturale.

Gli altri mosaici con simili tematiche presentano minori particolarità e ripropongono – con variazioni di stile e composizione più che di contenuto – immagini di ittiocentauri e nereidi. Una maggior caratterizzazione presenta un mosaico da Themetra raffigurante il mito di Galatea e Polifemo che sarà trattato in seguito in relazione al contesto di provenienza.

Come per i soggetti dionisiaci anche per quelli marini la documentazione musiva è affiancata da – limitate – testimonianze di scultura decorativa. Si tratta delle figure di una Nereide e di una Ninfa, le cui ridotte dimensioni sembrano indicarne una funzione decorativa in contesto privato. Non si hanno dati di rinvenimento per l’immagine della Ninfa, mentre la Nereide è stata rinvenuta nel 1898 in occasione dei lavori di dragatura del porto e quindi risulta priva di contesto di riferimento essendo ignote le ragioni dell’inabissamento.

Sempre in occasione dei lavori di dragatura del porto sono state ritrovate alcune appliques bronzee raffiguranti due tritoni e teste di Dioniso e Eros. Se i vari elementi fossero appartenuti ad un unico oggetto – le dimensioni e la cronologia sembrerebbero confermare questa ipotesi anche in mancanza di certezze viste le condizioni di rinvenimento – ci troveremmo di fronte ad una nuova associazione fra l’elemento marino e quello dionisiaco attestando la presenza di queste immagini anche in classi di materiali – come gli arredi mobili cui sembrano pertinenti queste decorazioni – per noi totalmente perdute.

 Venere marina (Sousse)

 

Read Full Post »