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Archive for febbraio 2015

Comincia con il presente articolo una serie di brevi interventi sull’iconografia delle principali divinità classiche pensati come prima fonte di informazione per navigatori occasionali o studenti, le divinità saranno trattate separatamente e presentate in ordine alfabetico, la parte italica sarà svolta autonomamente seguendo il nome latino che però sarà sempre seguito anche da quello etrusco, le opere greche di età romana saranno presenti insieme alla parte greca.

Le origini di Afrodite sono complesse e si perdono nel passato pre-greco e non possono essere trattate in questa sede mentre sul piano figurativo si può forse già vedere la Dea in alcune lamine micenee a sbalzo con l’immagine di una Dea nuda – di evidente derivazione orientale – recante come attributo una colomba, gli esemplari più antichi si datano al XVI a.C. come quelli della tomba III di Micene.

Le fonti ci informano sull’esistenza di venerati xoana della dea fin dal più alto arcaismo come quello attribuito a Dedalo ma non abbiamo traccia di opere così antiche nella documentazione, la loro esistenza appare però attendibile specie accettando l’ipotesi – condivisa dallo scrivente – di identificare nel Dedalo scultore una figura completamente autonoma dall’omonimo personaggio del mito e di vedere in lui uno sculture cretese del primo periodo orientalizzante. Qualcosa in più si può ricostruire delle statue di Gitiadas ad Amicle descritte da Pausania in trono con alto polos sul capo.

Gli esemplari più antichi archeologicamente attestati risalgono al pieno arcaismo, se incerta è l’identificazione con la Dea della Kore di Lione di fattura ateniese datata intorno al 555 a.C. in quanto potrebbe raffigurare un’offerente certa è la destinazione cultuale del monumentale acrolito della Collezione Ludovisi di provenienza magno greca e ormai prossimo alla nascita dello stile severo (490-480 a.C.).

Più ricca la documentazione relativa alle testimonianze pittoriche con un buon numero di vasi figurati rappresentanti scene mitiche in cui compare la Dea, la più antica è l’Olpe Chigi del Museo di Villa Giulia (poco dopo la metà del VIII a.C.) in cui fra le altre scene compare il giudizio di Paride di poco posteriore un’anfora pontica a Monaco dove compare terza fra le tre le tre Dee condotte da Hermes, vestita con chitone e mantellina gettata sulle spalle ha un’eleganza frivola e un po’ manierata di sapore tutto jonico. Se il tema del Giudizio di Paride è quello prevalente nella pittura vascolare fino allo stile severo e oltre compare con frequenza anche la copia Afrodite – Ares sul carro oppure come sul Vaso François (metà VI a.C.) il ritorno di Efesto sull’Olimpo cui Afrodite assiste come le altre divinità.

Sul versante scultore alcune delle raffigurazioni più interessanti si trovano su alcuni fregi architettonici come quelli del Tesoro dei Sifni a Delfi in cui la Dea appare in due scene distinte, mentre scende dal carro dinnanzi a Paride in una variazione del tema del giudizio in cui è raffigurata mentre si mostra compiaciuta della scelta di fronte al pastore frigio mentre le rivali si allontana e come Dea guerriera nella gigantomachia.

Con lo stile severo acquistano nuova importanza le immagini stanti mentre si afferma una nuova iconografia improntato a severità e maestà olimpiaca, la Dea abbandona la nudità arcaica per vestire chitone e himation, spesso ha il capo velato. L’immagine più celebre è certamente quella della “Sosandra” di Kalamis nota da una copia da Baia vestita con un pesante himation di lana che copre totalmente il corpo facendo risaltare con ancor maggior forza il luminoso splendore del volto. Pur senza raggiungere il rigore formale della “Sosandra” la ceramica coeva trasmette un’analoga concezione della Dea mentre si arricchisce la scelta dei miti che la vedono protagonista, se permangono il giudizio di Paride (kylix di Oltos a Tarqunia) e l’associazione ad Ares comincia ad essergli affiancato Eros – soluzione che diverrà canonica in epoca tarda-classica ed ellenistica – e si notano alcune insolite composizione come uno skyphos di Makron (oggi a Boston) con Afrodite che protegge Elena da Menelao; la stessa concezione solenne pervade la strepitosa kylix a fondo bianco del Pittore di Pantesilea (a Londra) con la Dea elegantemente vestita con un chitone bianco decorato da crocette e da un himation rosso perfettamente drappeggiato raffigurata a cavallo di un cigno, fra i massimi capolavori del disegno greco e opere di aristocratica eleganza quasi inarrivabile. L’unica immagine nuda della Dea sarebbe a quest’orizzonte cronologico quella come Anadiomene sul Trono Ludovisi dovuta alle particolarità della tradizione locrese ma l’identificazione è dibattuta in quanto potrebbe trattarsi anche di Persefone risorgente.

Nell’evoluzione dell’iconografia di Afrodite l’esperienza fidiaca segna un fondamentale punto di svolta. La riflessione del maestro con il tema comincia con le due varianti dell’Urania, la statua crisoelefantina ad Elide e quella marmorea di Melite di cui si conserva una notevole copia – purtroppo acefala – a Berlino caratterizzata dal dettaglio del piede poggiato sulla tartaruga – che sarà in età ellenistica il tratto distintivo dell’Urania – e per il panneggio che già anticipa le soluzioni dei gruppi partenonici. Un’altra Afrodite isolata di Fidia è ricordata da Plinio nel Portico di Ottavia, restano dubbi sulla provenienza dell’opera prima dell’esposizione a Roma né è certa l’attribuzione al maestro visto la tendenza delle fonti romane di attribuire opere stilisticamente prossime ai nomi più celebrati. Si è proposto di identificarla nel tipo della Dea seduta con panneggio di tipo partenonico per cui si è proposta anche la derivazione di un modello di Alkamenes.

Il punto culminante dell’arte fidiaca è però il gruppo partenonico, purtroppo acefalo, con l’originalissima concezione della Dea sdraiata che si appoggia al petto di Dione e dove la capacità virtuosistica nel’esaltazione del panneggio bagnato raggiunge uno dei suoi vertici assoluti.

La generazione seguente rielabora spesso in chiave virtuosistica i modi del maestro. Ancora dibattuta è l’identificazione dell’Afrodite dei giardini di Alkamenes mentre a questi è sicuramente attribuito il tipo noto da una copia romana da Leptis per altro limitata alla sola testa riadattata per un’erma. Alkamenes si confronto con Agorakritos per un’immagine della Dea dove risulto vincitore ma lo sconfitto ebbe maggior fortuna sul piano archeologico in quanto l’opera – riadattata come Nemesi per il santuario di Ramnunte – è in parte conservata. A cerchia fidiaca si riallaccia anche il tipo Frejus che porta alle estreme conseguenze il modello del panneggio bagnato ed insiste sulla sensuale carnalità della Dea con il chitone che scivola sulla spalla scoprendone delicatamente il seno. L’originale è attribuito a Kallimachos.

La produzione vascolare riprende anch’essa i tipi di ascendenza fidiaca rielaborandoli fino al virtuosismo decorativo del Pittore di Meidias che condivide con gli scultori a cavallo del secolo il gusto per una esplicita seppur elegante sensualità che già identificabile nella figura mollemente appoggiata ad un’ara di una hydria al British Museum con ratto delle Leucippidi (e l’iconografia deriva direttamente dal gruppo frontonale del Partenone) raggiunge il suo culmine nel dolcissimo abbraccio con Adone nella cosiddetta hydria di Faone. Lo stesso tono, con connotazione ancora più quotidiane e decorative caratterizzerà nel secolo successivo i prodotti del gruppo di Kerč.

Il processo di umanizzazione raggiunge il suo punto culminante in Prassitele, maestro della grazia per eccellenza che trova in Afrodite uno dei suoi soggetti ideale. Il tipo più noto è quello della Cnidia punto di partenza per un’infinita serie di rielaborazioni ellenistiche. Nella Cnidia la nudità si fa strumento per esaltare la fulgente divinità della Dea raffigurata al bagno sacro mentre con la mano si copre in quel gesto di pudicizia che diverrà un tratto canonico delle raffigurazioni successive. La grandezza di Prassitele sta nel dare al gruppo un senso di profonda e serena religiosità, esaltato dall’originaria concezione in una nicchia aperta in stretto rapporto con il paesaggio che le rielaborazioni ellenistiche non sapranno più raggiungere.

Estranea agli interessi di Lisippo la Dea fu oggetto di attenzione da parte di Apelle che la dipinse come Anadiomene in un’opera al tempo celeberrima per la quale avrebbe posato come modella Frine che già aveva ispirato a Prassitele il tipo della Cnidia.

Quasi impossibile seguire le infinite varianti create in età ellenistica. Al primo ellenismo è ricondotta per lo più il tipo di Melos con il torso nudo che fuoriesce da un ricco panneggio, da altri considerata un prodotto classicistico di età repubblicana. Di una certa originalità il tipo Capua che con Afrodite di Milo condivide la soluzione del torso nudo impostano sul panneggio intorno alle anche ed è raffigurata mentre si specchia nello scudo di Marte, lo stesso schema era quello originario della Vittoria di Brescia, da alcuni considerato un originale tolemaico – che condivide la ponderazione dell’Afrodite di Capua ma lo modifica nel panneggio che richiama piuttosto quello del tipo Frejus con il busto coperto e la spallina che scende mollemente sul seno.

Sostanziali varianti della Cnidia sono l’Afrodite Medici e l’Afrodite Capitolina, più mordida e sensuale la prima, di più rigoroso accademismo la seconda. Il gusto virtuosistico e sensuale raggiunge il vertice della Landolina di Siracusa con l’himation che si gonfia intorno alle gambe e in cui riconoscere la Callipigia ricordata dalle fonti.

Tra i tipi più originali vanno ricordati l’Afrodite accovacciata del bitinio Doidalsas che riprende l’idea prassitelica dell’Afrodite al bagno ma ne reinventa la ponderazione in una posa accovacciata su ritmi spiraliformi mentre l’opulenza delle forme è stata connessa ad un originario culto orientale della fecondità. Da questa deriva l’Afrodite Anadiomene di Rodi che rinuncia però al ritmo spiraliforme dell’originale mantenendo solo la postura accovacciata mentre il torso si fa eretto le e braccia sono levate a strizzare i capelli imbevuti di acqua salmastra.

Una pretta caratterizzazione presenta un gruppo da Delos con Afrodite che con un sandalo – oggetto fortemente caratterizzato in chiave erotica – allontana Pan mentre Eros vola fra i due. Una certa caratterizzazione dei tratti del volto e l’incoerenza delle proporzioni anatomiche con i canoni canonici lasciano intuire una derivazione dal vivo. L’ultimo tipo statuario degno di nota è la Venere Esquilina, se lo schema di fondo deriva ancora dalla Cnidia la presenza del cobra sul vaso lustrale rimanda al mondo egizio e alla sfera isiaca. L’anatomia è poi libera da ogni condizionamento teorico: i fianchi stretti, le gambe sottili, i seni piccoli e alti non possono che derivare da un modello vivente e suggestiva è l’ipotesi di riconoscervi un ritratto idealizzato di Cleopatra VII eseguito durante il soggiorno romano.

Gli elementi di maggior originalità dell’ellenismo si trovano però in pittura e nella piccola plastica. È in questo momento che nasce il tipo della Dea nella conchiglia che conosciamo in un affresco da Pompei, in terrecotte diffuse in tutto il mondo mediterraneo, in sarcofagi e specchi e destinato a segnare più di un millennio dopo la rinascita della civiltà europea con la celebre versione di Botticelli. Altra introduzione ellenistica destinata ad immensa figura è la presenza di Eros – e poi di una proliferazione di eroti – insieme alla Dea. Altra caratteristica dell’arte ellenistica e la ripresa di temi tradizionali rivisti in chiave umanizzata e spesso caratterizzati da una chiave di delicato languore come il gruppo con Ares in cui la coppia divina e ora dolcemente abbracciata – in uno schema di derivazione ancora partenonica – mentre paffuti amorini giocano con le armi del Dio della guerra.

afrodite cnidia (1)

Aphrodite_swan_BM_D2

Fig. 8

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