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Archive for gennaio 2016

La presenza romana nei territori oltre il limes, anche in quelli apparentemente più remoti e distanti è stata più ampia e diffusa di quanto spesso si pensi, non solo il limes non fu mai una frontiera nel senso moderno del termine ma piuttosto una fascia permeabile a contatti in entrambi i sensi ma tracce di una frequentazione romana sono ritrovabili anche in territori estremamente lontani da quella fascia. Qui verranno ricordati due esempi – fra i molti disponibili – di penetrazione romana nei territori interni dell’Africa con l’esclusione della Nubia che per i suoi millenari rapporti con l’Egitto ha sempre rappresentato un ambito particolare per i contatti fra mondo mediterraneo e Africa nera.

La spedizione di Giulio Materno nell’Agisymba

Durante il regno di Domiziano un mercante di Leptis Magna Giulio Materno accompagno il Re dei Garamanti – in quel momento evidentemente in buoni rapporti con Roma – in una spedizione militare contro gli etiopi, da intendere ovviamente non nel significato proprio del termine quanto come generico termine per indicare le popolazioni non mediterranee dell’Africa.

Si trattò di una missione di natura prettamente civile e commerciale ma che si inserisce in una politica di penetrazione dalle coste libiche verso l’interno perseguita con regolarità nel I d.C. caratterizzata dalla costruzione di reti stradali, dalla pacificazione delle popolazioni del deserto e dalla ricerca di un rapporto sostanzialmente amichevole con il regno dei Garamanti attraverso il quale le carovane provenienti dall’Africa nera dovevano necessariamente passare e che trova riscontro nella documentazione archeologica di Garama dove è attestata la presenza di mercanti romani anche di alto livello sociale come attestano alcuni sontuosi mausolei della regione. Il commercio pur non particolarmente importante come quantità riguardava però merci di particolare pregio come oro, avorio e animali esotici e trova testimonianze archeologiche ad esempio nel fondaco fortificato dell’oasi di Abalessa nell’Hoggar alerino – circo 1600 km a sud di Algeri – in uso forse già dall’alto impero anche se la sua maggior fortuna sembra posteriore datandosi al IV d.C. forse il periodo di più sistematica penetrazione romana in Africa.

La spedizione di Giulio Materno – stando al racconto di Tolomeo – durò circa quattro mesi e mezzo è porto il romano fino ad un ignoto paese noto come Agisymba regio. Si è a lungo discusso sull’identificazione di questa terra, escludendo ipotesi fantasiose – già Tolomeo criticava i calcoli di Marino di Tiro in quanto incompatibili con i tempi reali di viaggio – si può calcolare un percorso di circa 2500 km da Garama e sapendo da Tolomeo che si trattava di un paese montuoso le possibilità si riducono ai massicci dell’Air, del Djado e del Tibesti oggi nelle zone di confine fra Libia e Ciad.

L’ambiente trovato da Materno in quelle contrade era ancora molto diverso dalle distese desertiche che le caratterizzano oggi ed avevano un aspetto molto più africano, con ampie distese di savana predesertica popolata da un gran numero di specie animali che i graffiti della fase cammellina – o libico-berbera – dell’Air attestano con vivacità. Fra gli animali più diffusi doveva essere il rinoceronte nero bicorne ignoto all’epoca ai romani – che  conoscevano solo il rinoceronte bianco ad un solo corno diffuso in Nubia e già noto nell’Egitto tolemaico – ma ampiamente rappresentato nella regione tanto che solo nei massicci dell’Isserretagen e del Kori Mammanet risulta presente rispettivamente 16 e 19 volte.

Due indizi sembrano indicare la regione dell’Air come punto di arrivo di Giulio Materno, il massiccio è noto fra gli Hausa del Niger come Azbine nome che riporta una certa assonanza con l’Agisymba di Tolomeo ma ancor più importante è la comparsa di immagini del rinoceronte nero sulle monete di Domiziano, evidentemente l’arrivo dei primi esemplari di questa specie sconosciuta aveva fatto notevole impressione a Roma tanto da essere rappresentati sulle monete oltre che venir ricordati da scrittori del tempo come Marziale. Forse proprio la spedizione di Giulio Materno – o altre simili a noi ignote – aprirono il commerci di quegli animali verso Roma confermando la possibile identificazione del paese di Agisymba.

Il Periplo del Mare Eritreo e la presenza romana nell’Africa orientale

La scoperta dei cicli monsonici rappresentò per i romani la possibilità di intrattenere rapporti commerciali diretti con l’Impero Kusana e con gli stati indiani in un momento in cui la pressione parthica sulla Via della seta si faceva sempre più stringente. Il “Periplo del Mare Eritreo” è una sorta di manuale compilato ad uso dei marinai che compivano i viaggi verso l’India partendo dai porti egiziani con l’indicazione dei principali empori, della distanza fra essi, delle migliori stagioni in cui viaggiare e delle principali merci commerciate nei singoli centri. Per quanto conosciuto in redazioni tardo-antiche il periplo risale sostanzialmente ad un periodo precedente e se la datazione alla metà del I d.C. proposta a suo tempo dalla Pirenne appare difficilmente sostenibile una alla metà del II d.C. al più all’età severiana appare decisamente probabile.

Un ruolo centrale in queste linee marittime era rappresentato dai porti del corno d’Africa e dell’Arabia meridionale dove la presenza romana appare attestata con sistematicità. Adulis sulla costa eritrea a circa 60 km a sud di Massaua doveva essere il centro principale di appoggio per i mercanti romani, questa città ricca e grande, ornata da edifici monumentali e nota come centro di distribuzione per i vetri egiziani come per il vino e l’olio mediterraneo ha restituito tracce di una frequentazione romana dal II d.C. all’età bizantina – quando fu costruita un’imponente chiesa cristiana. Sistematicamente diffusi sull’area archeologica i frammenti di anfore, specie quelle cordonate di tipo egiziano così come ad ambiente alessandrino rimandano i frammenti di vetro, si tratta di tazze a squame e coppe baccellate di un tipo ampiamente esportato – esemplari sono stati trovati fino al Turkestan cinese – la cui origine va localizzata ad Alessandria e nella regione del Delta. Anche i materiali più tardi – vasi di porfido, vetri millefiori, un’ampolla di San Mena – mostrano l’assoluta prevalenza del commercio egiziano. Probabilmente tramite Adulis gli stessi materiali sono penetrati sugli altopiani etiopici fino ad Aksum.

Ancora più a sud a Port Durnford nella regione somala del Bur Gao quasi al confine keniota nel 1912 è stato scoperto un tesoretto di monete, per quanto le emissioni  siano distribuite su un ampio spazio cronologico che dagli ultimi Tolomei raggiunge il IV d.C. attraverso emissioni di Nerone, Traiano, Adriano, Antonino Pio il grosso dei pezzi si data a partire dall’età tetrarchica e per tutto il IV d.C. con punte per le emissioni di Costantino, Costantino II e Costante. Questo fatto conferma i dati dell’India meridionale e di Ceylon che vedono nel IV secolo il periodo di maggior attivismo romano sulle linee commerciali dell’Oceano Indiano. Il periplo ricorda come principale emporio della costa somala la Serapionis Statio poco più a nord del luogo del citato ritrovamento monetale; parrebbe invece da collocare più a sud i centri di Menuthias e Rhapta nei quali si è proposto in via ipotetica di riconoscere Zanzibar e un porto sulla costa tanzianiana. Oltre questa regione i ritrovamenti divengono troppo sporadici per ricostruire un quadro sulla penetrazione romana e molto probabilmente si tratta di materiali che hanno circolato all’interno dei circuiti di scambio delle popolazioni indigene. Bisogna comunque ricordare che nel suo studio sulle monete romane in Africa Charlesworth riporta saltuari ritrovamenti di monete in Madagascar e Zimbabwe fino al Natal e alla regione del Capo e che si tratta nella quasi totalità di emissioni di età tetrarchica e costantiniana.

Pur estraneo alla regione prettamente africana non si può tacere un episodio ricordato nel periplo e strettamente connesso alla storia della regione, la distruzione di Aden voluta da un imperatore romano – purtroppo non viene ricordato quale – in modo da concentrare su Alessandria i terminali commerciali per i prodotti indiani e per l’incenso sub-arabico prima detenuti in gran parte dalla città sabea, scelta pienamente inseribile in una precisa volontà di controllo da parte romana nei confronti di quelle linee commerciali sempre più importanti per le dinamiche economiche dell’Impero.

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Nato il 26 marzo 1925 a Montbrison non lungi da Lione Pierre Boulez è stato una delle figure centrali della vita musicale del secondo Novecento, uno dei più lucidi testimoni di un approccio strutturale e razionalistico alla musica tanto sul piano compositivo quanto su quello della direzione d’orchestra.

Concezione razionalistica e rigorosa dall’arte e della vita che probabilmente gli derivava dagli studi matematici iniziati prima della definitiva consacrazione musicale e affinata al conservatorio di Parigi con maestri della statura di Olivier Messiaen, Andrée Vaurabourg moglie di Arthur Honneger e di René Leibowitz con il quale approfondì le problematiche relative alla serialità e agli estremi sviluppi della dodecafonia rivelandosi alla fine degli anni 40 con le prime composizioni, le cantate “Le visage nuptial” e “Le soleil des eaux” , negli stessi anni la formazione francese si arricchiva con la frequentazione dei seminari musicali di Darmstadt e con la frequentazione dei maggiori protagonisti dell’avanguardia musicale del tempo a comincia da Karlheinz Stockhausen con cui si fece protagonista di un applicazione rigorosa ed estrema delle modalità post-dodecafoniche.

A partire dagli anni sessanta la complessità del linguaggio musicale di Boulez cresce progressivamente – e un ruolo non secondario deve aver giocato la necessità di confrontarsi con moduli e approcci musicali e antitetici dovuta all’attività di direttore d’orchestra che sempre ha affiancato quella di compositore – hanno portato ad un ripensamento dell’estetica di Boulez che superati i furori giovanili ha riscoperto un rapporto più dinamico con il “fare musica” fino alla riscoperta ci certi aspetti soprattutto timbrici di pretta matrice francese che risalivano fino a Debussy attraverso la lezione di Messiaen.

Ma al fianco dell’attività di compositore e di teorico la fama di Boulez è principalmente legata – almeno per il grande pubblico degli appassionati – alla sua attività di direttore d’orchestra non limitata alla musica del Novecento. Boulez si era fatto apprezzare come direttore d’orchestra fin dagli anni ’50 soprattutto come interprete di musica contemporanea ma già nel 1966 era stato chiamato a dirigere “Parsifal” a Bayreuth iniziando una collaborazione che sarebbe stata di importanza storica per la rilettura della musica di Wagner. Intanto arrivavano anche i primi successi discografici come il “Wozzeck” di Berg inciso lo stesso anno con protagonista Walter Berry caratterizzato da una riduzione all’essenziale del tessuto orchestrale alla ricerca di una chiarezza cameristica per altro solo parzialmente raggiunta per causa di un’orchestra – quella dell’Opera di Parigi – spesso non all’altezza delle richieste del direttore. Sempre a Berg è legata un’altra pagina storica della carriera di Boulez ovvero l’edizione parigina di “Lulu” (1979) eseguita per la prima volta nella sua integralità.

I dati essenziali dell’attività di direttore di Boulez derivano in sostanza dalla sua formazione musicale. Una concezione che mette sempre al centro le strutture musicale, la chiarezza del linguaggio formale evidenziata con un rigore assoluto in tutti i dettagli, anche quelli minimi, una capacità di far vivere la partitura quasi come corpo astratto, perfettamente compiuto in se stresso. Un approccio quindi inevitabilmente destinato a dividere critica e pubblica e al quale spesso tropo veniva sacrificato in fatto di emotività e vita teatrale ma ovviamente del massimo interesse culturale.

E se quasi per assurdo è la musica contemporanea ha soffrire maggiormente di queste cerebralità si veda il fin troppo snervato “Castello del Duca Barbablu” di Bartok inciso nel 1976 perfetto nel suo approccio teorico ma pochissimo teatrale o in una smorzatura fin eccessiva dei brucianti contrasti del “Moses un Aron” di Schomberg (1974) e nel repertorio wagneriano, apparentemente così antitetico alla sensibilità di Boulez, quello in cui avvengono i risultati più compiuti. Del “Parsifal” è fortunatamente conservata la registrazione della ripresa del 1970 con un cast forse non memorabile ma pienamente inserito nella lettura del direttore. Quello di Boulez è un “Parsifal” antitetico alla monumentalità di un Knappertbusch o di Solti m a retto da un assoluto rigore geometrico, da un senso di imperante luminosità, dove i primi si muovevano fra le ombre illuminate da improvvise fiammate coloristiche di una basilica bizantina istoriata di mosaici o di una cattedrale gotica dalle imponenti vetrate colorata che schermano e frangono la luce quello di Boulez ha la razionale e luminosa chiarezza di un’architettura del primo rinascimento italiano. Alleggerimento delle masse sonore che si accompagna ad una originalissima scelta di tempi di una stringatezza che non conosce confronti ma che gli permetto di compensare in nervosa tensione la teatrslità persa in monumentalità d’impianto.

Il suo capolavoro resto però il Ring del centenario firmato insieme a Patrice Chéreau (autore della regia) in una visione comune di scopi e di intenti che forse non ha confronti nel teatro musicale. Spettacolo per molti versi estremo, destinato inevitabilmente a dividere e a contrapporre oggi come allora ma i cui meriti interni non possono essere negati. Boulez e Chéreau leggono il Ring come la metafora dell’impossibile incontro di mito e realtà che la cultura romantica aveva sempre perseguito immerso in una realtà sostanzialmente borghese e anti-eroica avvolta in un flusso di emozioni e di memorie che superano e prescindono dall’azione, un Ring in questo perfettamente francese e proustiano nel suo gioco di memorie e di rimpianti. Il rigore formale di Boulez evidenzia i temi dell’immane partitura con una chiarezza senza precedenti e con una cura del dettaglio di derivazione cameristica ed anzi spesso l’intera partitura vibra di suggestioni cameristiche capaci di esprimere shakesperianamente il massimo della tragedia con il minimo della violenza sonora.

Dal 1960 insegnava composizione a Basilea e fra il 1971 e il 1977 è stato direttore principale della New York Philarmonic approfondendo i propri contati anche con la realtà musicale americana che già ben conosceva a seguito dall’amicizia di lunga data con John Cage. Si è spento il 5 gennaio 2016 a Baden Baden

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