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Archive for dicembre 2014

Le tombe della regione hanno restituito un numero incalcolabile di reperti, verosimilmente documentati in minima parte, che offre un quadro estremamente variegato dell’immagino simbolico relativo alla sfera funeraria. Se alcuni reperti non sono forse strettamente connotati in tal senso prevalendo la dimensioni oggettuale su quella figurativa – ad esempio le lucerne – in altri casi appare evidente la precisa volontà di ricorrere a determinate immagini. Così nei mosaici, negli stucchi, della piccola plastica appositamente realizzati per essere inseriti nelle sepolture dovevano inevitabilmente trasmettere le concezioni che gli erano sottese.

Purtroppo il livello spesso documentario della documentazione complica notevolmente le possibili interpretazioni in quanto è praticamente impossibile ricostruire i contesti di pertinenza.

 

La scultura funeraria

Tra le testimonianze relative al mondo funerario quelle scultoree sono forse le meno significative per ricostruire elementi caratteristici della mentalità locale. Si tratta per la maggior parte di prodotti importanti dalle botteghe microasitiche specializzate nella produzione di sarcofagi e presentanti iconografie standardizzate per questi materiali. Molto probabilmente la scelta di particolari soggetti doveva essere legata a precise scelte dell’acquirente ma è praticamente impossibile ricostruire gli schemi mentali sottesi a dette scelte.

Se le valenze generali di simbologia funeraria sono facilmente ricostruibili risulta però totalmente sconosciuta la lettura data in loco a queste immagini ovunque diffuse. Le scene rappresentate possono essere di natura variabile. Tra i soggetti mitologici troviamo la caccia al cinghiale Calidonio, metafora di virtus erioca rendente il defunto degno di immortalità. Si tratta di un processo simbolico ben noto in tutto il mondo romano in cui specifiche scene – di carattere mitologico o realistico – perdono la loro valenza narrativa per tramutarsi in raffigurazioni di idee astratte secondo un processo simbolico caratteristico della mentalità romana. Fra queste immagini ideali figurava virtus in primo tempo raffigurata da scene di carattere militare con il corso del tempo può essere raffigurata da immagini venatorie – realistiche o mitologiche – lasciandone però invariato il valore fondante. Il sarcofago di Sousse sembra appartenere originariamente a quello modello rappresentativo ma ignoriamo completamente come dette immagini potesse essere lette nella regione. La profonda diffusione della cultura ufficiale rende alquanto verosimili che il committente fosse pienamente in grado di comprendere il significato simbolico dell’immagine ma non si può escludere a priori che abbia giocato un ruolo anche il gusto africano per scene ricche e movimentate, spesso di natura venatoria.

Sempre in chiave funeraria va letto il frammento con testa di Dioscuro in marmo proconnesio. I Dioscuri potevano raffigurare i due emisferi del mondo e la loro presenza è frequente in contesto funerario inoltre la duplice natura che li caratterizzava era particolarmente consona per raffigurazioni di questa natura; in altri casi poteva raffigurare in forme mitizzate la virtus del defunto.  I legami fra queste concezioni e ambiti pitagorici diffusi in Africa rendono alquanto probabile una lettura in tal senso. Anche l’immagine della Vittoria reggente un cartiglio che compare in un altro sarcofago non presenta particolari problemi interpretativi in quanto simbolo di vittoria sulla marte e quindi di immortalità.  Meno chiare appaiono altre immagini come le ninfe che compaiono su un sarcofago di età severiana in cui l’estrema frammentarietà del reperto impedisce maggiori valutazioni.

Al fianco dei soggetti mitologici compaiono quelli di genere, presentanti modelli alquanto stereotipati. Un sarcofago di fanciullo presenta sulla fronte un clipeo retto da eroti alati contenenti il busto del defunto e sui lati due immagini di quest’ultimo richiamanti forme diverse di eroizazzione e quindi di immortalità. Sul lato destra il giovane defunto è raffigurato nudo con la leontea, quindi identificato con Ercole con il quale condivide il destino di immortalità mentre sul lato destro è raffigurato con tunica e mantello, probabilmente identificato con un filosofo secondo quel processo che porta a vedere la virtus intellettuale come la più meritoria di portare all’immortalità in conseguenza della quale si affermano le raffigurazione dei defunti come intellettuali, anche nel caso questi fossero bambini o giovinetti.

Sempre di importazione orientale è una lastra in marmo pentelico con raffigurazione di caduceo probabilmente pertinente alla decorazione di un recinto funerario o di un altare recinto collocato lungo la strada che collegava Hadrumetum a Ruspina. Databile al I d.C. è fra le più antiche testimonianze di importazione di marmi scolpiti dall’Oriente. Ad una generica idea di serenità ultramondana sembra invece richiamare un sarcofago con eroti ghirlandofori; la frammentarietà impedisce di sapere se il fregio fosse in connessione ad una scena più pregnante dal punto di vista simbolico.

Una produzione scultorea locale integra in modo significativo questi prodotti di importazione. Realizzata in materiali più correnti come lo stucco o i calcari locali presenta una qualità tecnica generalmente più corrente – fanno eccezioni i lavori in stucco, tecnica in cui le botteghe byzacaene emergevano a livelli assoluti – ma fornisce indizi più diretti sulla cultura locale. 

Fra le testimonianze lapidee appare di particolare interesse una testa in tufo giallo proveniente da Thapsus. Prodotto di una bottega locale di limitate qualità tecniche risulta difficilmente databile in quanto espressione di una cultura popolare legata alla ripetizione di forme acquisite. Interpretato dagli scopritori come immagine di Tanit. Per quanto nulla permetta di identificarvi la Dea – l’ipotesi identificativa è puramente fantastica – la presente testa fornisce comunque informazioni importanti. In primo luogo parrebbe trattarsi come segnacolo di una sepoltura testimoniando l’esistenza di forme tradizionali di sepoltura precedenti – o alternative – all’affermarsi al tipo della cupola. In oltre essa sembra continua la forte valenza simboliche teste e maschere hanno nel mondo punico, specie in relazione a contesti funerari. La povertà popolaresca delle sculture in pietra locale rappresenta solo una componente molto parziale delle produzioni artigianali locali a destinazione funeraria.

La decorazione in stucco svolgeva una parte importante nella costruzione dei programmi figurativi, esse rivestivano volte e pareti dei mausolei ipogei – ma dobbiamo ipotizzare anche di quelli subdiali e delle abitazioni di cui più raramente rimangono tracce – così come in stucco si potevano modellare altare funerari e decorazioni di cupole. La principale testimonianza – anche per lo stato di conservazione – è dato dalle decorazioni della volta di un ipogeo (fine II – inizi III d.C.) inglobato in epoca tardoantica nelle catacombe di Hermes.Il soffitto dell’ipogeo era organizzato in una serie di medaglioni circolari, quello centrale occupato dalla figura di Dioniso e gli altri da stagioni e personaggi del corteggio.

Il soggetto appare legato alla dimensione funeraria del contesto di pertinenza e si collega alla presenza nella regione di dionisismo funerario alquanto radicato seppur spesso sfuggente. L’immagine trionfale del Dio allude all’eterno trionfo sulla morte garantito agli iniziati; le stagioni simboleggiano l’eterno rinnovamento della natura, e quindi sono ulteriore annuncio di immortalità e rinascita. La rosetta è la maschera sono interpretati da Foucher come raffigurazioni simboliche del sole e della luna destinate a fornire un inquadramento cosmico all’intera scena. Raffigurazioni astratte del sole e della luna compaiono frequentemente sulle stele africane a partire da epoca punica, in quanto simbolo del potere universale di Baal Hammon. La loro presenza in questo contesto è un’ulteriore testimonianza degli stretti legami che collegano Dioniso all’antico Signore di Cartagine, specie per quanto riguarda i suoi aspetti di signore della natura, di garante dei cicli delle stagioni e per trasposizione simbolica, dell’eterno rinnovarsi della vita e dell’immortalità ultramondana.

Altri complessi analoghi sono stati ritrovati ma lo stato di conservazione di gran lunga più precario – spesso pochi frammenti – impedisce la ricostruzione dei cicli iconografici.

Ad ambito egitizzante è stato collegato un frammento raffigurante un fanciullo alato. L’identificazione proposta da Foucher si basa sulla compresenza di un secondo frammento raffigurante una divinità cinocefala, identificata dallo studioso francese con Anubi. La scomparsa di questo frammento impedisce ulteriori valutazioni. Se il soggetto proposto ben sui adatta ad una dimensione funeraria questa sembra contrastare con l’estrema rarità di culti egiziani nella regione – ridotti di fatto al solo Bes.

Non si può escludere la possibilità di vedervi un genio funerario o una personificazione stagionale. Figure di eroti o geni funerari sono alquanto diffuse, rendendo probabile una lettura in tal senso.

Si conservano numerosi altri frammenti ma risulta impossibili qualunque ricostruzioni: si tratta di parti di figure umane – identificabili solo in due casi come Minerva  – ed animali – orsi, leoni, tori, cavalli –  evidentemente parte di più complesse composizioni non ricostruibili nemmeno in via ipotetica.

Senza possibili confronti è invece un cippo, sempre in stucco, oggi conservato presso il Museo del Bardo. Questo era posto su una sepoltura di cui rappresentava la parte superiore – si conserva il canale fittile per libagioni che collegava l’esterno con la sepoltura. Il cippo presenta una scena di complessa interpretazione raffigurante al centro un giovinetto fra due figure femminili, una armata – Minerva o Virtus – ed una indossante una lunga tunica senza maniche. La scena allude chiaramente al destino ultramondano del defunto anche se i dettagli interpretativi non sono a tutt’oggi stati chiariti.

Stele funerarie

Una classe particolare di materiali scultorei e dato dalle stele funerarie. Quasi totalmente assenti nelle città e nei centri costieri maggiormente romanizzati mentre tendono a concentrarsi nelle borgate rurali dell’interno, profondamente legate alla tradizione neopunica. L’unica eccezione è forse data da alcuni esemplari da Thapsus, per altro centro di radicata tradizione punica.

Da molti punti di vista le stele funerarie della regione sono il prodotto dell’incontro fra la tradizione locale delle stele votive riadattate ad una nuova funzione. Le tipologie testimoniano la duplice ascendenza, se da un lato infatti appaiono elementi di matrice romano – come le nicchie contenenti i ritratti dei defunti, per altro necessarie nella nuovo funzionalità – dall’altro sopravvivono, specie nell’apparato simbolico, numerosi elementi tradizionali.

Il gruppo più consistente – sei esemplari – proviene da un grande centro rurale del territorio hadrumetino: Ulisirippa (attualmente Henchir Zembra) e risultano datate fra la metà del II d.C. ed il secolo successivo. Lo schema attestato è alquanto ripetitivo. Si tratta di stele a nicchia architettonica definite lateralmente da colonne corinzie e sormontate da un frontone triangolare. All’interno della nicchia è collocato il busto del defunto, solo in un esemplare  questi è a figura intera.

Alcuni esemplari conservano la parte frontonale. Queste appare decorata da una rosetta posyta al centro del campo triangolare. Si tratta probabilmente di un simbolo solare, analogamente a quanto accade su numerose stele votive. Rosette simili compaiono con frequenza nella decorazione funeraria in varie regioni del mondo romano in relazioni a concezioni di immortalità celeste. In Africa sembrano ricollegarsi a raffigurazioni astrali simboliche che sulle stele votive puniche e neopuniche  accompagnano Baal Hammon/Saturno simbolizzandone il potere univerale; non si può esclidere che la loro presenza in contesto funerario possa richiamare anche la protezione del Dio sui defunti. Strutturalmente simili ma di fattura decisamente più rozza sono le stele ritrovate a Sidi Bou Ali caratterizzate da rilievo estremamente piatto e da assoluta semplificazione delle forme tanto da far assumere ai busti dei defunti l’aspetto di betili cefalici; dette stele risultano databili fra il I d.C. e gli inizi del secolo successivo. Solo un più tardo – III d.C. – esemplare presenta una ,maggior cura nella realizzazione del busto ma presenta l’architettura della nicchia semplicemente incisa. La tipologia della stele con nicchia centinata incisa ed il trattamento del busto sono totalmente estranei alla tradizione locale e richiamano piuttosto produzione dell’area di Timgad, non si può escludere che l’oggetto sia stata acquistato altrove. Le stele di Tapsus presentano differenti problematiche. In primo luogo sono andate disperse e non esiste documentazione attendibile, inoltre la descrizione mostra modelli iconografici abbastanza insoliti per delle stele funerarie. Viene infatti descritta una figura stante, molto stilizzata, apparentemente riconducibile agli oranti diffusi sulle stele votive tardo e neopuniche.

Anche la cronologia – data generalmente ad età neopunica, comunque entro il I d.C. – sembra appastanza precoce per la diffusione delle stele funerarie. L’unico elemento in tal senso è la provenienza dalla necropoli indicata in una nota di Anziani di cui non si può verificare la correttezza. Nella mancanza di certezza non va esclusa la possibilità di vedervi stele votive – come molti elementi strutturali sembrano indicare – riutilizzate in contesti funerario.  La prassi del riuso per questo tipo di materiali non sarebbe eccezionale, limitandosi alla regione oggetto di studio si può ricordare una stele di Ulisirippa riutilizzata per una sepoltura cristiana come attesta il crismon inciso sul dorso.

Mosaici

I mosaici avevano un ruolo significativo anche nella decorazione degli ambienti funerari, la documentazione in tal senso è alquanto significativa, specie se si considera la percentuale irrisoria di testimonianze conservate limitate sostanzialmente ai soli ipogei. Possiamo verosimilmente ipotizzare la presenza di mosaici anche nei mausolei subdiviali nonché come elemento di rifinitura per complessi di minor impegno come risulta attestato con frequenza in epoca tardo-antica ma che dobbiamo ipotizzare anche per periodi precedenti. In alcuni casi fortunati è possibile ricostruire l’intera decorazione musiva del mausoleo fornendo un quadro più omogeneo, seppur molto parziale, dell’insieme della componente simbolico-decorativa.

Uno dei complessi ricostruibili in modo più completo è quello relativo ad un mausoleo ritrovato nell’area del portico della grande maschea, il cui corredo musivo era particolarmente ben conservato. Il mosaico più connotato era posto all’ingresso dell’ambiente, vi compare un’immagine seduta di Diana circondata dalle fiere destinate ai giochi del circo: pantera, orso, cinghiale, antilope, toro. Questi elementi sembrano indicare apertamente verso una interpretazione di Diana in relazione ai giochi circensi piuttosto che ad una lettura simbolica come quella proposta da Foucher di intenderla come metafora dell’anima che una volta purificata giunge al definitivo soggiorno lunare retto da Proserpina/Diana.

La presenza all’interno dello stesso mausoleo di un mosaico con raffigurazione di un gladiatore sembra indicare apertamente verso il riconoscimento di un legame fra questo mausoleo e il mondo circense. Pur indimostrabile in assenza di certezze epigrafiche appare possibile vedervi una sepoltura appartenente ad un collegio di gladiatori o di venatores – come sembrano indicare le fiere che accompagnano Diana. Potrebbe trattarsi degli Amazonii, posti sotto la protezione della Dea la cui presenza ad Hadrumetum sembra indicata anche da altri elementi. Ovviamente il richiamo alla sfera professionale non esclude una più profonda componente simbolica anche se non siamo in grado di ricostruirla in dettaglio. Diana in quanto divinità lunare poteva rappresentare una interpretazione di Tanit e in questa funzione è altrove attesta in ambito funerario seppur in contesto differentemente caratterizzato.

Molto problematica è l’iterpretazione del terzo mosaico proveniente dal complesso, in cui compare un fanciullo assiso del cosiddetto tipo “Men-Shadrapa” per il quale manca ancora una corretta identificazione. La figura appare talmente incerta nella sua individualità che ogni tentativo di spiegarne la presenza nel programma decorativo d’insieme sarebbe quanto meno velleitaria. 

Altro complesso parzialmente ricostruibile nel suo insieme è quello realitivo ad un ipogeo scavata nel 1890. Questi ha restituito due mosaici entrambi presentanti soggetti marini.

Il maggiore si presentava come un ampio tappeto quadrilatero presentante una insolita raffigurazione di Oceanus affiancato dai venti. Il Dio è rappresentato a figura intera, appoggiato ad una roccia, secondo un modello di matrice scultorea utilizzato originariamente per la raffigurazione di Polifemo ebbro e probabilmente riadattata attraverso mediazioni pittoriche. Tradizionale è invece la raffigurazione dei venti come volti soffianti. La lettura del mosaico è alquanto complessa specie considerando il contesto di provenienza. I venti sono raffigurati frequentemente nell’arte funeraria romana sia come metafora dell’atmosfera intesa come soggiorno delle anime sia come strumento di ascesa dei beati verso un elisio immaginato in ambito planetario. Più problematica la lettura delle figura di Oceanus al di la della generica funzione apotropaica insita nella sua figura – a riguardo sarebbe però strana la scelta rappresentativa in quanto sembra proprio la tradizionale maschera maggiormente connotata in tal senso. Foucher propone di vedervi una raffigurazione metaforica della purificazione attraverso l’acqua e i venti; ipotesi suggestiva ma purtroppo non dimostrabile.

L’altro mosaico  presenta una realistica scena di sbarco, servitori portana a terra il carico di una nave – apparentemente barre di piombo – che altri personaggi pesano sotto lo sguardo di un soprintendente, forse il defunto. La scena sembra inserirsi in quel processo di esaltazione dell’attività lavorativa sempre più diffusa nella raffigurazione funeraria di età imperiale con la diffusione di tendenze neopitagoriche che vedevano nel lavoro manuale come esaltazione della virtù attiva apportatrice di salvezza ultramondana, rispetto all’abbandono nella mollezza, causa di dannazione. Originariamente riferita all’attività intellettuale e filosofica questa concezione viene progressivamente ampliandosi a quelle agricole od artigianali

L’associazione con il mosaico di Oceanus introduce un altro elemento. Il viaggio per mare è sempre stato inteso come metafora del viaggio dell’anima verso una serenità ultramondana – le isole fortunate. In via ipotetica si potrebbe ricostruire un programma unitaria con il viaggio del defunto – meritevole dell’immortalità per la sua dedizione alle attività professionali – attraverso i mare dell’oltretomba (Oceanus) spinto dai venti fino allo sbarco al sereno approdo dell’Elisio. Non vi sono ovviamente certezza ma la ricostruzione sembra avere una sua verosimiglianza.

Raffigurazioni di venti si trovano anche in un altro mosaico funerario, pertinente ad un mausoleo collocato lungo il corso delle Oued Hallouf, non lontano dalla strada per Monastir. Si tratta di parte di una  bordura di un campo andato perduto; questa è composta da due pannelli quadrati contenenti busti maschili – uno giovane ed uno anziano – che per la presenza di piccole ali fra le chiome e per le labbra leggermente aperte, disposte come per un soffio, possono essere interpretati come Venti. Fra loro è un pannello rettangolare con la raffigurazione di una tigre.

L’isolamento del frammento impedisce puntuali interpretazioni, tanto più se si considera che totalmente perduto è l’elemento centrale rispetto al quale la parte conservata aveva funzioni accessorie. Ci si deve limitare a riconoscere la valenza funeraria delle immagini dei venti, già precedentemente ricordata mentre la tigre potrebbe alludere ad un ambito dionisiaco – possibile considerando la natura funeraria del mosaico – ma non dimostrabile visto lo stato della documentazione.

Un ipogeo inglobato nelle Catacombe di Hermes ha restituito altri due mosaici. Il primo di questi  è un pannello quadrilatero contenente un medaglione; le dimensioni (0.53 m X 0.46 m ) indicano chiaramente trattarsi di parte di una composizione più ampia andata perduta, purtroppo non si hanno dati relativi al ritrovamento avvenuto nel 1908. L’isolamento del pannello impedisce una corretta interpretazione. Foucher vi vede una raffigurazione zoomorfa di Dioniso, legandola a forme di dionisismo funerario. L’ipotesi è suggestiva ma problematica in quanto le raffigurazioni tauromorfe del Dio ben note in Grecia godono di molto minor fortuna nell’occidente romano. Potrebbe trattarsi di un animale destinato alle venationes che poste sotto la protezione del Dio permetterebbero di conservare la lettura in chiave dionisiaca ma nulla di preciso può dirsi a riguardo.

Il secondo mosaico rappresenta una scena di pesca all’interno di uno specchio marino popolato da ogni sorta di pesci, secondo un gusto per i “cataloghi ittici” che trova numerose attestazioni nell’Africa romana. La scena è apparentemente di natura realistica ma la destinazione funeraria rende probabile un piano simbolico di lettura. Difficilmente può trattarsi della tomba di un pescatore risultando troppo ricca. Più probabilmente l’immagine accenna ad una felicità ultramondana ambientata in un oltretomba transoceanico – Isole Fortunate? – mentre i pesci posso va considerata anche la forte valenza di tipo profilattico che caratterizza questo tipo di immagini. In ogni caso l’interpretazione resta ipotetica e non si possono raggiungere certezze acquisite.

 Diano, Musée de Sousse

 Stucco funerario con Dioniso (?). Musée de Sousse

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