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Archive for settembre 2015

L’Eracle di Seleucia

La Mesopotamia ellenistica rappresenta una sorta di vuoto fra le ricche testimonianze dell’area siriana e quelle dell’Asia Centrale e in parte dell’Iran, in questa mancanza di arte monumentale emerge però Eracle trovato a Seleucia sul Tigri e ora conservato al Museo archeologico di Bagdad. Nonostante le ridotte dimensioni – altezza circa 85 cm – l’opera non manca di monumentalità e riflette tanto sul piano tecnico quanto su quello iconografico una diretta derivazione ellenistica. Fusa a cera persa in varie sezioni – come di prassi nella statuaria monumentale – unite fra loro attraverso saldatura per colata – di cui resta qualche traccia. Gli occhi sono incrostati in materiale diverso ma anziché calcite od osso come si ritrova nella maggior parte dei casi documentati qui troviamo la sclera in avorio secondo una tecnica locale che suggerisce una produzione locale. L’iconografia appare come una variante ellenistica dell’Eracle in riposo di Lisippo – quello noto dai tipi Sulmona-Pitti – rispetto al quale si distingue per l’angolo della testa che porto lo sguarda a guardare dritto di fronte a se anziché abbassarsi in un ripiegamento riflessivo e la mano destra semplicemente appoggiata al fianco e non tenuta dietro alla schiena con i pomi delle Esperidi. Si tratta di una tipologia frequentemente attestata nell’Oriente ellenizzato sia nella coroplastica sia nella piccola bronzistica a cominciare dalle diffuse statuette fittili della Babilonia fino al noto bronzetto da Nigrai nel Gandhara in cui i modelli lisippei sono ancora riconoscibili nonostante certe esasperazioni di posa.

La datazione da all’Eracle un interesse di certo risalendo non oltre gli ultimi decenni del II a.C. se non più probabilmente al successivo quando il potere macedone sulla Babilonia cominciava a sgretolarsi sotto le spinte secessioniste delle popolazioni locali sulle quali si sarebbe sovrapposta l’ascesa imperiale dei Parthi Arsacidi. Sulle cosce della statua è incisa una lunga iscrizione in greco e partico che conferma di questa realtà. Essa ricorda infatti come la statua fosse conservata presso il cancello bronzeo del tempio di Apollo a Seleucia dove era stata predata dal re partico Vologase IV dopo la fallita rivolta in Mesene dell’usurpatore Mitridate. Il territorio della Mesene era controllato fin dal 125 a.C. dalla dinastia iranica degli Aspasini di cui Eracle era la divinità protettrice. Siamo quindi di fronte ad un’opera in stile assolutamente greco ma prodotta per una dinastia iranica che probabilmente raffigurava l’interpretazione greca di una divinità indigena, dall’Assiria all’India l’immagine di Eracle servi infatti per raffigurare un gran numero di figure divine locali – Nergal in Mesopotamia, Vajarapani in India – fino a servire da modello per la nascente scultura buddista e non è forse casuale che la stessa iscrizione riporti il nome di Eracle nella redazione greca e quello di Verethragna in quella partica dando ulteriori indizi sulla natura culturalmente composita dell’opera.

La Dea di Satala

La rarità dei ritrovamenti non deve però farci immaginare le città orientali povere di statue in bronzo, sul modello delle capitali dei diadochi i dinasti locali arricchivano i loro regni di un gran numero di opere in stile greco o grecizzante, fra questi regni un ruolo di spicco doveva avere l’Armenia che con la dinastia Artaxiatide si stava affermando come una significativa potenza regionale e che manteneva stretti legami tanto con l’Asia Minore quanto con la Siria. Tanto le fonti classiche quanto i cronisti armeni medioevali ci informano del gran numero di statue esistenti ma oggi praticamente non ne rimane più traccia. In questa perdita di massa ancora più importanti sono i frammenti di una statua colossale di divinità femminile ritrovato nel 1892 presso il castrum romano di Satala. Si conservano la testa e una mano, il volto mostra evidenti richiami prassitelici nella morbida pienezza delle superfici, le guance sono piene, le labbra socchiuse carnose e morbide, effetto che doveva essere dal rivestimento in lamina di rame. I capelli presentano una scriminatura centrale con due ciocche che formano una sorta di crescente sulla fronte.

Nonostante le somiglianze con opere del IV a.C. l’opera sembra doversi considerare – per dati tecnici ed un certo ecclettismo stilistico – alla produzione classicistica del I a.C. opera di un artista greco al servizio dei dinasti armeni. La zona del ritrovamento è collegata dalle fonti ad un importante culto dell’”Artemide persiana” per questo motivo Nersessian ha interpretato i resti come quelli della statua di culto del tempio locale distrutta dai cristiani nel 301 il che spiegherebbe lo stato fortemente frammentario. L’ipotesi è suggestiva ma purtroppo mancano certezze al riguardo. L’ipotesi che raffiguri Artemide-Anahita rimane a mio parere in ogni caso la più plausibile, i tentativi di negarla insistono sulla posa della mano simile a quella dell’Afrodite Cnidia di Prassitele e sulla carnalità del volto poco confacente alla giovanetta Artemide.

Si può però facilmente obbiettare che il dettaglio della mano non è dirimente vista la frequente tendenza a mischiare i dettagli iconografici del tardo ellenismo. Inoltre Anahita pur identificandosi anche con Artemide non ne fa proprio il carattere quasi adolescenziale mantenendo invece quei tratti di Dea della fecondità propri delle grandi madri orientali. Dea della vita e della guerra – in una tradizione che risale fino all’Inanna sumeica e all’Isthar babilonese – può far propri anche tratti di Afrodite. Per quanto molto più tarde le immagini della Dea di epoca sassanide ci danno l’immagine di una figura matronale e regale che non può essere trascurata. A favore dell’identificazione gioca poi lo strano effetto dell’acconciatura che sembra evocare un crescente lunare. Pare verosimile datare la statua al regno di Tigrane II (97-56 a.C.) in quel processo di affermazione internazionale del regno armeno in cui l’adozione dei modi espressivi delle monarchie ellenistiche era componente indispensabile.

Il principe di Shami

Shami è un piccolo centro dell’Iran sud-occidentale fra le montagne del Khuzistan nel cuore dell’antica Elymais. Qui in epoca parthica – ma la fondazione è verosimilmente seleucide – sorgeva un tempio di matrice dinastica che ha restituito alcune delle opere più interessanti dell’Oriente post-ellenistico. Il reperto più antico è la maschera facciale – fortemente danneggiata – della statua bronzea di un sovrano seleucide forse Antioco IV Epifane – ma non vi è certezza e si sono avanzati anche i nomi di Demetrio I, Demetrio II, Antioco VII.

L’opera più importante restituita dal sito è però la statua onoraria più grande del vero – 1,94 m – di un aristocratico parthico, verosimilmente un principe reale che rappresenta l’unica grande statua bronzea del tipo di epoca arsacide. L’iconografia è prettamente iranica, la figura è stante, rigidamente frontale, lo sguardo ieraticamente fisso di fronte a se. Sia il volto che l’abbigliamento rispettano la moda nord iranica. Il primo presenta una struttura volumetricamente marcata, e capelli fermati da una fascia in fronte, i baffi a punta spioventi. L’abito appare come una versione più antica e semplice di quelli ben conosciuti ad Hatra a Palmyra con corto kaftano incrociato stretto in vita da una cintura ed ampi gambali legati alla cintola che lasciano scoperta la parte superiore delle cosce e che ricadono mollemente in pieghe semicircolari.

La figura è quindi tipicamente orientale ma non è dimentica della lezione greca, la stessa capacità di resa dei dati etnici ed individuali è debitrice della tradizione ellenistica mentre sul piano tecnico siamo di fronte ad un affascinante incontro di culture. La testa è visibilmente più piccola del resto del corpo e qualitativamente molto più alta ed è con verosimiglianza stata realizzata altrove, probabilmente a Susa mentre la parte restante potrebbe essere stata fusa oltre che montata in loco. La testa è fusa con la tecnica della cera persa e la lega metallica è di altissima qualità, paragonabile ai migliori bronzi ellenistici del tempo. Qualità della lega che si ritrova anche nel corpo unità però al dettaglio prettamente orientale dell’anima di legno coperta di bitume sopra la quale sono applicate con piccoli chiodi foglie di bronzo. Sul piano cronologico l’opera va datata fra la fine del I a.C. e il I d.C. ed in ogni caso dopo le trasformazioni dell’immagine ufficiale dei re arsacidi portate avanti da Faarte III ( 70-57 a.C.) a favore di una modalità rappresentativa nazionale in alternativa alla semplice adozione dei modelli mediterranei quale compare ad esempio nei reperti di Nysa.

La scultura di Shami ci apre una finestra inattesa su quella che fu l’arte delle capitali ellenistiche dopo la conquista parthica, Susa continuava a godere notevole fama come centro culturale capace di fondere il portato ellenistico con le tradizioni locali e di adattare il proprio linguaggio ai nuovi contesti politici e culturali.

Gli eroti di Tamna

I riflessi della cultura ellenistica si sono diffusi e radicati ben oltre i confini dell’impero di Alessandro e non solo verso occidente con i casi fin troppo palesi di Roma e Cartagine. All’estremo confine meridionale della penisola arabica Tamna capitale del regno di Qataban ha restituito una preziosa testimonianza in tal senso. Due statue di eroti cavalcanti leoni rinvenute nel 1952 sul piano iconografico si inserisco pienamente nell’ampia di amorini su fiere – o di immagini di Dioniso fanciullo – onnipresenti in tutto il mondo ellenistico e romano. I bronzi di Tamna presentano però alcune particolarità, sulla cornice del piedestallo scorre un’iscrizione in alfabeto subarabico che recita: “Thuwayb e Akrab dhu-Muhasni hanno messo (queste immagini) a Yafash”, l’iscrizione ci attesta una committenza locale e la lingua e l’alfabeto usato escludono si tratti di opere importate. Dobbiamo quindi pensare all’esistenza di botteghe dell’Arabia meridionale capaciti di lavorare il bronzo secondo i moduli dei centri ellenistici mediterranei. I dati tecnici tenderebbe poi ad escludere l’ipotesi che siano opera di maestranze greco-romane trasferite nei centri commerciali della regione testimoniando stretti legami con le tradizioni locali. La fusione è a cera persa indiretta, tecnica di derivazione orientale – specie mesopotamica – diffusa nell’Arabia meridionale attraverso canali autonomi rispetto al mondo mediterraneo; di tradizione locale sono poi l’alto contenuto di piombo rarissimo nelle sculture mediterranee di quel periodo – metà I a-C. inizi I d.C. – tipica del mondo subarabico e diventata comune in quello mediterraneo solo nella piena età imperiale; il metodo di saldatura per colata autonomo rispetto a quello greco, l’uso della modellatura con filo di cera per le iscrizioni.

Siamo quindi in presenza di una significativa capacità delle maestranze locale di far propri i modelli della tradizione ellenistica e di ricrearli con all’interno delle proprie capacità tecniche all’interno di un continuo flusso di influenze culturali.

Erakles da Seleucia sul Tigri

Erakles da Seleucia sul Tigri

"La Dea" di Satala

“La Dea” di Satala

Il "principe" di Shami

Il “principe” di Shami

Erote su leone da Tamna

Erote su leone da Tamna

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