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Archive for ottobre 2014

 All’inizio degli anni 50 del VI secolo l’Italia era in ginocchio dopo quasi vent’anni di guerra e la soluzione del conflitto sembrava lontana; i successi riportati da Belisario all’inizio delle operazioni militari erano ormai lontani e la seconda spedizione del 544 aveva ottenuti scarsi risultati visto le limitate truppe messe a disposizione da Giustiniano più preoccupato alla stabilità delle frontiere persiane rispetto alle vicende del fronte italiano. Di questa situazione avevano tratto giovamento i goti che con il nuovo re Totila avevano ripreso il controllo di quasi tutta la penisola riducendo la presenza imperiale a poche sacche perennemente minacciate. A partir dal 550 la situazione sembra però poter cambiare, deciso a risolvere definitivamente il ginepraio italiano Giustiniano affida al nuovo comandante in capo Narsete un esercito all’altezza delle richieste.

  L’esercito che sbarca a Ravenna conta diverse decine di migliaia di soldati scelti greci, armeni e delle province orientali dell’Impero oltre a imponenti contingenti di ausiliari barbari fra 5000 longobardi e 3000 eruli oltre a bulgari, gepidi, unni e disertori persiani. Aggirata la roccaforte ostrogota di Rimini Narsete punta rapidamente verso Roma ma la marcia è rallentata dall’impossibilità di usare la Flaminia controllata in ogni tratto dai goti, per cui si scegli di usare itinerari minori, più lenti ma più sicuri.

   Preso alla sprovvista Totila tenta di reagire, ordina alle truppe di stanza a Roma di muovere verso nord e invia ambasciatori per ottenere più tempo per organizzarsi. Le due armate si incontrano nei pressi del villaggio di Tagina vicino all’odierna Gualdo Tadino dove vengono posti gli accampamenti: i goti nel citato villaggio, le forze imperiali scostate verso Sassoferrato in un luogo chiamato Busta Gallorum in cui ancora si vedevano le sepolture dei galli sbaragliati da Camillo, quel segno di una vittoria romana sui barbari deve essere sembrato di buon auspicio a Narsete. Nei giorni seguenti Totila continua a giocare d’astuzia, manda ambasciatori ai romani fingendo di avere bisogno di almeno otto giorni per prepararsi ma si prepara per colpire a sorpresa, Narsete non si lascia però ingannare e prepara le contromosse.

  Non conosciamo la data esatta della battaglia se non che questo avvenne nel giugno del 552; il campo era dominato da una piccola collina – circa 250 m – che permetteva di dominare il campo e che poteva rivelarsi decisiva per le sorti dello scontro, con un’azione notturna degna di un moderno commando un manipolo di uomini della fanteria scelta romana – circa cinquanta uomini – scala il colle di notte senza essere vista; al mattino quando i goti vedono l’accaduto hanno un ben triste risveglio.

   Costretto dalle necessità Totila prende l’iniziativa e quando il sole comincia ad illuminare la valle i due eserciti si schierano uno di fronte all’altro. Narsete schiera le proprie forze scelte sulla sinistra insieme a quelle di Giovanni e coperte dai bucellarii a cavallo e dalla cavalleria catafratta, sul lato opposto con analoga formazione sono disposti i corpi che fanno capo a Valeriano, Giovanni detto il mangione e Dagisteo; accanto ad entrambe le formazioni sono posti due squadroni di 4000 arcieri ciascuno mentre al centro gli ausiliari barbari sono fatti smontare e combattere a piedi, evidentemente Narsete non si fidava molto e preferiva limitarne la mobilità in caso di fuga. Più semplice lo schieramento goto con in prima fila la cavalleria pesante, tradizionale punto di forza degli eserciti ostrogoti e alle spalle la fanteria chiamata a aprirsi per proteggere i cavalieri dando loro il tempo di riorganizzarsi dopo ogni carica.

Una lunga serie di preliminari anticipa però lo scontro come se entrambi gli eserciti non avessero premura di cominciare, se per Totila ogni minuto e prezioso Narsete vuole lasciare l’iniziativa al nemico e non commettere passi falsi. Prima dell’inizio dello scontro Coca, un disertore passato al servizio dei goti si portò davanti alle truppe sfidando un campione nemico, la provocazione venne raccolta dall’armeno Anzala che riuscì a prevalere rapidamente sul rivale. A quel punto fu lo stesso Totila a farsi avanti, sfolgorante nella sua armatura dorata per eseguire la dscherid, la tradizionale prova di bravura dei popoli della steppa che i goti avevano fatta propria nella lunga permanenza nell’Europa orientale.

   Il tempo passava senza fatti di maggior interesse tanto che Narsete lasciò i suoi uomini consumare un breve pasto. Poi nelle prime ore del pomeriggio i goti decidono di prendere l’iniziativa lanciando la cavalleria all’attacco in due direzioni. Un gruppo fu inviato contro la collina alla destra del campo per sloggiarvi il manipolo di incursori romani ma questi resistettero eroicamente, sfruttando il pendio che rallentava i cavalli abbattevano i cavalieri goti a colpi di freccia per poi tagliare con le spade le lance di quanti stavano per giungere sulla cima, nonostante le gravi perdite i romani riuscirono a tenere saldamente il caposaldo tanto da spingere i goti a rinunciare all’impresa. L’attacco principale veniva invece risolto al centro dello schieramento romano, qui all’inizio dello scontro Narsete aveva modificato parzialmente le formazioni, le linee scelte della fanteria legionaria si erano sistemate di fronte e alle spalle degli inaffidabili ausiliari costringendoli a combattere fino all’ultimo uomo inoltre la formazione si era disposta a semicerchio facendo avanzare sulle ali gli arcieri che avevano una linea di attacco più vasta e soprattutto potevano colpire ai fianchi la cavalleria nemica. La strategia si rivelò vincente, la cavalleria gota ad ogni carica veniva falcidiata dagli arcieri orientali e la resistenza della fanteria legionaria respinse ogni offensiva del nemico. Solo verso sera quanto ormai le truppe ostrogote erano sull’orlo del tracollo Narsete ordinò l’attacco, la controffensiva romana spezzo rapidamente le linee gote, la cavalleria germanica in fuga travolse la propria stessa fanteria su cui poi piombarono i cavalieri romani compiendo un’autentica strage mentre la veloce cavalleria ausiliaria, composta principalmente da unni e bulgari si lanciava all’insediamento della cavalleria pesante gota ormai allo sbando. Sul campo restarono oltre 6000 uomini fra cui lo stesso Totila anche se le fonti danno aneddoti discordanti sulla morte del re. Per quanto i goti resistettero ancora alcuni anni la battaglia di Tagina questa segnò la fine del regno ostrogoto come potenza militare dando il via alla riannessione dell’Italia nell’orbita imperiale.

   La battaglia di Tagina è in qualche modo posta sullo spartiacque fra due mondi, ultima battaglia dell’antichità e prima del medioevo. Dal punto di vista strategico rappresenta per certi aspetti la nemesi di Adrianopoli, il ritorno trionfante di una fanteria professionale disciplinata e compatta, erede delle armate legionarie dell’antica Roma sui popoli di tradizione equestre ed in questo appare come uno degli ultimi colpi di coda dell’antichità mentre il futuro sarebbe stato delle cavallerie, al contempo segnando la definitiva caduta del regno ostrogoto che era stata parte integrante della civilitas romana tardo-antica apriva le porte a nuove invasione come quella longobarda che avrebbero traghettato definitivamente la penisola nel medioevo. In qualche modo la battaglia sembra emergere come simbolo stesso del difficile trapasso fra i due momenti storici vissuto dalla penisola italiana, incapace di uscire

totalmente dall’antichità come di entrare a pieno titolo nel medioevo.

Schema della battaglia di Tagina

Schema della battaglia di Tagina

 

Ricostruzione grafica della cavalleria tardo-romana

Ricostruzione grafica della cavalleria tardo-romana

totalmente dall’antichità come di entrare a pieno titolo nel medioevo.

 

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Baal Hammon

  Principale dio del pantheon punico, signore di Cartagine, Baal Hammon gode di una assoluta preminenza anche in contesto hadrumetino.

   L’origine della divinità è sicuramente orientale. La più antica attestazione si data intorno all’825 a.C. e proviene da Zincirli, capitale di un principato arameo della Siria posto alle pendici orientali dell’Amamus (il massicci composto dagli attuali Kizil Daği e Nur Dağlari) posti a nord-ovest dell’Oronte. L’origine sembra però rimandare al II millennio a.C. come attestano alcuni teonimi diffusi sia in area siriana che proto-fenicia come Abdi-Hamānu/i attestato in ambiente ugaritico.

  L’origine dell’epiteto è stata a lungo discusso, l’ipotesi più convincente, specialmente in rapporto agli elementi che più caratterizzeranno la divinità in Africa, pare sostanzialmente quella avanzata da Lipiński. Il nome ̉in Hmn-n che compare nei testi ugaritici in cuneiforme sillabico corrispondente all’accadico huršānu a-ma-tu (montagna e valle). Appare quindi probabile che ̉in Hmn-n possa essere interpretato come (il Dio del monte), monte che va identificato con l’Amamus come conferma anche la documentazione di altri centri della regione come Emar dove Hamānu è il nome locale del monte Amanus. La continuità fra queste testimonianze orientali ed il mondo fenicio d’occidente sembra potersi ravvisare in tre stele del tophet di Cartagine, dove l’antica formula Hmn sostituisce quella canonica B’l Hmn.  Baal Hammon non sembra quindi essere un vero proprio nome ma un toponimo geografico legato all’area di origine – o di maggior radicamento e prestigio – del culto. Non è forse casuale che oltre all’occidente punico sia propria quella parte de Siria in cui la fortuna del Dio sarà maggiore sia quantitativamente che cronologicamente.

   La domanda che si pone a questo punto non può che essere: quale Dio era adorato sull’Amamus? La documentazione in tal senso è molto abbondante e permette di identificare con certezza la divinità con Dagan/Dagon, l’antico Dio semitico delle cerealicoltura. L’identificazione compare già in testi di età paleo-accadica, in specie un’iscrizione di Sargon recita: “Il Re Sargon si prostra in preghiera a Tuttul davanti a Dagan, che a lui doni la parte superiore del paese: Mari, Yarmuti, Ebla, fino alla Foresta dei cedri e ai Monti d’Argento”, dove con “Foresta dei cedri” si indica l’Amanus e con “Monti d’Argento” la catena del Tauro. L’identificazione dell’Amanus è confermata da un’iscrizione di Naram-Sîn: “le genti che vengono ad adorare Dagan e gli portano il canestro di Aba, il loro Dio che tiene il dominio dell’Amanus, la Montagna dei cedri”. Infine merita di essere ricordata un’epigrafe di Emar con la designazione di Dagan come DINGIR·KUR “Il Dio della Montagna” confermando un legame privilegiato fra il Dio è la montagna di Emar, ovvero l’Amanus.

   Appare quindi probabile interpretare Baal Hammon come il titolo che soppianta, nel corso del primo millennio, il nome proprio di Dagan. Effettivamente nella natura di questi si ritrovano i tratti caratterizzanti che saranno proprio del Baal Hammon cartaginese. Dagan si presenta come dio ctonio ed agricolo, legato ai cicli di rigenerazione della natura ed in specie alla cerealicoltura. Secondo Filone di Byblos avrebbe donato ai cereali il loro nome semitico (dāgān) esattamente come in latino lo avrebbero ricevuto da Cerere (Ceres cereleas), inoltre lo identifica con Zeu)j a)ro/trioj “Zeus aratore” inventore dell’aratro e della mietitura. Il suo potere viene ad estendersi dalla cerealicoltura all’intero ambito dei cicli stagionali e della fertilità della terra in tal senso si spiega l’identificazione con Zeu/j a)ldh(mioj (Zeus che fa crescere), attestata a Gaza fino agli inizi dell’età bizantina. L’altro aspetto di Baal Hammon, quello di divinità paterna è attestato anche per Dagan fin dal II millennio a.C. quando viene assimilato all’urrita Kumarbi “Il padre degli Dei”.

   In Occidente il suo culto accompagna l’espansione fenicia e poi il predominio di Cartagine in tutte le regioni che ne sono interessante: Africa, Sicilia, Sardegna, Malta, con la sola eccezione della Spagna dove mancano a tutt’oggi tracce certe della sua presenza. Nel mondo punico Baal Hammon ascende a divinità principale, quasi assoluta, al quale tutte le altre sembrano in qualche modo connettersi, quasi proiezioni del grande Dio. Divinità ctonia si collega alla sfera funeraria e specialmente a quella particolare forma di “sacralizzazione” dei defunti che caratterizza la cremazioni infantili nel tophet. Con il tempo questa originaria natura si amplia facendo proprie componenti uranie (di qui l’identificazione con El) e probabilmente marine. La multiforme natura di Baal Hammon poteva prendere forme diverse nelle varie regioni in cui il suo culto era diffuso, con la prevalenza ora di uno ora di un altro elemento. Da questo punto di vista la regione hadrumetina non sembra fare eccezione. Il culto di Baal Hammon sembra infatti godere nella regione di un’assoluta premineza e di una molteplicità di funzioni pur con la prevalenza dell’originaria concezione agricola e ctonia, ulteriore testimonianza del radicamento delle tradizioni orientali nella città. 

   Le immagini più antiche non forniscono indicazioni specifiche sulle competenze del Dio limitandosi a rappresentare la sua essenza di divinità suprema. E’ il caso della celebre stele del “Baal di Sousse”, datata al IV secolo a.C. e raffigurante Baal Hammon assiso su un trono fiancheggiato da sfingi. L’immagine del Dio è prettamente orientale così come gli attributi caratteristici a cominciare dal trono secondo uno schema attestato in Fenicia fin dal XIII secolo a.C. (sarcofago di Ahiram) sempre in relazioni ad immagini regali o divine.L’immagine identifica Baal Hammon nella sua natura sacrale e divina – sfere prossime nella concezione vicino orientale – senza però indicare le competenze specifiche della divinità.

La documentazione successiva rimane comunque vaga. Fino almeno al II a.C. non compaiono infatti altre immagini da Baal Hammon, cosa che non sorprende vista la natura sostanzialmente aniconico dell’arte punica a questo orizzonte cronologico. Le informazioni sono offerte dalle testimonianze epigrafiche che pur quantitativamente significativa fornisce una limitata serie di informazioni. La documentazione è infatti fornita esclusivamente dalle stele del tophet che riportano un formulario stereotipato e ripetitivo. In oltre la documentazione epigrafica hadrumetina mostra una derivazione diretta da modelli cartaginesi a cominciare dall’inversione della formula con Tanit anticipata a Baal Hammon.

Le iscrizioni si rivolgono a “Tanit pene Baal (volto di Baal) e al Signore Baal Hammon” indicandolo come una delle divinità sotto la cui protezione è posta l’area sacra del tophet. Questo elemento contribuisce già a definire la natura ctonia della divinità, connotata in senso funerario – sia pure alla luce della particolare concezione funeraria del tophet – e allo stesso tempo indicandone la natura di divinità protettrice, benevola, cui ci si rivolge per la salvezza terrena di bambino malati o per quella ultraterrena di chi non è riuscito a sopravvivere al periglioso momento della nascita.

Con l’età neopunica, a seguito della ripresa di tendenze figurative nella produzione artistico-artigianale locale, compaiono nuovi elementi che permettono di meglio definire le specifiche competenze del Dio, tendenze che se da un lato confermano la sopravvivenza di stretti legami con le originarie concezioni orientali dall’altro segnano il punto di partenza da cui si svilupperà l’interpretatio romana dei culti indigeni.

Un betilo ovoide di provenienza incerta – probabilmente ritrovato nell’area del tophet anche se mancano conferme a riguardo – risulta circondato da un fregio di spighe di grano (cfr. Stele n. 57). Questo elemento riporta subito alla mente la natura agraria e cerealicola di Dagan che si è proposto di identificare sotto il nome di Baal Hammon. Il betilo non è in tal senso isolato ed una buona serie di testimonianze provenienti dalla regione costiera del Sahel tunisino (da Cap Bon fino a Sousse) sembra indicare nella stessa direzione. Una statua fittile dal santuario di Thinnissut, nelle propaggini meridionali del Cap Bon, raffigura una divinità in trono iconograficamente corrispondente all’immagine del “Baal di Sousse” e nel quale si può riconoscere una raffigurazione di Baal Hammon. Il Dio è raffigurato su un trono affiancato da sfingi – analogo a quello della stele hadrumetina – indossa una lunga tunica, un ampia tiara piumata e reggeva con la mano sinistra un mazzo di spighe, ulteriore richiamo alla dimensione agraria della divinità.

Pur collocata al di fuori della regione di Hadrumetum Thinnissuth sembra appartenere allo stesso ambiente culturale e sono numerosi i casi in cui è possibile stabilire dirette corrispondenze fra i due ambiti. Nel presente caso appare un’assoluta corrispondenza fra l’immagine di Baal Hammon a Thinnisuth e quelle che compare in alcune emissioni monetarie hadrumetine di età imperiale, emesse durante il breve regno di Clodio Albino e recanti l’immagine di una divinità identificata come SAECULUM FRUGIFERUM.

Questi era il Dio protettore della colonia come attesta l’onomastica ufficiale di Colonia Ulpia Frugifera Hadrumetina e va identificato come la forma locale che il culto di Baal Hammon assume in età romana, una forma fortemente connotata in chiave agraria e che richiama all’originaria valenza semantica di Dagan. La centralità di questa componente appare di assoluta rilevanza nell’immagine che del Dio si aveva nella regione tanto da portare in età romana alla creazione della figura di Frugifer ancor più connotata in tal senso rispetto alla più generale interpretatio come Saturno.

Baal Shamin

   L’esistenza di una grande divinità celeste è attestata in tutto il vicino oriente. I documenti neoassiri del VII a.C. menzionano un tirio di nome Ab-di-Sa-am-si che equivale al fenicio ‘bdšmš “Servitore di Samash” il sole divinizzato. Il suo culto è diffuso in tutta l’area levantina sia di tradizione semitica: Bostan esh-Sjeikh presso Sidone; sia luvia: Karatepe.  Al fianco di questo Baal solare si afferma, nello stesso orizzonte cronologico, un Baal più genericamente celeste. B’l šmn (traslitterabile come Baal Shamin o Baal Shamen) il “Signore del Cielo”, Dominus Coeli come la traduce correttamente Agostino d’Ippona, il dio della tempesta che si manifesta nei cieli.

 Il primo riferimento si trova in una tavoletta proveniente dagli archivi di Tell el-Amarna dove Abimilku, re di Tiro, si rivolge al faraone paragonandolo a “Baal nei cieli”.

  A partire dal I millennio il suo culto si diffonde capillarmente nel mondo arameo, dove rimarrà in auge fino al III d.C., ed in modo più limitato, ma comunque significativo, in quello fenicio e luvio. Lo si ritrova nell’epigrafe di Yahmilk a Byblos; in un’iscrizione fenicia da Karatepe; è invocato – con Baal Saphon e Baal Malagê – fra le divinità garanti del trattato imposto a Tiro da Asarhaddon di Assiria. Probabilmente va riconosciuto in Baal Shamin il Dio introdotto dalla tiria Jezabel sul monte Carmelo, almeno stando ad una dedica di età romana a ΔΙΙ ΗΛΙΟΠΟΛΕΙΤΗ ΚΑΡΜΕΛΩ. A quell’orizzonte cronologico il suo culto è attestato in Fenicia ed in Siria, specie nella Palmyrene.

  La grande fortuna goduta nelle regione orientali non trova confronto in occidente. Due iscrizione cartaginesi riportano la dedica ad alcune divinità (Tanit, Baal Hammon, Baal mgnm) da parte di alcuni sacerdoti di Baal Shamin, testimoniando l’esistenza in città di un suo luogo di culto. Altre testimonianza proviene da Cagliari con dedica a l-B’šmn b-̉ynsm (a Baal Shamin del’Isola degli sparvieri) oltre ad un riferimento a Balsamen nel Poenulus di Plauto.A questo limitato corpus bisogna aggiungere alcune iscrizioni del tophet di Hadrumetum in cui Baal Shamin compare al fianco di Tanit e Baal Hammon.

   Un rapido sguardo ad alcune particolari iconografie del Dio può contribuire a spiegare la sua presenza all’interno di quel particolare contesto. Una raffigurazione da Doura Europos datata al 31 d.C. lo raffigura con in mano frutti e spighe di grano, introducendo una dimensione agraria e ctonia al fianco di quella urania. La stessa connotazione agraria compare in un rilievo mutilo da Palmyra ed in una stele votiva da Nazala dove presenta come attributo un mazzo di spighe. Questi elementi sembrano indicare una coincidenza funzionale fra Baal Shamin e Baal Hammon tanto che non si può escludere che il primo fosse sentito come una personalità altera del secondo, spiegando in tal modo la sua presenza all’interno del tophet.

Baal Rosh

  Una stele hadrumetina presenta una dedica a B’l rš, interpreta da Cintas come Reshef va più probabilmente sciolto come Baal Rosh o Baal Rash, il “Signore del capo”, ipotesi tanto più probabile provenendo la dedica da un ̉š b’m ̉ytnm “appartenente al popolo dell’Isola dei tonni”, identificata con l’isola di Sidi el-Garsmsi, al largo del promontorio di Monastir e chiamata “tonnara” fino a tempi recenti per il suo ruolo come centro della pesca al tonno. L’esistenza di divinità incaricate di presidiare capi o promontori è ampliamente attestata in Fenicia. Il capo di Rās en-Nāqūra fra Tito ed Akko è ricordato nei documenti assiri come Ba – ‘li – ra – ̉ – si corrispondente al fenicio Baal Rā’š. Altro esempio è dato dalla collina di Qassūba a est di Byblos definità in una dedica greca ΔΙΙ ΤΩΩΙ ΡΕΣΑΙ trascrizione del toponimo arameo Rēšā “capo” o “Cima”.  La dedica hadrumetina è isolata in occidente ed è quasi impossibile identificare il promontorio consacrato alla divinità, se è corretta l’interpretazione di ̉š b’m ̉ytnm si potrebbe pensare alla penisola di Monastir ma si resta in un ambito assolutamente ipotetico.

Più interessante è tentare di comprendere quale divinità si celi sotto il nome di Baal Rosh, si riporta a riguardo quanto già da me scritto in altra sede in relazione ad una possibile interpretazione di detta divinità: “Una serie di emissioni monetarie di Clodio Albino presenta l’immagine di Nettuno con la testa radiata e recante come attributi il tridente ed un mazzo di spighe, l’immagine è accompagnata dall’iscrizione SAECVLO FRVGIFERO. L’iconografia rimanda ad una dimensione particolare del Dio, solare e agricola piuttosto che marina e l’epigrafe rinforza ulteriormente questo concetto.

L’attributo frugiferum compare nella dominazione ufficiale della città: Colonia Ulpia Frugifera Hadrumentina e va visto non come richiamo alla fecondità del territorio quanto come esplicito riferimento alla divinità poliade, appunto Saeculum frugiferum. L’identificazione fra Saeculum frugiferum e Ba’al Hammon è confermata da due monete di Clodio Albino recanti l’iscrizione SAECVLO FRVGIFERO CONS II (e COS III) caratterizzata dall’immagine di un dio barbuto, vestito con una veste talare e con il capo coperto da una tiara di piume, recante in mano un mazzo di spighe, assiso su un trono fiancheggiato da sfingi. Si tratta di una tipologia ben nota per la quale è possibile trovare numerosi confronti a cominciare dalla celebre statua fittile del santuario neopunico di Siagu-Thinnissut e che risale nelle linee sostanziali all’immagine punica del dio come ci viene tramandata da una stele a rilevo databile ad IV a.C. e proveniente dal tophet cittadino

Le testimonianze in nostro possesso tenderebbero a confermare la corrispondenza fra Ba’al Hammon e saeculum frugiferum ma continua a rimanere problematica l’identificazione della divinità romana celata dal secondo attributo. Ba’al Hammon in Africa viene genericamente indicato con Saturno, ma l’area hadrumentina ha restituito rare dediche e nessuna prova certa dell’esistenza di un tempio, l’attributo frugiferum è inoltre spesso associato a Plutone, ma anche questa divinità trova scarse attestazioni nella religione locale. L. Foucher notando come Nettuno acquisisca in età romana lo statuto di genio della colonia, propone di vedere in quest’ultimo la continuazione di Ba’al Hammon. Detta ipotesi mi sembra fossa fornire una spiegazione convincente della natura di Nettuno-Saeculum frugiferum come compare sulle monete di Hadrumentum e sul mosaico di La Chebba.

Un’iscrizione punica proveniente dal tophet di Sousse presenta una dedica a Ba’al Rosh; lo scopritore aveva identificato il destinatario della dedica nel dio Reshef indicato in forma abbreviata. Come successivamente dimostrato l’ipotesi non è sostenibile in quanto le abbreviazioni dei nomi sono attestate con frequenza in ambito dell’onomastica umana ma mai in relazione a divinità. Il nome va quindi interpretato come “Signore del capo” o “signore del promontorio”. Il periplo di Hannone ci informa che l’ammiraglio cartaginese aveva fatto erigere un altare a Poseidone presso il “ Capo Sole” (da identificare con l’attuale Cap Cantin in Marocco), il nome greco nasconde evidentemente una divinità indigena, probabilmente il Ba’al Rosh dell’iscrizione hadrumentina.

L’identità di Ba’al Rosh non è conosciuta, ma considerando l’esclusività del culto di Ba’al Hammon nel tophet da cui proviene l’iscrizione si può ipotizzare che si tratti di un’ipostasi di quest’ultimo inteso come signore delle acque e dei mari. Processi analoghi sono altrove attestati nel mondo semitico ellenizzato come attesta un’iscrizione bilingue da Palmyra, dove il grande dio locale El viene indicato nella versione greca come ΠΣΕΙΔΟΝΙ ΘΕΩ. Va tenuto in considerazione che El è una divinità sostanzialmente urania, definito “creatore” e “signore della terra”, identificato dai greci con Kronos e rispondente a concezioni semantiche non molto dissimili da quelle che caratterizzano Ba’al Hammon”.

Baal Addir

 Baal Addir, il “Signore Possente” compare relativamente tardi nei sistemi religiosi del mondo fenicio. Le prime testimonianze risalgono intorno al 500 a.C. e provengono da Byblos, la sua diffusione è rapida, specie in occidente. La documentazione a lui relativa risale principalmente ad età tardo e neopunica e proviene da contesti periferici, in primo luogo la Numidia ed in scala minore le regioni interne della Byzacaena.

  La divinità è connotata principalmente in chiave ctonia: negli esempi orientali sembra prevale un netto legame con la sfera funeraria e con la protezione dei defunti mentre in occidente appare prioritaria la componente rurale che fa di Baal Addir una divinità garante dei cicli naturali e della fecondità della terra come confermano le offerte di cereali e dolciumi di cui è oggetto ad El Jem. Questa interpretazione agraria porta la sfera di competenza di Baal Addir a coincidere con quella di Baal Hammon. A conferma di questo avvicinamento funzionale si può ricordare il caso di Cirta dove Baal Addir, Baal Hammon e Tanit sono associati in un unico culto.

  In età romana Baal Addir è oggetto di due interpretazioni principali come Mercurio e Silvano, sovente fra loro associati. I frequenti legami fra Mercurio-Silvano e Saturno tendono a presentare il primo in stretta associazione con il grande Dio africano, confermando una tendenza a ridurre le varie divinità ad ipostasi funzionali di Baal Hammon/Saturno, specie in casi – come il presente – in cui le originarie valenze semantiche già apparivano come molto prossime alle origini. 

  A differenza delle altre divinità precedentemente descritte Baal Addir non è attestato con certezza ad Hadrumetum e nei centri circostanti. La scarsa documentazione disponibile, relativa a statuette di Mercurio provenienti da sepolture di età romana potrebbe attestare la persistenza del culto indigeno ma si può anche leggere come semplice adozione dell’immagine di Mercurio psicopompo di tradizione classica.  Un’importante testimonianza sulla presenza del culto di Baal Addir potrebbe essere offerta dai materiali provenienti dal santuario punico di El Kenissia, pur dovendo rimane a livello puramente ipotetico in assenza di testimonianze epigrafiche, le uniche capaci di fornire certezze.

   Se è corretta la proposta di vedere nei bidenti che spesso compaiono sulle stele di El Kenissia immagini semplificate di caducei la cui valenza prescinde dal generico richiama alla sacralità per acquisire una specifica funzione di oggetto sacro, probabilmente identificante una divinità. A favore di questa ipotesi gioca il ritrovamento all’interno dello stesso complesso santuariale di una lucerna raffigurante una divinità caprina – o un sacerdote recante un acconciatura con corna caprine – che potrebbe riconnettersi alla sfera di Silvano.

  La documentazione epigrafica disponibile non contrasta con la possibile esistenza di un culto di Baal Addir a El Kenissia. L’unica divinità accertata epigraficamente è Tanit il cui culto risulta associato a quello di  Baal Addir a Hel Hofra, Vazaiui, Madaura, nella stessa Roma. Non si può escludere che la stessa associazione fosse presente ad El Kenissia.

Baal Hammon, Bardo Museum

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