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Archive for settembre 2014

Turandot                      Inge Borkh

Liù                               Renata Tebaldi

Calaf                           Mario del Monaco

Timur                           Nicola Zaccaria

Ping                             Fernando Corena

Pang                            Mario Carlin

Pong                            Renato Ercolani

Un mandarino              Ezio Giordano

Orchestra e coro          Accademia di Santa Cecilia

Direttore                      Alberto Erede

Registrazione    1955

2 CD Urania WS121.202

 

Incisa originariamente per la Decca nel 1955 la presente edizione di “Turandot” – riproposta dalla Urania nella collana Widescreen – colpisce in primo luogo per l’altissima qualità della registrazione – pienamente valorizzata dal presente riversamento – che testimonia l’attenzione che già in quegli anni caratterizzava la casa discografica inglese per la fedeltà e la pulizia del suono.

L’esecuzione musicale è in qualche modo emblematica dell’approccio al repertorio della giovane scuola degli anni a cavallo del secondo conflitto mondiale di cui questa incisione rappresenta ancora un esempio perfetto. Una lettura finalizzata in primo luogo ad esaltare la prestanza vocale dei singoli interpreti all’interno di un quadro orchestrale teso alla massima spettacolarizzazione dell’insieme.

La direzione di Erede – alla guida degli ottimi complessi dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia – procede per grandi quadri sonori di granitica definizione e di sicuro impatto specie per il pubblico dell’epoca. Un’imponenza sonora favorita dalla possanza delle voci a disposizione e che in quest’ottica ottiene certamente i risultati voluti anche se sarebbe inutile ricercarvi quell’attenzione al dettaglio e quella valorizzazione degli stretti legami che uniscono la scrittura puccianiana alle coeve sperimentazioni di area mittel-europea pur così presenti in quest’opera.

All’interno di quest’ottica interpretativa Mario del Monaco si muove pienamente a suo agio. In quegli anni la voce era al massimo delle sue potenzialità, autenticamente torrenziale e capace di dominare con disinvoltura quasi imbarazzante le più corpose masse orchestrali sfruttando al meglio anche una dizione di rimarchevole chiarezza. Di contro il suo approccio al ruolo si riduce troppo spesso alla sola esibizione dello smalto vocale rimanendo le ragioni espressive del personaggio sostanzialmente ignorate. Ovviamente una lettura di questo senso trova i suoi momenti migliori nei punti di più scoperta drammaticità – su tutti la scena degli indovinelli – mentre viene a mancare di poesia in quei passi dove dovrebbe emergere la natura più propriamente lirica del principe ignoto. Una testimonianza quindi per molti aspetti datata e lontana dal gusto odierno ma di notevole interesse sul piano storico e documentario.

Analoghe considerazioni si possono avanzare per la Turandot di Inge Borkh, autentico soprano drammatico di matrice wagneriana. Se anche nel suo caso appare evidente una tendenza a risolvere il personaggio su basi prettamente vocali va rilevato che la figura dell’algida principessa si presta molto meglio rispetto a Calaf ad una siffatta lettura all’interno della quale anche certe durezze trovano una loro giustificazione espressiva.

Semplicemente magnifica la Liù di Renata Tebaldi ritratta all’epoca del suo massimo splendore vocale. L’accento è – come quasi sempre nel suo caso – forse un po’ troppo matronale e come auto-compiaciuto della propria bellezza timbrica ma di fronte ad un timbro così profondamente luminoso e al contempo femminile, ad una linea di canto così magnificamente tornita e a suoni di tale assoluta purezza non si può non farsi conquistare.

Nicola Zaccaria (Timur) non può sfoggiare mezzi vocali altrettanto ragguardevoli ma conferma l’alto professionismo e la complessiva efficacia che lo contraddistinguevano in quelli anni.

Le numerose parti di fianco sono ulteriore testimonianza dell’altissimo livello complessivo della scuderia Decca in quegli anni; da segnalare soprattutto l’imponente Ping di Fernando Corena pienamente in linea con la monumentalità complessiva dell’edizione. Completano il cast: Mario Carlin (Pang), Renato Ercolani (Pong), Gaetano Fanelli (Altoum), Ezio Giordano (Un mandarino).

La presente ristampa permette di fruire al meglio di un’edizione che seppur lontana per molti versi dal gusto attuale resta una preziosa testimonianza di un momento fondamentale della storia del canto lirico del XX secolo.

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 Ci ha lasciato Magda Olivero, ultima testimone diretta dell’ultima grande stagione del teatro lirico italiano – quello della giovane scuola e degli immediati eredi di Puccini – di cui lei era stata figlia autentica, cresciuta artisticamente al fianco dei grandi compositori di quella generazione.

   Nata a Salazzo il 25 marzo del 1910 da una famiglia del notabilato locale aveva studiato musica al conservatorio di Torino ricevendone una formazione completa – canto, pianoforte e composizione – insolita per i cantanti di quella generazione.

   Insolito il debutto non in teatro ma alla radio nel 1932 ne “I misteri dolorosi” di Nino Cattozzo a cui segui quello teatrale nel “Gianni Schicchi” di Puccini. Se durante gli anni trenta la sua carriera teatrale appare ancora modesta quello è un momento fondamentale per la sua formazione. Questa ragazza colta e volenterosa, dotata di innegabile carisma scenico e di naturali doti di interprete attirò infatti l’attenzione dei maggiori compositori ancora viventi. Troppo giovane per conoscere il prematuramente scomparso Puccini ebbe però la possibilità di studiare direttamente con gli autori alcune delle maggiori opere veriste fra cui quell’“Adriana Lecouvreur” perfezionata con lo stesso Cilea e che diverrà il ruolo con cui più si identificherà negli anni seguenti. Questa formazione ha fatto della Olivero l’interprete di riferimento per quel repertorio troppo semplicisticamente definito verista – in realtà estremamente stratificato nel suo riflettere le contrastanti correnti culturali del prime decenni del Novecento – offendono la lettura forse più prossima a quella che era la volontà degli autori.

   Dopo la guerra ritorna in scena a Brescia nel 1951 come Adriana, punto di partenza di una carriera che la porterà su tutti i palcoscenici del mondo in cui la Olivero saprà ricavarsi un proprio specifico spazio senza farsi schiacciare del dualismo mediatico Callas – Tebaldi. La Olivero si concentro su un repertorio principalmente focalizzato sulla giovane scuola, Adriana appunto di fu l’interprete per antonomasia, l’unica a saper fondere in perfetta unità la magniloquenza anche un po’ retorica dell’attrice e la sincerità della donna come attestano le tante registrazioni e fra tutte l’inarrivabile produzione napoletana del 1959 al fianco di Corelli, Simionato e Bastianini; poi Iris di cui fu la grande paladina dando meritata diffusione ad uno dei titoli più originali e affascinanti del catalogo mascagnano nel suo sposare un’estatica pienamente liberty non così abituale in Italia, a Margherita del “Mefistofele”, Maddalena di Cogny, Fedora, Francesca e ovviamente le grandi parti pucciniane da Manon Lescaut di cui fu fra le interpreti più apprezzate in assoluto a Tosca con cui debutto al Metropolitan – solo – nel 1975 passando per Butterfly, Minie, Giorgietta.

   Questa centralità del repertorio “verista” non fu però esclusività impegnandosi la Olivero su una gamma di titolo decisamente più ampia in cui non solo compariva Versi – in specie quella Violetta de “La traviata” che fu tra i suoi maggiori successi e che gli valse il più convinto elogio di Celletti – ma anche la “Medea” di Cherubini cantata a Dallas nel 1967 o “La voix humaine” di Poulenc debuttata nel 1981 e affrontata a teatro fino agli anni ’90.

   Nel panorama musicale di quegli anni in cui si vive la rivoluzione copernicana rappresentata dalla Callas e da coloro che si porranno sulla scia tracciata dall’inarrivabile greca la Olivero ha rappresentato più della stessa Tebaldi la tradizione e la continuità della scuola italiana dei decenni precedenti. Voce forse non bellissima in senso classico ma assolutamente personale e pienamente riconoscibile sottoposto ad un controllo tecnico ferreo – anche e soprattutto dove sembra prevalere una tendenza a lasciarsi andare che però è sempre controllata e piegata a fini espressivi – fraseggiatrice di inarrivabile cura, attrice consumata e vera erede di un modo “alto” di recitare che con i decenni si è sostanzialmente perso non solo nella lirica ma anche nella prosa e nel cinema, la Olivero a saputo dare alle sue figure una verità espressiva di straordinaria efficacia pur se pienamente calata in quella tradizione che il fenomeno Callas stava spazzando via.

  Doti naturali non comuni e perfezione tecnica gli anno permesso una carriera lunghissima che la vista protagonista di alcune esibizioni concertistiche e radiofoniche ancora agli inizio degli anni 2000. La Olivero non fu solo artista straordinaria ma donna di non comune sensibilità ed eleganza stando ai ricordi di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerla.

   Ci ha lasciato come è sempre vissuta con riserbo ed eleganza, perfetta incarnazione di una piemontesità sabauda in cui lo stile e il savoir fair sono sempre ad un tempo discreti ed impeccabili e con lei si chiede per sempre un capitolo, forse l’ultimo, della storia del melodramma italiano.

olivero_magda - adriana lecouvreur (97,1KB - h500)

 

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