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Archive for novembre 2014

Meglio tardi che mai potrebbe essere lo slogan per l’arrivo a Torino del “Giulio Cesare in Egitto” di Händel fra i massimi capolavori del teatro musicale di ogni tempo e mai rappresentato a Torino nel corso della sua storia plurisecolare – l’opera è andata in scena per la prima volta a Londra nel 1724 – ma se non altro il debutto torinese è stato pienamente all’altezza della lunga attesa.
Grande interesse circondava la produzione di provenienza parigina firmato da Laurent Pelly per la regia e i costumi e per Chantal Thomas per le scene, allestimento ispirato al regista proprio da un’esperienza torinese come la visita al Museo Egizio della città sabauda e che quindi rappresentava una sorta di ritorno a casa ideale. L’idea sostanziale della regia è quella del magazzino di un museo archeologico all’interno del quale i personaggi antichi riprendono vita interagendo con il personale del museo che più e meno consciamente viene coinvolto nelle vicende storiche, un taglio sicuramente moderno ma non privo di una sua piacevolezza specie al confronto con tutta una serie di recenti allestimenti dell’opera le cui foto sono visibili sul programma di sala e che non possono far ringraziare la direzione del Regio per la scelta fatta. Idea per altro profondamente torinese in quanto ben prima dei possibili riferimenti cinematografici evocati nell’occasione era stato Ugo Gregoretti ad avanzare l’idea di un’ “Aida” ambientata al Museo Egizio di Torino con le mummie dei personaggi che riprendevano vita alla chiusura del museo per rientrare nei loro sarcofagi all’apertura del giorno successivo, in qualche modo l’idea di Gregoretti ha preso corpo anche se a rivivere nelle stanze del museo sono stati i personaggi di Händel anziché quelli di Verdi.
Se poco resta da dire sulla scarna ma puntuale scena di Chantal Thomas – un magazzino e pur sempre un magazzino con i suoi ripiani su cui sono posati i reperti ed esattamente questo si vedeva – e sui costumi storicamente corretti firmati dallo stesso Pelly molto si può invece dire sulla regia vera e propria. A prescindere dall’accogliere o meno l’impianto d’insieme è innegabile la cura nei singoli dettagli, l’attenzione volta alla recitazione fin nei minimi aspetti, l’attento gioco di richiami ed evocazioni. Ed ecco la testa mozza di Pompeo che diventa un colossale ritratto marmoreo del triumviro; Cornelia che progetta di gettarsi “tra le fauci de’mostri” su un pontile circondata da statue di divinità teriomorfe; l’evocazione dell’episodio del tappeto (ricordato da Dione Cassio), la corrispondenza fra i personaggi in scena e i ritratti esposti sono solo alcuni fra i molti esempi citabili al riguardo. Interessante il secondo atto dove all’evocazione storica si unisce quella del “mito di Cleopatra” con Cesare che durante “Se in fiorito ameno prato” si rivolge ad una serie di immagini archetipiche della regina attraverso i secoli – si riconoscono le opere di Veronese, Gérôme e Cabanel – per poi chiudere sulle parole “Fa più grato il suo cantar” indicando un ritratto di Händel. Delizioso momento di teatro nel teatro e di ideale rievocazione di un’Arcadia rocaille è poi l’inizio del II atto con l’aria di Cleopatra “V’adoro Pupille” vista come autentica esibizione teatrale con Cleopatra all’interno di un dipinto con un paesaggio antichizzate alla Lorrain che diventa una sorta di teatrino barocco accompagnata da un piccolo gruppo di ancelle musiciste in rigorosi abiti del XVIII secolo che richiamavano certe esecuzioni ben frequenti nelle corti del tempo.
Sul piano musicale non era privo di interesse sentire i musicisti dell’Orchestra del Regio impegnarsi in un tipo di repertorio e con strumenti non certo abituali guidati da un grande esperto dell’opera barocca come Alessandro De Marchi. L’orchestra si è comportata nel complesso in modo convincente anche se una certa mancanza di attitudine si riscontrava e specie nel III atto con l’emergere della stanchezza si è riscontrato qualche errore di intonazione soprattutto nel settore dei fiati, eterno tallone d’Achille delle esecuzioni barocche. Da parte sua De Marchi fornisce una lettura molta tesa, con la preferenza per una ritmica decisamente marcata accompagnata da sonorità terse e brillanti ma capace anche di ripiegamenti lirici come l’incantata dolcezza con cui è accompagnato il sublime duetto “Son nata a lagrimar” che chiede il I atto. Come quasi sempre nelle esecuzioni teatrali si nota la presenza di alcuni tagli – per altro abbastanza limitati – destinati a ridurre la mole dell’opera e renderla più scorrevole anche per un pubblico non così abituato a questo repertorio, si nota soprattutto l’assenza di un brano celebre come “Qual torrente che cade dal monte” mentre assistiamo anche ad un’aggiunta con la ripresa dell’aria di Nerina “Chi perde un momento” presente nella versione londinese del 1724 e successivamente espunta con il rifacimento in chiave maschile del ruolo. Come sempre ottima la prova del coro.
La compagnia di canto forse non è stata perfetta ma mostrava un’innegabile intesa in tutti gli elementi e soprattutto appare difficile ipotizzarne una migliore sull’attuale scena non solo italiana. Difficile anche solo immaginare una Cleopatra migliore di Jessica Pratt, voce ampia, solida, timbratissima su tutta la gamma mostra il suo autentico rango di virtuosa e fa capire la vera natura di questi ruoli troppo spesso affidati a voci troppo flebili e leggere. Capace di dominare l’intera gamma con assoluta naturalezza la Pratt emerge sia nei momenti più lirici e melanconici sia in quelli più virtuosistici esibendosi in spettacoli variazioni arricchite da puntature in acuto di abbagliante facilità, da segnalare con quanta naturalezza è risolta un’aria complessa come “Piangerò la sorte mia” in cui una parte introduttiva lirica e dolente – il cui tema ricorda molto da vicino quello di “Lascia ch’io piango” dal “Rinaldo” – trapassa senza soluzione di continuità in un’aria di furore dall’andamento ritmico tesissimo e dai rapidi passaggi di coloratura che richiedono alla cantante non comuni doti di adattamento alle diverse esigenze musicali ed espressive; solo sul finale si è riscontrata un po’ di fatica in un passaggio di “Da tempeste il legno infranto” ma questo non influisce minimamente sulla resa complessiva specie considerando il tempo vertiginoso staccato da De Marchi. Ma nella Pratt la grande cantante si unisce ad un’interprete sensibile e intelligente capace di tratteggiare una Cleopatra al contempo ironica – straordinario il tono leggero, quasi da vaudeville di “V’adoro Pupille” – con quello sensuale e seduttivo nelle scene con Cesare, fino a momenti di autentico spessore drammatico nella splendida preghiera che chiude il secondo atto o la già citata aria del III atto dove i più estremi passaggi di coloratura non hanno di lezioso o inutilmente virtuosistico ma esprimono pienamente la statura regale del personaggio. Una prestazione assolutamente da segnalare.
Altro elemento di forza del cast si è confermata Sara Mingardo come Cornelia. La cantante veneziana, uno dei pochi autentici contralti dell’attuale scena lirica ha confermato nuovamente la sua classe superiore. Oggi è praticamente impossibile immaginare una Cornelia dal timbro altrettanto bello e coinvolgente nella sua flautata morbidezza e dalla linea di canto tanto curata ed elegante e se sul piano espressivo si nota una certa uniformità di fondo questa non è certo imputabile alla cantante ma è nella natura del personaggio che tranne nell’ultima aria si muove sempre su un registro di profondo patetismo anzi la Mingardo riesce a rendere ogni sfumatura del ruolo esaltandone la natura nobile e dolente – come nella splendida esecuzione di “Priva son d’ogni conforto” – ma anche valorizzandone il lato materno e a suo modo combattivo delle scene con Sesto che permettono di togliere almeno parzialmente il ruolo dalla sua natura di vedova inconsolabile.
Sonia Prina ormai di Giulio Cesare conosce ogni minima fibra, la voce è dotata di una forte personalità e risulta immediatamente riconoscibile e la conoscenza stilistica di questo repertorio è assoluta mentre sul piano scenico la lunga esperienza nei ruoli en travesti gli permette di muoversi con assoluta naturalezza in parti maschili. Di Cesare la Prina coglie perfettamente la natura guerriera, il passo deciso e marziale che musicalmente si esprime in arie dal ritmo scandito e dal frequente ricorso a colorature di forza e che sono fra le più note e amate del repertorio barocco – “Va tacito e nascosto”, “Al lampo dell’armi” – ma anche la fragilità umana del personaggio, la sua quasi eccessiva arrendevolezza di fronte al fascino femminile che è del Cesare operistico come lo era di quello storico – ̉ερωτικώτατος lo definisce Cassio Dione – che nell’opera si esprime soprattutto in alcuni momenti del II atto di cui la Prima rende bene il senso di desiderio quasi fanciullesco nei confronti di Lidia-Cleopatra. Sul piano strettamente vocale si è notata qualche difficoltà in più in alcuni passaggi di coloratura rispetto ad altre prove della cantante così come qualche nota grave è apparsa un po’ povera di suono ma si tratta di elementi che seppur doveroso segnalare non compromettono più di tanto il valore complessivo della prestazione specie considerandola nella sua vitalità teatrale.
Bella sorpresa la spagnola Maite Beaumont un Sesto di notevole rilievo sia interpretativo che vocale; la cantante tratteggia un personaggio ben riuscito nella sua giovanile e un po’ sventata irruenza mentre sul piano prettamente musicale la voce è di bel colore e buona la linea di canto – resta solo un lieve sentore di uso eccessivo della gola – con colorature sufficientemente nitide e scandite. Con buona scelta si è affidata la parte positiva di Sesto alla voce naturale di un mezzosoprano acuto mentre si è ricorso ad un controtenore per il personaggio subdolo e ambiguo di Tolomeo. Jud Perry canta con buona proprietà e con interessante presenza vocale per il suo tipo di voce e costruisce un personaggio a tutto tondo in cui la latente ma sempre presenta fragilità psicologica lo rende ancor più temibile nei suoi incontrollati eccessi di furore o doppiezza così che la scena con Cornelia terminante nell’aria “Sì, spetata, il tuo rigore” ha tutta la drammaticità richiesta. L’altro controtenore Riccardo Angelo Strano si vede affidato il ruolo di Nireno, il servitore di Cleopatra che la regia tratteggia apertamente come un eunuco e se una certa esagerazione espressiva funziona sul piano attoriale si sarebbe voluta maggior sobrietà nell’aria “Chi perde un momento” dove si concede qualche effetto caricaturale di troppo.
Guido Loconsolo ha maggiori problemi come Achilla, se la voce non manca di efficacia e la forte presenza scenica lo aiuta sicuramente nel ruolo del generale tolemaico la coloratura è spesso poco fluida e manca di quell’aplomb stilistico che un brano come “Dal fulgor di questa spada” sembra naturalmente pretendere pur all’interno di una prestazione nel complesso più che funzionale. Antonio Abete è come sempre alquanto sgraziato ma la parte di Curzio è breve e priva di arie e se non altro la robustezza della voce da un certo rilievo agli interventi nei recitativi.
Successo caloroso per tutti gli interpreti ma purtroppo ampi spazi vuoti in sala che una produzione di questo livello non avrebbe meritato.

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Der Holländer              George London

Daland                         Giorgio Tozzi

Senta                           Leonie Rysanek

Erik                             Karl Lieb

Mary                           Rosalind Elias

Der Steurmann           Richard Lewis

Orchestra and Chourus Royal Opera House of Covent Garden – London

Direttore                      Antal Dorati

Registrazione               1960

2 CD Urania WS121.177

 

  Nella meritoria iniziativa della Urania di riproporre in edizioni a prezzo economico ma di alta qualità tecnica alcune storiche incisioni del catalogo Decca tocca ora a questa produzione di “Der Fliegende Holländer” a suo tempo mitica per i prodigi tecnici messi in campo dalla casa discografica londinese ma rimasta ancor oggi una delle migliori esecuzioni del primo capolavoro wagneriano.

   Ottimamente riversata in questa riedizione e presentata con un’accattivante copertina di sapore decisamente dark che sicuramente saprà incuriosire anche un pubblico più giovane e meno solito con questo repertorio permette di apprezzare al meglio le virtuosistiche incisioni originali e certe soluzioni – seppure ormai acquisite e prive della portata rivoluzionaria che avevano in origine – continuano ad avere un notevolissimo effetto ad ogni ascolto: il rumore della catena dell’ancora all’arrivo del vascello dell’olandese, i turbinare degli arcolai all’inizio del II atto, la strepitosa architettura sonora nel confronto fra i cori all’inizio del III tutto contribuisce a creare fortissime sensazioni, a dare l’impressione di un autentico teatro di suoni, non visibile, ma non per questo meno vivo e reale.

   Pur privi del prestigio e dello stemma di wagnerianità di altre compagini i complessi del Covent Garden si dimostrano pienamente all’altezza delle richieste sia per la parte orchestrale che per quella corale – solo il coro delle ragazze all’inizio del II atto mostra qualche imperfezione – e assecondano in pieno l’originale lettura del direttore ungherese. Dorati infatti da all’opera un taglio per l’epoca decisamente originale, pur senza sacrificare nulla in fatto di potenza e terribilità di suono il suo “Der Fliegende Holländer” recupera una dimensione cantabile e lirica presente nella scrittura wagneriana ma quasi sempre dimenticata nelle esecuzioni storiche tutte portate a ricostruire una tellurica grandezza a scapito di una scrittura di suo spesso alquanto delicata in molti punti; Dorati invece evidenzia al pieno la cantabilità della partitura, l’abbandono melodico di diversi momenti, il legame ancora forte con un gusto di matrice italiana ancora alquanto evidente.

   La compagnia di canto segue inoltre molto bene le idee del direttore così che – forse per la prima volta con tanta chiarezza – la dimensione profondamene umana di “Der Fliegende Holländer” veniva a prevalere su quella titanica e demoniaca.

   Magnifico protagonista George London, il baritono canadese offre una lettura per molti aspetti insuperata dell’Olandese, la voce di suo è bellissima e raramente si ascolta una materiale naturalmente tanto privilegiato, timbro bellissimo caldo e corposo, facilità e omogeneità su tutta la gamma, acuti corposi e ricchi di squillo – inutile dire quanto il ruolo guadagni al riguardo cantato da un vero baritono drammatico anziché da un bass-baritone – il tutto unito ad un canto sempre morbido in cui non ci sono scappatoie ma tutto è sempre risolto nel canto e mai contro di esso. L’interprete è poi straordinario, mai prima di lui l’Olandese era stata figura tanto sofferta e torturata, la voce morde la linea ma senza sacrificare mai una naturalezza che si fa simbolo stesso della natura intimamente umana del personaggio; il grande monologo del primo atto cessa così di essere l’epifania di un Dio delle tempeste per diventare l’espressione di un dolore profondo e intimo così come terribilmente umano e lo sgomento di fronte al presunto tradimento di Senta nel III atto. Una figura quindi in cui la statura autenticamente eroica è raggiunta proprio nel riconoscimento della propria umanità e del bisogno di superarne i limiti e non nella negazione di essa e il pensiero non può che correre all’Ulisse dantesco nella sua umanissima brama di conoscenza dell’infinito. Un’interpretazione quella di London destinata a rimanere imperitura negli annali delle esecuzioni wagneriane.

  Il resto del cast non ha la statura del baritono canadese ma resta uno dei migliori mai messi insieme per quest’opera. La Rysanek realizza con Senta uno dei personaggi per cui verrà più ricordata; certo l’intonazione non è sempre perfettamente a posto e gli acuti tendono ad essere fin troppo fissi però la voce è di rara solidità e il personaggio pienamente riuscito nel suo clima di esaltazione quasi psicotica ma cui è sempre sottesa una profonda femminilità. Tozzi è un Daland ottimamente cantato, uno dei pochi a far pienamente intendere la natura ancora tutta italiana della sua vocalità e la sua natura quasi di basso buffo che emerge con chiarezza ad esempio nel duetto con Senta e che Tozzi, grande specialista dell’opera italiana rende al meglio. Di impetuosa giovinezza anche se non sempre impeccabile sul piano tecnico l’Erik di Karl Lieb e autentico lusso le parti di fianco con una cantante di prima grandezza come Rosalind Elias nei panni di Mery e addirittura Richard Lewis, l’indimenticabile Idomeneo di Glyndebourne con Pritchard come timoniere.

Fliegende Hollander Dorati

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