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Archive for maggio 2014

   Per millenni le grotte hanno suscitato nell’uomo una sorta di timore reverenziale, spazio limitaneo fra il nostro mondo e un mondo altero – quello degli spiriti, dei mostri, degli Dei inferi – sono rimaste fra i luoghi meno conosciuti del pianeta, sfruttate solo nei loro tratti iniziali per molteplici scopi senza mai spingersi oltre agli spazi in qualche modo illuminati dalla luce del giorno verso quel regno di buoi e mistero che si apriva alle loro spalle. Pochi sono i casi di esplorazioni più all’interno tanto nell’antichità quanto nel medioevo e nella prima età moderna ed in genere sempre strettamente legate ad attività metallurgiche o alla raccolta di oggetti spersi dai millenni come nella Germania del XVI secolo quanto alcuni intrepidi si avventuravano in quei recessi alla ricerca delle ossa del mitico unicorno, in realtà ossa fossili di ursus spaeleus o di altri animali della megalofauna glaciale.

   Le cose cambiarono solo con il progredire della rivoluzione scientifica nel XVII secolo. Il padre di questa nuova è un chirurgo del Somerset John Beaumont. Nel 1674 un gruppo di minatori intenti in scavi alla ricerca di piombo intercettarono una grotta sulle pendici del Mendip Hills. Il medico chiamato per controllare convinse alcuni minatori a seguirlo – probabilmente dove avergli promesso un buon compenso in denaro – questi dopo aver strisciato per alcuni stretti cunicoli giunsero ad un pozzo, Beaumont si fece legare e calare nell’apertura scoprendo una grande sala contenente ricche vene di piombo. L’impresa del medico inglese ebbe però pochissima eco e nonostante questi continuasse a visitare diverse grotte nella regione solo i possibili ritorni minerari attrassero qualche interessamento.

   La nascita un più vasto e diffuso interesse per queste formazioni non sarebbe infatti avvenuta in Inghilterra ma sul continente, in una delle aree più ricche di queste strutture naturali, le montagne del carso fra Friuli e Slovenia, allora parte integrante dell’Impero asburgico.

  Protagonista di quest’avventura è una figura originale e decisamente fuori da ogni schema, Johan Valvasor, un barone sloveno che risiedeva in un castello sulle pendici del Carso a circa 80 km da Trieste. A partire dal 1670 Valvasor fu preso da un’autentica smania per le grotte visitando e documentando oltre 70 cavità della regione carsica e pubblicando i risultati delle sue esplorazioni in quattro ponderosi volumi – per un totale di oltre 2800 pagine – arricchiti di piante e illustrazioni. Le descrizioni di Valvasor sono spesso fantasiose e il barone ha un’evidente tendenza ad esaltare le proprie imprese ingigantendo dimensioni e pericoli mentre le illustrazioni rinunciano ad ogni verosimiglianza cedendo al gusto barocco della meraviglia e trasformando le concrezioni in grovigli di mostri e gargouille ma questo non deve far passare sotto silenzio i meriti dello stesso in cui la vastità dei complessi esplorati si unisce allo studio, all’epoca assolutamente originale dei corsi d’acqua sotterranei; all’intuizione dell’esistenza di collegamenti fra i vari complessi fino alla scoperta di numerosi specie animali totalmente sconosciute alla scienza come quella di un piccolo animaletto cieco dall’aspetto rettiliforme, privo di occhi e dal colore rosato che Valvasor descrive con minuzia di dettagli e che – rifacendosi alle leggende locali che attribuivano ad un drago vivente nelle profondità le periodiche intermittenze del fiume Bella – interpretò come un cucciolo di drago. In realtà si trattava del Proteus anginus, una salamandra cieca perfettamente adattata alle condizioni della vita in grotta. Il nuovo animale suscito un vivace interesse nella cultura europea del tempo tanto che l’arciduca Giovanni d’Austria si fece costruire una grotta artificiale per poterne allevare alcuni esemplari.

  L’esperienza di Valvasor fu ripresa nel secolo seguente questa volta all’interno di un grande progetto pubblico e alla luce delle nuove aperture della cultura illuminista. Nel 1746 il giovane matematico viennese Joseph Nagel ricevette da Maria Teresa l’incarico di esplorare e cartografare le principali grotte dell’Impero. Accompagnato dal pittore italiano Carlo Beduzzi incaricato delle illustrazioni Nagel segui sul Carso le indicazioni di Valvasor arricchendole però con la scoperta di un gran numero di cavità ed inoltre per la prima volta esplorò analoghi complessi in Boemia e Moravia nei quali nessuno si era mai avventurato. Tanto sul piano scientifico quanto su quello della rappresentazione il lavoro di Nagel e Beduzzi segna una netta evoluzione rispetto alla pubblicazione di Valvasor, i due misurano e documentano con attenzione ogni grotta e le illustrazioni rinunciano ad ogni carattere fantastico e fiabesco per cercare di rendere nel modo più reale possibile quanto effettivamente visto nelle singole grotte. Purtroppo i risultati non vennero mai dati alle stampe e Nagel si dimostrò più interessato a sfruttare i propri successi per crearsi una posizione a corte che a sistemare l’opera per la pubblicazione. riuscendo per altro brillantemente nel proprio scopo fino ad ottenere incarichi di grande prestigio: primo matematico di corte, poi curatore delle raccolte scientifiche imperiali e infine direttore del dipartimento di Scienze fisiche dell’Università imperiale di Vienna.

   Fra le grotte studiate prima da Valvasor e poi da Nagel vi era l’Aldesberger sul carso sloveno, poi grotta di Pustumia quando la regione entrò a far parte del regno d’Italia ed infine Pastojma Jama con la nascita della Jugoslavia. Questa grotta aveva sempre goduto di uno stato particolare, posta sulla principale strada di collegamento fra Trieste e Vienna e caratterizzata da un ingresso ampio e luminoso era sempre stata sempre frequentata diventando fin dal medioevo spazio di intrattenimento per i nobili locali. Nel 1818 venne organizzata una visita dell’Imperatore Francesco I e per l’occasione si procedette a lavori di risistemazione, durante questi interventi venne scoperto un passaggio che conduceva a nuove stanze molto più grandi di quelle conosciute fino a quel momento e coperte di splendide incrostazioni.

  Un funzionario locale Josip Jeršinovič si incarico di organizzare i primi percorsi di visita. La grotta – prima al mondo – fu dotata di passerelle per essere visitata in tranquillità mentre i visitatori venivano dotati di torce durante la visita cui fece seguito l’istallazione di lampadari in cristallo con lampade ad olio il cui fumo risultava meno fastidioso di quelle delle torce. Per proteggere la grotta da ladri e vandali questa fu chiusa con un cancello nelle ore notturne e venne introdotto il pagamento di un biglietto per chi fosse interessato a visitarla. I tempi erano maturi, la nascente borghesia cominciava a viaggiare per diporto e le nuove generazioni di europei che facevano propria la sensibilità romantica non potevano che farsi sedurre da questo mondo misterioso e oscuro dove la natura rivaleggiava con l’arte più raffinata come creatrice di bellezza. Straordinaria documentazione di quegli anni gli acquerelli di Alois Schaffenrath ci testimoniano le suggestive atmosfere di quelle visite.

   Negli anni seguenti la grotta fu ripetutamente esplorata e venne scoperte nuove sezioni – in particolare con le ricerche di Adolf Schmidl a partire dal 1850 e la costruzione della ferrovia nel 18957 trasformò Postumia in una delle principali attrazioni turistiche dell’Impero austro-ungarico mentre altrove altre grotte venivano esplorate e aperte al pubblico ma questo appartiene ad un’altra storia rispetto a quella che qui si voleva ora raccontare.

Immagine di grotta dall'opera di Johan Valvasor 1670

Alois Schaffenrath: Veduta delle grotte di Postumia

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  Una serie di circostanze più o meno casuali, da ultimo la ripresa scaligera del capolavoro di Berlioz “Les troyens” mi hanno portato a riflettere sulla figura di Didone, sulle sue origini e sul suo mito.

   Esiste, infatti, una serie di indizi estremamente interessanti che ci permettono di provare a ricostruire l’autentica origine cartaginese della figura e il suo ruolo nell’immaginario mito-politico della metropoli africana prima della conquista romana del 146 a.C.

  Le più antiche testimonianze certe sul personaggio risalgono ad età ellenistica e precisamente ad un frammento di Timeo di Tauromeio citato indirettamente da un compilatore anonimo (FHG I, p. 197) di estremo interesse perché proveniente da quell’ambito siceliota che con il mondo punico e punicizzato intratteneva stretti legami. Il passo pur nella sua brevità fornisce un quadro generale del mito che non si discosta di molto da quello virgiliano – seppur privo delle componenti romantiche che l’episodio viene ad assume ne l’”Eneide” – nonché alcuni interessanti spunti di riflessione linguistica: “Θειοσσώ: Timeo dice che, nella lingua dei fenici, ella è appellata Elissa (Έλισσα), che era la sorella di Pygmalion, re dei Tiri, e che ha fondato Cartagine in Libia. In effetti, appena suo marito venne ucciso da Pygmalion, ella riparo su una nave e fuggì con qualche suo concittadino. Dopo un gran numero di peripezie, ella sbarca in Libia, ove fu appellata dagli indigeni Didone (Δειδώ) per le sue numerose peregrinazioni. Una volta fondata la città, i re della Libia la vollero sposa. Ella si rifiuta ma, al contrario, i suoi concittadini pretendevano si sposasse, allora ella fa organizzare una cerimonia per confondere i suoi seguaci; ella fa innalzare un grande rogo presso il suo palazzo, poi dalla casa si getta nel fuoco”.

   Dal passo si ricava che Θειοσσώ è sostanzialmente il nome greco di Elissa, basandosi sugli studi linguistici relativi all’argomento (in specie quelli di A.Meillet e J. Vendryes) appare evidente che si tratta di un nome fortemente alterato e che presenta tutte le caratteristiche di un nome ipocoristico terminante in –ώ. Un confronto interessante si ha con l’espressione Θειό-σεπτος attestata in Aristofane (“Nuvole” 292) con il significato di “onorato come in Dio. Questa frase rimanda alla definizione che di Elissa troviamo in una fonte tarda ma di estrema importanza per comprenderne la figura. Giustino, nell’epitome a Pompeo Trogo (XVIII,6,8) ricorda come a Cartagine prima della distruzione esistesse un tempio dedicato ai Mani di Elissa, fondatrice della città dove essa era pro dea culta termine che sembrerebbe la versione latina della ricordata espressione greca.

   Elissa sarebbe stata quindi oggetto di un culto a Cartagine, il tempio descritto da Giustino ricorda forse troppo da vicino la descrizione virgiliana del tempio di Giunone eretto dalla regina sull’arce di Cartagine e non si può escludere una suggestione letteraria ma questo potrebbe anche riflettere una sorta di associazione cultuale fra Astarte (è verosimilmente lei che le fonti latine identificano con Giunone) e la regina divinizzata tanto più che lo stesso Giustino ricorda come nel tempio ci fossero cento altari dedicati agli Dei celesti e alle potenze dell’Erebo il che potrebbe far pensare ad un duplice culto in cui Astarte rappresentava la componente urania e il culto eroico della regina fondatrice quella ctonia (anche nel mondo greco i culti eroici agli ecisti hanno spesso carattere ctonio).

  L’epiteto Θειοσσώ ricordato da Timeo attesterebbe una conoscenza di questo culto da parte del mondo greco di Sicilia forse tramite le stesse comunità puniche dell’isola fortemente influenzate dal mondo greco sia sul piano linguistico che culturale. In Sicilia erano fra l’altro ben note alcune emissioni monetarie puniche che rappresentano forse l’unica immagine nota della regina in età antica; realizzate in argento intorno al 420 a.C. in stile greco mostrano in fronte una testa femminile di profilo con copricapo di tipo orientale mentre sul retro è un leone passante  con alle spalle una palma.

   Nulla si può invece dire sul nome Δειδώ se non che esso parrebbe di origine africana. L’interpretazione di Timeo non è dimostrabile e conosciamo ancora troppo poco le lingue libico-berbere antiche per poter procedere ad una più precisa interpretazione. L’unico dato è la somiglianza con il nome Did(d)a/Dud(d)a è attestato nella regione e confermerebbe l’origine nord-africana dello stesso.

   Tutte le fonti sono concordi nel considerare l’originario nome fenicio Elissa, o meglio ‘lšt essendo Έλισσα la trascrizione greca dello stesso. L’origine è sicuramente vicino-orientale e trova riscontro non solo in Fenicia ma anche in ambito nord arabico oltre a comparire in numerosi antroponimi e toponimi punici i quali possono però ovviamente risentire del culto eroico di cui era oggetto la regina in città.

   L’esistenza di culti divini nei confronti dei fondatori di città o dinastie non è ignota ai fenici. Il caso più emblematico si riscontra proprio a Tiro dove la principale divinità cittadina è Milk-qart (Mlqrt) il “Re della città” antenato mitico della dinastia reale su cui si fonda l’identità cittadina; il fatto che a Cartagine questo ruolo sia svolto da una figura femminile non sorprende anzi corrisponde pienamente alle necessità politiche della nuova colonia, a prescindere dai possibili – e in ogni caso indimostrabili – fondamenti storici del personaggio Elissa incarna in se stessa l’idea della città intesa non più sulle basi dinastiche della madrepatria ma nel suo corpo di autentica polis.

   Un indizio in questo senso ci è offerto dal celeberrimo giuramento che accompagna il trattato di alleanza fra Annibale e Filippo V di Macedonia riportato da Polibio (VII, 9, 2). Nella seconda delle triadi divine chiamate a garanti del giuramento sono invocati il Genio dei cartaginesi (“Δαίμον” nel testo greco), Eracle e Iolao. Se è evidente riconoscere in Eracle Milqart secondo una prassi assimilatoria normale tanto in Grecia quanto a Cipro e in Fenicia la stretta associazione fra questo e il Δαίμον dei cartaginesi rende possibile ipotizzare in quest’ultimo propria la figura divinizzata di Elissa; i mitici fondatori divini (o divinizzati) di Tiro e Cartagine associati fra loro. Il terzo elemento della triade citata è Iolao, la cui vicinanza ad Eracle non ha mai posto particolari quesiti ma in cui è possibile vedere anche – e forse soprattutto – l’antica divinità libica di Iol che quindi verrebbe a rappresentare il terzo elemento costitutivo dell’identità cartaginese al fianco alle divinità tutelari della città coloniale e della madrepatria.

  L’onomastica cartaginese presenta in molti nomi riferimenti ad una Regina come Hmlkt “Fratello della Regina” o il suo corrispettivo femminile Htmlkt “Sorella della Regina”; se in Oriente il riferimento ad Astarte appare automatico a Cartagine e nei territori punici d’Occidente nulla impedisce che invece ci si riferisca propria ad Elissa divinizzata. A favore di quest’ultima lettura gioca una tavoletta plumbea con testo magico ritrovata in una tomba di Cartagine il cui testo si rivolge alle divinità infere fra cui è presente una ‘lt mlkt “Dea Regina” che non può certo essere Astarte visto la sua natura prettamente urania di quest’ultima e in cui appare naturale identificarvi Elissa in relazione al culto ctonio di cui era oggetto e che risulta attestato anche da un passo dei Punica di Silio Italico (I, 81-98).

Pierre-Nercisse Guérin. Didone ed Enea. 1815

Pierre-Nercisse Guérin. Didone ed Enea. 1815

Tetradramma in argento con busto di Elissa

Tetradramma in argento con busto di Elissa

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