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Archive for novembre 2015

Ernani                                     Mario del Monaco

Don Carlo                              Ettore Bastianini

Don Ruy Gomez de Silva      Boris Christov

Elvira                                      Anita Cerquetti

Giovanna                                Luciana Boni

Don Riccardo                         Athos Cesarini

Jago                                        Aurelian Neagu

Orchestra e coro del maggio musicale fiorentino

Direttore                                 Dimitri Mitropoulos

Maggio Musicale Fiorentino, 25-06-1957

2 CD MYTO Historical Line P/2009

Riascoltare certe eduzioni passate non solo alla storia ma al mito della lirica è estremamente utile per farsi un’idea più precisa e meno astratta di spettacoli certo memorabili ma comunque figli del loro tempo e che possono risultare per certi aspetti datati all’ascolto odierno.

Il repertorio del belcanto italiano – cui si può assimilare per molti aspetti la produzione giovanile di Verdi – e forse quello su cui il tempo può aver steso maggior polvere e questo “Ernani” fiorentino per certi aspetto conferma quest’impressione.

La direzione di Mitropoulos è a questo punto di vista emblematica. Solenne, monumentale, di cupa grandezza fin dal preludio arcano e misterioso, solcato da lampi di tensione come un cielo di El Greco così come altrettanto solenne, veramente sacrale è l’atmosfera del giuramento di Aquisgrana. Ma “Ernani” non è solo quello, non è “Don Carlos” con le sue cupe ombre, è ancora un’opera di luminosità primo ottocentesche e quelle spesso latitano, manca quella leggerezza che molti momenti richiedono – si veda il plumbeo coro dei banditi in apertura dell’opera. Mitropolous è un figlio del suo tempo che legge “Ernani” a ritroso partendo da “Otello”, lo fa nel miglior modo possibile ma è innegabilmente un modo di leggere questo repertorio ed un modo oggi discutibile dopo le esperienze della Belcanto renaissance. Figli del tempo sono poi i tagli, non numerosissimi ma comunque presenti, anche se qui Mitropoulos evita di stravolgere totalmente l’opera come aveva fatto a New York. L’orchestra e il coro non si coprono di gloria dando ulteriore testimonianza della crescita qualitativa esponenziale avuta dai complessi italiani nel corso degli ultimi decenni.

Il cast è poi spaccato in due parti nette, verrebbe da dire “Due volte nella polvere, due volte sull’altar” citando Manzoni. Sugli scudi senza ombra alcuna il Don Carlo di Ettore Bastianini; incarnazione paradigmatica del baritono nobile, voce splendida, linea di canto di una fermezza quasi non umana, fraseggio virilmente aristocratico. Forse mai “Vieni meco” ha avuto tanto dolcezza e forse è impossibile anche solo immaginare un’esecuzione paragonabile di “Oh de verd’anni miei”.

L’altro elemento di forza e l’Elvira di Anita Cerquetti. Autentico soprano drammatico d’agilità dalla vocalità sontuosa e ricchissima di suono, capace di autentici scatti ferini – ed Elvira            qui è veramente una tigre in “Fiero sangue d’Aragona” – così come di filature e mezzevoci che hanno del miracoloso specie considerando l’entità del materiale vocale. E se qualche accento è forse troppo caricato e se le colorature non hanno sempre la nitidezza cui ci hanno abituato le grandi belcantiste successive sono limite inevitabile all’epoca della registrazione e nulla tolgono all’ammirazione complessiva.

Gli altri due protagonisti lasciano maggiori perplessità. Del Monaco è vocalmente soggiogante, la voce ha una saldezza e una robustezza raramente ascoltate, la frase è scandita con un’energia unica così che frasi come “Io son conte, duca sono” hanno veramente l’autorità di un heldentenorer. ma forse qui sta il limite. Del Monaco affronta Ernani come affrontava Otello ma l’universo espressivo delle due opere è lontanissimo, quello di Ernani è un eroismo smaltato e luminoso, ancora tutto belcantista e al riguardo basterebbe ricordare che fra gli interpreti più apprezzati del tempo era quel Nikolaj Ivanov – per cui Verdi scrisse l’aria alternativa “Odi il voto” – già destinatario di “T’amo qual dama o angelo” che Donizetti per lui aggiunse alla “Lucrezia Borgia”.  Una lettura iper-drammatica come quella proposto corre inevitabilmente il rischio di risultare fin troppo stentorea e monocorde a prescindere dalla bravura vocale – ma qualche acuto lascia più di un dubbio come quello conclusiva della cabaletta del I atto.

Pur con i suoi limiti l’interpretazione può comunque affascinare, la stessa cosa non si può dire del Silva di Boris Christov. Voce enorme, potentissima, anche di bel colore ma dura, rigida, legnosa nell’emissione e problematica nell’articolazione della frase italiana. Un Silva duro e granitico me le mura del suo castello ma purtroppo altrettanto inespressivo.

Ernani Mitropoulos

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